pervenne alla sua maggiore altezza. Dal dì in che Giacomo fu asceso
sul trono, s’erano sempre avvicendati indirizzi, in cui quel partito
esprimeva profonda venerazione per la persona e la dignità del monarca,
e acre abborrimento per i vinti Whig. I magistrati di Middlesex
rendevano grazie a Dio per avere dispersi i disegni di que’ regicidi
ed Esclusionisti, i quali, non paghi d’avere assassinato un monarca
santo, tentavano di distruggere le fondamenta della monarchia. La
città di Gloucester esecrò i ribaldi sitibondi di sangue, che avevano
tentato di privare la Maestà Sua del diritto ereditario. I borghesi di
Wigan assicurarono il sovrano, che lo avrebbero difeso contro tutti
gli Achitophel cospiratori, e i ribelli Assalonni. I gran giurati di
Suffolk dissero sperare, che il Parlamento avrebbe proscritti gli
Esclusionisti. Molti Consigli municipali giurarono di non rieleggere
mai più alla Camera de’ Comuni chiunque avesse votato a favore della
legge che voleva privare Giacomo del diritto di successione. Perfino
la metropoli mostrò profondo ossequio. I legali e i commercianti fra
loro gareggiavano di servilità. I collegi dei Tribunali, e quelli
di Cancelleria, mandarono fervide professioni di sommissione e
d’affetto. Tutte le grandi società commerciali, la Compagnia delle
Indie Orientali, la Compagnia Affricana, la Compagnia di Turchia,
la Compagnia di Moscovia, la Compagnia di Hudson Bay, i Mercanti
di Maryland, i Mercanti della Giammaica, i Mercanti Avventurieri,
dichiararono che accettavano ben volentieri lo editto regio, il quale
ingiungeva loro di continuare a pagare i diritti doganali. Bristol,
seconda città dell’isola, fece eco al voto di Londra. Ma in nessuno
altro luogo lo spirito di lealtà fu più fervido di quel che fosse
nelle due università. Oxford dichiarò che non si sarebbe mai dilungata
da quei principii religiosi che la obbligavano a prestare obbedienza
al Re senza limiti o restrizioni. Cambridge, con severissime parole,
dannò la violenza e il tradimento di que’ torbidi spiriti che s’erano
malignamente studiati di trarre la corrente della successione fuori del
suo proprio alveo.[262]
XVIII. Simiglianti indirizzi, per uno spazio considerevole di tempo,
riempirono ciascun numero della Gazzetta di Londra. Ma non erano
i soli indirizzi i mezzi onde i Tory mostravano il proprio zelo.
Pubblicati i decreti per le elezioni parlamentari, il paese fu in
grande concitamento. Non v’era mai stata elezione generale che, come
questa, fosse accompagnata da circostanze cotanto favorevoli alla
Corte. Centinaia di migliaia che la Congiura papale aveva cacciato
dentro il partito Whig, furono ricacciati al partito Tory dalla
congiura di Rye House. Nelle Contee, il Governo poteva esser sicuro
d’una immensa maggioranza di gentiluomini possidenti trecento e più
lire sterline l’anno, e di tutti gli ecclesiastici fino a uno. Quei
borghi che un tempo erano cittadelle di Whig, erano di fresco stati
con sentenza legale privati de’ loro Statuti, o avevano prevenuta la
sentenza, spontaneamente rinunziandovi. Erano poi stati ricostituiti
in modo da rieleggere senza dubbio rappresentanti devoti alla Corona.
