X. Ma per quanto fosse grande il diritto d’Argyle alla fiducia degli

esuli scozzesi, era fra loro una fazione che non gli procedeva

amichevole, e desiderava giovarsi del nome e dell’influenza di lui,

senza affidargli nessun potere effettivo. Capo di questa fazione

era un gentiluomo delle pianure, il quale era stato implicato nella

congiura Whig, e con difficoltà erasi sottratto alla vendetta della

Corte; cioè Sir Patrizio Hume di Polwarth, nella Contea di Berwick. Si

è molto dubitato della integrità di lui, ma senza sufficiente ragione.

Nulladimeno, è d’uopo ammettere ch’egli tanto nocque alla propria

causa con la perversità, quanto avrebbe potuto fare con la tradigione.

Era incapace egualmente d’esser capo, o seguace; concettoso di sè,

sofistico, di storto cervello, interminabile ciarliero, tardo ad andare

incontro all’inimico, ed attivo solo contro i propri colleghi.

XI. Con Hume era in intima relazione un altro esule scozzese di gran

conto, il quale aveva molti dei medesimi difetti, quantunque non nello

stesso grado; voglio dire Sir Giovanni Cochrane, secondo figlio del

Conte di Dundonald.

Uomo di assai più elevato carattere era Andrea Fletcher di Saltown,

insigne per dottrina e facondia, insigne anche per coraggio,

disinteresse e spirito patriottico; ma d’irritabile e intrattabile

indole. Al pari di molti de’ suoi più illustri contemporanei, Milton,

a cagione d’esempio, Harrington, Marvel e Sidney, per il pessimo

governo di varii successivi principi, Fletcher aveva concepito una

forte ripugnanza alla monarchia ereditaria. Eppure non amava la

democrazia. Era capo d’un’antica famiglia normanna, ed orgoglioso della

propria stirpe; bel parlatore, forbito scrittore, e vanitoso della sua

superiorità intellettuale. E come gentiluomo e come dotto, guardava con

disdegno la plebe; ed era tanto poco inchinevole a porre nelle mani di

quella il potere politico, da crederla perfino inetta a fruire della

libertà personale. Ella è curiosissima circostanza, come questo uomo,

il più onesto, intrepido e irremovibile repubblicano de’ tempi suoi,

dovesse essere stato l’autore di un sistema, in cui gran parte delle

classi operaie di Scozia venivano ridotte in ischiavitù. Davvero, ei

vivamente somigliava a quei senatori romani, i quali mentre odiavano

il nome di Re, difendevano con inflessibile orgoglio i privilegi

dell’ordine loro contro le usurpazioni della moltitudine, e governavano

gli schiavi e le schiave loro per mezzo del ceppo e del flagello.

