esuli scozzesi, era fra loro una fazione che non gli procedeva
amichevole, e desiderava giovarsi del nome e dell’influenza di lui,
senza affidargli nessun potere effettivo. Capo di questa fazione
era un gentiluomo delle pianure, il quale era stato implicato nella
congiura Whig, e con difficoltà erasi sottratto alla vendetta della
Corte; cioè Sir Patrizio Hume di Polwarth, nella Contea di Berwick. Si
è molto dubitato della integrità di lui, ma senza sufficiente ragione.
Nulladimeno, è d’uopo ammettere ch’egli tanto nocque alla propria
causa con la perversità, quanto avrebbe potuto fare con la tradigione.
Era incapace egualmente d’esser capo, o seguace; concettoso di sè,
sofistico, di storto cervello, interminabile ciarliero, tardo ad andare
incontro all’inimico, ed attivo solo contro i propri colleghi.
XI. Con Hume era in intima relazione un altro esule scozzese di gran
conto, il quale aveva molti dei medesimi difetti, quantunque non nello
stesso grado; voglio dire Sir Giovanni Cochrane, secondo figlio del
Conte di Dundonald.
Uomo di assai più elevato carattere era Andrea Fletcher di Saltown,
insigne per dottrina e facondia, insigne anche per coraggio,
disinteresse e spirito patriottico; ma d’irritabile e intrattabile
indole. Al pari di molti de’ suoi più illustri contemporanei, Milton,
a cagione d’esempio, Harrington, Marvel e Sidney, per il pessimo
governo di varii successivi principi, Fletcher aveva concepito una
forte ripugnanza alla monarchia ereditaria. Eppure non amava la
democrazia. Era capo d’un’antica famiglia normanna, ed orgoglioso della
propria stirpe; bel parlatore, forbito scrittore, e vanitoso della sua
superiorità intellettuale. E come gentiluomo e come dotto, guardava con
disdegno la plebe; ed era tanto poco inchinevole a porre nelle mani di
quella il potere politico, da crederla perfino inetta a fruire della
libertà personale. Ella è curiosissima circostanza, come questo uomo,
il più onesto, intrepido e irremovibile repubblicano de’ tempi suoi,
dovesse essere stato l’autore di un sistema, in cui gran parte delle
classi operaie di Scozia venivano ridotte in ischiavitù. Davvero, ei
vivamente somigliava a quei senatori romani, i quali mentre odiavano
il nome di Re, difendevano con inflessibile orgoglio i privilegi
dell’ordine loro contro le usurpazioni della moltitudine, e governavano
gli schiavi e le schiave loro per mezzo del ceppo e del flagello.
XII. Amsterdam fu il luogo dove ragunaronsi i fuorusciti scozzesi ed
inglesi. Argyle ci andò dalla Frisia, Monmouth dal Brabante. Tosto
si conobbe, gli esuli quasi nulla avere di comune, tranne l’odio
contro Giacomo, e la impazienza di rimpatriare. Gli Scozzesi sentivano
gelosia degl’Inglesi, e questi di quelli. Le alte pretese di Monmouth
offendevano Argyle, il quale, altero dell’antica nobiltà e d’essere
legittimamente disceso da sangue regio, non amava punto rendere omaggio
a colui ch’era frutto d’un amore vagabondo ed ignobile. Ma fra tutte
le dissensioni che turbavano la piccola banda de’ fuorusciti, la più
seria fu quella che sorse tra Argyle e parte de’ suoi seguaci. Alcuni
degli esuli scozzesi, in un lungo corso d’opposizione alla tirannide,
avevano acquistata tanta infermità d’intendimento e di tempra, da
render loro insopportabile il freno più giusto e necessario. Sapevano
di non potere tentar nulla senza Argyle. Avrebbero dovuto conoscere,
che non volendo correre diritto alla propria rovina, era mestieri o che
ponessero piena fiducia nel loro capo, o che deponessero ogni pensiero
d’impresa militare. La esperienza ha pienamente provato che, in
guerra, ogni operazione, dalle altissime alle infime, dovrebbe essere
diretta da una mente sola, e che ogni agente subordinato dovrebbe
obbedire implicitamente, valorosamente e con dimostrazione di contento,
agli ordini ch’egli disapprova, o le cui ragioni ei non conosce. Le
assemblee rappresentative, le pubbliche discussioni, e tutti gli altri
impedimenti, onde ne’ civili negozi i governanti sono infrenati perchè
non abusino del potere che hanno tra mani, in un campo di battaglia
sono cose fuori di luogo. Machiavelli dirittamente attribuiva molti
dei disastri di Venezia e di Firenze alla gelosia che spingeva quelle
repubbliche a immischiarsi in ogni atto de’ loro capitani.[345] La
usanza che era in Olanda di mandare negli eserciti deputati, senza
il cui consentimento non potesse farsi nulla d’importante, fu quasi
egualmente perniciosa. Senza dubbio, non è punto certo che un capitano,
al quale nell’ora del pericolo sia stato affidato un potere dittatorio,
lo deponga pacificamente nell’ora del trionfo; e questa è una delle
tante considerazioni che dovrebbe fare esitare gli uomini innanzi che
si determinassero a rivendicare con la spada la libertà pubblica. Ma
ove deliberino tentare le sorti della guerra, essendo savii, porranno
nelle mani del loro capo quella piena autorità, senza la quale non
può bene condursi la guerra. Può darsi, che dandogli tale autorità,
egli diventi un Cromwell o un Napoleone; ma è quasi certo che,
negandogliela, la intrapresa loro finisca come quella di Argyle.
