La grande questione era di determinare se la sede della guerra dovesse

essere nelle montagne o nelle pianure. La prima cosa che il Conte

voleva conseguire, era di stabilire la propria autorità negli aviti

dominii, cacciare gl’invasori che dalla Contea di Perth s’erano gettati

su quella di Argyle, e insignorirsi dell’antica residenza della propria

famiglia in Inverary. Allora avrebbe potuto sperare di avere quattro o

cinquemila spade sotto il suo comando. Con tali forze avrebbe potuto

difendere quelle selvagge contrade contro il potere dello intero Regno

di Scozia, e assicurarsi un ottimo punto ad offendere l’inimico. Pare

che questo partito fosse il più savio fra quanti gliene rimanessero.

Rumbold, ch’era stato educato in una insigne scuola militare, e come

Inglese poteva tenersi per arbitro imparziale fra le fazioni scozzesi,

fece ogni sforzo per rinvigorire il braccio del Conte. Ma Hume e

Cochrane erano estremamente intrattabili. La gelosia che sentivano

d’Argyle era, in verità, più forte del desiderio che avevano perchè

la impresa avesse prospero successo. S’accorsero come egli tra i suoi

monti e laghi, e a capo di un’armata massimamente composta delle sue

proprie tribù, avrebbe potuto vincere ogni opposizione ed esercitare

piena autorità di Generale. Andavano sussurrando, che i soli ai quali

la buona causa stesse a cuore, erano gli uomini delle pianure, e che

i Campbell erano corsi alle armi nè per la libertà nè per la Chiesa

di Dio, ma solo per Mac Callum More. Cochrane dichiarò che, se fosse

dipeso da lui, sarebbe andato alla Contea d’Ayr, senza avere altro in

mano che un forcone. Argyle, dopo una lunga resistenza, assentì, contro

il proprio giudicio, a dividere la sua piccola armata; e si rimase

con Rumbold nelle montagne. Cochrane e Hume capitanavano le forze che

s’imbarcarono per invadere le pianure.

Cochrane mirava alla Contea di Ayr; ma la costa di Ayr era guardata

dalle fregate inglesi, e agli avventurieri fu forza risalire la

corrente del Clyde fino a Greenock, allora piccolo villaggio di

pescatori, che consisteva in una sola fila di tugurii di legno, e

adesso è ricco e florido porto, i cui proventi doganali ascendono a

una somma cinque volte maggiore della intera rendita che gli Stuardi

ricavavano dal Regno di Scozia. Parte della milizia civica era

appostata in Greenock; ma Cochrane, che pativa difetto di provigioni,

deliberò d’approdare. Hume si oppose. Cochrane fece comandamento ad un

ufficiale, chiamato Elphinstone, che immantinente conducesse in una

barca venti uomini sulla spiaggia. Ma lo spirito litigioso de’ capi

erasi propagato in tutte le file. Elphinstone rispose, ch’egli non

era tenuto ad obbedire se non ai comandi ragionevoli; che considerava

quell’ordine come irragionevole; in somma, che non voleva andarci. Il

Maggiore Fullarton, prode uomo, stimato da tutti, ma peculiarmente

diletto ad Argyle, assunse l’incarico di andare a terra con soli dodici

uomini; e così fece, malgrado il fuoco che veniva dalla costa. Ne

seguì una lieve zuffa. La milizia civica indietreggiò. Cochrane entrò

in Greenock e fece provigioni di vettovaglie, ma non trovò le genti

disposte ad insorgere.

