estremi dolori della vita. Prima, fu condotto per High Street nel
Palazzo del Consiglio, nel quale doveva rimanere quel poco che mancava
all’ora della esecuzione della giustizia. In quell’intervallo di
tempo, chiese penna e calamaio e scrisse a sua moglie. «Cuor mio! Dio
è immutabile. Egli mi è stato sempre largo di bontà e di grazia; e non
v’è luogo che me ne privi. Perdona a tutti i falli miei; e consolati in
lui, nel quale soltanto è da trovarsi ogni consolazione. Il Signore sia
teco, e ti benedica e ti conforti, o mia cara. Addio.»
XXII. Era giunto il momento di partire dal Palagio del Consiglio. I
sacerdoti che assistevano il prigioniero, non erano della sua medesima
religione; ma li ascoltò cortesemente, e gli esortò a premunire il
gregge loro affidato contro quelle dottrine che tutte le Chiese
protestanti concordemente condannavano. Salì sul palco, dove la
vecchia rozza guigliottina di Scozia, chiamata la Damigella (_the
Maiden_), lo aspettava; e rivolse al popolo un discorso, tessuto del
frasario speciale della sua setta, ma imbevuto dello spirito d’una
pietà tranquilla. Disse come egli perdonasse i suoi nemici, dai quali
sperava d’essere perdonato. Una sola acre espressione gli usci dal
labbro. Uno de’ sacerdoti episcopali che lo assistevano, si fece in
sull’orlo del palco, e gridò: «Milord muore Protestante.»—«Sì!» disse
il Conte, spingendosi avanti, «sì! e non solo Protestante, ma acerrimo
odiatore del papismo e della prelatura e d’ogni superstizione.» Allora
abbracciò i suoi amici, pose nelle loro mani alcuni ricordi perchè li
recassero alla consorte e ai figli suoi, s’inginocchiò, chinò la testa
sul ceppo, orò brevemente, e fece segno al carnefice. Il suo mozzo capo
fu affisso alla cima del Tolbooth, dove quello di Montrose s’era dianzi
disfatto.[358]
XXIII. La testa di Rumbold, uomo schietto e valoroso, comecchè non
iscevro di biasimo, vedevasi già sul West Port d’Edimburgo. Circondato
da colleghi faziosi e codardi, finchè durò la espedizione, erasi
condotto da soldato educato alla scuola del Gran Protettore, aveva in
Consiglio sostenuta valorosamente l’autorità d’Argyle, ed in campo
s’era reso ammirevole per la sua tranquilla intrepidezza. Dopo la
dispersione dell’armata, fu aggredito da una mano di milizia civica. Si
difese disperatamente, e si sarebbe aperta una via fra mezzo ai nemici,
se questi non gli avessero azzoppato il cavallo. Mortalmente ferito, fu
menato in Edimburgo. Era desiderio del Governo che ei fosse giustiziato
in Inghilterra. Ma era così presso a morire, che se non veniva appeso
alle forche in Iscozia, non si sarebbe potuto impiccare affatto; e i
vincitori non sapevano rinunciare al piacere d’impiccarlo. Non era da
aspettarsi che avrebbero mostrato misericordia ad uno il quale era
considerato come capo della congiura di Rye House, ed era possessore
dello edifizio da cui quella aveva derivato il nome; ma la insolenza
onde trattarono quell’uomo moribondo, parrebbe ai nostri tempi più
miti quasi incredibile. Uno del Consiglio Privato di Scozia lo chiamò
maledetto scellerato. «Io sono in pace con Dio» rispose Rumbold con
calma; «come dunque posso io essere maledetto?»
In fretta fu processato, convinto, e condannato ad essere tra poche ore
appeso alle forche, e squartato, presso la croce della città in High
Street. Quantunque non potesse tenersi sulle proprie gambe senza che
venisse sorretto da due uomini, si mantenne forte fino allo estremo
momento, e sotto il patibolo alzò la sua debole voce contro il papismo
e la tirannide con tanta veemenza, che gli officiali comandarono si
desse ne’ tamburi perchè il popolo non l’udisse. Diceva d’essere stato
amico della Monarchia temperata. Ma non aveva voluto mai credere che
la Provvidenza avesse mandato nel mondo pochi uomini in isprone e
stivale, pronti a cavalcare, e milioni pronti a lasciarsi imbrigliare e
cavalcare. «Voglio» esclamò egli «benedire e magnificare il santo nome
di Dio, che mi ha ridotto a questo punto non per male alcuno che io
abbia fatto, ma per avere propugnata la sua causa in tempi infausti. Se
ogni capello del mio capo fosse un uomo, li porrei a rischio tutti per
questa contesa.»
