in ogni Corte del continente; e i primordii del suo governo venivano
invigilati dagli stranieri con interesse non meno profondo di
quello che sentivano i sudditi di lui. Un solo Governo desiderava
che le turbolenze le quali per tre generazioni avevano sconvolta
l’Inghilterra, durassero eterne. Tutti gli altri, repubblicani
o monarchici, protestanti o cattolici romani, volevano vederle
felicemente terminate.
L’indole della lunga contesa tra gli Stuardi e i Parlamenti loro,
era imperfettissimamente intesa da’ politici stranieri; ma nessun
uomo di Stato poteva non conoscere lo effetto da quella contesa
prodotto sull’equilibrio politico d’Europa. In circostanze ordinarie,
le simpatie delle Corti di Vienna e di Madrid sarebbero state, senza
dubbio, per un principe che lottava contro i sudditi, e segnatamente
per un principe cattolico romano, persecutore di sudditi eretici:
ma tutte coteste simpatie erano in allora vinte da un più forte
sentimento. Il timore e l’odio ispirato dalla grandezza, ingiustizia
ed arroganza del Re francese, erano al colmo. I suoi vicini dubitavano
se fosse più pericoloso essere in guerra o in pace con lui; perciocchè
in pace ei seguitava a saccheggiarli e oltraggiarli; in guerra essi
avevano provato invano la sorte delle armi contro lui. In tanta
perplessità, tenevano ansiosamente gli occhi vôlti all’Inghilterra.
Agirebbe ella giusta i principii della Triplice Alleanza, o giusta
quelli del Trattato di Dover? Da ciò dipendevano le sorti di tutti i
suoi vicini. Aiutati dall’Inghilterra, gli altri Stati potevano opporre
a Luigi nuova resistenza; ma non poteva da quella sperarsi nessun
aiuto finchè non vi regnasse la concordia. Innanzi che cominciasse il
conflitto tra il trono e il Parlamento, era stata una potenza di primo
ordine; il dì in cui il conflitto ebbe fine, essa ridivenne potenza
di primo ordine: ma mentre l’esito della contesa era dubbio, rimase
condannata alla inazione e al vassallaggio. Era stata grande sotto i
Plantageneti e i Tudor; divenne nuovamente grande sotto i principi
che regnarono dopo la Rivoluzione: ma sotto i Re della Casa Stuarda,
fu come se non esistesse nella carta geografica dell’Europa. Aveva
perduto una specie d’energia senza acquistarne un’altra. Quella specie
di forza onde essa nel secolo decimoquarto aveva potuto umiliare
Francia e Spagna, aveva cessato di esistere. Quella specie di forza
che nel decimottavo secolo umiliò nuovamente Francia e Spagna, non
era ancora posta in azione. Il Governo non era più una monarchia
limitata, secondo la forma politica delle età di mezzo; non era
divenuto una monarchia limitata secondo la forma dei moderni tempi:
co’ vizi di due diversi sistemi non aveva il vigore di nessuno. Gli
elementi della nostra politica, invece di armonizzare, avversavansi
vicendevolmente e s’annientavano. Tutto era transizione, conflitto
e disordine. Il fine precipuo del sovrano era quello di abbattere i
privilegi della Legislatura; quello della Legislatura era di usurpare
le prerogative del sovrano. Il Re era sollecito d’accettare aiuti
stranieri che lo liberassero dalla sciagura d’essere dipendente da un
fazioso Parlamento. Il Parlamento negava al Re i mezzi di sostenere
l’onor nazionale, temendo con molta ragione che verrebbero adoperati a
stabilire il dispotismo nel paese. Lo effetto di tali gelosie fu che
la patria nostra, con tutti i suoi grandi mezzi, fosse di sì poco peso
nella Cristianità, come lo era il Ducato di Savoia o quello di Lorena,
e certamente di assai minor peso che non era la piccola provincia
d’Olanda.
XIII. La Francia aveva grande interesse a prolungare questo stato di
cose:[251] tutti gli altri potentati lo avevano a condurlo a fine.
Era desiderio generale dell’Europa, che Giacomo governasse a seconda
della legge e della pubblica opinione. Dallo stesso Escuriale vennero
lettere esprimenti la speranza che il nuovo Re fosse in buona armonia
col Parlamento e col popolo.[252] Perfino dal Vaticano giunsero
avvertimenti contro lo smoderato zelo per la fede cattolica romana.