XX. Difatti, l’opinione pubblica in Iscozia non era quale gli esuli,

traviati dallo acciecamento comune agli esuli in tutti i tempi, avevano

supposto che fosse. Il Governo certamente era meritevole d’odio, e

tenuto in abbonimento; ma i malcontenti, scissi in partiti, erano l’uno

all’altro così avversi quasi come ai governanti, nè alcuno di tali

partiti inchinava a congiungersi con gl’invasori. Molti credevano che

la insurrezione non avesse probabilità di prospero successo; lo spirito

di molti altri era prostrato per lunga e crudele oppressione. Bravi,

a vero dire, una classe d’entusiasti, poco avvezzi a calcolare le

probabilità, e dalla oppressione non domati, ma resi frenetici. Costoro

vedevano poca differenza tra Argyle e Giacomo. L’ira loro era giunta a

tal segno, che quello che a chiunque altro sarebbe sembrato bollente

zelo, pareva loro tepidezza Laodicea. La vita trascorsa del Conte era

macchiata di ciò ch’essi consideravano come vilissima apostasia. Quegli

stessi montanari da lui adesso condotti ad estirpare la prelatura,

pochi anni prima erano stati da lui medesimo chiamati a sostenerla. E

siffatti schiavi, che nulla sapevano e nulla curavansi della religione,

pronti a combattere per il Governo sinodale, per lo Episcopato, per il

Papismo, secondo che a Mac Callum More fosse piaciuto comandar loro,

potevano eglino essere buoni alleati del popolo di Dio? Il proclama,

per quanto indecente e intollerante fosse nella forma, agli occhi

di cotesti fanatici era componimento codardo e mondano. Una riforma

qual Argyle intendeva stabilire, e quale fu poi stabilita da altro

più potente e fortunato liberatore, sembrava loro che non valesse un

conflitto. Essi avevano mestieri non solo della libertà di coscienza

per sè stessi, ma d’assoluto dominio sopra la coscienza altrui; non

solo della dottrina, della politica, e del culto de’ Presbiteriani,

ma della Convenzione in tutto il suo estremo rigore. Nulla poteva

contentarli se non questo, che ogni fine per cui esiste la società

civile venisse sacrificato al predominio d’un sistema teologico.

Chiunque credeva che nessuna forma di Governo ecclesiastico valesse

il violare la carità cristiana, e raccomandava armonia e tolleranza,

secondo la frase loro, tentennava tra Jehovah e Baal. Chiunque

condannava quegli atti, come lo assassinio del Cardinale Beatoun e

dell’Arcivescovo Sharpe, cadeva nel medesimo peccato per cui Saul era

stato detto indegno d’essere re d’Israele. Tutte le usanze che fra gli

uomini inciviliti e cristiani mitigano gli orrori della guerra, erano

abominazioni al cospetto del Signore. Non doveva darsi nè accettare

quartiere. Un Indiano furibondo che meni coltellate a destra e a

sinistra, un cane arrabbiato inseguito dalla folla, erano gli esempj

da imitarsi dai guerrieri che combattevano per la propria difesa. A

tutte le ragioni che dirigono la condotta degli uomini di Stato e dei

capitani, le menti di quegli zelanti erano al tutto inaccessibili. Se

un uomo si fosse rischiato ad addurle, era argomento bastevole per

escluderlo dal numero de’ fedeli. Se non v’era la benedizione del

Cielo, di poca efficacia sarebbero state le arti degli astuti politici,

e de’ vecchi capitani, le armi venute dall’Olanda, i reggimenti de’ non

rigenerati Celti discesi dalle montagne di Lorn. Se, dall’altro canto,

il tempo del Signore era giunto, egli poteva, come in antico, ordinare

che le cose stolte del mondo confondessero le savie, e poteva salvare

con pochi egualmente che con molti. Gli spadoni d’Athol e le baionette

di Claverhouse sarebbero state impotenti a resistere ad armi frivole

come la fionda di David o la secchia di Gedeone.[356]

Cochrane avendo veduto essere impossibile fare insorgere le popolazioni

a mezzodì del Clyde, andò a congiungersi con Argyle, che era nell’isola

di Bute. Il Conte di nuovo propose di fare un tentativo sopra Inverary,

e di nuovo incontrò pertinacissima opposizione. Gli abitanti delle

marine si posero dalla parte di Hume e di Cochrane. I montanari

obbedirono ciecamente ai comandi del loro capo. V’era ragione di temere

che i due partiti venissero a conflitto; e il timore d’un tanto

disastro indusse il Comitato a fare qualche concessione. Il castello

di Ealan Chiering, posto sulle bocche di Loch Riddan, fu scelto come

capo luogo d’armi. Quivi sbarcarono le provigioni militari. La squadra

ancorò presso alle mura in un luogo, dove rimaneva protetta da rocce

e secche tali, che pensavasi nessuna fregata le potesse passare. Vi

fecero nuovi ripari; eressero una batteria di piccoli cannoni presi

dalle navi. Il comando del forte fu sconsigliatamente affidato ad

Elphinstone, il quale aveva per prova fatto conoscere d’essere più

disposto a disputare coi comandanti, che a combattere con l’inimico.

