XII. La sua successione al trono aveva svegliato speranze e timori

in ogni Corte del continente; e i primordii del suo governo venivano

invigilati dagli stranieri con interesse non meno profondo di

quello che sentivano i sudditi di lui. Un solo Governo desiderava

che le turbolenze le quali per tre generazioni avevano sconvolta

l’Inghilterra, durassero eterne. Tutti gli altri, repubblicani

o monarchici, protestanti o cattolici romani, volevano vederle

felicemente terminate.

L’indole della lunga contesa tra gli Stuardi e i Parlamenti loro,

era imperfettissimamente intesa da’ politici stranieri; ma nessun

uomo di Stato poteva non conoscere lo effetto da quella contesa

prodotto sull’equilibrio politico d’Europa. In circostanze ordinarie,

le simpatie delle Corti di Vienna e di Madrid sarebbero state, senza

dubbio, per un principe che lottava contro i sudditi, e segnatamente

per un principe cattolico romano, persecutore di sudditi eretici:

ma tutte coteste simpatie erano in allora vinte da un più forte

sentimento. Il timore e l’odio ispirato dalla grandezza, ingiustizia

ed arroganza del Re francese, erano al colmo. I suoi vicini dubitavano

se fosse più pericoloso essere in guerra o in pace con lui; perciocchè

in pace ei seguitava a saccheggiarli e oltraggiarli; in guerra essi

avevano provato invano la sorte delle armi contro lui. In tanta

perplessità, tenevano ansiosamente gli occhi vôlti all’Inghilterra.

Agirebbe ella giusta i principii della Triplice Alleanza, o giusta

quelli del Trattato di Dover? Da ciò dipendevano le sorti di tutti i

suoi vicini. Aiutati dall’Inghilterra, gli altri Stati potevano opporre

a Luigi nuova resistenza; ma non poteva da quella sperarsi nessun

aiuto finchè non vi regnasse la concordia. Innanzi che cominciasse il

conflitto tra il trono e il Parlamento, era stata una potenza di primo

ordine; il dì in cui il conflitto ebbe fine, essa ridivenne potenza

di primo ordine: ma mentre l’esito della contesa era dubbio, rimase

condannata alla inazione e al vassallaggio. Era stata grande sotto i

Plantageneti e i Tudor; divenne nuovamente grande sotto i principi

che regnarono dopo la Rivoluzione: ma sotto i Re della Casa Stuarda,

fu come se non esistesse nella carta geografica dell’Europa. Aveva

perduto una specie d’energia senza acquistarne un’altra. Quella specie

di forza onde essa nel secolo decimoquarto aveva potuto umiliare

Francia e Spagna, aveva cessato di esistere. Quella specie di forza

che nel decimottavo secolo umiliò nuovamente Francia e Spagna, non

era ancora posta in azione. Il Governo non era più una monarchia

limitata, secondo la forma politica delle età di mezzo; non era

divenuto una monarchia limitata secondo la forma dei moderni tempi:

co’ vizi di due diversi sistemi non aveva il vigore di nessuno. Gli

elementi della nostra politica, invece di armonizzare, avversavansi

vicendevolmente e s’annientavano. Tutto era transizione, conflitto

e disordine. Il fine precipuo del sovrano era quello di abbattere i

privilegi della Legislatura; quello della Legislatura era di usurpare

le prerogative del sovrano. Il Re era sollecito d’accettare aiuti

stranieri che lo liberassero dalla sciagura d’essere dipendente da un

fazioso Parlamento. Il Parlamento negava al Re i mezzi di sostenere

l’onor nazionale, temendo con molta ragione che verrebbero adoperati a

stabilire il dispotismo nel paese. Lo effetto di tali gelosie fu che

la patria nostra, con tutti i suoi grandi mezzi, fosse di sì poco peso

nella Cristianità, come lo era il Ducato di Savoia o quello di Lorena,

e certamente di assai minor peso che non era la piccola provincia

d’Olanda.

XIII. La Francia aveva grande interesse a prolungare questo stato di

cose:[251] tutti gli altri potentati lo avevano a condurlo a fine.

