Era uomo di mente pronta e vigorosa, ma d’indole inchinevole alla

insolenza e all’iracondia. Appena uscito di fanciullezza, aveva

esercitata la professione in Old Bailey, tribunale dove gli avvocati

hanno sempre usata licenza di parole ignota in quello di Westminster

Hall. Quivi per molti anni occupossi precipuamente negli esami e

riesami de’ più incorreggibili scellerati della grande metropoli. I

giornalieri conflitti con le prostitute e co’ ladri, svegliarono ed

esercitarono tanto le facoltà sue, che egli diventò il bravazzone più

consumato che si fosse mai conosciuto nella sua professione. Ogni

umanità verso i sentimenti altrui, ogni rispetto di sè stesso, ogni

senso di decenza furono cancellati dall’animo suo. Acquistò immensa

perizia nella rettorica con la quale il volgo esprime l’odio e lo

spregio. La profusione delle imprecazioni e oscene parole ond’era

composto il suo vocabolario, potevano appena trovare agguaglio fra

la marmaglia de’ mercati. Il contegno e la voce di lui dovettero

sempre essere stati sgradevoli. Ma questi pregi naturali—poichè sembra

ch’ei tali gli reputasse—aveva a tal grado d’eccellenza condotti,

che pochi erano coloro i quali, ne’ suoi eccessi di rabbia, potevano

tranquillamente vederlo o ascoltarlo. La impudenza e la ferocia gli

sedevano sul ciglio. Il lampo degli occhi suoi ammaliava la infelice

vittima sopra la quale ei li figgeva. Nondimeno, e il ciglio e lo

sguardo erano meno terribili della sconcia forma della sua bocca. Il

suo rabido urlo, siccome affermò un tale che l’aveva spesso udito,

sembrava il tuono del giorno del giudizio finale. Queste qualità ei

portò seco, ancor giovine d’anni, dalla sbarra degli avvocati al banco

de’ giudici. Salì presto, diventò Avvocato di Comune, e poi Cancelliere

di Londra. Come giudice nelle sessioni della Città, mostrò le tendenze

medesime che poi, asceso più in alto, gli acquistarono immortalità non

invidiabile. Si sarebbe già potuto in lui notare il vizio più odioso di

cui sia capace l’umana natura; cioè il godere dell’infelicità altrui,

soltanto perchè è infelicità. Vedevasi una esultanza infernale nel modo

onde profferiva le condanne dei rei. Il loro pianto, le loro preghiere

sembravano solleticarlo voluttuosamente; ed egli amava di spaventarli,

distendendosi con lussureggiante amplificazione sopra tutti i

particolari di ciò che loro toccava di soffrire. Diffatti, quand’egli

aveva occasione di ordinare che una malfortunata avventuriera venisse

pubblicamente fustigata, «Carnefice,» gridava «t’incarico di usare

attenzione particolare a cotesta signora! Flagellala sodo, flagellala

a sangue! Siamo al dì di Natale, tempo freddo perchè Madama si spogli.

Vedi di scaldarle bene le spalle.»[237] Non fu meno faceto allorchè

profferì la sentenza contro il povero Lodovico Muggleton, quell’ebbro

sarto che si credeva profeta. «Villano sfacciato!» urlò Jeffreys

«tu avrai un gastigo dolce, dolce, dolce!» Una parte di questo dolce

castigo fu la gogna, in cui lo sciagurato fanatico rimase pressochè

morto dalle sassate.[238]

