XXV. Anche in que’ primi anni del suo regno, ei portava singolare

affetto ad una setta di protestanti Dissenzienti, chiamata la Società

degli Amici. La sua parzialità per questa singolare confraternita

non può attribuirsi a sentimento religioso, perocchè fra i credenti

nella divina missione di Cristo, i Cattolici Romani e i Quacqueri sono

quelli fra’ quali è maggiore distanza. Parrebbe un paradosso affermare

che questa medesima discrepanza costituisse un vincolo tra gli uni e

gli altri: eppure tale era il caso. Imperciocchè essi deviavano in

direzione cotanto opposta da ciò che dalla maggior parte della nazione

era reputato vero, che perfino gli spiriti più liberi li consideravano

entrambi come egualmente discosti dai confini della più larga

tolleranza. Così le due sètte estreme, appunto perchè erano tali,

avevano un interesse comune, diverso da quello delle sètte intermedie.

I Quacqueri erano anche innocenti d’ogni offesa contro Giacomo e la sua

casa. Non erano esistiti in forma di comunità, se non quando la guerra

tra il padre di lui e il Lungo Parlamento era presso a finire. Erano

stati crudelmente perseguitati da alcuni de’ governi rivoluzionarii.

Dopo la Restaurazione, malgrado molte vessazioni, eransi mansuetamente

sottomessi alla autorità regia; come quelli che, quantunque ragionando

sopra premesse che i teologi anglicani consideravano eterodosse,

s’erano ridotti al pari di essi alla conclusione, che nessuno eccesso

di tirannia dalla parte del principe può giustificare la resistenza

dalla parte del suddito. Nessun libello contro il Governo era stato

mai attribuito ad un Quacquero.[300] Niuno di loro era stato implicato

mai in qualche congiura contro il Governo. La loro società non aveva

fatto eco ai clamori per la Legge d’Esclusione, ed aveva solennemente

riprovata la Congiura di Rye House come disegno infernale e opera del

demonio.[301] E veramente, gli Amici allora presero poca parte nelle

civili contese; perciocchè non trovavansi, come adesso, congregati

nelle grandi città, ma generalmente erano addetti all’agricoltura;

occupazione, dalla quale a poco a poco sono stati distolti per le

vessazioni derivate loro dallo strano scrupolo di pagare la decima.

Vivevano, quindi, molto lontani dalla lotta politica. Evitavano

parimente, per principio, anco nel domestico ritiro, ogni discorso

politico; avvegnachè il ragionare di siffatte cose, secondo l’opinione

loro, non fosse favorevole alla spiritualità della mente, e tendesse

a disturbare l’austera compostezza del loro contegno. Nelle annuali

ragunanze di quei tempi, i confratelli venivano ripetutamente ammoniti

a non discorrere intorno a faccende di Stato.[302] Persone che oggi

sono in vita, rammentano come que’ vecchi venerandi che serbavano i

costumi dell’antecedente generazione, riprovassero per sistema tali

discorsi mondani.[303] Era, dunque, naturale che Giacomo facesse gran

distinzione tra questa gente innocua, e quelle fiere e irrequiete

sètte che consideravano qual dovere di Cristiano il resistere alla

tirannide; che in Germania, in Francia e in Olanda avevano mossa guerra

ai principi legittimi, e che pel corso di quattro generazioni avevano

nutrita singolare nimistà contro la Casa degli Stuardi.

Accadde, inoltre, di potere grandemente alleggiare i Cattolici Romani

e i Quacqueri, senza mitigare le sciagure dei Puritani. Una legge,

allora in vigore, puniva severamente chiunque ricusasse di prestare il

giuramento di supremazia quante volte venisse richiesto. Questa legge

non toccava i Presbiteriani, gl’Indipendenti o i Battisti, imperocchè

tutti erano pronti a chiamare Dio in testimonio onde provare com’essi

avessero rinunziato ad ogni relazione spirituale coi prelati e co’

potentati forestieri. Ma il Cattolico Romano non voleva giurare che il

Papa non avesse giurisdizione in Inghilterra, nè il Quacquero prestare

giuramento di nessuna specie. Dall’altra parte, nè l’uno nè l’altro era

colpito dal così detto Five Mile Act; legge che tra tutte quelle le

quali contenevansi nel Libro degli Statuti, era forse la più molesta ai

Puritani Non–Conformisti.[304]