Adesso per poche ore si fece mostra di qualche energia. Rumbold prese

il castello di Ardkinglass. Il Conte scaramucciò vittoriosamente

con le truppe d’Athol, e stava per procedere verso Inverary, quando

le gravissime nuove giunte dalle navi, e i litigi nel Comitato,

lo forzarono a tornare addietro. Le fregate regie s’erano spinte

più presso ad Ealan Chiering di quel che si credeva possibile. I

gentiluomini delle pianure ricusarono positivamente di avanzarsi oltre

verso le montagne. Argyle corse frettolosamente ad Ealan Chiering. Ivi

propose di aggredire le fregate. Vero è che le sue navi erano poco atte

a sostenere simigliante incontro; ma sarebbero state soccorse da una

flottiglia di trenta grosse barche da pescare, ciascuna delle quali era

bene equipaggiata di montanari armati. Il Comitato, nondimeno, ricusò

di porgere ascolto a tale proposta, e ne rese impossibile la esecuzione

facendo nascere un tumulto fra’ marinaj.

Quindi, tutto fu confusione e scoraggimento. Le provvigioni erano state

così male amministrate dal Comitato, che mancavano le vettovaglie alle

truppe. I montanari perciò disertavano a centinaia; e il Conte, col

cuore lacerato dalla propria sciagura, cesse alla urgenza di coloro

che pertinacemente seguitavano ad insistere ch’egli marciasse verso le

pianure.

La piccola armata, adunque, si affrettò a giungere alla sponda di

Loch Long, traversò sulle barche quel passo, ed approdò alla Contea

di Dumbarton. Ivi, il dì seguente, pervenne la nuova che le fregate

avevano forzato il passo, che tutte le navi del Conte erano state

prese, e che Elphinstone era fuggito da Ealan Chiering, lasciando il

castello e le munizioni al nemico.

Ciò che rimaneva a fare, era d’invadere, malgrado ogni svantaggio, le

pianure. Argyle deliberò di spingersi arditamente fino a Glasgow. Ma

appena ebbe ciò detto, coloro stessi, i quali fino a quel momento lo

avevano istigato a piombare celeremente sulle pianure, spaventati,

disputavano, protestavano; e quando videro che nè ragionamenti nè

rimostranze giovavano, fecero disegno d’insignorirsi delle barche e

fuggire, lasciando il loro Generale e gli uomini suoi a vincere o

perire senza soccorso. Tale disegno andò fallito; e i vigliacchi che

lo avevano concepito, furono costretti a dividere co’ più valorosi i

rischi della estrema prova dell’armi.

Mentre gl’insorgenti procedevano fra mezzo al paese che giace tra

Loch Long e Loch Lomond, furono continuamente infestati dalle milizie

civiche. Seguirono alcune scaramucce, in cui il Conte ebbe prospera la

ventura; ma le bande da lui respinte, nello indietreggiare, sparsero

la nuova del suo avvicinarsi, e tosto dopo ch’egli ebbe varcato il

fiume Leven, trovò un forte corpo di truppe regolari ed irregolari

apparecchiato a fargli fronte.

Egli opinava doversi dare battaglia. Ayloffe assentiva. Ma Hume

dichiarò, che provocare il nemico sarebbe stata demenza. Vide un

reggimento in uniforme scarlatto. Pensò che altri ve ne fossero dietro.

Aggredire tante forze sarebbe stato un correre a morire. Il miglior

partito da prendere, era quello di tenersi cheti fino a notte, ed

allora ritirarsi.

Ne seguì un aspro alterco, che Rumbold, ponendosi di mezzo, a stento

riuscì a sedare. Era la sera. Le armate nemiche accampavano a poca

distanza l’una dall’altra. Il Conte provossi a proporre un’aggressione

notturna, e di nuovo le sue parole andarono a vuoto.

XXI. Dacchè erasi deliberato di non combattere, altro non rimaneva

a fare che prendere il partito proposto da Hume. Era probabile che,

levando il campo secretamente, e procedendo tutta la notte traverso

scopeti e pantani, il Conte si sarebbe vantaggiato di molte miglia

sull’inimico, e sarebbe potuto giungere senza altri ostacoli a Glasgow.