XII. Amsterdam fu il luogo dove ragunaronsi i fuorusciti scozzesi ed

inglesi. Argyle ci andò dalla Frisia, Monmouth dal Brabante. Tosto

si conobbe, gli esuli quasi nulla avere di comune, tranne l’odio

contro Giacomo, e la impazienza di rimpatriare. Gli Scozzesi sentivano

gelosia degl’Inglesi, e questi di quelli. Le alte pretese di Monmouth

offendevano Argyle, il quale, altero dell’antica nobiltà e d’essere

legittimamente disceso da sangue regio, non amava punto rendere omaggio

a colui ch’era frutto d’un amore vagabondo ed ignobile. Ma fra tutte

le dissensioni che turbavano la piccola banda de’ fuorusciti, la più

seria fu quella che sorse tra Argyle e parte de’ suoi seguaci. Alcuni

degli esuli scozzesi, in un lungo corso d’opposizione alla tirannide,

avevano acquistata tanta infermità d’intendimento e di tempra, da

render loro insopportabile il freno più giusto e necessario. Sapevano

di non potere tentar nulla senza Argyle. Avrebbero dovuto conoscere,

che non volendo correre diritto alla propria rovina, era mestieri o che

ponessero piena fiducia nel loro capo, o che deponessero ogni pensiero

d’impresa militare. La esperienza ha pienamente provato che, in

guerra, ogni operazione, dalle altissime alle infime, dovrebbe essere

diretta da una mente sola, e che ogni agente subordinato dovrebbe

obbedire implicitamente, valorosamente e con dimostrazione di contento,

agli ordini ch’egli disapprova, o le cui ragioni ei non conosce. Le

assemblee rappresentative, le pubbliche discussioni, e tutti gli altri

impedimenti, onde ne’ civili negozi i governanti sono infrenati perchè

non abusino del potere che hanno tra mani, in un campo di battaglia

sono cose fuori di luogo. Machiavelli dirittamente attribuiva molti

dei disastri di Venezia e di Firenze alla gelosia che spingeva quelle

repubbliche a immischiarsi in ogni atto de’ loro capitani.[345] La

usanza che era in Olanda di mandare negli eserciti deputati, senza

il cui consentimento non potesse farsi nulla d’importante, fu quasi

egualmente perniciosa. Senza dubbio, non è punto certo che un capitano,

al quale nell’ora del pericolo sia stato affidato un potere dittatorio,

lo deponga pacificamente nell’ora del trionfo; e questa è una delle

tante considerazioni che dovrebbe fare esitare gli uomini innanzi che

si determinassero a rivendicare con la spada la libertà pubblica. Ma

ove deliberino tentare le sorti della guerra, essendo savii, porranno

nelle mani del loro capo quella piena autorità, senza la quale non

può bene condursi la guerra. Può darsi, che dandogli tale autorità,

egli diventi un Cromwell o un Napoleone; ma è quasi certo che,

negandogliela, la intrapresa loro finisca come quella di Argyle.

Alcuni dei fuorusciti scozzesi, infiammati d’entusiasmo repubblicano,

ed affatto privi dell’arte necessaria a condurre i grandi negozi,

adoperarono tutta la industria e lo ingegno loro non a ragunare mezzi

per l’aggressione che erano per fare contro un formidabile nemico, ma

a trovar modi onde infrenare il potere del loro capo, ed assicurarsi

contro la sua ambizione. La contenta stupidità onde insistevano a

riordinare un’armata come se avessero a riordinare una repubblica,

sarebbe incredibile, se non l’avesse ricordata con franchezza e anche

con vanto uno di loro.[346]

XIII. Alla perfine, composte tutte le differenze, fu deliberato di

fare un tentativo sulle coste occidentali della Scozia, che sarebbe

tostamente seguito da una discesa in Inghilterra.

Argyle doveva esercitare il comando, di solo nome, in Iscozia; ma ei

venne sottoposto al freno d’un Comitato, che riserbava a sè tutte le

parti più importanti dell’amministrazione militare. Questo Comitato

aveva potestà d’indicare il luogo dove dovesse approdare la spedizione,

nominare gli ufficiali, soprintendere alla leva delle milizie, aver

cura delle provigioni e della munizione. Ciò che rimaneva al Generale,

era il dirigere le evoluzioni dell’armata nel campo; e fu forzato a

promettere che anche in campo, tranne nel caso d’una sorpresa, non

avrebbe nulla fatto senza lo assenso di un Consiglio di Guerra.

Monmouth doveva comandare in Inghilterra. La sua anima debole, secondo

il consueto, erasi informata dal sentire di coloro che lo circondavano.

Le ambiziose speranze, le quali parevano estinte, gli si riaccesero

rapidamente in cuore. Rimembrava lo affetto con che lo avevano sempre

accolto i popoli delle città e delle campagne, e s’aspettava di vederli

insorgere a centinaia di migliaia per dargli il benvenuto. Rimembrava

il buon volere onde i soldati lo avevano ognora obbedito, e lusingavasi

di vederseli venire intorno a reggimenti interi. Avvicendavansi di

continuo i messaggi incoraggianti che gli erano mandati da Londra. Lo

assicuravano che la violenza e la ingiustizia con che s’erano fatte

le elezioni, avevano reso frenetica la nazione; che la prudenza de’

principali Whig con difficoltà era pervenuta a impedire uno scoppio

sanguinoso d’ira popolare nel dì della incoronazione; e che tutti

i grandi Lordi i quali avevano sostenuta la Legge d’Esclusione,

erano impazienti di raccogliersi intorno a lui. Wildman, che amava

di inculcare il tradimento con parabole, mandò a lui dicendo che il

Conte di Richmond, appunto duecento anni avanti, era sbarcato in

Inghilterra con una mano d’uomini, e pochi giorni appresso era stato

incoronato, nel campo di Bosworth, col diadema strappato dalla fronte

di Riccardo. Danvers si tolse il carico di fare insorgere la Città. Il

duca fu tratto a credere che, appena innalzato il proprio vessillo,

le Contee di Bedford e di Buckingham, Hampshire e Chester, sarebbero

corse alle armi.[347] Gli si accese, quindi, nell’animo il desio di

una intrapresa, dalla quale poche settimane innanzi erasi mostrato

aborrente. I suoi concittadini non gl’imposero restrizioni assurde,

come quelle che avevano con tanto studio trovate i fuorusciti scozzesi.