Alcuni dei fuorusciti scozzesi, infiammati d’entusiasmo repubblicano,
ed affatto privi dell’arte necessaria a condurre i grandi negozi,
adoperarono tutta la industria e lo ingegno loro non a ragunare mezzi
per l’aggressione che erano per fare contro un formidabile nemico, ma
a trovar modi onde infrenare il potere del loro capo, ed assicurarsi
contro la sua ambizione. La contenta stupidità onde insistevano a
riordinare un’armata come se avessero a riordinare una repubblica,
sarebbe incredibile, se non l’avesse ricordata con franchezza e anche
con vanto uno di loro.[346]
XIII. Alla perfine, composte tutte le differenze, fu deliberato di
fare un tentativo sulle coste occidentali della Scozia, che sarebbe
tostamente seguito da una discesa in Inghilterra.
Argyle doveva esercitare il comando, di solo nome, in Iscozia; ma ei
venne sottoposto al freno d’un Comitato, che riserbava a sè tutte le
parti più importanti dell’amministrazione militare. Questo Comitato
aveva potestà d’indicare il luogo dove dovesse approdare la spedizione,
nominare gli ufficiali, soprintendere alla leva delle milizie, aver
cura delle provigioni e della munizione. Ciò che rimaneva al Generale,
era il dirigere le evoluzioni dell’armata nel campo; e fu forzato a
promettere che anche in campo, tranne nel caso d’una sorpresa, non
avrebbe nulla fatto senza lo assenso di un Consiglio di Guerra.
Monmouth doveva comandare in Inghilterra. La sua anima debole, secondo
il consueto, erasi informata dal sentire di coloro che lo circondavano.
Le ambiziose speranze, le quali parevano estinte, gli si riaccesero
rapidamente in cuore. Rimembrava lo affetto con che lo avevano sempre
accolto i popoli delle città e delle campagne, e s’aspettava di vederli
insorgere a centinaia di migliaia per dargli il benvenuto. Rimembrava
il buon volere onde i soldati lo avevano ognora obbedito, e lusingavasi
di vederseli venire intorno a reggimenti interi. Avvicendavansi di
continuo i messaggi incoraggianti che gli erano mandati da Londra. Lo
assicuravano che la violenza e la ingiustizia con che s’erano fatte
le elezioni, avevano reso frenetica la nazione; che la prudenza de’
principali Whig con difficoltà era pervenuta a impedire uno scoppio
sanguinoso d’ira popolare nel dì della incoronazione; e che tutti
i grandi Lordi i quali avevano sostenuta la Legge d’Esclusione,
erano impazienti di raccogliersi intorno a lui. Wildman, che amava
di inculcare il tradimento con parabole, mandò a lui dicendo che il
Conte di Richmond, appunto duecento anni avanti, era sbarcato in
Inghilterra con una mano d’uomini, e pochi giorni appresso era stato
incoronato, nel campo di Bosworth, col diadema strappato dalla fronte
di Riccardo. Danvers si tolse il carico di fare insorgere la Città. Il
duca fu tratto a credere che, appena innalzato il proprio vessillo,
le Contee di Bedford e di Buckingham, Hampshire e Chester, sarebbero
corse alle armi.[347] Gli si accese, quindi, nell’animo il desio di
una intrapresa, dalla quale poche settimane innanzi erasi mostrato
aborrente. I suoi concittadini non gl’imposero restrizioni assurde,
come quelle che avevano con tanto studio trovate i fuorusciti scozzesi.