Era desiderio generale dell’Europa, che Giacomo governasse a seconda

della legge e della pubblica opinione. Dallo stesso Escuriale vennero

lettere esprimenti la speranza che il nuovo Re fosse in buona armonia

col Parlamento e col popolo.[252] Perfino dal Vaticano giunsero

avvertimenti contro lo smoderato zelo per la fede cattolica romana.

Benedetto Odescalchi, che teneva il seggio papale col nome d’Innocenzo

XI, sentì, come sovrano temporale, tutto il timore onde gli altri

principi invigilavano il progresso della potenza francese. Aveva

anche particolari cagioni d’inquietudine. Fu fortuna per la religione

protestante, che nel momento in cui l’ultimo Re cattolico romano salì

sul trono dell’Inghilterra, la Chiesa cattolica romana fosse lacerata

da dissensioni e minacciata da un nuovo scisma. Un conflitto simile

a quello che arse nel secolo undecimo tra gl’imperatori e i sommi

pontefici, era sorto tra Luigi ed Innocenzo. Luigi, zelante fino alla

bacchettoneria per le dottrine della Chiesa di Roma, ma tenace della

sua regia autorità, accusava il Papa di usurpare i diritti secolari

della Corona francese, ed era alla sua volta accusato dal Papa di

usurpare il potere spirituale delle Chiavi. Il Re, superbo come egli

era, incontrò uno spirito anche più risoluto del suo. Innocenzo, nelle

relazioni private, era il più mansueto e gentile degli uomini; ma

qualvolta parlava officialmente dalla cattedra di San Pietro, favellava

col tono di Gregorio VII e di Sisto V. La lotta si fece grave. Gli

agenti del Re furono scomunicati; gli aderenti del Papa banditi. Il

Re creò vescovi i difensori della sua autorità. Il Papa rifiutò di

approvarli. Quelli si posero al possesso de’ palazzi e delle rendite

vescovili; ma erano incompetenti ad esercitare gli episcopali uffici.

Innanzi che la contesa avesse fine, in Francia erano trenta prelati che

non avevano potestà di conferire gli ordini o la cresima.[253]

Se qualunque altro principe, tranne Luigi, fosse stato in quei

tempi involto in simigliante contesa col Vaticano, tutti i Governi

protestanti si sarebbero messi dalla parte di lui. Ma tanta era la

paura e il dispetto che l’ambizione e insolenza del Re francese

ispiravano, che chiunque avesse avuto il coraggio di vigorosamente

avversarlo, era sicuro della universale simpatia. Anche i luterani

e i calvinisti, che avevano sempre detestato il Papa, non potevano

frenarsi dal desiderargli esito prospero contro un tiranno che ambiva

alla monarchia universale. E’ fu così che, nel secolo nostro, molti

i quali consideravano Pio VII come l’anticristo, gioivano nel vedere

l’anticristo far fronte al gigantesco potere di Napoleone.

Il risentimento che Innocenzo provava verso la Francia, lo dispose a

guardare con occhio mite e liberale gli affari dell’Inghilterra. Il

ritorno del popolo inglese alla greggia di cui egli era pastore, gli

avrebbe senza dubbio racconsolata l’anima. Ma egli era bastevolmente

savio da non credere che una nazione cotanto ardita e tenace

potesse ricondursi al grembo della Chiesa di Roma col violento e

incostituzionale esercizio dell’autorità regia. Non era difficile

prevedere che qualora Giacomo con mezzi illegali e popolari si fosse

studiato di promuovere gl’interessi della propria religione, la

prova sarebbe fallita; l’odio che gl’isolani eretici sentivano per

la vera fede, sarebbe diventato più forte e più feroce che mai; e

nelle menti di tutti sarebbe nata una indissolubile colleganza tra

il protestantismo e la libertà civile, tra il papismo e il potere

arbitrario. Frattanto, il Re sarebbe divenuto obietto d’avversione e

sospetto al suo popolo. L’Inghilterra sarebbe stata, come sotto Giacomo

I, Carlo I e Carlo II, una potenza di terzo ordine; e la Francia

avrebbe dominato irrefrenata oltre le Alpi e il Reno. Dall’altro

canto, era probabile che Giacomo, operando con prudenza e moderazione,

osservando strettamente le leggi, e sforzandosi di acquistare la

fiducia del suo Parlamento, avrebbe potuto ottenere per coloro che

professavano la sua religione, non poco alleggiamento. Dapprima si

sarebbe venuto alla abolizione degli statuti penali; tosto dopo a

quella delle incapacità civili. Infrattanto, il Re e la nazione inglese

congiunti, si sarebbero potuti porre a capo della coalizzazione

europea, avrebbero opposto un argine insormontabile alla cupidità di

Luigi.