La sola cosa che da lui richiesero, fu la promessa di non assumere il

nome di Re, se prima le sue pretese non fossero sottoposte al giudicio

di un libero Parlamento.

Fu deliberato che due Inglesi, Ayloffe e Rumbold, avrebbero

accompagnato Argyle in Iscozia, e che Fletcher sarebbe andato

con Monmouth in Inghilterra. Fletcher, fino da principio, erasi

sinistramente augurato dell’impresa; ma il suo spirito cavalleresco

non gli concedeva di schivare un rischio, al quale gli amici suoi

parevano impazienti di esporsi. Allorquando Grey ridisse, approvando,

ciò che Wildman aveva detto intorno a Richmond e a Riccardo, il dotto

e riflessivo Scozzese notò giustamente, come il secolo decimoquinto

assai differisse dal decimosettimo. Richmond era sicuro dello aiuto

de’ baroni, ciascuno de’ quali poteva condurre in campo un’armata di

possidenti feudali; e Riccardo non aveva nè anche un reggimento di

soldati regolari.[348]

Gli esuli poterono, in parte coi propri mezzi, in parte con le

contribuzioni che avevano raccolto dai loro benevoli in Olanda,

raccogliere una somma di pecunia bastevole alle due spedizioni. Poco

ottennero da Londra, donde aspettavansi sei mila lire sterline; ma

invece di danaro, Wildman mandò scuse: il che avrebbe dovuto aprire

gli occhi a tutti coloro i quali non erano ostinatamente ciechi. Il

duca supplì al difetto impegnando le proprie gioie e quelle di Lady

Wentworth. Comprarono armi, munizioni e provigioni, ed equipaggiarono

varie navi che erano in Amsterdam.[349]

XIV. È da notarsi che il più illustre e gravemente danneggiato degli

esuli inglesi, si tenne molto lontano da cotesti temerarii consigli.

Giovanni Locke odiava da filosofo la tirannia e la persecuzione; ma

in grazia dello intendimento e dell’indole sua, serbossi immune dalle

violenze di parte. Aveva avuta grande domestichezza con Shaftesbury, e

per ciò era caduto in disgrazia della Corte. Nondimeno, la sua prudenza

era stata sì grande, che poco avrebbe giovato il trascinarlo anche

dinanzi ai tribunali parziali e corrotti di quel tempo. Se non che

potevano nuocergli in una sola cosa. Essendo egli studente di Christ

College nella Università di Oxford, pensarono di cacciarlo da quel

celebre collegio, lui che era il più grande uomo del quale il collegio

si fosse potuto gloriare! Ma ciò non era facile. Locke in Oxford erasi

astenuto d’esprimere qualsiasi opinione intorno alla politica allora

vigente. Venne circuito di spie. Dottori in divinità e Maestri d’Arti

non vergognarono di fare il più vile di tutti i mestieri; quello,

cioè, d’invigilare le labbra d’un collega, onde riferirne le parole e

rovinarlo. La conversazione nella sala veniva appositamente rivolta a

subietti delicati; voglio dire alla Legge di Esclusione, e al carattere

del Conte di Shaftesbury: ma invano. Locke, senza lasciarsi trasportare

da’ moti dell’animo, e senza dissimulare, mantenne sì fermo silenzio

e contegno, che gli strumenti del Governo, stizziti, confessarono

di non aver mai veduto un uomo che al pari di lui sapesse così bene

signoreggiare la propria lingua e le proprie passioni. Vedendo che il

tradimento non giovava a nulla, fecero uso del potere arbitrario.

Dopo d’avere indarno tentato di prendere Locke in fallo, il Governo

determinò di punirlo innocente. Da Whitehall giunsero in Oxford ordini

di cacciarlo via; ordini che il Decano de’ Canonici si affrettò a

mandare ad esecuzione.