E mentre era processato, e innanzi di essere giustiziato, parlò
dell’assassinio con lo abborrimento convenevole a buon cristiano e
valoroso soldato. Protestò, sulla fede di moribondo, di non avere
mai avuto pensiero di commettere tanta scelleratezza. Ma confessò
francamente d’avere, conversando coi suoi compagni di congiura,
nominato la propria casa come luogo dove Carlo e Giacomo si sarebbero
potuti assalire con prospero successo; e molto essersi ragionato sopra
ciò, sebbene nulla si fosse concluso. Potrebbe a prima vista sembrare
che cosiffatta confessione fosse incompatibile colla dichiarazione da
lui fatta, di aver sempre abborrito dallo assassinio. Ma pare che egli
ragionasse secondo una distinzione che aveva tratti in inganno molti
de’ suoi contemporanei. Per nulla al mondo si sarebbe mai indotto a
porre il veleno nel cibo de’ due Principi, od a trafiggergli con un
pugnale nel sonno. Ma piombare inaspettatamente sopra la torma delle
Guardie del Corpo che circuivano il cocchio reale, scambiare colpi
di spada e correre la sorte di uccidere o essere ucciso, era, secondo
lui, una operazione militare legittima. Le imboscate e le sorprese
annoveravansi fra gli ordinari accidenti della guerra. Ciascun vecchio
soldato, fosse Cavaliere o Testa–Rotonda, si era trovato in simiglianti
imprese. Se il Re fosse caduto morto in una scaramuccia, sarebbe
caduto per legittima battaglia, e non per assassinio. Precisamente de’
medesimi argomenti si giovarono, dopo la Rivoluzione, Giacomo stesso e
i suoi più fidi seguaci, per giustificare un iniquo attentato contro
la vita di Guglielmo III. Una banda di Giacomisti ebbe lo incarico
di assalire il Principe d’Orange ne’ suoi quartieri invernali. Il
significato nascosto sotto questa speciosa frase, era di segare la gola
al Principe mentre da Richmond andava in cocchio a Kensington. Parrà
strano che simiglianti fallacie, che sono la feccia delle dottrine de’
casuisti gesuiti, potessero sedurre uomini di spirito eroico, sì Whig
che Tory, a commettere un delitto, che le leggi divine ed umane hanno
giustamente notato d’infamia. Ma non vi è sofisma tanto enorme che non
inganni le menti rese insane dallo spirito di parte.[359]
Argyle, che sopravvisse di poche ore a Rumbold, lasciò testimonianza
della virtù del valoroso Inglese. «Il povero Rumbold era mio gran
sostegno, e valente uomo, e morì da cristiano.»[360]
XXIV. Ayloffe mostrò tanto disprezzo della morte, quanto ne avevano
mostrato Argyle e Rumbold: ma la sua fine non edificò, come la loro, le
anime pie. Quantunque la simpatia politica lo avesse fatto avvicinare
ai Puritani, ei non aveva simpatia religiosa per essi, i quali lo
consideravano poco meno d’un ateo. Apparteneva a quella classe de’ Whig
che cercavano esempi da imitare meglio fra i patriotti di Grecia e di
Roma, che fra i profeti e i giudici d’Israele. Fu fatto prigione e
condotto a Glasgow. Quivi tentò di uccidersi con un piccolo coltello;
ma comecchè si facesse varie ferite, nessuna di esse fu mortale, ed
egli ebbe forze bastevoli a sostenere il viaggio a Londra. Tratto
dinanzi al Consiglio Privato, fu interrogato dal Re stesso; ma ebbe
tanta altezza di animo, da non provvedere alla propria salute accusando
altrui. Corse voce fra i Whig che il Re gli dicesse: «Fareste bene
ad essere schietto con me, signore Ayloffe. Voi sapete che è in mio
potere il perdonarvi.» Allora il prigione, rompendo l’austero silenzio,
rispose: «Ciò potrebbe essere nel vostro potere, non mai nell’indole
vostra.» Fu giustiziato, per virtù dell’antica condanna, innanzi la
porta del Tempio, e morì con istoico contegno.[361]
XXV. In quel mentre, la vendetta de’ vincitori piombò spietatissima
sulle popolazioni della Contea d’Argyle. Molti de’ Campbell furono
senza processo impiccati da Athol; il quale con difficoltà venne
impedito dal Consiglio Privato di fare altre uccisioni. La contrada,
per la estensione di trenta miglia d’intorno a Inverary, fu devastata.