Innocenzo fu reso più fermo nel proprio giudicio dal parere de’

principali inglesi che erano alla sua Corte. Fra essi, il più illustre

era Filippo Howard, discendente dalle famiglie più nobili della Gran

Brettagna; da un lato nipote del Conte d’Arundel, dall’altro del Duca

di Lennox. Filippo era già da lungo tempo membro del sacro collegio;

veniva comunemente chiamato il Cardinale d’Inghilterra; ed era precipuo

consigliere della Santa Sede per le faccende concernenti la sua patria.

Era stato cacciato in esilio dai clamori dei bacchettoni protestanti,

ed uno de’ suoi, lo sventurato Stafford, era caduto vittima della

loro rabbia. Nè i propri danni nè quelli di casa sua gli avevano

acceso tanto il cervello, da renderlo un imprudente consigliere. Ogni

lettera, quindi, che dal Vaticano arrivasse a Whitehall, raccomandava

pazienza, moderazione, e rispetto ai pregiudizii del popolo

Inglese.[254]

XIV. Grande era il conflitto che ardeva nella mente di Giacomo. Saremmo

verso lui ingiusti, ove supponessimo che la condizione di vassallo

gli tornasse gradita. Egli amava l’autorità e gli affari; aveva alto

concetto della dignità propria; anzi non era affatto privo di un

sentimento che aveva qualche affinità con l’amore di patria. Gli si

straziava l’anima pensando che il Regno da lui governato, fosse di

minor conto nel mondo, che non erano altri Stati i quali avevano minori

vantaggi naturali; e prestava facile ascolto ai Ministri stranieri,

sempre che lo incitavano a manifestare la dignità del suo grado, porsi

a capo di una grande confederazione, farsi protettore delle oltraggiate

nazioni, e domare l’orgoglio di quella Potenza che teneva in timore il

continente. Tali esortazioni gli facevano battere il cuore con emozioni

incognite al suo spensierato ed effeminato fratello. Ma tali emozioni

tosto cedevano a più forte sentimento. Una politica estera vigorosa,

necessariamente presupponeva politica interna conciliatrice. Era

impossibile far fronte alla possanza francese, e a un tempo calpestare

le libertà della Inghilterra. Il Potere Esecutivo non avrebbe potuto

imprendere nulla di grande senza lo assenso della Camera de’ Comuni,

nè ottenerne lo aiuto senza agire a seconda delle opinioni di quella.

In tal guisa, Giacomo accorgevasi di non potere conseguire insieme

le due cose ch’ei più desiderava. Il secondo de’ suoi desiderii era

quello d’essere temuto e rispettato dai Governi stranieri; ma il primo

era di essere signore assoluto nel proprio Regno. Fra gli oggetti

incompatibili cui il suo cuore aspirava, egli per qualche tempo procede

piegando ora di qua ora di là. Il conflitto dell’animo diede ai suoi

atti pubblici una strana sembianza d’irresolutezza e di falsità.

Difatti, coloro i quali senza il filo d’Arianna tentavano d’esplorare

il laberinto della sua politica, non sapevano intendere come lo stesso

uomo nella settimana stessa potesse mostrarsi così superbo e così

vile. Anco Luigi rendevano perplesso gli andamenti d’un alleato il

quale, in poche ore, passava dall’omaggio alla disfida, e dalla disfida

all’omaggio. Nondimeno, ora che ci è appieno manifesta la condotta di

Giacomo, sembra che cotesta incoerenza possa agevolmente spiegarsi.