Lasciarono accesi i fuochi del campo e si posero a marciare. E qui i

disastri cominciarono ad avvicendarsi. Le guide, perduta la traccia

traverso agli scopeti, condussero l’armata nei marosi. Non fu possibile

serbare l’ordine militare fra soldati indisciplinati e scoraggiati,

sotto un cielo tenebroso e in un terreno traditore e ineguale. La

paura in mille guise si sparse nelle disordinate file. Ciascuna ombra,

ciascun rumore pareva indicare lo avvicinarsi del nemico. Alcuni

ufficiali contribuirono a spargere il terrore che avevano debito di

calmare. L’armata aveva preso sembiante d’una caterva di plebe, e

cominciò a disperdersi. Gl’insorti fuggivano a torme sotto il velo

della notte. Rumbold, e alcuni altri uomini valorosi, i quali nessun

pericolo avrebbe atterriti, smarrirono il cammino, e non poterono

ricongiungersi col corpo principale dell’armata. Allo spuntare del

giorno, soli cinquecento fuggiaschi si raccolsero in Kilpatrick,

stanchi e scuorati.

Ogni pensiero di continuare la guerra era cessato; ed era chiaro che

i capi della spedizione avrebbero incontrate non poche difficoltà a

salvare la vita. Si dettero a fuggire per varie direzioni. Hume giunse

salvo sul continente. Cochrane fu preso e mandato a Londra. Argyle

sperava di trovare un asilo sicuro sotto il tetto d’uno de’ suoi

antichi servi che abitava presso Kilpatrick. Ma gli fallì la speranza;

e gli fu forza di varcare il Clyde. Prese le vesti di contadino,

dicendo d’essere la guida del Maggiore Fullarton, la cui coraggiosa

fedeltà stette salda contro ogni pericolo. I due amici viaggiarono

insieme per la Contea di Renfrew fino a Inchinnan. Ivi il Black Cart e

il White Cart—due fiumi che ora scorrono traverso a prospere città, e

muovono le ruote di molte fattorie, ma allora compivano il loro corso

tranquillo fra mezzo a pascoli e scopeti—si congiungono insieme innanzi

di gettarsi nel Clyde. L’unico guado per cui i viandanti potessero

passare, era guardato da una mano di milizia civica. Vennero fatte

loro alcune dimande. Fullarton provossi di far cadere il sospetto

sopra sè solo, perchè al compagno non si badasse. Ma gl’interrogatori

suspicavano che la guida non fosse il rozzo villano che pareva. Gli

posero le mani addosso. Argyle si spinse d’un salto nelle acque, ma

immantinente fu preso. Lottò per breve tempo contro cinque aggressori;

ma non avendo altre armi, tranne le sue pistole da tasca, le quali,

inoltre, erano sì bagnate, a cagione d’essersi immerso nell’acqua, che

non vollero prendere fuoco, fu gettato a terra da un colpo di spadone,

e messo in custodia.

Confessò d’essere il Conte d’Argyle, forse sperando che il suo gran

nome avrebbe mossi a riverenza e pietà coloro dai quali era stato

preso. E davvero, ne furono molto commossi, come quelli che erano

semplici Scozzesi d’umile condizione; e benchè fossero corsi alle

armi a pro della Corona, probabilmente preferivano l’ordinamento e

il culto della Chiesa Calvinistica, ed erano assuefatti a riverire

il loro prigione come capo d’una casa illustre e campione della Fede

Protestante. Ma quantunque fossero manifestamente commossi, tanto che

alcuni ne piangevano, non vollero perdere una pingue rimunerazione, ed

incorrere nella vendetta d’un Governo implacabile. Condussero, quindi,

il prigione a Renfrew. L’uomo che fu parte principale nella presura

del Conte, chiamavasi Riddell. Per questa ragione, tutta la stirpe de’

Riddell, per più d’un secolo, fu tenuta in abborrimento dalla gran

tribù di Campbell. I nostri vecchi si ricordano ancora che quando un

Riddell andava ad una fiera nella Contea d’Argyle, era costretto ad

assumere un falso nome.

Ora comincia la parte più splendida della vita d’Argyle. Fin qui la

sciagurata impresa non gli aveva arrecato se non rimprovero e scherno.

Il più grande de’ suoi errori fu di non avere risolutamente ricusato

d’accettare il nome senza il potere di Generale. Se si fosse tenuto

tranquillo nel suo ritiro di Frisia, in pochi anni sarebbe stato

richiamato onorevolmente alla patria, e sarebbe stato annoverato fra

i principali ornamenti e sostegni della Monarchia costituzionale. Se

avesse condotta la espedizione a seconda del proprio giudicio, e menato

con seco nessuni altri seguaci che quelli i quali erano implicitamente

apparecchiati ad obbedire a tutti gli ordini suoi, è possibile ch’egli

avesse compito qualche cosa di grande; avvegnachè sembri non avere

avuto difetto di coraggio, d’operosità, d’espertezza, ma solamente

d’autorità. Avrebbe dovuto conoscere che tra tutti i difetti, questo

è il più fatale. Non pochi eserciti hanno vinto sotto capitani privi

di doti eminenti. Ma quale esercito comandato da un circolo che sempre

discuta, ha mai evitato il disonore e la sconfitta?