Le case furono arse, le ruote de’ mulini fatte in pezzi, gli alberi
fruttiferi tagliati, e fino le radici seccate col fuoco. Le reti de’
pescatori, solo mezzo di sussistenza a molti abitanti della costa,
furono distrutte. Trecento, e più, ribelli e malcontenti vennero
deportati alle colonie. Molti di loro furono anche condannati alla
mutilazione. In un solo giorno, il carnefice d’Edimburgo tagliò le
orecchie a trentacinque prigioni. Parecchie donne, dopo essere state
segnate sulla guancia con un ferro rovente, furono mandate oltre
l’Atlantico. Pensavasi anche di ottenere dal Parlamento una Legge che
proscrivesse il nome di Campbell, come ottanta anni prima era stato
proscritto quello di Mac Gregor.[362]
E’ pare che la espedizione di Argyle avesse fatto poco senso nelle
contrade meridionali dell’Isola. La nuova del suo sbarco giunse in
Londra poco avanti che si adunasse il Parlamento Inglese. Il Re ne
dètte lo annunzio dal trono; e le Camere lo assicurarono che lo
avrebbero difeso contro ogni nemico. Null’altro fu chiesto loro. Sopra
la Scozia non avevano autorità nessuna; e una guerra che ardeva così
lontano, e della quale quasi fino da principio poteva di leggieri
prevedersi l’esito, destò solo un languido interesse in Londra.
Ma una settimana innanzi la dispersione finale dell’armata d’Argyle,
la Inghilterra era agitata dalla nuova dello sbarco sulle sue spiaggie
d’un più formidabile invasore. I fuorusciti avevano stabilito che
Monmouth muoverebbe dall’Olanda sei giorni dopo la partenza degli
Scozzesi. Egli aveva differita per breve tempo la spedizione, forse
sperando che la maggior parte delle soldatesche, stanzianti nel
mezzodì, si sarebbero fatte marciare verso tramontana appena scoppiata
la guerra nelle montagne, e quindi non avrebbe trovate forze pronte ad
opporglisi. Allorquando poi volle partirsi, il vento spirava contrario
e impetuoso.
Mentre la sua flotta stavasi a sbattere nel Texel, una contesa erasi
desta fra le Autorità olandesi. Gli Stati Generali e il Principe
d’Orange stavano da una parte; la magistratura e lo Ammiraglio
d’Amsterdam, dall’altra.
Skelton aveva porta agli Stati Generali una lista di fuorusciti,
la dimora de’ quali nelle Provincie Unite recava inquietudine al
suo signore. Gli Stati Generali, desiderosi di assentire ad ogni
ragionevole richiesta di Giacomo, ne mandarono copie alle Autorità
Municipali. Ai magistrati delle città tutte fu ingiunto di usare
ogni mezzo ad impedire che i Whig proscritti molestassero il Governo
Inglese. Generalmente, questi ordini furono osservati. A Rotterdam in
ispecie, dove la influenza di Guglielmo era onnipotente, si fece mostra
di tale operosità, da meritarsi i più caldi ringraziamenti di Giacomo.
Ma la sede principale degli esuli era Amsterdam, i cui governanti non
volevano veder nulla, udire nulla, sapere nulla. Il Gran Sergente della
città, che stava giornalmente in comunicazione con Ferguson, riferì
all’Aja, come egli non sapesse dove trovare un solo de’ fuorusciti;
e con questa scusa al Governo federale fu forza di tenersi pago.