Dove non era da fidarsi dei cittadini, la franchigia elettorale era
stata affidata agli scudieri delle vicinanze. In alcuni dei più
piccoli municipii occidentali, i collegi elettorali erano in gran
parte composti di Capitani e di Luogotenenti delle Guardie. I seggi
elettorali avevano dovecchessia interesse per la Corte. In ciascuna
Contea il Lord Luogotenente e i suoi deputati formavano un potente,
operoso e vigilante comitato, col fine di carezzare e intimidire i
liberi possidenti. Le popolazioni erano ammonite da migliaia di pulpiti
a non votare a favore di nessun candidato Whig, perocchè ne dovevano
render conto a Colui che aveva ordinato che vi fossero i potentati,
e aveva detto la ribellione essere peccato non meno grave della
stregoneria. Di tutti cotesti elementi il partito predominante non solo
usò quanto potè, ma abusò in modo così svergognato, che gli uomini
gravi e saggi, i quali si erano mantenuti fedeli alla monarchia mentre
era in pericolo, e non portavano nessun affetto ai repubblicani e agli
scismatici, tiraronsi da parte, e da siffatti primordii previdero lo
appressarsi di tempi tristissimi.[263]
Nondimeno i Whig, comecchè patissero la giusta pena de’ propri errori,
e fossero sconfitti, scoraggiati, disordinati, non vollero cedere
senza sforzi. Erano tuttavia numerosi nelle classi dei trafficanti e
degli artigiani delle città, e in quelle de’ piccoli possidenti e de’
contadini sparsi per le campagne. In taluni distretti, come, a cagione
d’esempio, nelle Contee di Dorset e di Somerset, formavano la gran
maggioranza della popolazione. Nulla potevano nei borghi ricostituiti;
ma in ogni Contea dove avevano probabilità di prospero successo,
lottarono disperatamente. Nella Contea di Bedford, che all’ultimo
Parlamento era stata rappresentata dallo sfortunato Russell, essi
rimasero vincitori nella prova ad alzata di mani, ma perdenti in quella
dello squittinio.[264] In Essex ottennero mille trecento voti contro
mille ottocento.[265] Nella elezione della Contea di Northampton, il
popolo procedè così violentemente ostile al candidato della Corte,
che fu necessario appostare nella piazza di mercato della città della
Contea una coorte di soldati, ai quali fu dato ordine di caricare a
palla gli archibugi.[266] La storia della contesa per la elezione della
Contea di Buckingham, è anche più degna di considerazione. Il candidato
Whig, che aveva nome Tommaso Wharton, figlio primogenito di Filippo
Lord Wharton, era uomo predistinto e per destrezza e per audacia,
e destinato a rappresentare una parte cospicua, benchè non sempre
commendevole, nella politica di vari sovrani. Nella Camera de’ Comuni
era stato uno de’ membri, i quali avevano portata la Legge d’Esclusione
alla barra di quella de’ Lordi. La Corte, adunque, era intesa ad usare
ogni mezzo buono o cattivo per escluderlo dal Parlamento. Il Lord
Capo Giudice Jeffreys recossi in persona nella Contea di Buckingham,
a fine di sostenere un gentiluomo chiamato Hacket, che apparteneva al
partito Tory. Immaginarono uno strattagemma, che essi pensavano dovesse
produrre buono effetto. Fu annunziato che la elezione si farebbe in
Ailesbury; e Wharton, la cui perizia in tutte le astuzie di condurre
una elezione era senza rivali, ordinò tutto, credendo vera la cosa;
allorquando, con improvviso annunzio, lo sceriffo fece sapere che lo
squittinio seguirebbe in Newport Pagnell. Wharton e i suoi partigiani
vi si recarono frettolosamente, e trovarono che Hacket, il quale
sapeva il secreto, aveva già preso per conto suo tutte le locande e
gli alberghi. I liberi possidenti Whig furono costretti a legare i
propri cavalli alle siepi, e dormire a cielo scoperto sui prati che
circondavano la città. E’ non fu senza difficoltà grandissima che si
potè provvedere improvvisamente al vitto di tanto numero d’uomini e
d’animali; quantunque Wharton, che non curava affatto spesa alcuna
quando gli si accendevano in cuore l’ambizione e lo spirito di parte,
sborsasse in un solo giorno mille cinquecento lire sterline, somma
immensa per que’ tempi. Nonostante, sembra che tanta ingiustizia avesse
ridato coraggio ai possidenti di Bucks, animosi figli degli elettori
di Giovanni Hampden. Wharton non solo sortì vittorioso della prova,
ma potè ottenere la elezione d’un altro uomo d’opinioni moderate, e
sconfiggere il candidato del Capo Giudice.[267]
Nella contea di Chester la lotta durò sei giorni. I Whig ebbero
circa mille settecento voti, i Tory circa due mila. Il popolo minuto
parteggiò con veemenza a favore de’ Whig, e gridando: «Abbasso i
Vescovi!» insultò il clero per le vie di Chester, stramazzò a terra un
gentiluomo Tory, ruppe le finestre e bastonò i commissari di polizia.
