lungo tempo in Bristol, e nel circostante paese erasi acquistata
rinomanza di repubblicano. Un tempo aveva concepito il disegno di
emigrare a New Jersey, dove sperava trovare istituzioni, meglio che
quelle d’Inghilterra, accomodate alle sue voglie. La sua operosità nel
condurre le elezioni lo aveva reso noto ad alcuni nobili Whig, i quali
se n’erano giovati nello esercizio della sua professione, e lo avevano
in fine ammesso ai loro più secreti consigli. S’era molto immischiato
nel piano della insurrezione, togliendosi l’incarico di sommuovere e
capitanare il popolo della propria città. Era stato anche nel segreto
delle più odiose congiure contro la vita di Carlo e di Giacomo. Ma
dichiarò sempre, che quantunque fosse a parte del secreto, lo aveva
abborrito, tentando perfino di dissuadere i suoi colleghi dal mandare
ad esecuzione il loro disegno. E’ sembra che Wade, come uomo educato
alle occupazioni civili, possedesse in modo non ordinario quella specie
di destrezza e di vigore che fanno un buon soldato. Per isventura, i
suoi principii e il suo coraggio dettero prova di non essere di forza
bastevole a sostenerlo, quando, finito il conflitto, egli nel fondo
d’un carcere non aveva altra scelta che la morte o la infamia.[330]
Un altro de’ fuorusciti aveva nome Riccardo Goodenough, che primamente
era stato Sotto–Sceriffo di Londra. In lui il suo partito aveva lungo
tempo confidato per disonesti servigi, e in ispecie per la scelta de’
giurati che ne’ processi politici non patissero scrupoli. Erasi molto
intromesso nelle parti più nere ed atroci della congiura de’ Whig, che
erano state con sommo studio nascoste agli uomini più rispettabili di
quel partito. Nè, ad attenuargli la colpa, è possibile allegare che
ei fosse traviato dallo zelo del bene pubblico; poichè si vedrà in
progresso, come, dopo d’avere coi propri delitti infamata una nobile
causa, la tradì, onde sottrarsi alla ben meritata pena.[331]
V. Uomo di differentissimo carattere era Riccardo Rumbold. Era stato
commissario nello stesso reggimento di Cromwell; era stato posto
a guardia del palco dinanzi alla Sala del Banchetto, nel dì della
decapitazione del Re; aveva combattuto a Dunbar e a Worcester, e
sempre mostrato in altissimo grado le qualità che predistinguevano
l’invincibile esercito nel quale egli serviva; vero coraggio, ardente
entusiasmo sì nelle cose politiche che nelle religiose, e insieme
tutta la padronanza di so, che caratterizza gli uomini che la buona
disciplina de’ campi educò a comandare e obbedire. Allorquando le
truppe repubblicane furono disciolte, Rumbold divenne birrajo, ed
esercitava il proprio traffico presso Hoddeston, in quel fabbricato
da cui la congiura di Rye House deriva il nome. Era stato proposto,
comecchè non affatto deliberato, ne’ colloqui de’ più avventati e
scoscienziati malcontenti, di appostare in Rye House uomini armati,
onde aggredire le guardie che dovevano scortare Carlo e Giacomo da
Newmarket a Londra. In tali colloqui, Rumbold aveva sostenuta una
parte, dalla quale egli avrebbe rifuggito con orrore, se il suo chiaro
intendimento non fosse stato ottenebrato, e il suo robusto cuore
corrotto dallo spirito di parte.[332]
VI. Assai superiore per posizione a tutti cotesti esuli de’ quali
abbiamo finora favellato, era Ford Grey, Lord Grey di Wark. Era stato
Esclusionista zelante, aveva cooperato al disegno d’una insurrezione,
ed era stato rinchiuso nella Torre; ma gli era venuto fatto,
ubbriacando i suoi custodi, di fuggire nel continente. Aveva egregie
qualità di mente e modi piacevoli; ma la sua vita era stata macchiata
da un delitto di famiglia. La sua moglie apparteneva alla nobile
casa di Berkeley. Lady Enrichetta Berkeley, sorella di lei, aveva
con Lord Grey la familiarità propria d’un fratello e d’una sorella.
Ne nacque una fatale relazione. Lo spirito elevato e le vigorose
passioni di Lady Enrichetta ruppero ogni freno di virtù e decoro. La
fuga scandalosa de’ due amanti palesò a tutto il reame la vergogna di
due illustri famiglie. A Grey e ad alcuni altri, che gli erano stati
mezzani in amore, fu intentato un processo come rei di congiura.