Benedetto Odescalchi, che teneva il seggio papale col nome d’Innocenzo
XI, sentì, come sovrano temporale, tutto il timore onde gli altri
principi invigilavano il progresso della potenza francese. Aveva
anche particolari cagioni d’inquietudine. Fu fortuna per la religione
protestante, che nel momento in cui l’ultimo Re cattolico romano salì
sul trono dell’Inghilterra, la Chiesa cattolica romana fosse lacerata
da dissensioni e minacciata da un nuovo scisma. Un conflitto simile
a quello che arse nel secolo undecimo tra gl’imperatori e i sommi
pontefici, era sorto tra Luigi ed Innocenzo. Luigi, zelante fino alla
bacchettoneria per le dottrine della Chiesa di Roma, ma tenace della
sua regia autorità, accusava il Papa di usurpare i diritti secolari
della Corona francese, ed era alla sua volta accusato dal Papa di
usurpare il potere spirituale delle Chiavi. Il Re, superbo come egli
era, incontrò uno spirito anche più risoluto del suo. Innocenzo, nelle
relazioni private, era il più mansueto e gentile degli uomini; ma
qualvolta parlava officialmente dalla cattedra di San Pietro, favellava
col tono di Gregorio VII e di Sisto V. La lotta si fece grave. Gli
agenti del Re furono scomunicati; gli aderenti del Papa banditi. Il
Re creò vescovi i difensori della sua autorità. Il Papa rifiutò di
approvarli. Quelli si posero al possesso de’ palazzi e delle rendite
vescovili; ma erano incompetenti ad esercitare gli episcopali uffici.
Innanzi che la contesa avesse fine, in Francia erano trenta prelati che
non avevano potestà di conferire gli ordini o la cresima.[253]
Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei
tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi
protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la
paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese
ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente
avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani
e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano
frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva
alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti
i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere
l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.
Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a
guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra. Il
ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli
avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente
savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace
potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e
incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile
prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse
studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la
prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per
la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e
nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra
il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere
arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e
sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo
I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia
avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro
canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione,
osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la
fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che
professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si
sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a
quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese
congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione
europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di
Luigi.
Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’
principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre
era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran
Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca
di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio;
veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo
consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria.
Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti,
ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della
loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano
acceso tanto il cervello, da renderlo un imprudente consigliere. Ogni
lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava
pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo
Inglese.[254]
XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo
verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo
gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto
concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un
sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si
straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di
minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori
vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri,
sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi
a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate
nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il
continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni
incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni
tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa,
necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era
impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare
le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto
imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni,
nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella.
In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme
le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era
quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo
era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti
incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede
piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi
atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità.
Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare
il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso
uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così
vile. Anco Luigi rendevano perplesso gli andamenti d’un alleato il
quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida
all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di
Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.
Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si
sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti,
poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli
contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle
milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la
parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato
convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo
pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia
sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria
per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli
aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti.
Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza
il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano
nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti.
Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta
con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero,
puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla
dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta
la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica
estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una
relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori
onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente
contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante
della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con
gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255] Il Re Luigi, in sulle prime,
ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i
miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato
contegno di Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami
di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione.
Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese
mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro
da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]
Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed
ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi
proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il
rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente
Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso
gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto
dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la
propria forza.
XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici
protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a
uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte.
Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro
che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla
elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera.
I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono
frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo,
d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave
sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]
Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana
di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa
medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai
tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre
Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo.
Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto
ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già
assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbe
scrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester
ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul
paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i
gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa.
La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli
che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno,
avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi
brutali.[258] Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe,
avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine,
non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città
i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento
di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo
un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma
furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie
reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i
loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili
secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di
grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond
e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano
valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro
che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla
strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per
la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano
preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza
misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso
spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista,
l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di
quello impopolare saprannome.[259]
XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio
de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro
fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si
fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile, in che ricorre
la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu
splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’
Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica
inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di
quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu
meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il
sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran
dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima
e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli,
allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor
vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill,
Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano
fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva
contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne.
Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione,
e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da
esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi,
d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove
avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono
spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte.
La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè,
se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di
abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima
assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale
è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo
avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una
parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a
ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria
moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti.
Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di
lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro
mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero
pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine,
venne in parte richiamato a vita lo antico costume. Il dì della
incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale
si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con
interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno,
apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa
solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro
l’Abbadia.
Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale.
La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì
corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque
si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero
fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano
i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio
della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare
in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a
pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo
gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine.
Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far
nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse
creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno
non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione
all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè
da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e
s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito
Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili
nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto
uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè
tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia,
più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica
fantocciata della incoronazione.[260]
Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti. Era uno di
quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato
dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto
di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto
destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione
d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di
Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno
de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar,
un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche
fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento;
un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le
milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente
alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi
di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore
Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza
i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro
che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio
religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala;
il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte
cattive poesie.[261]