Fu chiamata la milizia cittadina a chetare il tumulto, e fu fatta
rimanere in armi, onde proteggere il trionfo de’ vincitori. Appena
finito lo squittinio, cinque grossi cannoni dal castello annunziarono
al paese circostante la vittoria della Chiesa e della Corona. Le
campane sonarono a festa. Gli eletti furono condotti solennemente alla
croce della città,[268] accompagnati da una banda musicale e da un
lungo codazzo di cavallieri e scudieri. La processione andava cantando:
«Letizia al gran Cesare!» ode cortigiana, la quale era stata, poco
innanzi, scritta da Durfey, e quantunque, al pari di tutti gli scritti
di lui, fosse estremamente spregevole, in quel tempo era quasi tanto
popolare, quanto pochi anni dopo lo fu Lillibullero.[269] Attorno la
croce stavano schierate le civiche milizie; fu acceso un fuoco di
gioia; la Legge d’Esclusione venne bruciata; e si bevve con fragorose
acclamazioni alla salute di Re Giacomo. Il dì seguente era domenica.
La milizia schierossi in fila lungo le vie conducenti al duomo. I due
rappresentanti della Contea furono condotti con gran pompa al coro
dai magistrati della città; ascoltarono la predica del Decano, che
probabilmente ragionò del debito d’obbedienza passiva; e poi furono
festeggiati dal Gonfaloniere.[270]
In Northumberland, il trionfo di Sir Giovanni Fenwik, cortigiano che
acquistò poscia trista rinomanza, fu accompagnato da circostanze
che destarono interesse in Londra, e che non furono stimate indegne
d’essere rammentate, nei dispacci de’ Ministri stranieri. Newcastle fu
illuminato con gran mucchi di carbone acceso. I campanili mandarono
suoni di esultanza. Un esemplare della Legge d’Esclusione, ed una
cassetta nera simigliante a quella che, secondo la favola popolare,
conteneva il contratto di nozze tra Carlo II e Lucia Walters, vennero
pubblicamente date alle fiamme con alte acclamazioni.[271]
L’esito generale delle elezioni sorpassò le più ardenti speranze
della Corte. Giacomo vide con gioia, come non gli fosse necessario di
spendere un soldo a comperare i voti. Disse che, tranne circa quaranta
membri, la Camera de’ Comuni era quale doveva essere ove egli l’avesse
nominata da sè.[272] Oltrechè, stava in poter suo, secondo che allora
consentivano le leggi, tenerla sino alla fine del suo regno.
Essendo sicuro d’essere sostenuto dal Parlamento, poteva oramai
appagare la libidine di vendetta. Aveva indole implacabile; e
mentre era ancor suddito, aveva patito ingiurie e indegnità tali,
che avrebbero mosso anche un animo placabile a fiero e durevole
risentimento. Una setta d’uomini, in ispecie, aveva, con inusitata e
indicibile crudeltà e vigliaccheria, aggredito l’onore e la vita di
lui; voglio dire i testimoni della congiura. L’odio ch’ei loro portava,
parrebbe degno di scusa; poichè fino ai dì nostri il solo profferirne
il nome muove a schifo ed orrore gli uomini di tutte le sètte e di
tutti i partiti.