Nella Corte del Banco del Re seguì una scena che non ha pari nella
storia d’Inghilterra. Il seduttore, con intrepido aspetto, comparve
accompagnato dalla sua druda. Nè anche in quell’estremo caso, i grandi
Lordi Whig si scostarono dal fianco di lui. Coloro ch’erano stati da
lui offesi, gli stavano di contro, ed appena lo videro, trascorsero ad
eccessi di rabbia. Il vecchio Conte di Berkeley coprì di rimproveri e
maledizioni la sciagurata Enrichetta. La Contessa fece il suo deposto,
interrotta da frequenti singhiozzi, ed infine si svenne. I giurati
profferirono la sentenza di reità. Alzatisi i giudici, Lord Berkeley
invocò lo aiuto di tutti i suoi amici per impossessarsi della propria
figliuola. I partigiani di Grey le si strinsero attorno. Da ambe le
parti snudaronsi i ferri; successe una zuffa in Westminster Hall; e non
senza molta difficoltà, ai giudici e agli uscieri riuscì di partire i
combattenti. Nei tempi nostri un simile processo tornerebbe fatale ad
un uomo pubblico; ma in quel secolo, la idea della moralità fra’ grandi
era sì bassa, e lo spirito diparte così violento, che Grey seguitò ad
esercitare considerevole influenza, ancorchè i Puritani, che erano
una classe assai forte del partito Whig, lo trattassero con alquanta
freddezza.[333]
Una parte del carattere, o per meglio dire, della fortuna di Grey, è
degna d’essere notata. Ammettevasi che dovunque, tranne in campo di
battaglia, egli mostrasse grandissimo coraggio. Più d’una volta, in
circostanze impacciose, dove ne andava la vita e la libertà sua, il
contegno dignitoso, e la perfetta signoria ch’egli mostrò delle proprie
facoltà, gli erano argomento di lode anche presso coloro che non gli
portavano nè amore nè stima. Ma come soldato, egli incorse, meno forse
per proprio difetto che per mala ventura, il degradante addebito di
codardia.
VII. In ciò egli differiva grandemente dal Duca di Monmouth,
suo amico. Monmouth, ardente e intrepido in campo di battaglia,
mostravasi altrove effeminato ed irresoluto. Lo illustre nascimento,
il coraggio, e le frivole grazie ond’egli era adorno, lo avevano
locato in un posto, pel quale egli era assolutamente inadatto. Dopo
d’avere veduta la rovina d’un partito, del quale egli era capo di
nome, erasi ritirato in Olanda. Il principe e la principessa d’Orange,
dopo ciò, non lo consideravano più come rivale. Gli facevano ospitale
accoglienza, sperando che col trattarlo cortesemente si sarebbero
acquistato un diritto alla gratitudine del padre di lui. Sapevano
come lo affetto paterno non fosse estinto, come lettere e sussidii
pecuniarii continuassero tuttavia a venire da Whitehall al ritiro di
Monmouth, e come Carlo guardasse in cagnesco coloro che studiavansi di
corteggiarlo sparlando dell’esule figliuolo. Al Duca era stata data
speranza, che dopo breve tempo, non porgendo cagione di dispiacere,
sarebbe stato richiamato alla patria, e rimesso in tutti i suoi alti
onori e comandi. Infiammato da tali espettazioni, era stato, per così
dire, l’anima dell’Aja per tutto lo inverno precedente. In una serie
di feste da ballo nelle magnifiche sale del Palazzo d’Orange, che da
ogni lato risplende coi più vivi colori di Jordaens e di Hondthorst,
egli era stato la più cospicua figura.[334] Aveva fatta conoscere alle
dame d’Olanda la _country–dance_ inglese; le quali, in ricambio, gli
avevano insegnato a patinare sopra i canali. La principessa lo aveva
accompagnato nelle sue spedizioni sul ghiaccio; e la figura che ella vi