Locke viaggiava nel continente per riacquistare la salute, allorchè

gli giunse la nuova che era stato privato di tetto e di pane senza

processo, e senza nè anche un avviso. La ingiustizia colla quale

era stato trattato, lo avrebbe reso degno di scusa s’egli si fosse

appigliato a mezzi violenti per ottenere un riparo. Ma non era uomo

da lasciarsi acciecare da un risentimento personale: non si augurava

alcun bene de’ disegni di coloro che s’erano ragunati in Amsterdam;

e chetamente si ritrasse in Utrecht, dove, mentre i suoi compagni di

sventura apparecchiavano la propria distruzione, egli attendeva a

scrivere la sua celebre Lettera sopra la Tolleranza.[350]

XV. Al Governo inglese pervenne, senza dubbio, la nuova che qualche

cosa macchinavasi dai fuorusciti. Pare che in prima non sospettasse

d’una invasione in Inghilterra, ma temeva che Argyle sarebbe tra

breve comparso in armi fra mezzo agli uomini della sua tribù. E però

fu pubblicato un proclama, con cui si ordinava di porre la Scozia in

istato di difesa. Fu fatto comandamento che le milizie civiche si

tenessero apparecchiate. Tutte le tribù ostili al nome di Campbell,

si posero in moto. Giovanni Murray, Marchese d’Athol, fu fatto

Luogotenente della Contea d’Argyle, ed a capo di una gran torma de’

suoi seguaci, occupò il castello d’Inverary. Parecchi individui

sospetti vennero messi in carcere. Altri furono astretti a dare

ostaggi. Mandarono vascelli da guerra ad incrociare presso l’isola di

Bute; e parte dell’esercito d’Irlanda fu fatto marciare verso la costa

di Ulster.[351]

XVI. Intanto che in Iscozia facevansi tali apparecchi, Giacomo chiamò

a sè Arnaldo Van Citters, che stava in Inghilterra come ambasciatore

delle Provincie Unite; ed Everardo Van Dykvelt, il quale, dopo la morte

di Carlo, era stato inviato dagli Stati Generali con missione speciale

di condoglianza e congratulazione. Il Re disse d’avere ricevuto da

fonti incontrastabili nuova dei disegni che macchinavano contro il suo

trono i suoi sudditi fuorusciti in Olanda. Alcuni di loro erano gente

da forche, cui null’altro che una singolare provvidenza di Dio aveva

impedito di commettere un esecrando assassinio; e stava fra loro il

signore del luogo scelto ad eseguirvi il macello. «Tra tutti i viventi»

soggiunse il Re «Argyle ha i maggiori mezzi di nuocermi; e tra tutti

i luoghi, la Olanda è quello d’onde può partire un colpo contro me.»

Citters e Dykvelt assicurarono la Maestà Sua, che ciò ch’ella aveva

detto, sarebbe stato sollecitamente comunicato al Governo da essi

rappresentato, e speravano fermamente che verrebbe fatto ogni sforzo a

satisfare il desiderio di quella.[352]

Gli ambasciatori, esprimendo tale speranza, dirittamente parlavano.

Il Principe d’Orange e gli Stati Generali erano a quel tempo molto

desiderosi che della ospitalità olandese non si facesse abuso rispetto

a cose delle quali il Governo inglese avesse potuto muovere giusta

doglianza. Giacomo aveva poco innanzi dette parole che facevano sperare

come ei non si sarebbe pazientemente sottoposto al predominio della

Francia. Pareva probabile che avrebbe assentito a formare un’alleanza

con le Provincie Unite e la Casa d’Austria. Era, quindi, nell’Aja

estrema sollecitudine di evitare tutto ciò che lo avesse potuto

offendere. Lo interesse personale di Guglielmo era anche in questa

occasione identico a quello del suo suocero.

Ma il caso era uno di quelli che richiedono rapidità e vigoria

d’azione; e la natura delle istituzioni batave rendeva ciò impossibile.