XIX. Alcuni di cotesti sciagurati erano in luogo dove non poteva
giungere il braccio della umana giustizia. Bedloe era morto da ribaldo,
senza dare il minimo segno di rimorso e di vergogna.[273] Dugdale gli
era andato dietro, reso insano, secondo che dicevasi, dalle furie della
pessima coscienza, con acute strida scongiurando coloro che stavano
attorno al suo letto, d’allontanare lo spettro di Lord Stafford.[274]
Carstairs anch’esso era morto. La sua fine fu tutta orrore e
disperazione; e sul punto di mandare l’ultimo flato, aveva detto ai
suoi assistenti di gittarlo a guisa d’un cane in un fosso, non essendo
degno di riposare in un cimitero cristiano.[275] Ma Oates e Dangerfield
erano in potere dello austero principe da essi oltraggiato. Giacomo,
breve tempo avanti che ascendesse sul trono, aveva intentato un
processo civile contro Oates per diffamazione; e i giurati lo avevano
condannato a pagare la enorme multa di cento mila lire sterline.[276]
Lo accusato, non potendo pagare, era stato preso, e viveva in carcere
senza speranza d’uscire. Gli Alti Giurati di Middlesex, poche settimane
avanti la morte di Carlo, avevano ammessi contro lui due atti d’accusa
come colpevole di spergiuro. Appena finite le elezioni, si cominciò il
processo.
Tra le classi alte e le medie, ad Oates non rimaneva nè anche un amico.
Tutti i Whig intelligenti erano convinti, che quando anche il suo
racconto fosse in alcun modo fondato sul fatto, egli vi aveva edificato
sopra un romanzo. Un numero considerevole di fanatici, nondimeno, lo
considerava tuttavia come pubblico benefattore. Costoro bene sapevano
che qualora ei fosse convinto di reità, la sua sentenza sarebbe
severissima; e però infaticabilmente studiavansi a procacciargli la
fuga. Quantunque fino allora fosse rinchiuso per debiti, venne posto
in ferri dalle autorità della prigione del Banco del Re; ed anche ciò
non era bastevole a tenerlo in sicura custodia. Al mastino che stava
dinanzi all’uscio del suo carcere, fu dato il veleno; e nella medesima
notte che precedè il suo processo, una scala di fune fu introdotta
nella sua cella.
Il giorno ch’ei fu condotto alla barra, Westminster Hall era affollata
di spettatori, fra’ quali vedevansi molti cattolici romani, ansiosi
di contemplare la miseria e la umiliazione del loro persecutore.[277]
Pochi anni prima, il suo collo corto, le sue gambe ineguali come quelle
d’un tasso, la sua fronte bassa a guisa di quella d’un babbuino, le
sue guance chiazzate di sangue, la mostruosa lunghezza del suo mento,
erano famigliari a quanti frequentavano le corti di giustizia. Era in
que’ giorni diventato l’idolo della nazione: dovunque ei si mostrasse,
ciascuno gli faceva di cappello. La vita e gli averi de’ magnati del
reame erano stati in sua balìa. Ma adesso i tempi erano cangiati; e
molti di coloro che per lo innanzi lo avevano considerato liberatore
della patria, rabbrividivano alla vista di quegli osceni sembianti,
sopra i quali pareva che il dito di Dio avesse scritto: scellerato![278]
E’ fu provato, senza possibilità di dubbio, che questo uomo aveva,
con false testimonianze, premeditatamente assassinate varie persone
innocenti. Egli invocò invano i più eminenti membri del Parlamento,
dai quali era stato ricompensato ed esaltato, perchè testificassero
a favor suo. Parecchi di coloro ch’egli aveva chiamati al tribunale,
assentaronsi. Nessuno disse la minima cosa che tendesse a scolparlo.