La grave calamità che era accaduta ad Argyle, fece sì ch’egli potesse

mostrare con prove evidenti quale specie d’uomo ei si fosse. Dal

giorno in cui abbandonò la Frisia, fino a quello in che i suoi seguaci

si dispersero a Kilpatrick, egli non aveva mai operato liberamente.

Aveva portata la responsabilità d’una lunga serie di azioni, che in

cuor suo disapprovava. Finalmente, era libero d’agire a suo modo. La

cattività gli aveva ridata la nobile libertà di governare sè stesso

in tutte le parole ed azioni sue, secondo il senso ch’egli aveva del

diritto e della convenienza. Da quell’istante, diventò come ispirato

di nuova virtù e saviezza. Il suo intelletto parve rinvigorirsi

e concentrarsi, il suo carattere morale elevarsi, e ad un tempo

addolcirsi. La insolenza de’ vincitori non tralasciò nulla che potesse

porre alla prova la tempra d’un uomo altero della sua antica nobiltà e

del suo dominio patriarcale. Il prigione fu trascinato in trionfo per

le vie d’Edimburgo. Andò a piedi e col capo scoperto per tutta quella

strada maestra, che, ombreggiata da anneriti e giganteschi edifici di

pietra, da Holyrood conduce al Castello. Lo precedeva il carnefice,

portando il ferale strumento che doveva recidergli la testa. Il partito

vittorioso non aveva dimenticato come, trentacinque anni innanzi, il

padre d’Argyle avesse capitanata la fazione che pose a morte Montrose.

Prima di quell’avvenimento, la casa di Graham e quella di Campbell

non si portavano scambievole affetto; e poscia, erano sempre state in

mortale conflitto. Posero cura che il prigione passasse per la medesima

porta e per le vie medesime per le quali Montrose era stato trascinato

al medesimo patibolo.[357] Come il Conte pervenne al Castello, gli

furono posti i ceppi ai piedi, e gli fu detto che soli pochi giorni gli

rimanevano a vivere. Era stato deliberato di non fargli processo per il

nuovo delitto, ma porlo a morte per virtù della sentenza profferitagli

contro vari anni prima; sentenza cotanto sciaguratamente ingiusta, che

i legisti più servili e senza cuore che fossero in quel tempo, non ne

potevano parlare senza sentirne vergogna.

Ma nè la ignominiosa processione di High Street, nè il vicino

spettacolo della morte, valsero a perturbare la gentile e maestosa

pazienza d’Argyle. La sua forza d’animo ebbe a sottostare a più

dura prova. Gli fu posta avanti gli occhi una lista di domande per

ordine del Consiglio Privato. Rispose solo a quelle alle quali poteva

rispondere senza porre a pericolo nessuno de’ suoi amici, e ricusò di

dire più oltre. Gli fu detto, che ove non s’inducesse a rispondere

appieno, sarebbe stato messo alla tortura. Giacomo, che di certo

dolevasi di non potere gustare la voluttà di vedere con gli occhi

propri Argyle posto allo stivaletto, spedì ad Edimburgo positivi

comandamenti di non tralasciare cosa alcuna che potesse strappare dalle

labbra del traditore confessioni contro gl’implicati nel tradimento.

Ma ogni minaccia fu vana. Con i tormenti e la morte innanzi lo

sguardo, Mac Callum More pensò assai meno a sè stesso, che a’ poveri

uomini suoi. «Sono stato oggi occupato» scrisse egli dal carcere «a

trattare per loro, e non senza qualche speranza. Ma questa sera sono

giunti ordini che mi dannano a morire lunedì o martedì; e debbo essere

posto alla tortura, ove io non risponda con giuramento alle domande.

Nonostante, spero che Dio mi sosterrà.»