Verso questo tempo, il cuore di Jeffreys era diventato duro come i

tiranni lo cercano nell’uomo che loro bisogni per mandare ad esecuzione

le loro peggiori voglie. Egli aveva fino allora sperato nel Municipio

di Londra per salire in alto. E però si era dichiarato Testa–Rotonda,

e mostrava più gran giubbilo sempre che gli accadeva di dire ai preti

papisti che verrebbero tagliati a pezzi, e che vedrebbero ardere i

propri intestini, di quel che mostrava quando profferiva sentenze

ordinarie di morte. Ma, appena conseguì tutto ciò che la Città poteva

dare, affrettossi a vendere alla Corte il suo viso di bronzo e la sua

lingua venefica. Chiffinch, il quale era avvezzo a far da mezzano in

più specie di contratti infami, gli prestò aiuto. Egli aveva orditi

molti amorosi e politici intrighi; ma certo non. rendè mai ai suoi

signori un servigio più scandaloso di quello di presentare Jeffreys

a Whitehall. Il rinnegato trovò tosto un protettore nell’indurito e

vendicativo Giacomo; ma fu sempre trattato con disprezzo e disgusto

da Carlo, il quale, non ostante i suoi gravi difetti, non fu mai nè

crudele nè insolente. «Cotesto uomo» diceva il Re «non ha nè dottrina

nè buon senso nè modi, ed ha più impudenza di dieci sgualdrine.»[239]

Nonostante, era d’uopo di tal ministero che non si sarebbe potuto

affidare a persona che fosse riverente delle leggi o sensibile alla

vergogna; e così Jeffreys, nella età in cui un avvocato si reputa

avventuroso se venga adoperato a condurre una causa importante, fu

fatto Capo Giudice del Banco del Re.

I suoi nemici non potevano negare ch’egli possedesse talune delle

doti che formano un gran giudice. Il suo sapere giuridico, a dir

vero, era quello che egli aveva potuto acquistare non esercitandosi

in cause importanti. Ma aveva una di quelle menti felicemente

costituite, le quali traverso al labirinto della sofisticheria, e

fra mezzo ad una selva di fatti di poco momento, vanno diritte al

vero punto. Nulladimeno, rade volte egli aveva pieno uso delle sue

facoltà intellettuali. Anco nelle cause civili, l’indole sua violenta e

dispotica gl’infermava perpetuamente il giudicio. A chi entrava nella

sala del suo tribunale, pareva d’entrare nella caverna di una belva

che non può essere domata da nessuno, e che s’inferocisce di leggieri

per le carezze come per le aggressioni. Spesso avventava ai querelanti

ed agli accusati, agli avvocati e ai procuratori, ai testimoni e

ai giurati un torrente di matte ingiurie, miste di maledizioni e

bestemmie. Se lo sguardo e il tono della voce ispiravano terrore quando

egli era semplice avvocato ed ingegnavasi di acquistare clientela,

adesso ch’era capo del più formidabile tribunale del Regno, pochi erano

coloro i quali non tremassero al suo cospetto. Anche quando egli era

sobrio, la sua violenza non era poco spaventevole. Ma, generalmente,

la sua ragione era ottenebrata, e le sue malvage passioni irritate

dall’ebrietà. D’ordinario passava le serate immerso nella dissolutezza.

Chi lo avesse veduto col fiasco dinanzi, lo avrebbe giudicato uomo

grossolano, balordo, di bassa classe e amante de’ triviali sollazzi,

ma socievole e di buon umore. In tali occasioni vedevasi circondato

da buffoni, scelti, per la più parte, fra i più vili mozzorecchi che

esercitavano il mestiere al suo tribunale. Costoro sbeffeggiavansi

e vituperavansi a vicenda per divertirlo. Egli s’associava al loro

osceno cicaleccio, e come gli si scaldava il cervello, li abbracciava

e baciava in una estasi di tenerezza ebbra. Ma quantunque in sulle

prime il vino sembrasse ammollirgli il cuore, gli effetti che poche

ore dopo in lui produceva erano assai differenti. Spesso egli recavasi

al seggio della giustizia, dopo d’avere fatto lunga pezza attendere

la Corte, e nondimeno senza avere dormito tanto da svinazzarsi, con

le guance infocate, e gli occhi stralunati come quelli d’un maniaco.

