di gentiluomini dissoluti e di spiriti alteri, con la testa coperta
di ricci artificiali che gli cadevano profusamente giù attorno alle
spalle, e con una espressione mista di voluttà o di sdegno negli
occhi e sulle labbra, possiamo argomentarlo dal suo ritratto, che
conservasi ancora. Lo altero Cavaliere disse: non desiderare che il
Parlamento negasse alla Corona i mezzi di condurre il governo. Ma era
quello un vero Parlamento? Non si vedevano forse sui banchi molti, i
quali, siccome era noto a tutti, non avevano diritto di sedervi, molti
la cui elezione era macchiata di corruzione, molti che erano stati
imposti con modi minacciosi agli elettori ripugnanti, e molti eletti da
corpi municipali che non avevano esistenza legale? Non erano stati i
collegi elettorali riordinati in onta a statuti regi e d’immemorabile
prescrizione? Gli ufficiali che avevano raccolto il risultamento
della votazione, non erano stati in ogni dove ciechi agenti della
Corte? Vedendo che il principio supremo della rappresentanza era stato
così sistematicamente violato, non sapeva con qual nome chiamare una
caterva di gentiluomini ch’egli si vedeva dintorno con l’onorando
nome di Camera de’ Comuni. Eppure, non v’era mai stato momento in cui
tanto importasse al bene pubblico che il carattere del Parlamento
fosse irreprensibile. Grandi pericoli pendevano sopra la costituzione
ecclesiastica e civile del Regno. Era cosa notissima a tutti, e quindi
non bisognevole d’esser provata, che l’Atto di Prova, difesa della
religione, e l’_Habeas Corpus_, difesa della libertà, erano fatti segno
alla distruzione. «Innanzi di procedere a fare l’ufficio di legislatori
sopra questioni di sì grave momento, sinceriamoci almeno se siamo
veramente un corpo legislativo. Il primo degli atti nostri sia quello
d’inquisire intorno al modo onde sono state condotte le elezioni, e di
porre ogni studio che la inchiesta proceda imparzialmente. Imperocchè,
ove la nazione trovasse non potersi ottenere riparo con mezzi pacifici,
potremmo forse tra breve tempo subire la giustizia che ricusiamo di
rendere.» Concluse proponendo che, innanzi di concedere alcuna somma
di denaro alla Corona, la Camera esaminasse le petizioni contro le
elezioni, e che a nessuno de’ membri non aventi diritto a sedere in
quel luogo, si concedesse di votare.
Non fu udito un solo applauso. Nessun membro osò secondare la proposta.
E davvero Seymour aveva dette cose che niuno altro avrebbe impunemente
potuto dire. La proposta fu messa da parte, e nè anche registrata
ne’ processi verbali; ma aveva prodotto potentissimo effetto.
Barillon scrisse al proprio signore, che molti i quali non avevano
osato applaudire quell’insigne discorso, lo avevano in cuor loro
approvato; che se ne parlava per tutte le conversazioni di Londra; e
che la impressione da esso fatta nel pubblico, sembrava dover essere
durevole.[317]
XXXII. I Comuni, senza indugio formatisi in comitato, votarono
concedendo al Re la intera rendita della quale aveva fruito il suo
fratello.[318]
XXXIII. E’ pare che gli zelanti amici della Chiesa, i quali formavano
la maggioranza della Camera, pensassero che la prontezza onde avevano
obbedito alle voglie del Re nella quistione della rendita, desse loro
ragione a sperare, da parte di lui, qualche concessione. Dicevano che,
avendo essi fatto molto a beneficio di lui, era ormai tempo ch’egli
facesse qualche cosa a beneficio della nazione. La Camera, dunque,
si formò in comitato di religione, onde esaminare i mezzi migliori a
provvedere alla sicurtà della Chiesa stabilita. In quel comitato due
deliberazioni furono unanimemente adottate. La prima esprimeva fervido
affetto per la Chiesa Anglicana. La seconda supplicava il Re perchè
mandasse ad esecuzione le leggi penali contro coloro che non aderivano
a quella Chiesa.[319]
I Whig avrebbero, senza dubbio, voluto vedere che ai protestanti
dissenzienti fosse conceduta tolleranza, e solo i cattolici romani
fossero perseguitati. Ma erano pochi e scuorati. Tenevansi, quindi, per
quanto potevano, fuori di vista; evitavano il nome del proprio partito;
astenevansi di significare ad un ostile uditorio le loro opinioni
particolari, e fermamente sostenevano ogni proposta tendente a turbare
la concordia che fino allora esisteva tra il Parlamento e la Corte.