La tortura non gli fu inflitta. Forse la magnanimità della vittima

aveva commossi i vincitori ad insolita commiserazione. Notò egli

stesso, come essi in prima lo avessero aspramente trattato, e poi tosto

cominciassero ad usargli cortesia e rispetto. Dio, diceva egli, aveva

mansuefatti i loro cuori. Vero è che a liberarsi dalle estreme crudeltà

de’ suoi nemici, non tradì nessuno degli amici suoi. L’ultimo dì della

sua vita scrisse queste parole: «Non ho nominato nessuno per recargli

danno. Ringrazio Dio che mi ha mirabilmente sostenuto.»

Compose il proprio epitaffio, che è una breve poesia, pregna di

pensiero e di spirito, di stile semplice e vigoroso, e non ispregevole

per la versificazione. In esso lamentava che, quantunque i suoi nemici

gli avessero ripetutamente decretata la morte, i suoi amici gli erano

stati anche più crudeli. Il commento di tali espressioni è da trovarsi

in una lettera ch’egli diresse ad una signora in Olanda. Ella lo aveva

provveduto d’una grossa somma di danari per la spedizione, e perciò

ei la reputava come avente diritto a conoscere appieno le cagioni

onde la impresa era andata in fallo. Lavò la fama de’ suoi colleghi

della macchia di tradimento; ma descrisse la insania, la ignoranza, la

faziosa perversità loro, con parole che la loro propria testimonianza

provò poi essere ben meritate. Dubitò poscia di avere fatto uso d’un

linguaggio troppo severo per un cristiano presso a morire, ed in un

foglio separato, pregò i suoi amici a cancellare ciò ch’egli aveva

detto di quegli uomini. «Soltanto è d’uopo ch’io confessi» aggiunse

egli, con tono mansueto «che essi erano irrefrenabili.»

La più parte delle sue ore estreme ei passò con molta divozione orando,

o conversando affettuosamente con alcuni de’ suoi. Non mostrò pentirsi

della sua ultima impresa, ma deplorò con somma emozione d’essersi

in prima mostrato compiacente nelle cose religiose alla volontà del

Governo. Disse che Iddio lo puniva meritamente. Chi per tanto tempo

era stato colpevole di codardia e dissimulazione, era indegno d’essere

lo strumento di salvazione per lo Stato e la Chiesa. Nondimeno, spesso

ripeteva, la causa per la quale egli aveva combattuto, essere la causa

di Dio, e dovere sicuramente trionfare. «Non intendo d’esser profeta.

Ma ho in cuore un forte presentimento, che il dì della liberazione è

presso a spuntare.» Non è cosa strana che molti zelanti Presbiteriani

avessero impressi nella propria mente i detti di lui, e gli avessero

poi attribuiti a ispirazione divina.

La fede e la speranza religiosa, congiunte al coraggio ed alla

tranquillità naturale della mente, avevano con tanta efficacia

ricomposto il suo spirito nel dì in cui egli doveva morire, che desinò

con appetito, fu gaio nel conversare, e, finito il pranzo, si distese,

secondo aveva costume, onde con un breve ristoro di sonno il corpo e la

mente si trovassero in pieno vigore nel momento ch’egli doveva salire

sul palco. In quel mentre, uno de’ Lordi del Consiglio, che, stato

probabilmente educato Presbiteriano, s’era dallo interesse lasciato

sedurre a congiungersi con gli oppressori di quella Chiesa di cui egli

era stato parte, andò al Castello recando un messaggio da parte de’

suoi confratelli, chiese del Conte, e gli fu risposto che il Conte

dormiva. Il Consigliere Privato pensò che ciò fosse un sutterfugio

per negargli l’accesso, ed insistè di volere entrare. La porta del

carcere gli fu spalancata; e vide Argyle carico di ferri, disteso sul

letto, dormendo il placido sonno dell’infanzia. Il rinnegato si sentì

rimordere la coscienza; volse le spalle, e coll’animo turbato, uscendo

precipitosamente dal Castello, andò a ricoverarsi nella casa di una sua

parente che abitava lì presso. Ivi si gettò sur un letto, e cadde in

un’angoscia di rimorso e di rossore. La donna, spaventata agli sguardi

e ai gemiti di lui, credè che gli fosse sopraggiunto un accidente, e

lo pregava di bere una tazza di vino dolce di Spagna. «No, no,» disse

egli «ciò non mi farà bene.» Lo pregò che le dicesse qual cosa gli

dava tanto disturbo. «Sono stato» rispose egli «nel carcere di Argyle,

e l’ho veduto, non ostante che fra un’ora l’anima sua debba andare

all’eternità, dormire, quanto uomo possa fare, dolcemente; mentre io

...»

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 45 / 58 段