Trovandosi in siffatto stato coloro che gli erano stati compagni

nella gozzoviglia della notte precedente, se erano savi, sottraevansi

al suo sguardo; perciocchè la rimembranza della familiarità alla

quale gli aveva ammessi, infiammava la malignità di lui; ed avrebbe

sicuramente afferrata la minima occasione per coprirli d’imprecazioni

e d’invettive. Fra le sue molte odiose specialità, non era meno odioso

il piacere che egli prendevasi a guardare in cagnesco e mortificare

pubblicamente coloro che, negli accessi della sua tenerezza da briaco,

aveva incoraggiati a fidarsi del suo favore.

I servigi che il Governo aveva sperato ch’ei gli dovesse rendere,

furono compiti non solo senza tergiversazione, ma con sollecitudine

e prospero successo. La sua prima impresa fu l’assassinio giuridico

d’Algernon Sidney. Ciò che seguì poi, fu perfettamente conforme a

tale principio. I Tory rispettabili lamentavano la infamia che la

barbarie ed impudenza di un uomo tanto altamente locato, recava

alla amministrazione della giustizia. Ma gli eccessi che empivano

d’orrore gli animi de’ Tory, agli occhi di Giacomo erano argomenti di

stima. Jeffreys quindi, dopo la morte di Carlo, ottenne un seggio nel

Gabinetto e fu creato Pari. Quest’ultimo onore fu insigne prova della

regia approvazione; avvegnachè fino dal secolo decimoterzo, in cui

fu ricostituito il sistema giudiciale del Regno, nessun Capo Giudice

avesse seduto come Pari in Parlamento.[240]

Guildford si trovò alleggerito di tutte le sue funzioni politiche,

e confinato nel suo solo ufficio di giudice così detto d’Equità. In

Consiglio Jeffreys trattavalo con aperta scortesia. La facoltà di

concedere ogni impiego pertinente al ramo legale, era nelle sole mani

del Capo Giudice; e gli avvocati sapevano bene che il modo più sicuro

di rendersi propizio il Capo Giudice, era quello di mancare di rispetto

al Lord Cancelliere.

VIII. Non erano trascorse molte ore da che Giacomo era Re, allorquando

nacque contesa tra i due Capi della Legge. I proventi delle dogane

erano stati concessi a Carlo, solo sua vita durante, e quindi non

potevano essere legalmente riscossi dal nuovo sovrano. Era mestieri

di alcune settimane per fare le elezioni della Camera de’ Comuni. Se

infrattanto i dazi fossero rimasti sospesi, la rendita ne avrebbe avuto

detrimento; il corso regolare del traffico sarebbe stato interrotto;

il consumatore non ne avrebbe ritratto utile veruno; e ci avrebbero

guadagnato solamente quegli avventurati speculatori, i cui carichi

per avventura arrivassero durante lo intervallo di tempo tra la morte

di Carlo e l’adunarsi del Parlamento. Il Tesoro era assediato dai

mercatanti, i magazzini de’ quali erano ripieni di merci di cui avevano

pagato il dazio; e grandemente temevano di vedere altri negozianti

vendere le loro mercanzie a minor prezzo, e d’essere così ruinati. Gli

spiriti imparziali è d’uopo che ammettano come cotesto fosse uno de’

casi in cui un Governo si possa giustificare, deviando dal sentiero

rigorosamente costituzionale. Ma qualvolta è necessario deviare da

cosiffatto sentiero, la deviazione non dovrebbe essere maggiore

di quella che la necessità richiede. Guildford bene intese ciò, e

consigliò in modo da recargli onore. Propose di riscuotere i dazi,

ma di tenerli nello Scacchiere, separati dall’altra pecunia, fino a

che si fosse adunato il Parlamento. In tal guisa il Re, violando la

lettera della legge, avrebbe mostrato ch’ei desiderava conformarsi

allo spirito di quella. Jeffreys porse un consiglio assai diverso.