Appena i procedimenti del Comitato di Religione furono conosciuti
in Whitehall, il Re andò in gran furore. Nè possiamo giustamente
biasimarlo per essersi risentito della condotta de’ Tory. Se essi erano
disposti a volere che il codice penale venisse eseguito con rigore,
avrebbero apertamente dovuto sostenere la Legge d’Esclusione. Dacchè
porre un papista sul trono, ed insistere poi ch’egli perseguitasse
a morte i seguaci di quella fede, nella quale soltanto, secondo
i suoi principii, poteva trovarsi la eterna salute, era assurdo.
Mitigando con un reggimento temperato la severità delle sanguinose
leggi d’Elisabetta, il Re non violava nessun principio costituzionale:
solo esercitava un potere ch’era sempre stato inerente alla Corona.
Anzi, solamente faceva ciò che poscia fu fatto da parecchi sovrani
zelanti delle dottrine della Riforma; cioè da Guglielmo, da Anna, e
dai principi della Casa di Brunswick. Se avesse patito che i preti
cattolici romani, ai quali poteva senza violazione della legge salvare
la vita, fossero impiccati, strascinati e squartati, per aver praticato
quello ch’ei considerava come loro debito precipuo, si sarebbe attirato
addosso l’odio e lo spregio anche di coloro, ai pregiudizi de’ quali
egli aveva fatta così vergognosa concessione; e se si fosse contentato
di concedere ai membri della sua propria Chiesa una tolleranza pratica,
facendo largo uso della sua indubitata prerogativa di far grazia, i
posteri lo avrebbero unanimemente applaudito.
I Comuni, probabilmente, considerata bene la cosa, conobbero di avere
operato in modo assurdo. Rimasero anco conturbati sentendo come il
Re, cui essi tributavano superstiziosa riverenza, fosse grandemente
sdegnato. Furono quindi solleciti ad espiare l’offesa. Nella Camera,
con unanime voto, disfecero la deliberazione unanimemente fatta in
Comitato, e adottarono la proposta di rimettersi con intera fiducia
alla graziosa promessa che la Maestà Sua aveva loro data di proteggere
quella religione che loro era cara più della stessa vita.[320]
XXXIV. Tre giorni dopo, il Re fece sapere alla Camera, avere suo
fratello lasciati certi debiti, e le provvigioni della flotta e
dell’artiglieria essere pressochè esauste. Fu subitamente determinato
d’imporre nuove tasse. La persona a cui venne affidata la cura di
trovarne le vie e i mezzi, fu Sir Dudley North, fratello minore del
Lord Cancelliere. Dudley North era uno de’ più abili uomini del suo
tempo. Fino dagli anni suoi primi, era stato mandato in Levante,
dove erasi lungo tempo occupato di faccende mercantili. Molti, in
cosiffatta occupazione avrebbero lasciate irrugginire le facoltà
del proprio intelletto; perocchè in Costantinopoli e Smirne v’erano
pochi libri e pochi uomini intelligenti. Ma il giovane mercante aveva
sortita una di quelle vigorose intelligenze che non dipendono da
esterni sussidii. Nella sua solitudine, meditava profondamente sopra
la filosofia del traffico, e speculò a poco a poco una teoria compiuta
ed ammirevole, che in sostanza era quella che fu esposta un secolo
dopo da Adamo Smith. Dopo molti anni di esilio, Dudley North ritornò
in Inghilterra signore d’un gran patrimonio, e si pose a trafficare
nella Città di Londra come mercante della Turchia. Il suo nome, per il
profondo sapere pratico e speculativo nelle cose commerciali, giunse
speditamente a notizia degli uomini di Stato. Il Governo trovò in