La sola cosa che da lui richiesero, fu la promessa di non assumere il
nome di Re, se prima le sue pretese non fossero sottoposte al giudicio
di un libero Parlamento.
Fu deliberato che due Inglesi, Ayloffe e Rumbold, avrebbero
accompagnato Argyle in Iscozia, e che Fletcher sarebbe andato
con Monmouth in Inghilterra. Fletcher, fino da principio, erasi
sinistramente augurato dell’impresa; ma il suo spirito cavalleresco
non gli concedeva di schivare un rischio, al quale gli amici suoi
parevano impazienti di esporsi. Allorquando Grey ridisse, approvando,
ciò che Wildman aveva detto intorno a Richmond e a Riccardo, il dotto
e riflessivo Scozzese notò giustamente, come il secolo decimoquinto
assai differisse dal decimosettimo. Richmond era sicuro dello aiuto
de’ baroni, ciascuno de’ quali poteva condurre in campo un’armata di
possidenti feudali; e Riccardo non aveva nè anche un reggimento di
soldati regolari.[348]
Gli esuli poterono, in parte coi propri mezzi, in parte con le
contribuzioni che avevano raccolto dai loro benevoli in Olanda,
raccogliere una somma di pecunia bastevole alle due spedizioni. Poco
ottennero da Londra, donde aspettavansi sei mila lire sterline; ma
invece di danaro, Wildman mandò scuse: il che avrebbe dovuto aprire
gli occhi a tutti coloro i quali non erano ostinatamente ciechi. Il
duca supplì al difetto impegnando le proprie gioie e quelle di Lady
Wentworth. Comprarono armi, munizioni e provigioni, ed equipaggiarono
varie navi che erano in Amsterdam.[349]
XIV. È da notarsi che il più illustre e gravemente danneggiato degli
esuli inglesi, si tenne molto lontano da cotesti temerarii consigli.
Giovanni Locke odiava da filosofo la tirannia e la persecuzione; ma
in grazia dello intendimento e dell’indole sua, serbossi immune dalle
violenze di parte. Aveva avuta grande domestichezza con Shaftesbury, e
per ciò era caduto in disgrazia della Corte. Nondimeno, la sua prudenza
era stata sì grande, che poco avrebbe giovato il trascinarlo anche
dinanzi ai tribunali parziali e corrotti di quel tempo. Se non che
potevano nuocergli in una sola cosa. Essendo egli studente di Christ
College nella Università di Oxford, pensarono di cacciarlo da quel
celebre collegio, lui che era il più grande uomo del quale il collegio
si fosse potuto gloriare! Ma ciò non era facile. Locke in Oxford erasi
astenuto d’esprimere qualsiasi opinione intorno alla politica allora
vigente. Venne circuito di spie. Dottori in divinità e Maestri d’Arti
non vergognarono di fare il più vile di tutti i mestieri; quello,
cioè, d’invigilare le labbra d’un collega, onde riferirne le parole e
rovinarlo. La conversazione nella sala veniva appositamente rivolta a
subietti delicati; voglio dire alla Legge di Esclusione, e al carattere
del Conte di Shaftesbury: ma invano. Locke, senza lasciarsi trasportare
da’ moti dell’animo, e senza dissimulare, mantenne sì fermo silenzio
e contegno, che gli strumenti del Governo, stizziti, confessarono
di non aver mai veduto un uomo che al pari di lui sapesse così bene
signoreggiare la propria lingua e le proprie passioni. Vedendo che il
tradimento non giovava a nulla, fecero uso del potere arbitrario.
Dopo d’avere indarno tentato di prendere Locke in fallo, il Governo
determinò di punirlo innocente. Da Whitehall giunsero in Oxford ordini
di cacciarlo via; ordini che il Decano de’ Canonici si affrettò a
mandare ad esecuzione.