Suggerì di emanare un editto, che dichiarasse essere volontà e

desiderio di Sua Maestà continuarsi a pagare le dogane. Tale consiglio

concordava appieno con l’indole del Re. La giudiciosa proposta del

Lord Cancelliere fu messa da parte come degna d’un Whig, o—e ciò era

anche peggio—di un Barcamenante. Comparve un decreto, secondo la forma

suggerita dal Capo Giudice. Taluni s’aspettavano uno scoppio violento

di pubblico sdegno; ma rimasero ingannati. Lo spirito della opposizione

non s’era ancora riacceso, e la Corte poteva con sicurtà avventurarsi

a fare passi tali che, cinque anni innanzi, avrebbero prodotto una

ribellione. Nella Città di Londra, poco fa così turbolenta, non fu

udito nè anche un mormorio.[241]

IX. Il proclama che annunziava la riscossione delle dogane, dava

medesimamente lo annunzio che tra breve tempo si sarebbe ragunato il

Parlamento. Giacomo, non senza molti tristi presentimenti s’induceva

a convocar gli Stati del Regno. A dir vero, il momento era assai

propizio per una elezione generale. Giammai, dal dì che la Casa degli

Stuardi cominciò a regnare, i Corpi costituenti erano stati cotanto

favorevolmente disposti verso la Corte. Ma la mente del nuovo Sovrano

era compresa d’una paura, che anche dopo tanti anni non può rammentarsi

senza sdegno e rossore. Egli temeva che, convocando il suo Parlamento,

sarebbe incorso nel dispiacere del Re di Francia.

X. Al Re di Francia importava poco quale de’ due partiti inglesi

trionfasse nelle elezioni; imperocchè tutti i Parlamenti ch’eransi

radunati dopo la Ristaurazione, in qualunque modo fossero disposti

rispetto alla politica interna, erano stati gelosi del crescente

potere della Casa de’ Borboni. Intorno a ciò poco differivano i Whig

dai bruschi gentiluomini di provincia, i quali costituivano la forza

precipua del partito Tory. Luigi, quindi, non era stato avaro nè di

corruzione nè di minacce a fine d’impedire che Carlo convocasse le

Camere; e Giacomo, che fin da principio era stato partecipe del segreto

onde procedeva la politica estera del fratello, ora essendo Re, era

divenuto mercenario e vassallo della Francia.

Rochester, Godolphin e Sunderland, che formavano il Gabinetto intimo,

sapevano pur troppo che il loro defunto signore era assuefatto a

ricevere danari dalla Corte di Versailles. Giacomo li richiese di

consiglio in quanto alla utilità di convocare la Legislatura. Essi

riconobbero la grande importanza di tenersi Luigi bene edificato; ma

pareva loro che la convocazione del Parlamento non fosse questione di

scelta. Per quanto paziente sembrasse la nazione, tale pazienza aveva i

suoi limiti. Il principio che il Re non potesse legittimamente prendere

la pecunia del suddito senza il consenso della Camera de’ Comuni, aveva

profonde radici nella mente del popolo; e comecchè, in un bisogno

estraordinario, anche i Whig avrebbero volentieri pagato, per poche

settimane, dazi non imposti con apposita legge, egli era certo che

gli stessi Tory si sarebbero opposti qualora tali tasse irregolari si

fossero mantenute più lungo tempo delle circostanze speciali che sole

le giustificavano. Era, dunque, mestieri che le Camere si adunassero;

e così essendo, giovava convocarle il più presto possibile. Anche

il breve indugio, necessario a richiederne il parere della Corte di

Versailles, poteva produrre danni irreparabili. Il malcontento e il

sospetto si sarebbero rapidamente sparsi fra il popolo. Halifax avrebbe

mosso lamento, dicendo che si violavano i principii fondamentali della

Costituzione. Il Lord Cancelliere, da quel codardamente pedante e

speciale avvocato ch’egli era, avrebbe fatto lo stesso. Ciò che poteva

farsi di buona grazia, sarebbe in fine stato fatto di mala grazia.

Que’ ministri medesimi, ai quali Sua Maestà studiavasi di far perdere

la pubblica stima, avrebbero acquistata popolarità a danno di quella.