Uno di loro, cioè a dire il Conte di Huntingdon, lo rimproverò
aspramente d’avere ingannate le Camere, e gettata sopra esse la colpa
d’aver versato il sangue innocente. I giudici guardavano fieri, ed
avvilirono lo accusato con crudeltà tale, che anche nei casi più
atroci mal conviene al carattere di ministro della giustizia. Eppure
ei non mostrò segno di timore o vergogna, e con la insolenza della
disperazione affrontò la tempesta delle invettive che scoppiava
contro lui dalla barra, dal seggio e dal banco de’ testimoni. Fu
dichiarato convinto sopra ambedue gli atti d’accusa. Quantunque,
moralmente considerata, la sua colpa fosse assassinio della più grave
specie, nondimeno agli occhi della legge era semplice delitto. Il
tribunale, nondimeno, voleva che la pena da darglisi fosse più severa
di quella de’ felloni o traditori, e non solo farlo morire, ma farlo
morire tra orribili tormenti. Fu condannato ad essere spogliato degli
abiti clericali, posto alla gogna in Palace Yard, e condotto attorno
Westminster Hall con un cartello fittogli sulla testa, nel quale fosse
scritta la sua infamia; e posto nuovamente alla gogna di faccia alla
Borsa Reale, fustigato da Aldgate a Newgate, e dopo un intervallo di
due giorni fustigato un’altra volta da Newgate a Tyburn. Se, contro
ogni probabilità, egli fosse sopravvissuto a questa orribile pena,
doveva rimanere in carcere per tutta la vita, donde doveva essere
tratto cinque volte l’anno, e messo alla gogna in diversi luoghi della
metropoli.[279]
La cruda sentenza venne crudamente eseguita. Oates, il giorno in cui
fu posto alla gogna in Palace Yard, sostenne una pioggia di sassate, e
corse pericolo di essere fatto in brani.[280] Ma nella città, i suoi
partigiani si raccolsero, suscitarono un tumulto, e rovesciarono la
gogna.[281] Ciò non ostante, non riuscì loro di liberarlo. Fu creduto
che per sottrarsi all’orrendo destino che lo aspettava, tentasse
d’avvelenarsi: però il cibo e la bevanda furono sottoposti a rigoroso
esame. Il dì seguente, fu tratto fuori di carcere per subire la prima
fustigazione. A buon’ora, innumerevole turba di popolo riempiva tutte
le vie, da Aldgate sino a Old Bailey. Il carnefice menava la frusta
con tanto insolita severità, da mostrare che avesse ricevuto speciali
ammonimenti. Il sangue correva a rivi. Per qualche tempo il colpevole
fece mostra d’una strana costanza; ma in fine, sì ostinata fortezza
gli venne meno. Urlava in modo spaventevole; perdè i sensi più volte:
ma non perciò restava il flagello. Come fu sciolto, e’ parve d’avere
sopportato quanto la forma umana può sopportare senza dissolversi.
Giacomo venne supplicato a risparmiargli la seconda fustigazione. Ei
rispose in brevi e chiare parole: «Dovrà subire la pena finchè gli
rimarrà fiato in corpo.» Tentossi di ottenere la intercessione della
Regina; ma essa sdegnosamente ricusò di dire una sola parola a pro di
un tanto scellerato. Dopo un intervallo di sole quarantotto ore, Oates
fu nuovamente tratto di carcere. Non aveva forza da tenersi in piedi,
e fu d’uopo trascinarlo sopra una treggia a Tyburn. Pareva affatto
insensibile; e i Tory riferivano ch’egli si fosse stordito bevendo
liquori spiritosi. Un tale, che nel secondo giorno contò il numero
delle frustate, affermò che fossero mille settecento. Al tristo uomo
rimase la vita, ma in guisa che gl’ignoranti e i bacchettoni fra’ suoi
ammiratori reputarono la sua guarigione un miracolo, e l’adducevano
come argomento della innocenza di lui. Le porte del carcere gli si
richiusero sopra. Per molti mesi stette incatenato nel più oscuro buco
di Newgate. Fu detto che ivi si abbandonasse alla malinconia, e per
giorni interi sedendo con le mani incrociate, e col cappello fitto in
sugli occhi, mandasse cupi gemiti. E’ non fu nella sola Inghilterra che
questi avvenimenti svegliarono grande interesse. Milioni di cattolici