XXVI. I Quacqueri avevano in Corte uno zelante e potente avvocato.

Benchè, come classe, poco s’immischiassero nelle cose del mondo, e

schivassero le politiche, quale occupazione nociva ai loro interessi

spirituali; uno di loro, molto dagli altri predistinto per grado ed

opulenza, viveva fra le alte classi, ed aveva sempre aperta la via

all’orecchio del Re. Costui era il celebre Guglielmo Penn. Il padre

suo aveva avuto alto comando nella flotta, era stato commissario

dell’ammiragliato, aveva seduto nel Parlamento, era stato fatto

cavaliere, e gli era stata data la speranza d’una paría. Il figlio

era stato educato liberalmente, e destinato alla professione delle

armi: se non che, mentre era ancora giovane, aveva danneggiato il

proprio avvenire e disgustati gli amici, collegandosi a quella che a

que’ tempi comunemente consideravasi come masnada di stolti eretici.

Era stato talvolta chiuso nella prigione della Torre, tal’altra a

Newgate. Era stato processato in Old Bailey, per avere predicato in

onta alla legge. Nondimeno, dopo qualche tempo erasi riconciliato

con la propria famiglia, e gli era riuscito ottenere protezione così

potente, che mentre tutte le carceri dell’Inghilterra erano ripiene

de’ suoi confratelli, a lui fu per molti anni permesso di professare

senza molestia la propria credenza. Verso la fine del regno di Carlo,

per saldo di un vecchio debito che aveva con lui la Corona, ottenne

la concessione nell’America Settentrionale, d’un’immensa contrada

allora popolata soltanto di cacciatori Indiani, e invitò i suoi amici

perseguitati a stabilirvisi. Allorchè Giacomo salì sul trono, la

colonia di Penn era tuttavia nella infanzia.

Tra Giacomo e Penn da lungo tempo era stata dimestichezza. Il

Quacquero, quindi, divenne cortigiano, e quasi prediletto. Ciascun

giorno dalla galleria era chiamato alle segrete stanze del principe,

e talvolta aveva lunghe udienze, intanto che i Pari del Regno stavano

ad aspettare nelle anticamere. Corse voce ch’egli avesse più potenza

effettiva di giovare e di nuocere, di quanta ne avessero molti nobili

che occupavano alti uffici. Tosto fu circuito da adulatori e da

supplicanti. La sua casa in Kensington talvolta, verso l’ora in cui si

levava da letto, era affollata da più di dugento chiedenti. Nondimeno,

caro gli costava tale apparenza di prosperità. Anche gli uomini della

sua setta lo trattavano con freddezza, e lo ricompensavano de’ servigi

loro resi, parlandone male. Lo accusavano altamente d’essere papista,

anzi gesuita. Taluni affermavano ch’egli fosse stato educato in

Saint–Omer, ed altri che avesse ricevuti gli ordini sacri in Roma. Tali

calunnie, a dir vero, potevano trovare credenza solo nella insensata

moltitudine; ma a queste calunnie mescolavansi accuse assai meglio

fondate.[305]

Il dire intera la verità intorno a Penn, è impresa che richiede

qualche coraggio; perocchè egli è più presto un personaggio mistico

che storico. Nazioni rivali e sètte avverse fra loro, sono state

concordi a canonizzarlo. La Inghilterra va orgogliosa del nome di

lui. Una grande Repubblica oltre l’Atlantico, gli porta una riverenza

simile a quella che gli Ateniesi sentivano per Teseo e i Romani per

Quirino. La spettabile società di cui egli era membro, l’onora come un

apostolo. Gli uomini pii d’altre credenze, generalmente, lo considerano

come splendido esempio di virtù cristiana. Frattanto, ammiratori di

differentissima specie ne hanno celebrate le lodi. I filosofi francesi

del secolo decimottavo gli perdonavano quelle ch’essi chiamavano

superstiziose fantasticherie, in grazia dello spregio in cui teneva

i preti, e della benevolenza cosmopolita, che egli imparzialmente

mostrava agli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni. In tal

modo il nome di lui, per tutto il mondo incivilito, è divenuto sinonimo

di probità e di filantropia.