Locke viaggiava nel continente per riacquistare la salute, allorchè
gli giunse la nuova che era stato privato di tetto e di pane senza
processo, e senza nè anche un avviso. La ingiustizia colla quale
era stato trattato, lo avrebbe reso degno di scusa s’egli si fosse
appigliato a mezzi violenti per ottenere un riparo. Ma non era uomo
da lasciarsi acciecare da un risentimento personale: non si augurava
alcun bene de’ disegni di coloro che s’erano ragunati in Amsterdam;
e chetamente si ritrasse in Utrecht, dove, mentre i suoi compagni di
sventura apparecchiavano la propria distruzione, egli attendeva a
scrivere la sua celebre Lettera sopra la Tolleranza.[350]
XV. Al Governo inglese pervenne, senza dubbio, la nuova che qualche
cosa macchinavasi dai fuorusciti. Pare che in prima non sospettasse
d’una invasione in Inghilterra, ma temeva che Argyle sarebbe tra
breve comparso in armi fra mezzo agli uomini della sua tribù. E però
fu pubblicato un proclama, con cui si ordinava di porre la Scozia in
istato di difesa. Fu fatto comandamento che le milizie civiche si
tenessero apparecchiate. Tutte le tribù ostili al nome di Campbell,
si posero in moto. Giovanni Murray, Marchese d’Athol, fu fatto
Luogotenente della Contea d’Argyle, ed a capo di una gran torma de’
suoi seguaci, occupò il castello d’Inverary. Parecchi individui
sospetti vennero messi in carcere. Altri furono astretti a dare
ostaggi. Mandarono vascelli da guerra ad incrociare presso l’isola di
Bute; e parte dell’esercito d’Irlanda fu fatto marciare verso la costa
di Ulster.[351]
XVI. Intanto che in Iscozia facevansi tali apparecchi, Giacomo chiamò
a sè Arnaldo Van Citters, che stava in Inghilterra come ambasciatore
delle Provincie Unite; ed Everardo Van Dykvelt, il quale, dopo la morte
di Carlo, era stato inviato dagli Stati Generali con missione speciale
di condoglianza e congratulazione. Il Re disse d’avere ricevuto da
fonti incontrastabili nuova dei disegni che macchinavano contro il suo
trono i suoi sudditi fuorusciti in Olanda. Alcuni di loro erano gente
da forche, cui null’altro che una singolare provvidenza di Dio aveva
impedito di commettere un esecrando assassinio; e stava fra loro il
signore del luogo scelto ad eseguirvi il macello. «Tra tutti i viventi»
soggiunse il Re «Argyle ha i maggiori mezzi di nuocermi; e tra tutti
i luoghi, la Olanda è quello d’onde può partire un colpo contro me.»
Citters e Dykvelt assicurarono la Maestà Sua, che ciò ch’ella aveva
detto, sarebbe stato sollecitamente comunicato al Governo da essi
rappresentato, e speravano fermamente che verrebbe fatto ogni sforzo a
satisfare il desiderio di quella.[352]
Gli ambasciatori, esprimendo tale speranza, dirittamente parlavano.
Il Principe d’Orange e gli Stati Generali erano a quel tempo molto
desiderosi che della ospitalità olandese non si facesse abuso rispetto
a cose delle quali il Governo inglese avesse potuto muovere giusta
doglianza. Giacomo aveva poco innanzi dette parole che facevano sperare
come ei non si sarebbe pazientemente sottoposto al predominio della
Francia. Pareva probabile che avrebbe assentito a formare un’alleanza
con le Provincie Unite e la Casa d’Austria. Era, quindi, nell’Aja
estrema sollecitudine di evitare tutto ciò che lo avesse potuto
offendere. Lo interesse personale di Guglielmo era anche in questa
occasione identico a quello del suo suocero.
Ma il caso era uno di quelli che richiedono rapidità e vigoria
d’azione; e la natura delle istituzioni batave rendeva ciò impossibile.
