affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società
degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita
non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti
nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono
quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare
che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e
gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in
direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione
era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano
entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga
tolleranza. Così le due sètte estreme, appunto perchè erano tali,
avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie.
I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua
casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra
tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano
stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii.
Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente
sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando
sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse,
s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso
di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza
dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato
mai attribuito ad un Quacquero.[300] Niuno di loro era stato implicato
mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva
fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente
riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del
demonio.[301] E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle
civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati
nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura;
occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le
vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima.
Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano
parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso
politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione
loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse
a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali
ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti
a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302] Persone che oggi
sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i
costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali
discorsi mondani.[303] Era, dunque, naturale che Giacomo facesse gran
distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete
sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla
tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra
ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano
nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.
Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani
e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge,
allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il
giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge
non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè
tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi
avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’
potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il
Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare
giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era
colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le
quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai
Puritani Non–Conformisti.[304]
XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato.
Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e
schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi
spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed
opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via
all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre
suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario
dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto
cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio
era stato educato liberalmente, e destinato alla professione delle
armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il
proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a
que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici.
Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a
Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in
onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato
con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così
potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene
de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare
senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo,
per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne
la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada
allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici
perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la
colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.
Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il
Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun
giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe,
e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano
ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza
effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili
che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da
supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si
levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno,
caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della
sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi
loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista,
anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in
Saint–Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali
calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata
moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio
fondate.[305]
Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede
qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico
che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state
concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di
lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza
simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per
Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un
apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano
come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di
differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi
del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano
superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva
i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente
mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal
modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo
di probità e di filantropia.
Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori
d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’
doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del
genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee
più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli
uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia,
la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il
possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti,
ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie
teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per
le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato
come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti
selvagge non abusò della forza che nasce dallo incivilimento, e
come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della
libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli
scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non
fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro
nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui
virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un
gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe
dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni
alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma
profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava.
Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e
d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli
uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni
giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero
accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare
la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare.
La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della
maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del
Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle
delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza
cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli
uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe
nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi
lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può
nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati
non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma
dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi,
solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e
che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano
stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva
influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]
Tale asserzione è degna di piena fede. Ma la mancia si può offrire
alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che
Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali
altri raccolse gli utili.
XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente
commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri
al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere
il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza
mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu
fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di
non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il
certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro
furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti
processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal
guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di
Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]
Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese.
I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano
così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li
potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero
l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti
del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del
partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero
Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al
Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro
consulte.[308]
Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevano idee
che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory
gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano
mantenere l’Atto di Prova e l’_Habeas Corpus_; e taluni di loro
parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma
erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero
volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione
dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto,
desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione
dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’_Habeas Corpus_.
Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad
accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti.
Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè
una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io
dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi
Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che
aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente
considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse
giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali
fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una
cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà
e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano
cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli
uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato,
adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309] Quantunque ei
fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo
esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo
avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente
risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano
indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava
come opportuni strumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di
tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo
danno.
I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory
della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a
deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti,
ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma
rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del
Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]
XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi
della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il
grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato,
era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della
quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici
Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi
avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega
d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi
requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee
legislative.[311]
L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del
Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton,
dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso,
poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno
de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte
Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a
Versailles.
La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere
un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse
essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso
Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti.
Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il
Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir Giovanni Trevor.
Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il
giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii
degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo
Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo
stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come
era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton,
fu eletto senza opposizione.[312]
XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario
di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era
questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante
della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili
sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel
Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore
del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del
ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato
posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset.
Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le
ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle
contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era
quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più
destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti
anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli
usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato
eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole
quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse
giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu
il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e
doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti
uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero
e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi.
Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente
avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguito dai Whig mentre
le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi
a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato
di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la
Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare,
che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini
delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]
In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere
e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è
d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale
erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e
che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione,
la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente,
a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era
licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni
cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni.
Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso
veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]
Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il
riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di
lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento
di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di
vendicarsene.
XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi
alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso
innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il
governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto
di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse
di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli
danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così
forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo
da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi di
frequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima
cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto
coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi
non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe
presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta
con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra.
Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i
Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con
rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili,
che vengono profferite dal trono.[315]
Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato
le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il
Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione
delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori
Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato
una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi
mestieri de’ suoi servigi.[316]
XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne
proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita
da darsi al Re.