Nè egli è al tutto immeritevole di questa grande riputazione. Fuori

d’ogni dubbio, era uomo d’insigni virtù. Aveva un forte sentimento de’

doveri religiosi, ed un fervido desiderio di promuovere la felicità del

genere umano. In uno o due punti d’alta importanza, egli aveva idee

più esatte di quelle che erano, nel suo tempo, comuni anche fra gli

uomini di mente elevata; e come signore e legislatore d’una provincia,

la quale, essendo quasi priva d’abitatori allorquando egli ne ebbe il

possesso, gli apriva un campo vergine da farvi morali esperimenti,

ebbe la rara e buona ventura di potere porre in pratica le proprie

teorie senza patti di nessuna sorta, e nondimeno senza scossa per

le istituzioni esistenti. E’ sarà sempre onorevolmente ricordato

come fondatore d’una colonia, la quale nelle sue relazioni con genti

selvagge non abusò della forza che nasce dallo incivilimento, e

come legislatore il quale, in un tempo di persecuzione, fece della

libertà religiosa la pietra angolare della politica. Ma la vita e gli

scritti suoi porgono abbondevoli prove che testificano come egli non

fosse uomo di vigoroso giudicio. Non aveva l’arte di leggere addentro

nell’indole altrui. La fiducia ch’ei poneva in genti meno di lui

virtuose, lo trasse in gravi errori ed infortunii. Lo entusiasmo per un

gran principio, sovente lo spingeva a violarne altri ch’egli avrebbe

dovuto tener sacri. Nè la sua rettitudine stette salda alle tentazioni

alle quali ei rimaneva esposto in quella società splendida e culta, ma

profondamente corrotta, con cui alla Corte di Re Giacomo egli usava.

Tutta la Corte era in perpetuo fermento d’intrighi di galanteria e

d’intrighi d’ambizione. Continuo era il traffico degli onori, degli

uffici e delle grazie. Era perciò naturale che un uomo il quale ogni

giorno vedevasi in palazzo, e, siccome era a tutti noto, aveva libero

accesso alla regia maestà, venisse frequentemente importunato ad usare

la propria influenza per fini che una rigorosa morale debbe condannare.

La integrità di Penn era rimasta incrollabile contro gli assalti della

maldicenza e della persecuzione. Ma poscia, aggredito dai sorrisi del

Re, dalle blandizie delle donne, dalla insinuante eloquenza e dalle

delicate lusinghe de’ vecchi diplomatici e cortigiani, la sua fermezza

cominciò a cedere. Titoli e frasi, già da lui spesso riprovati, gli

uscivano, secondo le occasioni, dalle labbra e dalla penna. Non sarebbe

nessun male ove egli non fosse stato reo di altro che d’essersi

lasciato andare ai complimenti mondani. Sventuratamente, non può

nascondersi come egli fosse parte precipua in certi fatti, condannati

non solo dal rigido codice della Società cui egli apparteneva, ma

dal senso universale di tutti gli uomini onesti. Protestò, poi,

solennemente che le sue mani erano pure d’ogni illecito guadagno, e

che non aveva ricevuta gratificazione nessuna da coloro i quali erano

stati da lui giovati, quantunque gli sarebbe stato facile, mentre aveva

influenza in Corte, mettere insieme centoventimila lire sterline.[306]

Tale asserzione è degna di piena fede. Ma la mancia si può offrire

alla vanità come si offre alla cupidigia; ed è impossibile negare che

Penn, blandito, si lasciò condurre a fatti ingiustificabili, de’ quali

altri raccolse gli utili.