La Unione d’Utrecht, rozzamente formatasi fra mezzo al trambusto d’una

rivoluzione a fine di ovviare agli estremi bisogni della cosa pubblica,

non era stata deliberatamente riesaminata e resa più perfetta in tempi

tranquilli. Ciascuna delle sette repubbliche avvincolate da quella

Unione, serbavano quasi tutti i diritti di sovranità, e li difendevano

gelosamente contro il Governo centrale. E come le Autorità federali

non avevano i mezzi di farsi prontamente obbedire dalle provinciali,

così queste non gli avevano per ottenere pronta obbedienza dalle

municipali. La sola Olanda comprendeva diciotto città, ciascuna delle

quali era per molti rispetti uno stato indipendente, e geloso che

altri s’immischiasse nelle sue faccende. Se i reggitori di una tale

città ricevevano dall’Aja un ordine che fosse loro spiacevole, o non

se ne davano punto pensiero, o languidamente e tardi lo eseguivano.

In alcuni Consigli municipali, a dir vero, la influenza del Principe

d’Orange era onnipotente. Ma per isventura, il luogo dove gli esuli

inglesi eransi raccolti, e i loro navigli stavano equipaggiati, era la

ricca e popolosa Amsterdam, i cui magistrati erano capi della fazione

avversa al governo federale ed alla Casa di Nassau. L’amministrazione

marittima delle Provincie Unite era condotta da cinque diversi uffici

d’Ammiragliato; uno de’ quali, residente in Amsterdam, in parte era

nominato dalle Autorità della città, e sembra che fosse animato dallo

spirito di quelle.

Tutte le cure del Governo federale adoperate a porre ad effetto ciò che

Giacomo desiderava, andarono a vuoto per i sutterfugi de’ reggitori

d’Amsterdam, e per gli errori del Colonnello Bevil Skelton, che pur

allora era arrivato in Olanda come inviato del Governo inglese. Skelton

aveva abitato in Olanda al tempo delle civili perturbazioni della

Inghilterra, e quindi veniva reputato adatto a quell’ufficio;[353]

ma veramente, egli non era buono nè per quella nè per qual si fosse

altra situazione diplomatica. Taluni espertissimi giudici degli

umani caratteri affermarono ch’egli era il più leggiero, volubile,

passionato, presuntuoso e ciarliere degli uomini.[354] Non fece

diligenti indagini intorno a ciò che i refugiati facevano, finchè

tre navi equipaggiate per la spedizione di Scozia si posero in salvo

fuori del Zuyder Zee, finchè le armi, le munizioni e le vettovaglie

furono sul bordo, e i fuorusciti s’imbarcarono. Allora, invece di

rivolgersi, siccome avrebbe dovuto fare, agli Stati Generali, che

ragunavansi accanto alla sua casa, spedì un messo ai magistrati

d’Amsterdam, richiedendoli di fermare le navi sospette. I magistrati

d’Amsterdam risposero, che lo ingresso nel Zuyder Zee era fuori

della loro giurisdizione, e lo rimandarono al Governo federale.

Vedevasi chiaramente che ciò era una pretta scusa, e che se gli Stati

d’Amsterdam avessero davvero voluto impedire la partenza di Argyle, non

avrebbero messa in mezzo difficoltà veruna. Skelton, quindi, si rivolse

agli Stati Generali, i quali mostraronsi dispostissimi a fare quanto

egli chiedeva; e perchè il caso era urgente, misero da banda la usanza

che ordinariamente osservavano nella espedizione degli affari. Nel dì

medesimo ch’egli fece loro la sua dimanda, fu spedito allo Ammiragliato

d’Amsterdam un ordine esattamente conforme a quanto egli aveva

richiesto. Ma tale ordine, a cagione di certe erronee informazioni da

lui ricevute, non descriveva precisamente la situazione delle navi.

Dicevasi che fossero nel Texel, ma erano nel Vlie. Lo Ammiragliato

d’Amsterdam si giovò di cotesto errore per non far nulla; e innanzi che

lo sbaglio venisse chiarito, le tre navi ormai veleggiavano.[355]

XVII. Le ultime ore che Argyle passò sulle coste d’Olanda, furono ore

di grande ansietà. Gli stava da presso un vascello da guerra olandese,

che in un istante, scaricando le batterie, avrebbe potuto far finire

la sua spedizione. Attorno alla sua piccola flotta vagava una barca,

sopra la quale si stavano co’ cannocchiali in mano parecchi individui,

ch’egli credeva spie. Ma nulla fu tentato d’efficace a fermarlo, e

nel pomeriggio del dì secondo di maggio prese il largo, con un vento

favorevole.