lui un savio consigliere, e insieme uno schiavo senza scrupoli; come
quello che aveva rare doti intellettuali, ma principii dissoluti e cuor
duro. Mentre infuriava la reazione de’ Tory, egli aveva consentito ad
accettare l’ufficio di Sceriffo ad espresso fine di cooperare alle
vendette della Corte. I suoi giurati non mancavano mai di profferire
condanne; e in un giorno di giudiciale macello, carri carichi di gambe
e braccia dei Whig squartati, furono, con grande ribrezzo della sua
moglie, trascinati avanti la sua bella casa in Bisinghall Street,
perch’egli ordinasse ciò che fosse da farsene. De’ suoi servigi era
stato rimeritato con le insegne di cavaliere, con quelle d’aldermanno,
e con l’ufficio di Commissario delle Dogane. Era stato mandato al
Parlamento dagli elettori di Banbury; e comecchè fosse uomo nuovo, egli
fu colui sopra il quale il Lord Tesoriere riposava principalmente per
governare le faccende della finanza nella Camera Bassa.[321]
Ancorchè i Comuni fossero unanimi nel deliberare la concessione d’altra
pecunia alla Corona, non erano punto concordi intorno al donde dovesse
cavarsi. Fu tostamente risoluto, che parte della somma richiesta si
raccogliesse per mezzo d’una imposta addizionale, a termine d’anni
otto, sopra il vino e l’aceto: ma al Governo ciò non bastava. Furono
messi in campo vari assurdi disegni. Molti gentiluomini provinciali
inchinavano a imporre una tassa gravosa sopra tutti gli edifici nuovi
della metropoli. Speravano che simigliante tassa avrebbe impedito lo
accrescersi d’una città, per la quale da lungo tempo sentiva gelosia
ed avversione l’aristocrazia rurale. Il progetto di Dudley North era
d’imporre, per un termine di otto anni, nuovi dazi sullo zucchero e sul
tabacco. Ne sorsero grandi clamori. I trafficanti di generi coloniali,
i droghieri, i raffinatori dello zucchero, i tabaccai, fecero petizioni
alla Camera, ed assediarono gli uffici pubblici. Il popolo di Bristol,
che aveva grande interesse nel traffico con la Virginia e la Giammaica,
spedì una deputazione che fu ascoltata alla Camera de’ Comuni.
Rochester tentennò alquanto; ma North, con lo spirito pronto e la
perfetta conoscenza delle faccende commerciali, prevalse, sì nel Tesoro
come nel Parlamento, contro ogni opposizione. I vecchi membri rimasero
attoniti vedendo un uomo che appena da quindici giorni sedeva nella
Camera, e che aveva passata la più parte della vita in paesi stranieri,
assumere, con fiducia di sè, ed abilmente condurre, tutte le funzioni
di Cancelliere dello Scacchiere.[322]
La sua proposta fu adottata; e così la Corona venne in possesso d’una
entrata netta di circa un milione e novecento mila lire sterline,
cavate dalla sola Inghilterra. Tale somma era più che bastevole a
mantenere il Governo in tempo di pace.[323]
XXXV. I Lordi, infrattanto, avevano discusse varie importanti
questioni. Fra i Pari, la parte Tory era stata sempre forte.
Comprendeva l’intero banco de’ Vescovi; e negli ultimi quattro anni,
corsi dopo l’ultimo scioglimento, era stata maggiormente afforzata con
la creazione di alcuni nuovi Pari. Di costoro i più cospicui erano il
Lord Tesoriere Rochester, il Lord Cancelliere Guildford, il Lord Capo
Giudice Jeffreys, Lord Godolphin e Lord Churchill, il quale dopo il suo
ritorno da Versailles, era stato fatto barone del Regno d’Inghilterra.