La Unione d’Utrecht, rozzamente formatasi fra mezzo al trambusto d’una
rivoluzione a fine di ovviare agli estremi bisogni della cosa pubblica,
non era stata deliberatamente riesaminata e resa più perfetta in tempi
tranquilli. Ciascuna delle sette repubbliche avvincolate da quella
Unione, serbavano quasi tutti i diritti di sovranità, e li difendevano
gelosamente contro il Governo centrale. E come le Autorità federali
non avevano i mezzi di farsi prontamente obbedire dalle provinciali,
così queste non gli avevano per ottenere pronta obbedienza dalle
municipali. La sola Olanda comprendeva diciotto città, ciascuna delle
quali era per molti rispetti uno stato indipendente, e geloso che
altri s’immischiasse nelle sue faccende. Se i reggitori di una tale
città ricevevano dall’Aja un ordine che fosse loro spiacevole, o non
se ne davano punto pensiero, o languidamente e tardi lo eseguivano.
In alcuni Consigli municipali, a dir vero, la influenza del Principe
d’Orange era onnipotente. Ma per isventura, il luogo dove gli esuli
inglesi eransi raccolti, e i loro navigli stavano equipaggiati, era la
ricca e popolosa Amsterdam, i cui magistrati erano capi della fazione
avversa al governo federale ed alla Casa di Nassau. L’amministrazione
marittima delle Provincie Unite era condotta da cinque diversi uffici
d’Ammiragliato; uno de’ quali, residente in Amsterdam, in parte era
nominato dalle Autorità della città, e sembra che fosse animato dallo
spirito di quelle.
Tutte le cure del Governo federale adoperate a porre ad effetto ciò che
Giacomo desiderava, andarono a vuoto per i sutterfugi de’ reggitori
d’Amsterdam, e per gli errori del Colonnello Bevil Skelton, che pur
allora era arrivato in Olanda come inviato del Governo inglese. Skelton
aveva abitato in Olanda al tempo delle civili perturbazioni della
Inghilterra, e quindi veniva reputato adatto a quell’ufficio;[353]
ma veramente, egli non era buono nè per quella nè per qual si fosse
altra situazione diplomatica. Taluni espertissimi giudici degli
umani caratteri affermarono ch’egli era il più leggiero, volubile,
passionato, presuntuoso e ciarliere degli uomini.[354] Non fece
diligenti indagini intorno a ciò che i refugiati facevano, finchè
tre navi equipaggiate per la spedizione di Scozia si posero in salvo
fuori del Zuyder Zee, finchè le armi, le munizioni e le vettovaglie
furono sul bordo, e i fuorusciti s’imbarcarono. Allora, invece di
rivolgersi, siccome avrebbe dovuto fare, agli Stati Generali, che
ragunavansi accanto alla sua casa, spedì un messo ai magistrati
d’Amsterdam, richiedendoli di fermare le navi sospette. I magistrati
d’Amsterdam risposero, che lo ingresso nel Zuyder Zee era fuori
della loro giurisdizione, e lo rimandarono al Governo federale.
Vedevasi chiaramente che ciò era una pretta scusa, e che se gli Stati
d’Amsterdam avessero davvero voluto impedire la partenza di Argyle, non
avrebbero messa in mezzo difficoltà veruna. Skelton, quindi, si rivolse
agli Stati Generali, i quali mostraronsi dispostissimi a fare quanto
egli chiedeva; e perchè il caso era urgente, misero da banda la usanza
che ordinariamente osservavano nella espedizione degli affari. Nel dì
medesimo ch’egli fece loro la sua dimanda, fu spedito allo Ammiragliato
d’Amsterdam un ordine esattamente conforme a quanto egli aveva
richiesto. Ma tale ordine, a cagione di certe erronee informazioni da
lui ricevute, non descriveva precisamente la situazione delle navi.
Dicevasi che fossero nel Texel, ma erano nel Vlie. Lo Ammiragliato
d’Amsterdam si giovò di cotesto errore per non far nulla; e innanzi che
lo sbaglio venisse chiarito, le tre navi ormai veleggiavano.[355]
XVII. Le ultime ore che Argyle passò sulle coste d’Olanda, furono ore
di grande ansietà. Gli stava da presso un vascello da guerra olandese,
che in un istante, scaricando le batterie, avrebbe potuto far finire
la sua spedizione. Attorno alla sua piccola flotta vagava una barca,
sopra la quale si stavano co’ cannocchiali in mano parecchi individui,
ch’egli credeva spie. Ma nulla fu tentato d’efficace a fermarlo, e
nel pomeriggio del dì secondo di maggio prese il largo, con un vento
favorevole.
