lo infermo; «per amore di Dio, fatelo, e non perdete tempo. Ma no, ciò
vi cagionerà disturbi.»—– «Mi costi anche la vita,» soggiunse il Duca
«farò venire un sacerdote.»
Nondimeno, trovare un sacerdote a tale scopo e in un attimo, non era
cosa facile. Imperciocchè, secondo la legge che in allora vigeva,
colui che avesse annesso un proselite al grembo della Chiesa cattolica
romana, era reo di delitto capitale. Il Conte di Castel Melhor, nobile
portoghese, il quale, cacciato per politici disturbi dalla propria
patria, era stato ospitalmente accolto alla Corte d’Inghilterra, si
tolse la cura di trovare un confessore. Corse ai suoi concittadini
che facevano parte della casa della Regina; ma non trovò alcuno de’
cappellani che sapesse tanto d’inglese o di francese da confessare
il Re. Il Duca e Barillon erano sul punto di mandare dal Ministro
Veneto per un sacerdote, allorquando seppero che trovavasi a caso in
Whitehall un monaco benedettino, chiamato Giovanni Huddleston. Costui,
a gran risico della propria vita, aveva salvata quella del Re dopo
la battaglia di Worcester, e per tale cagione dopo la Restaurazione
era stato sempre considerato come persona privilegiata. Nei più
virulenti proclami contro i preti papisti, allorchè i falsi testimoni
avevano reso furibondo il popolo, Huddleston era stato nominatamente
eccettuato.[226] Egli consentì tosto a porre la propria vita, una
seconda volta, in pericolo a pro del suo principe; ma rimaneva,
nonostante, una difficoltà. L’onesto monaco era così digiuno di
lettere, da non sapere ciò che avesse a dire in una occasione di tanta
importanza. Ad ogni modo, per mezzo di Castel Melhor ebbe qualche
avvertimento da un ecclesiastico portoghese, e tosto fu guidato per
le scale secrete da Chiffinch, fidatissimo servo, il quale, se è da
prestarsi fede alle satire di quel tempo, aveva spesso introdotto
per il medesimo ingresso persone di altra specie. Il Duca allora, a
nome del Re, fece comandamento a tutti, salvo a Luigi Duras Conte di
Feversham, e a Giovanni Granville Conte di Bath, d’uscire. Ambedue
questi Lordi professavano la religione protestante; ma Giacomo pensava
di potersi fidare di loro. Feversham, francese di nobile stirpe, e
nipote del gran Turenna, teneva un alto grado nello esercito inglese,
ed era ciamberlano della Regina. Bath occupava l’ufficio detto _Groom
of the Stole_.
Ai comandamenti del Duca ubbidirono tutti, e perfino i medici si
ritrassero. Dalla porta di dietro, che allora fu aperta, entrò il Padre
Huddleston. Un tabarro gli copriva gli abiti sacri, e una ondeggiante
parrucca la tonsura del capo. «Signore,» disse il Duca «questo dabbene
uomo una volta vi salvò la vita, e adesso viene per salvarvi l’anima.»
Carlo con fioca voce rispose: «Sia il ben venuto.» Huddleston fece
la parte sua meglio che non s’aspettasse. S’inginocchiò accanto al
letto, ascoltò la confessione, impartì l’assoluzione, ed amministrò
l’olio santo. Chiese al Re se desiderasse ricevere il pane eucaristico.
«Certamente,» rispose Carlo «se non ne sono indegno.» Fu recata
l’ostia santa. Carlo debolmente sforzossi di sollevarsi e mettersi
inginocchioni. Il sacerdote lo esortò a starsi disteso, assicurandolo
che Dio avrebbe accettata la umiliazione dell’anima, e non ricerca
quella del corpo. Al Re fu così difficile inghiottire l’ostia, che fu
mestieri aprire la porta per chiedere un bicchier d’acqua. Terminato
il rito, il monaco pose un crocifisso in sugli occhi del penitente, ed
esortandolo di volgere i suoi estremi pensieri alle pene del Redentore,
si partì. La ceremonia era durata circa tre quarti d’ora; nel qual
tempo i cortigiani che riempivano l’anticamera, s’erano vicendevolmente
comunicati i loro sospetti con bisbigli ed occhiate espressive. La
porta in fine fu spalancata, e la folla di nuovo invase la stanza del
moribondo.