I Pari tosto si posero ad esaminare il caso di quattro loro colleghi, i
quali erano stati, sotto il regno di Carlo, posti in istato d’accusa;
ma non essendosene mai fatto il processo, dopo una lunga prigionia,
erano stati ammessi dalla Corte del Banco del Re a dar cauzione. Tre
di cotesti nobili che rimanevano sotto malleveria, erano cattolici
romani; il quarto era il Conte di Danby, protestante di gran conto e
influenza. Da che era caduto dal potere, e dai Comuni stato accusato
di tradimento, quattro Parlamenti erano stati disciolti; ma ei non
era stato nè assoluto nè condannato. Nel 1679, i Lordi, rispetto alla
situazione di lui, avevano discussa la questione, se un atto d’accusa
a cagione d’uno scioglimento si dovesse considerare come terminato
o non terminato. Avevano risoluto, dopo lunga discussione ed esame
de’ precedenti, che l’atto d’accusa dovesse tenersi come pendente.
Questa deliberazione adesso venne da loro abrogata. Pochi Nobili Whig
protestarono contro tale partito, ma non ottennero nulla. I Comuni in
silenzio sobbarcaronsi alla decisione della Camera Alta. Danby riprese
il suo seggio fra mezzo ai Pari, e divenne un membro operoso e potente
della fazione Tory.[324]
La questione costituzionale, intorno a cui, nel breve spazio di sei
anni, i Tory avevano a quel modo profferite due affatto contrarie
sentenze, si stette a dormire per più d’un secolo, e finalmente fu
ridestata dallo scioglimento delle Camere che avvenne durante il
lungo processo di Warren Hastings. Era allora necessario determinare
se la regola stabilita nel 1679, o la opposta del 1685, fosse da
reputarsi come legge del Regno. La questione fu lungamente discussa in
ambe le Camere; e nella discussione venne adoperata tutta l’abilità
legale e parlamentare che fosse in un secolo singolarmente fecondo
d’uomini esperti nelle scienze giuridiche e negli usi del Parlamento.
I giureconsulti non erano inegualmente divisi. Thurlow, Kenyon, Scott
ed Erskine, sostenevano che lo scioglimento avesse posto fine all’atto
d’accusa. La opposta dottrina fu manifestata da Mansfield, Camden,
Loughborough e Grant. Ma quegli uomini di Stato, i quali fondavano i
loro argomenti non sopra antecedenti o analogie pratiche, ma sopra
profondi e larghi principii costituzionali, poco differivano nelle
opinioni loro. Pitt e Grenville, al pari di Burk e Fox, sostennero
che l’accusa rimaneva tuttavia pendente. Ambedue le Camere, a gran
maggioranza, posero da parte la decisione del 1685, e pronunciarono che
quella del 1679 era conforme alla legge del Parlamento.