faceva equilibrata sopra una gamba, e coperta di sottane più corte di
quelle usate generalmente dalle dame che tengono rigoroso decoro, era
stata cagione di meraviglia e diletto ai ministri stranieri. L’austera
gravità che serbavasi sempre nella corte dello Statoldero, sembrava
essere sparita di faccia alla influenza del giovane inglese, che
ammaliava chiunque. Anche il grave e pensieroso Guglielmo, come il suo
ospite appariva nelle sue stanze, si abbandonava al buon umore.[335]
Monmouth, frattanto, studiosamente evitava ciò che avrebbe potuto
offendere coloro dai quali sperava protezione. Vedeva poco i Whig in
generale, e punto quegli uomini violenti ch’erano stati implicati nella
parte peggiore della congiura Whig. E però i suoi antichi colleghi
altamente lo accusavano di volubilità e d’ingratitudine.[336]
VIII. Ma nessuno degli esuli lo accusava con più veemenza ed acrimonia,
di quel che facesse Roberto Ferguson, il Giuda della celebre satira di
Dryden. Ferguson era oriundo Scozzese, ma aveva lungamente abitato in
Inghilterra. A tempo della Restaurazione aveva occupato un beneficio
in Kent. Era stato educato al Presbiterianismo; ma cacciato via
dai Presbiteriani, era divenuto Indipendente. Era stato maestro in
un’accademia eretta dai Dissenzienti in Islington, come rivale della
scuola di Westminster e di Charter House; ed aveva predicato innanzi
a numerose congreghe in Moorfields. Aveva parimente pubblicato alcuni
trattati teologici, che oggimai dormono nei polverosi scaffali di
qualche vecchia biblioteca: benchè avesse sempre sulle labbra testi
delle Scritture, coloro che ebbero con lui faccende pecuniarie, presto
si accorsero ch’egli era un pretto scroccone.
Finalmente, posta da canto la teologia, si dette a trafficare di
politica. Apparteneva a quella classe di gente, che fanno l’ufficio
di rendere ai partiti esasperati que’ servigi, dai quali gli onesti
rifuggono per disgusto, e i prudenti per paura; voglio dire alla
classe de’ fanatici bricconi. Violento, maligno, spregiatore del
vero, insensibile alla vergogna, insaziabile di rinomanza, godente
negl’intrighi, nei tumulti, ne’ danni per voluttà di far male, si
affaccendò per molti anni nelle più luride sorgenti delle fazioni.
Passava la vita fra i calunniatori e i falsi testimoni. Gli era stata
affidata una cassa segreta, con la quale pagava certi agenti sì vili,
da non essere riconosciuti dagli onesti del partito; ed era direttore
d’una tipografia clandestina, che giornalmente pubblicava fogli
anonimi. Gloriavasi di avere trovato il modo di sparger satire attorno
la terrazza di Windsor, e perfino di porle sotto il guanciale del Re.
Così traeva la vita fra mille astuzie, assumeva mille nomi, e ad un
tempo aveva quattro diverse abitazioni in diversi quartieri di Londra.
S’era profondamente ravvolto nella congiura di Rye House; e v’è ragione
di credere ch’egli fosse il primo autore di que’ sanguinarii disegni
che screditarono cotanto il partito Whig. Scoperta la congiura, e
scoraggiati i congiurati, disse loro addio con un sorriso, aggiungendo
ch’essi erano novizi, ch’egli era assuefatto a combattere, a celarsi,
a trasfigurirsi, e che non avrebbe mai cessato di congiurare fino
allo estremo momento di sua vita. Fuggì al Continente; ma pare che
anche quivi non si tenesse sicuro. I ministri inglesi alle corti
straniere avevano ordine d’invigilarlo. Il Governo francese offerse una
rimunerazione di cinquecento zecchini a chiunque lo avesse arrestato.