Il mal umore della nazione avrebbe gravemente influito sull’esito

delle elezioni. Tali argomenti non ammettevano risposta. Per la quale

cosa, il Re annunziò al paese, essere sua intenzione di convocare il

Parlamento. Ma sentiva la tormentosa ansietà di purgarsi della colpa

d’avere agito indebitamente e con poco rispetto verso la Francia.

Trasse Barillon in una secreta stanza, e si scusò di avere osato fare

un passo di così grave momento, senza averne ottenuta l’approvazione da

Luigi. «Assicurate il vostro signore» disse Giacomo «della gratitudine

e dello affetto che sento per lui. Conosco bene di non potere far nulla

senza la sua protezione. Conosco parimente in quali impacci cadde il

mio fratello per non avere fermamente aderito alla Francia. Provvederò

con ogni studio perchè le Camere non s’immischino negli affari esteri.

Se scoprirò ne’ membri la minima tendenza a far male, li manderò a

badare alle loro faccende. Fate intendere ciò al mio buon fratello.

Spero ch’egli non s’impermalisca se ho agito senza consultarlo. Egli ha

diritto d’essere consultato; ed è mio desiderio consigliarmi con lui

in ogni cosa. Ma nel caso presente l’indugio, anche d’una settimana,

avrebbe potuto recare serie conseguenze.»

Queste vergognose scuse, il dì seguente, furono ripetute da Rochester.

Barillon le ricevè con cortesia. Rochester, reso più audace, chiese

danari. «Saranno ben collocati» diss’egli. «Il vostro signore non

potrebbe meglio impiegare le sue entrate. Fategli intendere come

importante egli sia che il Re d’Inghilterra dipenda, non dal proprio

popolo, ma dalla sola amicizia della Francia.»[242]

Barillon fu sollecito a comunicare a Luigi il desiderio del Governo

inglese; ma Luigi lo aveva prevenuto. La prima cosa ch’egli

fece, saputa la morte di Carlo, fu di raccogliere cambiali sopra

l’Inghilterra fino alla somma di cinquecentomila lire, equivalenti a

trentasettemila cinquecento sterline. Non era agevole a que’ tempi,

dopo un giorno d’annunzio, procurarsi simili cambiali in Parigi. In

poche ore, nondimeno, lo acquisto fu fatto, e un corriere spedito a

Londra.[243] Appena Barillon ricevè le cambiali, volò a Whitehall a

recare la fausta nuova. Giacomo non arrossì di spargere, o simulare di

spargere, lacrime di gioia e di gratitudine. «Nessun altro che il Re

vostro» disse «è capace di così belle e nobili azioni. Io non gli sarò

mai grato tanto che basti. Assicuratelo che lo affetto che gli porto,

durerà quanto la mia vita.» Rochester, Sunderland e Godolphin corsero,

l’uno dopo l’altro, ad abbracciare lo ambasciatore, susurrandogli

all’orecchio ch’egli aveva dato nuova vita al loro signore.[244]

Ma, quantunque a Giacomo e ai suoi tre consiglieri piacesse la

prontezza di Luigi, non rimasero punto satisfatti della somma della

pecunia donata. Nulladimeno, perchè temevano d’offenderlo mostrandosi

importunamente mendichi, non fecero se non accennare i desideri loro.

Dichiararono, non avere intendimento di mercanteggiare con un tanto

generoso benefattore quale era il Re di Francia, e fidarsi onninamente

alla sua munificenza. Nel tempo stesso, provaronsi d’ingraziarselo con

un gran sacrificio dell’onor nazionale. Sapevasi bene che uno de’ fini

precipui della sua politica, era quello di aggiungere ai propri dominii

le provincie del Belgio. L’Inghilterra era vincolata da un trattato,

già concluso con la Spagna nel tempo in che Danby era Lord Tesoriere,

con lo scopo di avversare ogni tentativo che la Francia avesse potuto

fare a insignorirsi di quelle provincie. I tre Ministri fecero sapere

a Barillon, come il loro signore considerasse non obbligatorio cotale

trattato. Era stato fatto, dicevano essi, da Carlo, il quale avrebbe

potuto forse tenersene vincolato; ma il suo fratello non si reputava

obbligato ad osservarlo. Il Cristianissimo, quindi, poteva oramai,

senza temere opposizione da parte della Inghilterra, procedere ad

incorporare al proprio Impero il Brabante e l’Hainault.[245]