romani, i quali non sapevano nulla delle nostre istituzioni e fazioni,
avevano udito come nella nostra isola avesse infuriato una barbarissima
persecuzione contro i credenti nella vera fede, come molti uomini pii
avessero patito il martirio, e Tito Oates fosse stato il principale
assassino. E però grande fu la gioia ne’ lontani paesi appena si seppe
che la mano della giustizia divina lo aveva raggiunto. Per tutta
l’Europa correvano certe incisioni, dove egli era rappresentato alla
gogna e in atto di subire la flagellazione; e gli epigrammisti, in
molte lingue, scherzarono sul titolo di dottore ch’egli pretendeva
d’avere ottenuto nella Università di Salamanca, e notavano che non
potendo farlo arrossire in fronte, era giusto che lo facessero
arrossire su per la schiena.[282]
Per quanto orribili fossero i tormenti di Oates, non potevano
agguagliarsi a’ suoi misfatti. Un’antica legge dell’Inghilterra,
che s’era lasciata cadere in disuso, trattava come assassino il
falso testimone, che spergiurando fosse stato cagione di morte
ad alcuno.[283] Ciò era savio ed equo, imperocchè un simigliante
testimonio, davvero è il peggiore degli assassini. Alla colpa di
spargere il sangue innocente, egli aggiunge quella di violare il
più solenne contratto che possa esistere tra uomo e uomo, e di
rendere le istituzioni—alle quali è da desiderarsi che il pubblico
porti rispetto e fiducia—strumento di terribili danni, e obietto di
generale diffidenza. Il dolore cagionato da un assassinio ordinario
non è da paragonarsi al dolore cagionato dallo assassinio, di cui le
corti di giustizia diventano agenti. La semplice estinzione della
vita è piccolissima parte di ciò che rende orribile il patibolo. La
prolungata mortale agonia del condannato, la vergogna e la miseria
de’ suoi congiunti, la macchia d’infamia che discende fino alla
terza o quarta generazione, sono cose più spaventevoli della morte
stessa. Generalmente, potrebbe di sicuro affermarsi che il padre di
una numerosa famiglia si lascerebbe più presto privare di tutti i
propri figliuoli, morti per disgrazia o per malattia, che perdere un
solo di loro per le mani del carnefice. L’assassinio cagionato da
falsa testimonianza è, dunque, la specie più grave degli assassinii;
ed Oates era reo di molti simiglianti assassinii. Nondimeno, non può
giustificarsi la pena che gli venne inflitta. Nel dannarlo ad essere
spogliato dell’abito ecclesiastico e incarcerato a vita, sembra che i
giudici avessero ecceduto il loro potere legale. Certo erano competenti
a infliggere la fustigazione, nè la legge assegnava termine al numero
delle frustate: ma lo spirito della legge manifestamente voleva che
nessun delitto venisse punito con severità maggiore di quella con cui
si puniscono le più atroci fellonie. Il peggiore de’ felloni poteva
essere condannato alla forca. I giudici, secondo che credevano,
dannarono Oates ad essere flagellato a morte. Dire che la legge fosse
difettosa, non è scusa sufficiente: imperocchè le leggi difettive
dovrebbero essere riformate dal Corpo legislativo, non mai stiracchiate
dai tribunali, e, quel che è peggio, stiracchiate a fine di dare
la tortura e la morte. Che Oates fosse uomo malvagio, non è scusa
sufficiente: imperocchè il colpevole è quasi sempre il primo a patire
le severità che poscia si considerano come precedenti per opprimere
l’innocente. Tale era il caso d’Oates. Il flagellare senza misericordia
divenne tosto la punizione ordinaria de’ falli politici di non molta
gravità. Individui accusati di avere imprudentemente profferite parole
ostili al Governo, vennero condannati a tormenti così crudeli, che
essi, con non simulata serietà, chiedevano d’essere processati come
rei di delitti capitali, e mandati alle forche. Avventuratamente, a’
progressi di tanto male posero argine la Rivoluzione, e la Legge de’
Diritti, con quello articolo che condanna ogni punizione crudele e
inusitata.