Il viaggio fu prospero. Il dì 6 erano in vista alle Orcadi. Argyle,
sconsigliatamente, gettò l’áncora a Kirkwall, e concesse a due de’
suoi che scendessero a terra. Il vescovo gli fece prendere. Gli esuli
tennero sopra a questa sciagura una lunga e animata discussione;
imperocchè, dal principio sino al fine della spedizione, comunque
fredda e irresoluta fosse stata la loro condotta, nel discutere non
mostrarono mai difetto di calore e di perseveranza. Alcuni opinavano di
aggredire Kirkwall; altri di procedere senza indugio verso la contea di
Argyle. Finalmente, al Conte venne fatto di porre le mani addosso ad
alcuni gentiluomini che abitavano presso la costa dell’isola, e propose
al vescovo uno scambio di prigionieri. Il vescovo non rispose; e la
flotta, dopo d’avere perduti tre giorni, rimise alla vela.
XVIII. Questo indugio corse pieno di pericoli. Si seppe immantinente
in Edimburgo, che la squadra de’ ribelli aveva toccato le Orcadi.
Furono subito poste in movimento le truppe. Allorquando il Conte arrivò
alla sua provincia, trovò fatti gli apparecchi a respingerlo. In
Dunstaffnage mandò a terra Carlo, suo secondo figlio, perchè chiamasse
alle armi i Campbell. Ma Carlo tornò con triste nuove. I pastori e
i pescatori erano pronti a raccogliersi sotto il vessillo di Mac
Callum More; ma de’ capi delle tribù, alcuni erano in carcere, altri
fuggiaschi. Que’ gentiluomini che erano rimasti nelle loro case, o
erano bene affetti al Governo, o temevano di muoversi; e, ricusarono
infino di vedere il figlio del loro capo. Da Dunstaffnage la piccola
flotta processe a Campbelltown, presso la riva meridionale della
penisola di Kintyre. Quivi il Conte pubblicò un proclama, scritto in
Olanda, sotto la direzione del Comitato, da Giacomo Stewart, avvocato
scozzese, il quale pochi mesi dopo adoperò la sua penna a scopo ben
differente. In quella scrittura erano esposte, con vigoria di parole
che talvolta trascorrevano alla scurrilità, molte doglianze vere, e
molte immaginarie. Vi si accennava come Carlo fosse morto di veleno.
Dichiaravasi che fine precipuo della spedizione era di sopprimere
onninamente non solo il Papismo, ma la Prelatura, che veniva chiamata
la radice e il germoglio più tristo del Papismo; e tutti gli onesti
Scozzesi venivano esortati ad operare valorosamente per la causa della
loro patria e del loro Dio.
Per quanto Argyle fosse zelante di quella ch’egli considerava come
religione pura, non ebbe scrupolo di praticare un rito mezzo papale e
mezzo pagano. La croce di tasso misteriosa, pria accesa, e poi spenta
nel sangue di una capra, fu mandata a convocare tutti i Campbell dagli
anni sedici ai sessanta. L’istmo di Tarbet fu stabilito come luogo
di convegno. La rassegna, ancorchè fosse piccola in paragone di quel
che sarebbe stata se il coraggio e il vigore delle tribù non fossero
stati oppressi, fu nondimeno formidabile. Tutte le forze raccolte
ascendevano a mille ottocento uomini. Argyle partì i suoi montanari in
tre reggimenti, e si pose a nominare gli ufficiali.
XIX. Le dispute, già cominciate in Olanda, non erano mai cessate per
tutto il corso della spedizione; ma a Tarbet si fecero più violente che
mai. Il Comitato voleva immischiarsi anche nell’autorità patriarcale
che il Conte esercitava sopra i Campbell, e non voleva concedergli di
stabilire a suo arbitrio i gradi militari de’ suoi consorti. Mentre
cotesti litigiosi faccendieri studiavansi di spogliarlo del potere
ch’egli aveva sopra le montagne, mandavano e ricevevano lettere, senza
mai mostrarle a colui che aveva nome di Generale, dagli uomini delle
pianure. Hume e i suoi colleghi s’erano riserbata la soprintendenza
delle provigioni, e conducevano questa parte importantissima
dell’amministrazione della guerra con una profusione che male si
sarebbe potuta distinguere dalla disonestà; lasciavano guastar l’armi,
consumare le vettovaglie, e vivevano gozzovigliando, là dove avrebbero
dovuto a tutti i loro sottoposti porgere esempio di temperanza.