XI. Nel tempo stesso, fu deliberato di spedire un’ambasceria

straordinaria, per assicurare Luigi dello affetto e della gratitudine

che gli portava Giacomo. A tale missione fu prescelto un uomo che

non occupava per anche un posto molto eminente, ma la cui rinomanza,

stranamente mista d’infamia e di gloria, empì in tempi posteriori tutto

il mondo incivilito.

Tosto dopo la Restaurazione, in que’ gioiosi e corrotti tempi celebrati

dalla vivace penna di Hamilton, Giacomo, giovane ed ardente amatore

di sensuali diletti, erasi invaghito di Arabella Churchill, una dello

dame di Corte della sua prima moglie. La giovinetta non era bella;

ma Giacomo, non avendo gusto delicato, se ne fece una concubina.

Era figlia d’un povero Cavaliere, assiduo in Whitehall, e resosi

ridicolo publicando un volume in foglio, scritto con istile pesante

ed affettato—da lungo tempo caduto in oblio—in lode della monarchia e

dei monarchi. Grandissimi erano i bisogni dei Churchill, ardente la

lealtà loro, e il sentimento che provarono, come seppero la seduzione

d’Arabella, sembra che fosse una sorpresa di gioia, pensando che una

fanciulla di sì poca beltà avesse sortito una tanta onorificenza.

Ella fu grandemente utile ai propri parenti; ma niuno di costoro fu

fortunato al pari del suo maggior fratello Giovanni, bel giovane, il

quale era vessillifero nelle Guardie a piedi. Elevossi rapidamente

nella Corte e nello esercito, e presto si rese notevole come uomo di

moda e dedito ai piaceri. Aveva dignitosa la persona, bello il viso,

seducente la parola, ma con tanto contegno, che i più impertinenti

zerbini non ardivano trattarlo con la minima libertà: l’indole sua era

tale, che egli nelle più moleste e provocanti occasioni non perdeva

mai la signoria di sè stesso. Era stato sì pessimamente educato, da

non sapere compitare i vocaboli più comuni della propria lingua; ma

lo acuto e vigoroso intendimento largamente suppliva al difetto della

dottrina che s’impara ne’ libri. Non era loquace; ma sempre che gli

era forza di parlare in pubblico, la sua naturale eloquenza muoveva

ad invidia i più esperti oratori. Aveva animo singolarmente freddo

e imperturbabile. Per molti anni di ansietà e di periglio, egli non

perdè mai, nè anche per un istante, il perfetto uso del suo ammirevole

giudicio.

Nel ventesimoterzo degli anni suoi, fu mandato col suo reggimento

a congiungersi con le armi francesi, che allora procedevano contro

la Olanda. La sua serena intrepidezza lo faceva predistinguere fra

le migliaia di valorosi soldati. La sua perizia nell’arte militare

imponeva rispetto ai vecchi ufficiali. Venne pubblicamente ringraziato

al cospetto dell’esercito, ed ebbe molti segni di stima e fiducia da

Turenna, che allora era nella maggiore altezza della sua gloria.

Sventuratamente, le splendide doti di Giovanni Churchill erano

congiunte con altre della specie più sordida. Ben per tempo

cominciarono a mostrarsi in lui alcune tendenze che sono singolarmente

sgradevoli. Era cupido di guadagno ne’ suoi stessi vizi, e imponeva

contribuzioni alle dame arricchite delle spoglie di amanti più

liberali. Per breve tempo ei fu l’obietto della violenta ma volubile

tenerezza della Duchessa di Cleveland. Una volta fu sorpreso dal

Re in compagnia di lei, e gli fu forza saltar giù dalla finestra.