La sera era molto inoltrata. Il Re pareva assai sollevato a cagione di
ciò che era ivi seguito. Gli furono condotti innanzi al letto i suoi
figli naturali, i Duchi di Crafton, di Southampton e di Northumberland,
nati dalla Duchessa di Cleveland; il Duca di Saint–Albans nato da
Eleonora Gwynn, e il Duca di Richmond dalla Duchessa di Portsmouth.
Carlo gli benedisse, ma in ispecie parlò tenere parole a Richmond. Un
solo che avrebbe dovuto essere in quel luogo, mancava. Il maggiore e
più caramente diletto de’ suoi figliuoli errava in esilio; e il padre
nè anche una volta ne profferì il nome.
Nel corso della notte, Carlo raccomandò caldamente la Duchessa di
Portsmouth e il figlio di lei a Giacomo, dicendogli affettuosamente:
«Non lasciate morire di fame la povera Norina.» La Regina mandò per
mezzo di Halifax scusandosi di starsi lontana, poichè era in tale
perturbamento da non potere riprendere il suo posto accanto al letto;
e lo pregava di perdonarle qualunque offesa gli avesse fatto senza
saperlo. «Essa mi chiede perdono, povera donna!» esclamò Carlo «ed io
con tutto il mio cuore la supplico di perdonarmi.»
La luce mattutina cominciava a penetrare per le finestre di Whitehall;
e Carlo volle che gli assistenti alzassero le tende, perchè potesse per
l’ultima volta contemplare il giorno. Notò ch’era tempo di caricare
un oriuolo che era allato al suo letto. Di tali lievi circostanze si
serbò lungamente la memoria, perocchè provavano senza alcun dubbio,
che quando egli dichiarò d’essere cattolico romano, trovavasi in pieno
possesso di tutte le sue facoltà intellettuali. Chiese a coloro che gli
erano rimasti dintorno per tutta la notte, lo scusassero dell’incomodo
onde era stato loro cagione, dicendo che senza sua colpa aveva tanto
indugiato a morire; ma sperava volessero compatirlo. Fu questo l’ultimo
raggio di quella squisita urbanità che spesso valse a calmare lo sdegno
di una nazione giustamente irritata. Tosto dopo l’alba del dì, il
moribondo perdè la parola. Innanzi le ore dieci era privo di sensi. Il
popolo correva in folla alle chiese in sull’ora del servizio mattutino.
Quando fu letta la preghiera per la salute del Re, alti gemiti e
singhiozzi mostravano quanta amarezza stringesse il cuore di ciascuno.
Il venerdì a mezzo il giorno, il 6 di febbraio, Carlo tranquillamente
rese l’anima a Dio.[227]
II. In quel tempo, il basso popolo in tutta l’Europa, e in nessuno
altro luogo più che in Inghilterra, aveva costumanza di attribuire la
morte de’ principi, e segnatamente quando il principe era popolare
e la morte inattesa, a qualche assassinio di specie scelleratissima.
Difatti, Giacomo I era stato accusato d’avere propinato il veleno al
Principe Enrico; Carlo I a Giacomo I; e quando sotto la Repubblica
la Principessa Elisabetta morì in Carisbrook, fu detto chiaramente
che Cromwell scendesse alla stolta e codarda malvagità di mescolare
droghe nocive nel cibo d’una fanciulletta, cui egli non aveva motivo
immaginabile di recar nocumento.[228] Pochi anni dopo, il rapido
disfarsi del cadavere di Cromwell venne da molti ascritto a una
mortifera pozione amministratagli nel medicamento. La morte di Carlo
II non poteva mancare di far nascere simiglianti voci. L’orecchio del
pubblico era stato ripetutamente pervertito da storielle di congiure
papali contro la vita di lui. E però la mente di molti era forte
predisposta a sospettare; e furono non poche le sciagurate circostanze
che agli animi così disposti potevano far credere alla esistenza di
un delitto. I quattordici dottori che avevano consultato sul caso del
Re, si contraddissero vicendevolmente, e ciascuno sè stesso. Taluni
pensavano che fosse un accesso epilettico, e che si dovesse lasciar
sonnecchiare il paziente senza interromperlo. La maggior parte lo disse
apoplettico, e per alcune ore lo tormentò a guisa d’un Indiano posto
al palo. Infine, fu deliberato di chiamar febbre la sua infermità,
e di ministrargli del cortice. Uno de’ medici, nondimeno, protestò
assicurando la Regina che i suoi confratelli ammazzerebbero il Re.