XXXVI. Tra tutti i delitti nazionali, commessi mentre il popolo era
invaso dalla paura eccitata dalle fandonie d’Oates, il più celebre
era stato lo assassinio giudiciale di Stafford. La condanna di quello
infelice gentiluomo veniva adesso da ogni uomo imparziale considerata
come ingiusta. I testimoni precipui dell’accusa erano stati convinti
rei di parecchi spergiuri. In tali circostanze, era debito del Corpo
Legislativo di rendere giustizia alla memoria d’una vittima innocente,
e di cancellare una macchia immeritata da un nome lungo tempo illustre
negli Annali d’Inghilterra. La Camera Alta, in onta al mormorare di
pochi Pari, i quali non volevano ammettere d’avere sparso un sangue
innocente, passò una legge intesa a cassare il decreto di morte
infamante contro Stafford. Nei Comuni, la legge fu letta due volte,
senza ricorrere allo scrutinio di divisione; e ordinarono che venisse
istituito un comitato. Ma nel dì stabilito per tale faccenda, giunsero
nuove, che nelle contrade occidentali dell’Inghilterra era scoppiata
una formidabile ribellione. Fu per ciò necessario posporre parecchi
importanti affari. L’ammenda dovuta alla memoria di Stafford, fu,
come supponevasi, per breve tempo differita. Ma il pessimo governo
di Giacomo, in pochi mesi, fece cangiare la pubblica opinione. Pel
corso di varie generazioni, i Cattolici Romani non furono in istato di
poter chiedere riparazione delle ingiustizie sofferte, e reputavansi
fortunati se era loro concesso di vivere senza molestia nella oscurità
e nel silenzio. Alla perfine, regnante Giorgio IV, vale a dire cento
quaranta e più anni dopo che il sangue di Stafford era stato sparso in
Tower Hill, la tarda espiazione fu compita. Una legge, che annullò la
sentenza di morte infamante, e restituì alla danneggiata famiglia le
antiche dignità, fu dai ministri del Re presentata al Parlamento, e,
lietamente accolta da tutti gli uomini pubblici di ogni partito, passò
senza un solo voto contrario.[325]
Adesso è mestieri che io racconti la origine e il progresso di quella
ribellione, che improvvisamente interruppe le deliberazioni delle
Camere.
CAPITOLO QUINTO.
SOMMARIO.
I. I Whig fuorusciti nel Continente.—II. Loro corrispondenti in
Inghilterra.—III. Carattere dei principali fuorusciti; Ayloffe.—IV.
Wade; Goodenough.—V. Rumbold.—VI. Lord Grey.—VII. Monmouth.—VIII.
Ferguson.—IX. Fuorusciti scozzesi; il Conte d’Argyle.—X. Sir
Patrizio Hume.—XI. Sir Giovanni Cochrane; Fletcher di Saltoun.—XII.
Condotta irragionevole de’ fuorusciti scozzesi.—XIII. Apparecchi
per un tentativo contro l’Inghilterra e la Scozia.—XIV. Giovanni
Locke.—XV. Apparecchi fatti dal Governo a difendere la Scozia.—XVI.
Colloquio di Giacomo con gli ambasciatori olandesi; sforzi inefficaci
del Principe d’Orange e degli Stati Generali per impedire Argyle
d’imbarcarsi.—XVII. Argyle si parte dall’Olanda.—XVIII. Sbarca in
Iscozia.—XIX. Contende coi suoi seguaci.—XX. Disposizione del popolo
scozzese.—XXI. Le forze d’Argyle vengono disperse, ed egli è fatto
prigioniero.—XXII È decapitato.—XXIII. Decapitazione di Rumbold.—XXIV.
Morte di Ayloffe.—XXV. Devastazione della contea d’Argyle; sforzi
inefficaci a impedire che Monmouth partisse dall’Olanda.—XXVI. Suo
arrivo a Lyme.—XXVII. Suo Proclama.—XXVIII. Sua popolarità nelle
contrade occidentali dell’Inghilterra.—XXIX. Scontro tra i ribelli
e le milizie civiche in Bridport.—XXX. Scontro tra i ribelli e le
milizie civiche in Axminster.—XXXI. Le nuove della ribellione giungono
a Londra.—XXXII. Lealtà del Parlamento.—XXXIII. Accoglienza fatta
a Monmouth in Taunton—XXXIV. Egli prende il titolo di Re.—XXXV.
Accoglienza fattagli in Bridgewater.—XXXVI. Apparecchi del Governo per
opporglisi.—XXXVII. Disegno di Monmouth rispetto a Bristol.—XXXVIII.
Lo abbandona.—XXXIX. Scaramuccia seguita in Philip’s Norton.—XL.
Monmouth è scuorato.—XLI. Ritorna a Bridgewater.—XLII. L’esercito regio
pone il campo presso Sedgemoor.—XLIII Battaglia di Sedgemoor.—XLIV.