Vero è che gli esuli inglesi erano sì ben conosciuti ad Amsterdam,
che il popolo appiccava loro gli occhi addosso come se fossero stati
Chinesi.[363]
Pochi giorni dopo, Skelton ricevè ordini dalla sua Corte perchè
chiedesse, che a cagione de’ pericoli che minacciavano il trono del
suo signore, i tre reggimenti scozzesi ai servigi delle Provincie
Unite, fossero senza indugio rimandati nella Gran Bretagna. Si rivolse
al Principe d’Orange; il quale si tolse il carico di maneggiare
il negozio, ma predisse che Amsterdam avrebbe opposta qualche
difficoltà. La predizione avverossi. I Deputati d’Amsterdam ricusarono
d’acconsentire; il che fu cagione di qualche ritardo. Ma la questione
non era di quelle che, per virtù della Costituzione della repubblica,
una sola città poteva, contro il desiderio della maggioranza, impedire
che si mandassero ad esecuzione. La influenza di Guglielmo prevalse; e
le truppe furono speditamente imbarcate.[364]
Skelton infrattanto adoperavasi, certo non con molto giudizio e
moderazione, a fermare le navi equipaggiate dai fuorusciti inglesi.
Rimproverò fortemente lo Ammiragliato d’Amsterdam, dicendo che per
la negligenza di quello, una banda di ribelli aveva potuto invadere
la Gran Bretagna. A un secondo errore della medesima specie non vi
sarebbe stata nessuna scusa. Chiese che senza tardanza un grosso legno,
chiamato l’Helderenbergh, fosse sequestrato. Spacciavasi destinato per
le Canarie. Ma in verità, era stato noleggiato da Monmouth, portava
ventisei cannoni, ed era carico d’armi e di munizioni. Lo Ammiragliato
d’Amsterdam rispose, che la libertà del traffico e della navigazione
non doveva violarsi per lievi ragioni, e che l’Helderenbergh non poteva
essere fermato senza comandamento degli Stati Generali. Skelton, che
pare avesse costume di cominciare le cose a rovescio, ricorse agli
Stati Generali, e questi dettero gli ordini necessari. Allora lo
Ammiragliato d’Amsterdam allegò, che nel Texel non vi fossero forze
navali bastevoli a fermare un legno grosso come era l’Helderenbergh, e
lasciò che Monmouth facesse vela senza molestia.[365]
Il tempo era cattivo, il viaggio lungo, e vari vascelli da guerra
inglesi incrociavano nel Canale. Ma Monmouth evitò i pericoli del mare
e dell’inimico. Passando lungo le rupi della Contea di Dorset, pensò
di mandare sur una barca alla riva uno de’ fuorusciti, che aveva nome
Tommaso Dare. Questo uomo, quantunque basso di intelligenza e di modi,
esercitava grande influenza in Tauton. Gli fu ingiunto di quivi recarsi
frettolosamente, attraversando il paese, ed annunziare agli amici suoi,
che Monmouth avrebbe tra breve toccato il suolo dell’Inghilterra.[366]
XXVI. La mattina del dì undecimo di giugno, l’Helderenbergh,
accompagnato da due più piccoli legni, comparve nel porto di Lyme.
Questa città è formata da un piccolo gruppo di ripidi ed angusti
viottoli, giacenti sur una costa selvaggia, piena di rocce, e battuta
da un mare procelloso. Era a que’ giorni notevole per una pila
costruitavi nei tempi de’ Plantageneti, con pietre ineguali e non
cementate. Questo antico lavoro, conosciuto sotto il nome di _Cob_,
chiudeva l’unico porto, dove, per uno spazio di molte miglia, i
pescatori potevansi riparare dalle tempeste del Canale.
L’apparizione di cotesti tre legni forestieri senza bandiera, rese
perplessi gli abitatori di Lyme; ai quali crebbe la inquietudine come
non videro ritornare gli ufficiali di Dogana, che, secondo la usanza,
si erano recati sul bordo. Il popolo della città corse sulle alture, si
stette lungo tempo a guardare con ansietà, ma non sapeva intendere un
tanto mistero. Finalmente, sette barche spiccaronsi dalla più grande
delle strane navi, e corsero difilate alla spiaggia. Scesero a terra
circa ottanta uomini, bene armati e bene in arnese. Erano fra loro
Monmouth, Grey, Fletcher, Ferguson, Wade ed Antonio Buyse, ufficiale
già stato a servizio dello Elettore di Brandenburgo.[367]
Monmouth impose silenzio, prostrassi in ginocchio, e ringraziò Dio
per avere scampati gli amici della libertà e della religione pura da’
pericoli del mare, ed implorò la benedizione divina sopra quanto gli
restava da fare per terra. Snudò la spada, e condusse i suoi uomini su
per le rupi alla città.