Allorquando egli si assise sopra il trono, era in dubbio se il Regno si

sarebbe tranquillamente sottoposto all’autorità sua. Gli Esclusionisti,

poco fa così potenti, avrebbero potuto, correndo all’armi, insorgergli

contro. Egli avrebbe potuto avere grande bisogno dell’oro e delle

milizie della Francia: fu quindi per alquanti giorni pago di far la

parte di piaggiatore e di mendicante. Si scusò umilmente d’avere osato

convocare il suo Parlamento senza licenza del Governo francese; e lo

pregò vivamente di concedergli un sussidio. Sparse lacrime di gioia

sopra le cambiali francesi; mandò a Versailles una speciale ambasceria

per significare la gratitudine, lo affetto, la sommissione ch’egli

aveva per Luigi. Ma appena partita l’ambasceria, variò di sentimenti.

Era stato da per tutto proclamato Re senza il minimo tumulto, senza

il più lieve grido sedizioso. Da ogni parte dell’isola gli giungevano

nuove ad assicurarlo che i suoi sudditi erano tranquilli ed obbedienti.

Riprese animo, e sentì come la relazione disonorante da lui contratta

con un potentato straniero, gli fosse intollerabile. Divenne altero,

puntiglioso, vanitoso, rissoso. Parlava così altamente intorno alla

dignità della propria Corona e all’equilibrio politico, che tutta

la sua Corte aspettavasi ad un pieno rivolgimento nella politica

estera del Governo inglese. Comandò a Churchill di mandargli una

relazione minuta del ceremoniale di Versailles, affinchè gli onori

onde ivi era stata accolta la legazione inglese, venissero debitamente

contraccambiati, ma non più che contraccambiati, al rappresentante

della Francia a Whitehall. La nuova di questo mutamento fu accolta con

gioia a Madrid, a Vienna e all’Aja.[255] Il Re Luigi, in sulle prime,

ne rise, dicendo: «Il mio buono alleato parla alto; ma egli ama tanto i

miei zecchini, quanto li amava il suo fratello.» Nonostante, il variato

contegno di Giacomo e, le speranze che ne avevano concepite i due rami

di Casa d’Austria, cominciarono a richiamare più seria attenzione.

Esiste tuttora una notevolissima lettera, nella quale il Re francese

mostra sospetto d’essere stato ingannato, credendo che lo stesso danaro

da lui mandato a Westminster, verrebbe adoperato a’ suoi danni.[256]

Verso questo tempo, la Inghilterra s’era riavuta dalla tristezza ed

ansietà cagionatale dalla morte del buon Carlo. I Tory fecero grandi

proteste d’affetto verso il nuovo signore. La paura teneva domo il

rancore dei Whig. Quella vasta massa di gente che non sono stabilmente

Whig nè Tory, ma che pendono a vicenda ora verso gli uni ora verso

gli altri, stava dalla parte de’ Tory. La reazione che aveva tenuto

dietro alla dissoluzione del Parlamento d’Oxford, non aveva consunta la

propria forza.

XV. Il Re non indugiò punto a porre alla prova la lealtà de’ suoi amici

protestanti. Mentre egli era suddito, soleva ascoltare la messa a

uscio chiuso, in un piccolo oratorio, accomodato a uso della consorte.

Adesso comandò che le porte si spalancassero, affinchè tutti coloro

che andavano a complirlo, potessero vedere il servizio divino. Alla

elevazione dell’ostia, seguì una strana confusione nell’anticamera.

I cattolici romani prostraronsi in ginocchio; i protestanti uscirono

frettolosamente fuori. Tosto un nuovo pulpito fu eretto in palazzo,

d’onde, nella quaresima, sacerdoti papisti predicavano, con grave

sconcerto de’ zelanti fedeli della Chiesa Anglicana.[257]

Alla predetta innovazione seguì altra più grave. Giunta la settimana

di Passione, il Re deliberò di assistere alla messa con la pompa

medesima di che usavano circuirsi i suoi predecessori, andando ai

tempii della religione anglicana. Palesò il suo intendimento ai tre

Ministri del Gabinetto intimo, e ingiunse loro di accompagnarlo.

Sunderland, pel quale tutte le religioni valevano lo stesso, fu pronto

ad assentire. Godolphin, come Ciamberlano della Regina, era già

assuefatto a darle mano quando essa recavasi all’oratorio, e non ebbe

scrupolo d’inchinarsi officialmente nel tempio di Rimmon. Ma Rochester

ne rimase gravemente conturbato. La influenza ch’egli esercitava sul

paese, originava principalmente dal concetto, in che il clero e i

gentiluomini Tory lo tenevano, di amico sincero e zelante della Chiesa.