Nè gli era agevole sottrarsi agli sguardi altrui; perocchè il largo
accento scozzese, la lunga e magra persona, le guance infossate, il
lampo degli occhi pungenti ai quali faceva ombra la parrucca, le guance
chiazzate di sangue, le spalle sformatamente ricurve, e il portamento
distinto da quello degli altri per un andare impacciato affatto suo,
lo rendevano segno agli altrui sguardi in qualsivoglia luogo si fosse
mostrato. Ma quantunque ei fosse, come sembra, perseguito con animosità
particolare, corse voce che ciò fosse una finzione, e che gli ufficiali
della giustizia avessero ordini di chiudere gli occhi. Ch’egli fosse
un acre malcontento, non potrebbe dubitarsi. Ma v’è forte ragione
di credere che avesse provveduto alla propria sicurtà facendosi in
Whitehall passare per ispia de’ Whig, e informando tanto il Governo
quanto bastava a mantenere il suo credito. Questa ipotesi spiega in
modo semplice ciò che a’ suoi colleghi sembrava in lui straordinaria
noncuranza e audacia. Trovandosi fuor di pericolo, egli sempre
consigliava i mezzi più pericolosi e violenti, e irrideva con somma
soddisfazione la pusillanimità di coloro i quali, non essendosi muniti
delle infami cautele sopra cui egli riposava, inchinavano a riflettere
due volte innanzi che ponessero a repentaglio la propria vita, e le
cose più care della vita stessa.[337]
Appena giunto ai Paesi Bassi, cominciò a immaginare nuovi disegni
contro il Governo Inglese, e trovò fra i suoi compagni d’esilio uomini
pronti ad ascoltare i suoi perfidi consigli. Monmouth, nondimeno, si
tenne ostinatamente da parte; e senza lo aiuto della immensa popolarità
di Monmouth, era impossibile tentare cosa alcuna. Nulladimeno, tale era
la impazienza e temerità degli esuli, che provaronsi a trovare un altro
capo. Mandarono una imbasciata a quel solitario ritiro sulle sponde
del lago Leman, dove Edmondo Ludlow, un dì predistinto fra i capi
dell’armata parlamentare e fra’ membri dell’Alta Corte di Giustizia,
viveva da molti anni nascosto alla vendetta degli Stuardi risaliti sul
trono. L’austero vecchio regicida, nondimeno, rifiutò di abbandonare
il proprio eremo, dicendo la sua opera essere finita: se l’Inghilterra
poteva ancora salvarsi, ciò spettare ad uomini più giovani di lui.[338]
L’inattesa morte di Carlo cangiò onninamente lo aspetto delle cose.
Ogni speranza che i Whig proscritti avevano vagheggiata di ritornare
pacificamente alla terra natia, si spense con la vita di un principe
spensierato e d’indole buona, e con l’ascensione al trono d’un principe
ostinato in ogni cosa, e in ispecie nella vendetta. Ferguson trovossi
nel suo proprio elemento. Privo d’ingegno e come scrittore e come uomo
di stato, possedeva in altissimo grado le qualità non invidiabili di
tentatore; ed ora, con la malefica operosità d’uno spirito perverso,
correva da fuoruscito a fuoruscito, sussurrava negli orecchi di
ciascuno, e suscitava in ogni cuore odio feroce e stemperati desiderii.
Non disperò più di poter sedurre Monmouth. Le condizioni di quello
sventurato giovane erano affatto cangiate. Mentre egli stavasi a
danzare e patinare all’Aja, aspettando tutti i dì essere richiamato a
Londra, rimase oppresso dal cordoglio alla nuova della morte del padre,
e della assunzione dello zio al trono. La notte che seguì all’arrivo
dell’infausta notizia, coloro che alloggiavano accanto a lui, poterono
distintamente udirne i singhiozzi e le laceranti strida. Il dì dopo
abbandonò l’Aja, promettendo sull’onor suo al Principe e alla
Principessa d’Orange di non tentar nulla contro il Governo inglese, e
ricevendo da loro pecunia per provvedere ai più urgenti bisogni.[339]
Il prospetto del futuro che stava dinanzi agli occhi a Monmouth, non
era splendido. Non aveva probabilità d’essere richiamato dal bando.
Nel continente ei non poteva più vivere fra la magnificenza e le feste
d’una corte. I suoi cugini nell’Aja parevano seguitare a trattarlo
con vera cortesia; ma non potevano apertamente ciò fare senza grave
risico di produrre una rottura tra l’Inghilterra e l’Olanda. Guglielmo
gli dette un amichevole e savio consiglio. Alla guerra che ardeva
in Ungheria fra lo imperatore e i Turchi erano rivolti gli occhi di
tutta l’Europa, con interesse quasi simile a quello che cinquecento
anni innanzi avevano destato le Crociate. Molti valorosi gentiluomini,
sì protestanti che cattolici, combattevano da volontarii nella
causa comune della Cristianità. Il principe consigliò Monmouth ad
accorrere al campo imperiale, assicurandolo che, così facendo, non gli
sarebbero mancati i mezzi di fare una comparsa degna d’un gentiluomo
inglese.[340] Era questo un egregio consiglio, ma il Duca non seppe
deliberarsi a seguirlo. Si ritrasse a Brusselles, accompagnato da
Enrichetta Wentworth, Baronessa Wentworth di Newcastle; donzella d’alto
lignaggio e di grandi ricchezze, la quale, amandolo passionatamente,
aveva per lui sacrificato l’onore di fanciulla e la speranza d’uno
illustre connubio, lo aveva seguito nell’esilio, ed era da lui
considerata come sposa in faccia a Dio. La soave compagnia della donna
diletta gli sanò tosto le piaghe dell’anima. Gli parve d’avere trovata
la felicità nel ritiro e nella quiete, e d’avere dimenticato che egli
era già stato ornamento d’una splendida corte, capo d’un gran partito,
comandante d’eserciti ed aspirante ad un trono.