Appena saputosi sotto quale condottiero ed a che fine la spedizione
era arrivata, lo entusiasmo del popolaccio ruppe ogni freno. La
piccola città fu tutta in subbuglio; erano le genti che, correndo
per ogni verso, andavano gridando: «Monmouth! Monmouth! La Religione
Protestante!» Intanto, nella piazza del mercato venne inalberata una
bandiera azzurra, che era la insegna degli avventurieri. Le provigioni
militari furono poste nel palazzo civico; e una Dichiarazione, nella
quale manifestavasi lo scopo della impresa, fu letta presso la croce
della città.[368]
XXVII. Tale Dichiarazione, capo lavoro del genio di Ferguson, non
era un manifesto dignitoso quale avrebbe dovuto essere quello di un
condottiero che brandiva la spada a propugnare una gran causa, ma un
libello di bassissima specie e per concetto e per elocuzione.[369]
Conteneva molte verissime accuse contro il governo, ma erano espresse
con lo stile prolisso e gonfio di un cattivo articolo; oltrechè
comprendeva motti addebiti che recavano disonore a coloro soltanto
che li scagliavano. Vi si affermava come cosa certa, che il Duca di
York aveva incendiata Londra, strangolato Godfrey, mozzato il capo ad
Essex, avvelenato il Re defunto. A cagione di quei nefandi e snaturati
delitti, e principalmente di quel fatto esecrabile, cioè dell’orribile
e barbaro parricidio—tale era la facondia e tale la felicità dello
scrivere di Ferguson—Giacomo veniva dichiarato mortale e sanguinoso
nemico, tiranno, assassino ed usurpatore. Con lui non doveva venirsi
a condizioni. La spada non doveva riporsi nel fodero finchè ei non
avesse ricevuto il castigo che meritano i traditori. Il governo era da
riordinarsi secondo i principii favorevoli alla libertà. Tolleranza
per tutte le sètte protestanti; Parlamenti annui, da non prorogarsi
e disciogliersi a volontà del Principe; la milizia cittadina unico
esercito stanziale, comandato dagli Sceriffi, e questi da eleggersi
dai liberi possidenti. In fine, Monmouth dichiarava come egli potesse
provare d’essere nato di legittimo matrimonio, ed essere, per diritto
di eredità, Re d’Inghilterra; ma per allora poneva da parte i suoi
diritti, li sottoponeva al giudicio di un libero Parlamento; e
intanto desiderava essere considerato solo come Capitano Generale dei
Protestanti inglesi, i quali eransi armati a distruggere la tirannide e
il papismo.
XXVIII. Disonorevole come era tale Manifesto a coloro che lo avevano
messo fuori, non era fatto senza arte a fine di incitare le passioni
del volgo. Nelle contrade occidentali produsse grande effetto. I
gentiluomini e il clero di quelle parti dell’Inghilterra, tranne
pochi, erano Tory. Ma i piccoli possidenti, i trafficanti delle
città, i contadini e gli artigiani, erano generalmente animati dal
vecchio spirito delle Teste–Rotonde. Molti erano Dissenzienti, ed
esasperati da piccole persecuzioni, dispostissimi a gettarsi in una
disperata impresa. Il grosso del popolo abborriva dal Papismo, e
adorava Monmouth, il quale non gli era straniero. Il viaggio ch’egli
nella state del 1680 fece nelle Contee di Somerset e di Devon, era
ancora vivo nella memoria di tutti. In quella occasione, era stato
sontuosamente ospitato da Tommaso Thynne in Longleat Hall, che
era allora, e forse anche oggi, la più magnifica casa campestre
dell’Inghilterra. Da Longleat ad Exeter, lungo le siepi, stavano di
qua e di là schierati numerosi spettatori che lo acclamavano. Le
strade erano sparse di fronde e di fiori. La moltitudine, ansiosa di
vedere e toccare il suo prediletto, rompeva le palizzate de’ parchi,
ed affollavasi ne’ luoghi dove egli era festeggiato. Quando arrivò a
Chard, la sua scorta componevasi di cinquemila cavalli. Ad Exeter tutto
il popolo del Devonshire erasi raccolto per salutarlo. Era notevole
parte dello spettacolo una compagnia di novecento giovani, i quali,