La sua ortodossia era considerata come piena espiazione di falli

che altrimenti lo avrebbero reso il più impopolare uomo del Regno,

avvegnachè avesse indole oltremodo arrogante e violenta, e modi quasi

brutali.[258] Ei temeva che, arrendendosi alle voglie del principe,

avrebbe perduta in gran parte la stima del proprio partito. Infine,

non senza qualche contrasto, ottenne licenza di passare fuori di città

i giorni santi. Tutti gli altri dignitari civili ebbero comandamento

di trovarsi al proprio posto nella domenica della Pasqua. Così, dopo

un intervallo di cento ventisette anni, i riti della Chiesa di Roma

furono celebrati in Westminster con regia magnificenza. Le guardie

reali erano schierate. I cavalieri della Giarrettiera portavano i

loro collari. Il Duca di Somerset, secondo per grado fra i nobili

secolari del reame, portava la spada dello Stato. Un gran codazzo di

grandi Lordi accompagnò il Re al suo seggio. Ma fu notato che Ormond

e Halifax rimasero nell’anticamera. Pochi anni innanzi, essi avevano

valorosamente propugnata la causa di Giacomo contro alcuni di coloro

che ora mostravansi ossequiosissimi. Ormond non aveva partecipato alla

strage de’ cattolici romani. Halifax aveva animosamente votato per

la non colpabilità di Stafford. E mentre i voltafaccia, che avevano

preteso raccapricciar al solo pensiero di un Re papista, e senza

misericordia versato il sangue innocente di un Pari papista, adesso

spingevansi l’un l’altro per farsi più da presso a un altare papista,

l’illustre Barcamenante si sarebbe giustamente potuto inorgoglire di

quello impopolare saprannome.[259]

XVI. Una settimana dopo cotesta cerimonia, Giacomo fece un sacrificio

de’ suoi pregiudizi religiosi, assai maggiore di qualunque altro

fin allora egli avesse richiesto da’ suoi sudditi protestanti. Si

fece incoronare il giorno vigesimoterzo d’aprile, in che ricorre

la festività del Santo patrono del Regno. Tutto Westminster fu

splendidamente adornato. La presenza della Regina e delle mogli de’

Pari dava alla solennità uno incanto che era mancato alla magnifica

inaugurazione del Re defunto. Nondimeno coloro che ricordavansi di

quella cerimonia, affermarono che l’incoronazione di Giacomo fu

meschina. L’antica usanza richiedeva che avanti la incoronazione il

sovrano con tutti i suoi araldi, giudici, Consiglieri, Lordi e gran

dignitari, cavalcasse solennemente dalla Torre a Westminster. L’ultima

e più magnifica di tali cavalcate fu quella che traversò la metropoli,

allorquando i sentimenti eccitati dalla Restaurazione erano ancor

vivi. Lungo il cammino innalzavansi archi trionfali. Tutto Cornhill,

Cheapside, Saint Paul’s Church Yard, Fleet Street, e lo Strand erano

fiancheggiati da file di palchi. La città intera in tal modo poteva

contemplare il principato nella sua forma più splendida e solenne.

Giacomo ordinò che si calcolasse la spesa di simigliante processione,

e fu riferito che ascenderebbe a circa la metà più della somma da

esso proposta per coprire di ciondoli la sua sposa. Deliberò, quindi,

d’essere prodigo dove aveva mestieri d’esser parco, e spilorcio dove

avrebbe dovuto essere generoso. Più di cento mila lire sterline furono

spese negli abiti della Regina; e la processione fu posta da parte.

La insania di questo partito si conosce a prima vista: imperciocchè,

se la pompa è utile in politica, lo è quando si adopera come mezzo di

abbagliare la fantasia della moltitudine. E veramente, è grandissima

assurdità escludere la plebe da uno spettacolo, il cui scopo principale

è quello di produrre una impressione nell’animo della plebe. Giacomo

avrebbe fatto mostra d’una più giudiziosa munificenza, e d’una

parsimonia più giudiziosa, se avesse traversata Londra da levante a

ponente con la solita pompa, e ordinato che gli abiti della propria

moglie fossero stati meno sopraccarichi di perle e di diamanti.