XXVII. L’uso ch’ei primamente fece del proprio credito, fu altamente

commendevole. Espose con vigorosa eloquenza i patimenti dei Quacqueri

al nuovo Re, il quale con gioia vide come fosse possibile concedere

il perdono a cotesti tranquilli settarii e ai Cattolici Romani, senza

mostrare simile favore alle altre sètte parimente perseguitate. Fu

fatta una lista de’ prigioni che erano sotto processo come rei di

non avere voluto prestare giuramento, o andare alla chiesa, e il

certificato della cui lealtà era stato presentato al Governo. Costoro

furono assoluti, ordinandosi ad un tempo di non intentare simiglianti

processi, finchè non fosse resa manifesta la volontà del Re. In tal

guisa circa millecinquecento Quacqueri, ed anche un maggior numero di

Cattolici Romani riebbero la libertà loro.[307]

Era già arrivato il tempo in cui doveva adunarsi il Parlamento inglese.

I membri della nuova Camera de’ Comuni giunti alla metropoli, erano

così numerosi, da dubitarsi molto se la sala loro, così come era, li

potesse contener tutti. Spesero i giorni che immediatamente precessero

l’apertura della sessione, a ragionare tra loro e con gli agenti

del Governo intorno alle pubbliche faccende. Una gran ragunanza del

partito realista fu tenuta a Fountain Tavern nello Strand; e Ruggiero

Lestrange, che di recente dal Re era stato fatto cavaliere ed eletto al

Parlamento dalla città di Winchester, fu parte principale nelle loro

consulte.[308]

Conobbesi tosto, che molti della Camera dei Comuni avevano idee

che non concordavano interamente con quelle della Corte. I Tory

gentiluomini di provincia, senza escluderne quasi nessuno, volevano

mantenere l’Atto di Prova e l’_Habeas Corpus_; e taluni di loro

parlavano di votare la rendita solo per un certo numero d’anni. Ma

erano prontissimi a far leggi severe contro i Whig, e avrebbero

volentieri veduto tutti i propugnatori della Legge d’Esclusione

dichiarati incapaci d’occupare gli uffici. Il Re, dall’altro canto,

desiderava ottenere dal Parlamento una rendita a vita, l’ammissione

dei Cattolici Romani agl’impieghi, e la revoca dell’_Habeas Corpus_.

Queste tre cose gli stavano a cuore; e non era per nulla disposto ad

accettare come compenso una legge penale contro gli Esclusionisti.

Tale, legge, invece gli sarebbe stata assai sgradevole; imperciocchè

una classe di Esclusionisti godeva i suoi favori; quella classe, io

dico, di cui Sunderland era rappresentante, che erasi collegata coi

Whig nei dì della congiura, solo perchè i Whig predominavano, e che

aveva mutata faccia al cangiare della fortuna. Giacomo giustamente

considerava cotesti rinnegati come i più utili strumenti di cui potesse

giovarsi. Dai Cavalieri, uomini di fervido cuore, che gli erano stali

fidi nell’avversità, non avrebbe potuto aspettarsi nella prosperità una

cieca obbedienza. Coloro i quali spinti, non dallo zelo per la libertà

e la religione, ma solamente da egoistica cupidigia e paura, avevano

cooperato ad opprimerlo quando trovavasi debole, erano pur troppo gli

uomini che, spinti da simile paura e cupidigia, lo avrebbero aiutato,

adesso ch’era forte, ad opprimere il suo popolo.[309] Quantunque ei

fosse vendicativo, non lo era senza ragione. Non può ricordarsi un solo

esempio in cui egli mostrasse generosa commiserazione a coloro che lo

avevano avversato onestamente e per il bene pubblico. Ma di frequente

risparmiava e promoveva coloro che per qualche vile motivo s’erano

indotti ad offenderlo: imperocchè quella abiettezza che li manifestava

come opportuni strumenti di tirannide, era agli occhi suoi cosa di

tanto pregio, che la perdonava anche quando veniva adoperata a suo

danno.