coperti di bianco uniforme, lo precedevano verso la città.[370] Il
giro di fortuna, che aveva scissi dalla sua causa i gentiluomini, non
aveva prodotto nessuno effetto nel popolo basso. Per esso egli era
sempre il buon Duca, il Duca protestante, lo erede legittimo, che una
vile congiura aveva privato del proprio retaggio. Le genti correvano
in folla al suo vessillo. Tutti gli scrivani ch’egli potè adoperare,
non bastavano a notare i nomi delle reclute. Non era anche stato
ventiquattro ore sulle rive dell’Inghilterra, e trovatasi a capo di
mille cinquecento uomini. Dare arrivò da Taunton con quaranta cavalli
d’aspetto non molto marziale, e recò nuove incoraggianti intorno allo
stato dell’opinione pubblica nella Contea di Somerset. Fin qui tutto
pareva procedere prosperamente.[371]
Ma in Bridport andavansi ragunando forze per farsegli contro. Ivi
arrivò, nel dì decimoterzo di giugno, il reggimento rosso della guardia
civica della Contea di Dorset. Quello della Contea di Somerset, ovvero
reggimento giallo, di cui era colonnello Guglielmo Porter, gentiluomo
Tory di non poca importanza, aspettavasi per il giorno seguente.[372]
Il Duca deliberò di avventurare subitamente il colpo. Parte delle sue
truppe apparecchiavasi già a marciare verso Bridport, allorquando un
disastroso evento pose in iscompiglio tutto il campo.
Fletcher e Saltoun erano stati destinati a comandare, sottoposti a
Grey, la cavalleria. Fletcher aveva un cattivo cavallo; e veramente
pochi animali erano nel campo che non fossero stati tolti all’aratro.
Come gli fu ordinato di partire per Bridport, pensò che l’urgenza del
caso gli dovesse essere scusa a giovarsi, senza licenza, d’un bel
cavallo che apparteneva a Dare. Questi se ne offese, e parlò dure
parole a Fletcher; il quale si tenne cheto più di quanto si sarebbero
aspettato coloro che lo conoscevano. In fine Dare, reso più audace
dal contegno paziente con che l’altro sosteneva la insolenza di lui,
rischiossi a minacciare con una bacchetta il ben nato ed altero
Scozzese. Fletcher si sentì ribollire il sangue, trasse fuori una
pistola e stese Dare a terra morto. Così repentina e violenta vendetta
non sarebbe stata riputata strana in Iscozia, dove le leggi erano
state sempre deboli; dove chiunque non si fosse fatta ragione da sè,
non era verosimile che la ottenesse da altri; e dove, perciò, della
vita umana facevasi così poco pregio, quanto nelle peggio governate
provincie della Italia. Ma le genti delle contrade meridionali
dell’Isola, non erano avvezze a vedere fare uso delle armi micidiali,
e spargersi il sangue per una parola e un gesto aspro, tranne in
duello fra gentiluomini pugnanti con armi uguali. Sorse, dunque, un
grido universale di vendetta contro lo straniero che aveva assassinato
un Inglese. Monmouth non potè far fronte ai clamori. Fletcher, il
quale, appena calmato l’impeto della rabbia, si sentì opprimere dal
rimorso e dal cordoglio, ricoveratosi sopra l’Helderenbergh, fuggì sul
continente, e andò in Ungheria, dove valorosamente pugnò contro il
comune nemico del nome cristiano.[373]
XXIX. Qualunque fossero state le condizioni degl’insorgenti, alla
perdita d’un uomo d’egregie doti d’animo, non poteva di leggieri
supplirsi. La mattina del giorno seguente, che era il dì decimoquarto
di giugno, Grey, accompagnato da Wade, si mosse con circa cinquecento
uomini a dare l’assalto a Bridport. Ne seguì un fatto d’arme confuso e
non decisivo, quale era da aspettarsi da due bande di contadini, che
comandate da gentiluomini e da avvocati di provincia, erano venute
alle mani. Per qualche tempo gli uomini di Monmouth fecero rinculare
la guardia civica. Poi essa stette ferma, e costrinse gl’inimici a
ritirarsi disordinatamente. Grey, con la sua cavalleria, non si fermò
mai finchè non si vide di nuovo salvo a Lyme; ma Wade raccolse i fanti
e li condusse innanzi con buon ordine.[374]