I ribelli vengono inseguiti.—XLV. Esecuzioni militari; fuga di
Monmouth.—XLVI. È preso.—XLVII. Scrive una lettera al Re.—XLVIII. E
condotto a Londra.—XLIX. Suo incontro col Re—L. Sua decapitazione.—LI.
La memoria di lui è cara al popolo basso.—LII. Crudeltà de’ soldati
nelle contrade occidentali; Kirke.—LIII Jeffreys si reca nelle contrade
occidentali.—LIV. Processo di Alice Lisle.—LV. Il tribunale di
sangue.—LVI. Abramo Holmes.—LVII. Cristoforo Battiscombe.—LVIII. Gli
Hewling.—LIX. Punizione di Tutchin.—LX. I ribelli sono deportati.—LXI.
Confische ed estorsioni.—LXII. Rapacità della Regina e delle sue
dame.—LXIII. Caso di Grey.—LXIV. Casi di Cochrane, di Storey, di Wade,
di Goodenogh e di Ferguson.—LXV. Jeffreys è creato Lord Cancelliere.
Processo ed esecuzione giudiciale di Cornish.—LXVI. Processi ed
esecuzioni di Fernley e d’Elisabetta Gaunt.—LXVII. Processo ed
esecuzione di Bateman.—LXVIII. Crudele persecuzione contro i Protestanti
Dissenzienti.
I. Verso la fine del regno di Carlo II, alcuni Whig che erano stati
profondamente implicati nella congiura cotanto fatale al loro partito,
e sapevano come fossero fatti segno all’ira implacabile del Governo,
avevano cercato asilo nei Paesi Bassi.
Cotesti fuorusciti erano generalmente uomini d’indole ardente e di
debole giudizio. Stavano anche sotto la influenza di quella illusione
che sembra appartenere segnatamente alla condizione di esule. Un
uomo politico, cacciato in bando da una fazione avversa, comunemente
guarda traverso ad un falso strumento la società ch’egli ha lasciata.
I desiderii, le speranze, i rancori suoi gli fanno apparire ogni cosa
scolorata e scontorta. Ei pensa che ogni lieve malcontento debba
produrre una rivoluzione. Ogni baruffa gli sembra una ribellione.
Non intende come la patria non lo pianga nel modo medesimo ch’egli
la piange. Immagina che tutti i suoi vecchi colleghi, i quali godono
tuttavia i domestici comodi e le agiatezze loro, siano tormentati
dai medesimi sentimenti che gli rendono grave la vita. Come la
espatriazione diventa più lunga, i suoi vaneggiamenti si accrescono. Il
correre del tempo, che tempera lo ardore degli amici da lui lasciati
indietro, gli accresce la fiamma nel cuore. Ciascun giorno che passa
gli rende maggiore la impazienza ch’ei sente di rivedere la terra
natia, e ciascun giorno la sua terra natia lo rimembra e lo compiange
meno. Tale illusione diventa quasi una insania, ogni qual volta molti
esuli che soffrono per la medesima causa, si trovano insieme in terra
straniera. La precipua delle loro faccende è quella di ragionare
intorno a ciò che essi erano un tempo, e a ciò che potrebbero essere
in futuro; di incitarsi a vicenda contro il comune nemico; di pascersi
con frenetiche speranze di vittoria e di vendetta. Così essi diventano
maturi per certe intraprese, che a prima vista verrebbero giudicate
disperate da chiunque non sia stato dalla passione privato del senso di
calcolare le probabilità di prospero successo.