Ma altri non lo lasciò tranquillo. Ferguson adoperò tutte le arti
della tentazione. Grey, che non sapeva dove rivolgersi a trovare uno
scudo, ed era pronto ad ogni intrapresa, comunque disperata, prestò
il suo aiuto. Non vi fu arte di cui non si giovassero per istrappare
Monmouth dal proprio ritiro. Ai primi inviti che gli pervennero dagli
antichi colleghi, diede risposte punto favorevoli. Disse che le
difficoltà d’uno sbarco in Inghilterra erano insuperabili; protestò
d’essere stanco della vita pubblica, e chiese che gli lasciassero
godere la sua felicità novellamente trovata. Ma era poco assuefatto
a resistere ai destri ed urgenti incitatori. Dicesi, inoltre, che ad
abbandonare il suo ritiro fosse indotto dalla stessa potente cagione
che glielo rendeva beato. Lady Wentworth desiderava di vederlo Re, e
gli offeriva le sue rendite, le sue gioie e il suo credito. Monmouth
non era convinto; ma non ebbe fermezza bastevole a resistere a tali
sollecitazioni.[341]
IX. Gli esuli inglesi lo accolsero con gioia, ed unanimemente lo
riconobbero loro capo. Ma v’era un’altra classe di fuorusciti che non
inchinavano a riconoscere la supremazia di lui. Un pessimo governo,
quale non era mai stato nella parte meridionale dell’isola nostra,
aveva cacciati dalla Scozia al continente molti fuggiaschi, la cui
intemperanza di zelo nelle cose pubbliche e nelle religiose era estrema
quanto la oppressione che avevano sofferta. Costoro non volevano
seguire un condottiero inglese. Anche travagliati dalla povertà e
dall’esilio, serbavano il loro puntiglioso orgoglio nazionale, e non
avrebbero consentito che la patria loro venisse, in essi, degradata
alla condizione di provincia. Avevano un capitano fra loro, cioè
Arcibaldo, nono Conte di Argyle, il quale come capo della grande tribù
di Campbell, era noto ai popoli delle montagne sotto l’orgoglioso nome
di Mac Callum More. Il Marchese di Argyle suo padre era stato capo
de’ Convenzionisti scozzesi, aveva grandemente cooperato alla rovina
di Carlo I; e i realisti non reputavano ch’egli avesse debitamente
espiata la offesa, per aver dato il vano titolo di Re a Carlo II, ed
averlo tenuto in un palazzo a guisa di prigioniero di Stato. Ritornata
la famiglia reale, il Marchese fu messo a morte. Il suo marchesato
rimase estinto; ma al figlio suo fu concesso di ereditare l’antica
Contea, ed era tuttavia annoverato fra i maggiori nobili della Scozia.
La condotta tenuta dal Conte negli ultimi venti anni che seguirono
la Restaurazione, era stata, secondo che egli stesso poi disse,
criminosamente moderata. In talune occasioni aveva avversato il Governo
che affliggeva la sua patria, ma con freddezza e cautela. Per la sua
tolleranza nelle cose ecclesiastiche, aveva porto argomento di scandalo
ai Presbiteriani; ed era stato così lontano dal mostrarsi inchinevole
alla resistenza, che, allorquando i Convenzionisti erano stati sì
crudelmente perseguiti da insorgere, egli aveva condotto in campo una
numerosa torma di suoi dipendenti, ad aiutare il Governo.