I desiderii del Re furono manifestati per diverse vie ai membri Tory

della Camera Bassa. Fu agevole persuadere la maggior parte di loro a

deporre ogni pensiero di una legge penale contro gli Esclusionisti,

ed a consentire di concedere alla Maestà Sua la rendita a vita. Ma

rispetto all’Atto di Prova e all’Habeas Corpus, gli emissarii del

Governo non poterono ottenere assicurazioni soddisfacenti.[310]

XXVIII. Il dì diciannovesimo di Maggio fu aperta la sessione. I seggi

della Camera de’ Comuni presentavano un singolare spettacolo. Il

grande partito che negli ultimi tre Parlamenti aveva predominato,

era adesso diventato una misera minoranza, essendo poco più della

quindicesima parte di tutti i rappresentanti. Dei cinquecento tredici

Cavalieri e borghesi, solo cento trenta cinque nei precedenti tempi

avevano seduto in quel luogo. È cosa evidente che una congrega

d’uomini nuovi ed inesperti, doveva essere, in alcuni importantissimi

requisiti, al disotto di quel che generalmente sono le nostre assemblee

legislative.[311]

L’ufficio di dirigere la Camera fu affidato da Giacomo a due Pari del

Regno di Scozia. Uno di essi, Carlo Middleton, conte di Middleton,

dopo d’avere occupato in Edimburgo uffici cospicui, era stato ammesso,

poco avanti la morte di Carlo, al Consiglio Privato, e nominato uno

de’ Segretarii di Stato. A lui fu aggiunto Riccardo Graham, visconte

Preston, che per lungo tempo aveva tenuto il posto d’inviato a

Versailles.

La prima faccenda di cui si occupassero i Comuni, fu quella d’eleggere

un Presidente. Era stato lungamente discusso nel Gabinetto chi dovesse

essere l’uomo da scegliersi. Guildford aveva raccomandato Sir Tommaso

Meres, il quale, come lui, apparteneva alla classe de’ Barcamenanti.

Jeffreys, che non lasciava fuggire occasione alcuna per molestare il

Lord Cancelliere, sosteneva la candidatura di Sir Giovanni Trevor.

Costui, che era cresciuto facendo mezzo il beccaliti e mezzo il

giocatore, aveva portato nella vita politica sentimenti e principii

degni d’ambedue i suoi mestieri; era divenuto parassito del Capo

Giudice, e in ogni caso avrebbe potuto imitare, non senza riuscita, lo

stile vituperevole del suo protettore. Il prediletto di Jeffreys, come

era da aspettarsi, venne preferito da Giacomo; e proposto da Middleton,

fu eletto senza opposizione.[312]

XXIX. Fin qui le cose procedettero senza intoppo. Ma un avversario

di non comune prodezza, vigilava aspettando l’ora di mostrarsi. Era

questi Eduardo Seymour, del Castello di Berry Pomeroy, rappresentante

della città d’Exeter. La sua nascita lo agguagliava ai più nobili

sudditi d’Europa. Egli era il legittimo discendente maschio di quel

Duca di Somerset, che era stato cognato ad Enrico VIII, e Protettore

del Regno d’Inghilterra. Secondo l’antico diploma di creazione del

ducato di Somerset, il figlio maggiore del Protettore era stato

posposto al più giovane, dal quale discendevano i Buchi di Somerset.

Dal primogenito discendeva la famiglia stabilita a Berry Pomeroy. Le

ricchezze di Seymour erano grandi, e vasta la sua influenza nelle

contrade occidentali dell’Inghilterra. Nè la sua sola importanza era

quella che gli derivava dal sangue e dall’opulenza. Era uno de’ più

destri favellatori e degli uomini di affari nel Regno: aveva per molti

anni seduto nella Camera de’ Comuni, ne aveva studiato le regole e gli

usi, e ne intendeva perfettamente l’indole. Nel regno decorso era stato

eletto Presidente, con circostanze che resero peculiarmente onorevole

quell’ufficio. Pel corso di molte generazioni, nessuno che non fosse

giureconsulto era stato chiamato al seggio presidenziale; ed egli fu

il primo gentiluomo di provincia, il quale, in grazia dell’abilità e

doti sue, ruppe quella antica costumanza. Aveva poscia occupati alti

uffici politici, ed era stato membro del Gabinetto. Ma il suo altero

e non pieghevole carattere spiacque tanto, che gli fu forza ritrarsi.