La dama rimunerò tale rischiosa prova di galanteria con un dono di

cinquemila lire sterline. Il prudente giovine eroe comprò subito con

quel danaro una rendita annua di cinquecento sterline, assicurata sopra

terreni.[246] Già i suoi scrigni contenevano gran copia di pecunia, che

cinquanta anni dopo, allorchè era Duca e Principe dello Impero, e il

più ricco suddito d’Europa, rimaneva intatta.[247]

Finita la guerra, egli ebbe un ufficio nella famiglia del Duca di

York; accompagnò il suo protettore ai Paesi Bassi e a Edimburgo, ed

in ricompensa de’ suoi servigi fu creato Pari di Scozia, ed ebbe

il comando del solo reggimento di dragoni che fosse nelle milizie

inglesi.[248] La sua moglie ottenne un posto nella famiglia d ella

principessa di Danimarca, figlia minore di Giacomo.

Lord Churchill, adunque, fu spedito ambasciatore straordinario a

Versailles. Gli fu ingiunto di significare la fervida gratitudine che

sentiva il Governo inglese per la pecunia così generosamente data. In

origine s’era pensato che nel tempo stesso dovesse chiedere a Luigi

una somma maggiore; ma meglio considerando la cosa, compresero che la

poco delicata cupidigia avrebbe stomacato il benefattore, che erasi

spontaneamente mostrato cotanto liberale. A Churchill, quindi, fu fatto

comandamento di porgere grazie per ciò ch’era passato, e non far motto

intorno al da venire.[249]

Ma Giacomo e i Ministri suoi, anche mentre protestavano come non

intendessero d’essere importuni, studiavansi di accennare, con modi

molto intelligibili, ciò che desideravano e speravano. Lo ambasciatore

francese era per loro un destro, zelante e forse non disinteressato

intercessore. Luigi oppose talune difficoltà, probabilmente col fine di

accrescere il pregio de’ propri doni. Nondimeno, in poche settimane,

Barillon ricevè da Versailles un milione e cinquecento lire, oltre

i denari già mandati. Tal somma, che equivaleva a cento dodici mila

sterline, egli ebbe istruzione di ripartire cautamente. Ebbe potestà

di dare al Governo inglese trenta mila lire sterline da impiegarsi a

corrompere i membri della nuova Camera de’ Comuni. Il rimanente doveva

egli tenere con sè per servirsene in qualche caso straordinario, come

sarebbe uno scioglimento delle Camere, o una insurrezione.[250]

La turpezza di cotesti negoziati è universalmente riconosciuta; ma

la loro vera natura sembra essere soventi volte fraintesa: perocchè,

quantunque dopo pubblicato il carteggio di Barillon, la politica estera

de’ due ultimi Re della Casa Stuarda non abbia mai trovato fra noi chi

osasse difenderla, vi è tuttavia un partito che s’affatica a scusare la

loro politica interna. Eppure, egli è certo che tra l’una e l’altra era

necessaria e indissolubile connessione. Se essi per pochi mesi avessero

tenuto alto l’onore del loro paese presso gli esteri, sarebbero

stati costretti a cangiare intieramente il sistema d’amministrazione

interna. È cosa assurda, quindi, lodarli d’avere ricusato di governare

concordemente col Parlamento, e biasimarli per essersi sottoposti alla

dittatura di Luigi; poichè essi non avevano se non una sola via da

scegliere; dipendere, cioè, o da Luigi o dal Parlamento.

Giacomo—volendo rendergli giustizia—avrebbe con gioia voluto trovare

una via di mezzo; ma non ve n’era alcuna. Si rese schiavo della

Francia; ma sarebbe erroneo rappresentarlo come schiavo contento.

Egli aveva alterigia tanto da sdegnarsi con sè medesimo per essersi

sottomesso a così duro vassallaggio, e da essere impaziente di

svincolarsene: la quale disposizione era studiosamente incoraggiata

dagli agenti di molte Potenze straniere.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 37 / 58 段