Nulladimeno i suoi successori per lungo tempo seguirono lo esempio di

lui; e in uno spettacolo al quale venivano ammesse solo tre o quattro

mila persone, si profondevano somme che, bene impiegate, avrebbero

pôrto squisitissimo diletto ad una gran parte della nazione. In fine,

venne in parte richiamato a vita lo antico costume. Il dì della

incoronazione della regina Vittoria vi fu una processione, nella quale

si sarebbero potuti notare molti mancamenti, ma che fu ammirata con

interesse e diletto da mezzo milione di sudditi; e senza dubbio veruno,

apprestò più piacere ed eccitò maggiore entusiasmo, della costosa

solennità che facevasi fra mezzo a uno eletto numero di persone dentro

l’Abbadia.

Giacomo aveva fatto comandamento a Sancroft di abbreviare il rituale.

La ragione che venne pubblicamente addotta, fu che il giorno era sì

corto, da non potersi compiere tutto ciò ch’era da farsi. Ma chiunque

si faccia ad esaminare i cangiamenti fattivi, si accorgerà che il vero

fine fu quello di scartare talune cose le quali altamente offendevano

i sentimenti religiosi d’un cattolico romano zelante. L’ufficio

della comunione non fu letto. Fu omessa la cerimonia di presentare

in dono al sovrano una Bibbia riccamente rilegata, e di esortarlo a

pregiare sopra tutti i tesori della terra un volume ch’egli, secondo

gl’insegnamenti ricevuti, reputava adulterato con false dottrine.

Nulladimeno, ciò che rimaneva dopo tali omissioni, avrebbe potuto far

nascere scrupoli nella mente di un uomo, il quale sinceramente avesse

creduto che la Chiesa Anglicana era una società ereticale, nel cui seno

non poteva acquistarsi la eterna salvezza. Il re fece una oblazione

all’altare. Ripetè i responsi alle litanie cantate dai vescovi. Ricevè

da que’ falsi profeti la unzione, simbolo della divina assistenza, e

s’inginocchiò simulando devozione, mentre essi invocavano lo Spirito

Santo, al quale erano, secondo egli credeva, maligni ed implacabili

nemici. Tali sono le incoerenze della umana natura, che cotesto

uomo, il quale per un fanatico zelo verso la propria religione perdè

tre Regni, amò commettere un atto ch’era poco meno d’una apostasia,

più presto che rinunziare al fanciullesco diletto della simbolica

fantocciata della incoronazione.[260]

Francesco Turner, vescovo d’Ely, predicò agli astanti. Era uno di

quegli scrittori che seguitavano ad affettare lo stile antiquato

dell’arcivescovo Williams e del vescovo Andrews. Il sermone era tessuto

di quei concetti strani, che sessanta anni innanzi avrebbero potuto

destare ammirazione, ma allora movevano a scherno una generazione

d’uditori assuefatta alla pure eloquenza di Sprat, di South e di

Tillotson. Salomone era Re Giacomo; Adonia, Monmouth; Joab era uno

de’ congiurati di Rye House; Shimei, un libellista Whig; Abiathar,

un onesto ma traviato Cavaliere. Una frase del libro delle croniche

fu stiracchiata a significare che il Re era superiore al Parlamento;

un’altra fu adatta a provare ch’egli solo avrebbe dovuto comandare le

milizie cittadine. Verso la fine del discorso, l’oratore timidamente

alluse alla nuova e impacciata condizione in cui la Chiesa trovavasi

di faccia al sovrano, e rammentò agli uditori come lo imperatore

Costanzo Cloro, benchè non fosse cristiano, avesse tenuto in onoranza

i cristiani fedeli alla propria religione, e avesse spregiati coloro

che cercavano guadagnarsi, apostatando, il favore di lui. Il servizio

religioso nella Abbadia, fu seguito da un banchetto solenne nella Sala;

il banchetto da magnifici fuochi artificiali, e i fuochi da molte

cattive poesie.[261]

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 38 / 58 段