Il viaggio fu prospero. Il dì 6 erano in vista alle Orcadi. Argyle,

sconsigliatamente, gettò l’áncora a Kirkwall, e concesse a due de’

suoi che scendessero a terra. Il vescovo gli fece prendere. Gli esuli

tennero sopra a questa sciagura una lunga e animata discussione;

imperocchè, dal principio sino al fine della spedizione, comunque

fredda e irresoluta fosse stata la loro condotta, nel discutere non

mostrarono mai difetto di calore e di perseveranza. Alcuni opinavano di

aggredire Kirkwall; altri di procedere senza indugio verso la contea di

Argyle. Finalmente, al Conte venne fatto di porre le mani addosso ad

alcuni gentiluomini che abitavano presso la costa dell’isola, e propose

al vescovo uno scambio di prigionieri. Il vescovo non rispose; e la

flotta, dopo d’avere perduti tre giorni, rimise alla vela.

XVIII. Questo indugio corse pieno di pericoli. Si seppe immantinente

in Edimburgo, che la squadra de’ ribelli aveva toccato le Orcadi.

Furono subito poste in movimento le truppe. Allorquando il Conte arrivò

alla sua provincia, trovò fatti gli apparecchi a respingerlo. In

Dunstaffnage mandò a terra Carlo, suo secondo figlio, perchè chiamasse

alle armi i Campbell. Ma Carlo tornò con triste nuove. I pastori e

i pescatori erano pronti a raccogliersi sotto il vessillo di Mac

Callum More; ma de’ capi delle tribù, alcuni erano in carcere, altri

fuggiaschi. Que’ gentiluomini che erano rimasti nelle loro case, o

erano bene affetti al Governo, o temevano di muoversi; e, ricusarono

infino di vedere il figlio del loro capo. Da Dunstaffnage la piccola

flotta processe a Campbelltown, presso la riva meridionale della

penisola di Kintyre. Quivi il Conte pubblicò un proclama, scritto in

Olanda, sotto la direzione del Comitato, da Giacomo Stewart, avvocato

scozzese, il quale pochi mesi dopo adoperò la sua penna a scopo ben

differente. In quella scrittura erano esposte, con vigoria di parole

che talvolta trascorrevano alla scurrilità, molte doglianze vere, e

molte immaginarie. Vi si accennava come Carlo fosse morto di veleno.

Dichiaravasi che fine precipuo della spedizione era di sopprimere

onninamente non solo il Papismo, ma la Prelatura, che veniva chiamata

la radice e il germoglio più tristo del Papismo; e tutti gli onesti

Scozzesi venivano esortati ad operare valorosamente per la causa della

loro patria e del loro Dio.

Per quanto Argyle fosse zelante di quella ch’egli considerava come

religione pura, non ebbe scrupolo di praticare un rito mezzo papale e

mezzo pagano. La croce di tasso misteriosa, pria accesa, e poi spenta

nel sangue di una capra, fu mandata a convocare tutti i Campbell dagli

anni sedici ai sessanta. L’istmo di Tarbet fu stabilito come luogo

di convegno. La rassegna, ancorchè fosse piccola in paragone di quel

che sarebbe stata se il coraggio e il vigore delle tribù non fossero

stati oppressi, fu nondimeno formidabile. Tutte le forze raccolte

ascendevano a mille ottocento uomini. Argyle partì i suoi montanari in

tre reggimenti, e si pose a nominare gli ufficiali.

XIX. Le dispute, già cominciate in Olanda, non erano mai cessate per

tutto il corso della spedizione; ma a Tarbet si fecero più violente che

mai. Il Comitato voleva immischiarsi anche nell’autorità patriarcale

che il Conte esercitava sopra i Campbell, e non voleva concedergli di

stabilire a suo arbitrio i gradi militari de’ suoi consorti. Mentre

cotesti litigiosi faccendieri studiavansi di spogliarlo del potere

ch’egli aveva sopra le montagne, mandavano e ricevevano lettere, senza

mai mostrarle a colui che aveva nome di Generale, dagli uomini delle

pianure. Hume e i suoi colleghi s’erano riserbata la soprintendenza

delle provigioni, e conducevano questa parte importantissima

dell’amministrazione della guerra con una profusione che male si

sarebbe potuta distinguere dalla disonestà; lasciavano guastar l’armi,

consumare le vettovaglie, e vivevano gozzovigliando, là dove avrebbero

dovuto a tutti i loro sottoposti porgere esempio di temperanza.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 44 / 58 段