II. In tali condizioni erano molti de’ fuorusciti che s’erano insieme
ridotti nel continente. Il carteggio che tenevano coll’Inghilterra,
era per la più parte tale, da eccitare gli animi loro, e da farli
farneticare. Le idee che avevano rispetto alla disposizione
dell’opinione pubblica, venivano loro precipuamente dai peggiori
uomini del partito Whig; uomini che erano cospiratori e libellisti per
mestiere, perseguiti dagli ufficiali della giustizia, forzati ad andar
svicolando travestiti per i chiassuoli della città, e talvolta a starsi
nascosti per intere settimane nelle soffitte o nelle cantine. Gli
uomini di Stato che erano stati l’ornamento del partito patriottico,
che avevano poscia governati i Consigli della Convenzione, avrebbero
porto ammonimenti assai diversi da quelli, che davano uomini come
Giovanni Wildman ed Enrico Danvers.
Wildman aveva servito quaranta anni innanzi nell’esercito parlamentare;
ma s’era meglio fatto notare come agitatore che come soldato, ed aveva
ben presto abbandonato il mestiere delle armi per un altro più adatto
all’indole sua. L’odio ch’egli sentiva per la monarchia, lo aveva
implicato in una lunga serie di congiure, prima contro il Protettore
e poi contro gli Stuardi. Ma al fanatismo congiungeva grandissima
sollecitudine per la propria sicurezza. Aveva l’arte maravigliosa
di rasentare l’abisso del tradimento, senza precipitarvisi. Niuno
intendeva meglio il modo d’incitare altrui alle disperate intraprese
con parole, le quali, ripetute dinanzi ai giurati, potessero parere
innocenti, o, alla peggio, ambigue. Tanta era la sua astuzia, che
quantunque ei perpetuamente congiurasse, e fosse conosciuto ch’ei
stesse congiurando; e quantunque un governo vendicativo gli avesse
lungamente tenuto gli occhi addosso; ei schivò ogni pericolo, e morì
nel proprio letto, dopo d’avere veduto, pel corso di due generazioni,
i suoi compiici finire sulle forche.[326] Danvers era un uomo della
medesima genia, caldo di cervello e vile di cuore, sempre spinto dallo
entusiasmo sull’orlo del pericolo, e sempre dalla codardia fermato su
quell’orlo. Esercitava non poca influenza sopra sopra una parte de’
Battisti, aveva scritto molto in difesa delle loro peculiari opinioni;
e studiandosi di palliare i delitti di Mattia e di Giovanni di Leida,
erasi attirata sul capo la severa censura dei più rispettabili
Puritani. Forse, s’egli avesse avuto un po’ di coragggio, avrebbe
calcate le orme degli sciagurati ch’ei difendeva. In quel tempo,
viveva nascosto per sottrarsi alla caccia che gli davano gli ufficiali
della giustizia; imperciocchè il Governo, avendolo scoperto autore
d’uno scritto pieno di gravissime calunnie, aveva dato ordini per
arrestarlo.[327]
III. È facile immaginare quale specie di notizie e di consigli, uomini
come questi che abbiamo descritti, potessero mandare ai fuorusciti
nelle Fiandre. Pochi esempi serviranno a darci idea del carattere di
quei fuorusciti.
Uno de’ più cospicui fra loro, era Giovanni Ayloffe, legale, congiunto
d’affinità con gli Hyde, e per mezzo loro con Giacomo. Ayloffe si
era ben per tempo reso notevole per un capriccioso insulto fatto al
Governo. Allorquando la prevalenza della corte di Versailles aveva
destata universale inquietudine, egli erasi rischiato a porre nel
seggio presidenziale della Camera de’ Comuni una scarpa di legno,
che presso gl’Inglesi era simbolo della tirannia francese. Erasi
poscia implicato nella congiura de’ Whig; ma non abbiamo ragione di
credere ch’egli fosse partecipe del disegno di assassinare i due reali
fratelli. Era uomo fornito di doti e di coraggio; ma il suo carattere
morale non era commendevole. I teologi puritani bisbigliavano ch’egli
fosse uno spensierato Gallione,[328] o qualche cosa di peggio; e che
qualunque si fosse lo zelo ch’ei professava per la libertà civile, i
Santocchi avrebbero fatto bene ad evitare ogni relazione con lui.[329]