Tale era stato il suo contegno politico, finchè il Duca di York venne
in Edimburgo rivestito di tutta l’autorità regia. Il dispotico vicerè
si accorse tosto di non potere sperare pieno sostegno dal Conte
d’Argyle. E dacchè il più potente capo del Regno non era da guadagnarsi
al Governo, fu reputato necessario distruggerlo. Per ragioni così
frivole, che anche i più fanatici partigiani e i più cavillosi ne
sentirono rossore, fu tratto dinanzi ai tribunali, processato come reo
di tradimento, convinto, e dannato a morire. I fautori degli Stuardi
poscia asserirono che il Governo non aveva mai avuto intendimento
di mandare ad esecuzione quella sentenza, e che solo scopo di tale
Processo era stato di spaventare il Conte, onde ei s’inducesse a cedere
la sua vasta giurisdizione nelle montagne. O che Giacomo avesse inteso
di commettere un assassinio, siccome i suoi nemici sospettarono; o
solamente, secondo che i suoi amici affermarono, di commettere una
estorsione minacciando di commettere un assassinio; adesso non può
con certezza asserirsi. «Io non so nulla delle leggi scozzesi» diceva
Halifax a Re Carlo; «questo solo io so, che noi non dovremmo impiccare
un cane per le cagioni onde Lord Argyle è stato condannato.»[342]
Argyle fuggì travestito in Inghilterra, donde passò in Frisia. In
quella quieta provincia il padre suo aveva comprata una piccola terra,
come luogo di rifugio per la famiglia nelle civili perturbazioni.
Dicevasi fra gli Scozzesi che tale compra era stata fatta dopo che
un indovino celtico aveva predetto che Mac Callum More un giorno
verrebbe cacciato dall’antica casa di sua famiglia in Inverary.[343]
Ma è probabile che il Marchese, preveggente nelle faccende politiche,
fosse stato a ciò persuaso forse più dagli indizi de’ tempi, che dalle
visioni di qualsivoglia profeta. In Frisia, il Conte Arcibaldo visse
in tanta quiete, che non sapevasi dove egli avesse trovato ricovero.
Dal suo ritiro aveva mantenuto carteggio coi suoi amici rimasti nella
Gran Brettagna, aveva partecipato alla congiura de’ Whig, e combinato
coi capi di quella un disegno d’invasione in Iscozia.[344] Scoperta la
congiura di Rye House, quel disegno era stato messo da parte; ma dopo
la morte di Carlo, divenne di nuovo l’oggetto de’ pensieri del Conte.
Dimorando sul continente, egli aveva molto più che negli anni trascorsi
della propria vita, profondamente meditato sopra le questioni
religiose. In un certo modo, lo effetto di tali meditazioni era stato
pernicioso alla mente di lui. La sua parzialità per la forma sinodale
del governo ecclesiastico adesso era giunta fino alla bacchettoneria.
Qualvolta ripensava a quanto lungo tempo ei si era conformato al culto
stabilito, sentivasi opprimere dalla vergogna e dal rimorso, e si
mostrava in mille guise dispostissimo ad espiare la propria defezione
con la violenza e la intolleranza. Nondimeno, tra breve tempo, ebbe
occasione di provare che il timore e lo amore di una più alta Possanza
gli avevano dato il vigore bisognevole a sostenere i conflitti più
formidabili, fra’ quali possa trovarsi la umana natura.
Ai suoi compagni d’infortunio il suo aiuto era di massimo momento.
Comecchè ei fosse proscritto e fuggiasco, era tuttavia, in certo
senso, il più potente suddito de’ dominii britannici. Per ricchezze,
anche prima ch’ei fosse stato condannato a morte infamante, era forse
inferiore non solo ai grandi Nobili d’Inghilterra, ma ai più opulenti
scudieri di Kent e di Norfolk. Ma la sua autorità patriarcale, autorità
che non può acquistarsi per ricchezze nè perdersi per condanna
infamante, lo rendeva, come capo d’insorti, veramente formidabile.
Nessun Lord delle contrade meridionali dell’Isola poteva esser sicuro
che, avventurandosi a resistere al Governo, i suoi guarda–caccia e
cacciatori lo seguirebbero. Un Conte Bedford, un Duca di Devonshire,
non poteva promettere di condurre seco dieci uomini in campo. Mac
Callum More, senza un soldo e spoglio della sua Contea, avrebbe potuto
in ogni istante suscitare una grave guerra civile. Non aveva se non
a mostrarsi sulla costa di Lorn, perchè tra pochi giorni gli si
raccogliesse un esercito dintorno. Le forze che in tempi prosperi ei
poteva condurre in campo, ascendevano a cinque mila combattenti, intesi
ad obbedirlo, avvezzi all’uso della targa e dello spadone, non tementi
di venire alle mani con le truppe regolari anche in aperta pianura,
e forse superiori a quelle per certe qualità necessarie a difendere
i passi di aspre montagne, coperti di nebbia e tagliati da rapidi
torrenti. Ciò che tali forze, bene dirette, fossero capaci di fare,
anco contro vecchi soldati ed esperti capitani, si vide pochi anni poi
a Killiecrankie.