Era Tory e partigiano della Chiesa Anglicana; aveva intrepidamente

avversata la Legge d’Esclusione; era stato perseguito dai Whig mentre

le sorti loro volgevano prospere: poteva quindi con sicurtà rischiarsi

a favellare con tale un linguaggio, che qualunque altro uomo sospettato

di sentimenti repubblicani, usandolo, sarebbe stato gettato dentro la

Torre. Era stato lungo tempo capo di una forte colleganza parlamentare,

che chiamavasi l’Alleanza Occidentale, e comprendeva molti gentiluomini

delle Contee di Devon, Somerset e Cornwall.[313]

In tutte le Camere de’ Comuni, un membro che abbia eloquenza, sapere

e pratica degli affari, e insieme ricchezze ed illustre nascimento, è

d’uopo che venga altamente predistinto. Ma in una Camera dalla quale

erano esclusi molti degli oratori e de’ periti eminenti del secolo, e

che era popolata di genti che non avevano mai udita una discussione,

la influenza d’un tanto uomo era singolarmente formidabile. Veramente,

a Seymour mancava il peso del carattere morale, come colui che era

licenzioso, profano, corrotto, e così superbo da sdegnare ogni

cortesia, e tuttavia non tanto da aborrire dagli illeciti guadagni.

Ma era uno alleato così utile, e un nemico così malefico, che spesso

veniva corteggiato anco da coloro che maggiormente lo detestavano.[314]

Adesso ei trovavasi di cattivo umore contro il Governo. Il

riordinamento de’ borghi occidentali aveva indebolita la influenza di

lui in vari luoghi. Il suo orgoglio aveva sofferto all’esaltamento

di Trevor al seggio presidenziale; e ben tosto ei colse il destro di

vendicarsene.

XXX. Il dì ventesimosecondo di maggio, fu ordinato ai Comuni di recarsi

alla barra de’ Lordi, dove il Re dal trono profferì un discorso

innanzi ambedue le Camere. Dichiarò d’essere fermo a mantenere il

governo stabilito nella Chiesa e nello Stato. Ma scemò lo effetto

di questa dichiarazione con istrani ammonimenti ai Comuni. Disse

di temere che essi fossero per avventura disposti a concedergli

danari alla spicciolata di quando in quando, con la speranza di così

forzarlo a convocarli spesso. Ma gli avvertiva che egli non era uomo

da essere raggirato, e che ove essi desiderassero ragunarsi di

frequente, dovevano con lui condursi bene. Ed essendo manifestissima

cosa che il governo non poteva tirare avanti senza pecunia, sotto

coteste espressioni chiaramente sottintendevasi, che qualora essi

non avessero voluto dargliene quanta ei ne desiderava, se la sarebbe

presa da sè. Strano a dirsi! una simigliante allocuzione fu accolta

con fragorosi applausi dai gentiluomini Tory che stavano alla barra.

Cotali acclamazioni erano allora d’uso. Adesso, da molti anni in qua, i

Parlamenti hanno adottato il grave e decoroso costume d’ascoltare con

rispettoso silenzio tutte l’espressioni, accettabili o non accettabili,

che vengono profferite dal trono.[315]

Era allora usanza che, dopo avere il Re con brevi parole significato

le ragioni di convocare il Parlamento, il Ministro che teneva il

Gran Sigillo, spiegasse con più larghezza alle Camere la condizione

delle pubbliche cose. Guildford, ad imitazione de’ suoi predecessori

Clarendon, Bridgeman, Shaftesbury e Nottingham, aveva apparecchiato

una elaborata orazione; ma, con suo grave dolore, trovò non esservi

mestieri de’ suoi servigi.[316]

XXXI. Appena i Comuni furono ritornati nella propria sala, venne

proposto che si formassero in comitato a fine di stabilire la rendita

da darsi al Re.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 41 / 58 段