Null’altro da cosiffatti dottori era da aspettarsi, che dissensione ed
ondeggiamento. Ed era naturale che molti del volgo, dalla perplessità
de’ grandi maestri dell’arte di guarire, concludessero che la malattia
aveva qualche straordinaria cagione. Possiamo credere che un orribile
sospetto turbasse la mente di Short, il quale, comecchè esperto nella
propria professione, a quanto pare, era un uomo nervoso e fantastico;
e forse le sue idee erano confuse per paura delle odiose accuse a cui
egli, come cattolico romano, era peculiarmente esposto. Non è mestieri,
dunque, far le meraviglie se la plebe ripetesse e credesse innumerevoli
storielle. La lingua di Sua Maestà erasi gonfiata tanto, da agguagliare
quella d’un bue. Un ammasso di polvere deleteria gli era stata trovata
nel cervello. Sul petto aveva delle macchie azzurre, e delle nere per
le spalle. Qualche cosa era stata messa dentro la sua tabacchiera,
qualche altra nel brodo, o nel piatto d’uova con l’ambragrigia, che ei
prediligeva tanto. La Duchessa di Portsmouth gli aveva dato il veleno
in una tazza di cioccolata; la Regina in un vaso di pere candite.
Tali novelle deve la storia raccontare, poichè valgono a darci idea
della intelligenza e virtù degli uomini che erano corrivi a crederle.
Che nessuna voce della medesima sorta abbia mai, ne’ tempi presenti,
trovata fede tra noi, anche quando individui da’ quali pendevano
grandi interessi, sono morti d’impreveduti accessi di malattia, deve
attribuirsi in parte al progresso della scienza medica e della chimica;
ma parte anco—possiamo sperarlo—ai progressi che la nazione ha fatti
nel buon senso, nella giustizia e nella umanità.[229]
III. Finita ogni cosa, Giacomo dalla stanza mortuaria si ritirò al
suo gabinetto, dove per un quarto d’ora rimase solo. Frattanto i
Consiglieri Privati, che si trovavano in Palazzo, adunaronsi. Il nuovo
re, uscito fuori, prese posto a capo d’una tavola; e secondo l’usanza,
iniziò il suo governo con un discorso al Consiglio. Significò il
dolore che sentiva per la perdita del fratello, e promise di imitare
la mitezza che aveva predistinto il passato governo. Sapeva bene,
disse egli, d’essere stato accusato come amante del potere assoluto.
Ma quella non era la sola menzogna che si fosse detta contro lui. Era
deliberato di mantenere il governo stabilito sì della Chiesa come dello
Stato. Conosceva appieno come la Chiesa Anglicana fosse eminentemente
leale; e però si sarebbe sempre studiato di sostenerla e difenderla.
Conosceva parimente come le leggi dell’Inghilterra fossero sufficienti
a farlo principe grande quanto potesse mai desiderare. Non avrebbe
rinunziato ai propri diritti, ma avrebbe rispettati gli altrui. Aveva
per innanzi posta a repentaglio la propria vita per la difesa della
patria; ed ora avrebbe, più di chiunque altro, fatto ogni sforzo per
sostenere le giuste libertà di quella.
Tale discorso, non era, come avviene ne’ tempi moderni in simiglianti
occasioni, studiosamente apparecchiato da’ consiglieri del sovrano.
Era la espressione estemporanea de’ sentimenti del nuovo Re in un’ora
di grande concitamento. I membri del Consiglio proruppero in gridi di
gioia e di gratitudine. Rochester Lord Presidente, in nome de’ suoi
confratelli, espresse la speranza che la generosa dichiarazione della
Maestà Sua si rendesse pubblica. Il Procuratore Generale, Heneage
Finch, si offerse a far gli uffici di scrivano. Era zelante partigiano
della Chiesa, e come tale, naturalmente desiderava che dovesse rimanere
qualche durevole ricordo delle graziose promesse ch’erano state, poco
fa, profferite. «Tali promesse» disse egli «hanno fatto sopra me una
impressione cotanto profonda, che posso ripeterle parola per parola.»
Le pose quindi in iscritto. Giacomo le lesse, approvolle, e ordinò
che venissero pubblicate. In altri tempi, poi, disse d’aver fatto
quel passo senza la debita considerazione; le sue non premeditate
espressioni rispetto alla Chiesa Anglicana, essere state troppo forti;
e Finch, con destrezza che in quell’ora non fu notata, averle rese
anche più forti.[230]
IV. Il Re era stanco per le lunghe vigilie e per molte violente
emozioni; quindi si ritrasse onde riposare. I Consiglieri Privati,
avendolo rispettosamente accompagnato fino alla stanza da letto,
ritornarono ai seggi loro, ad emanare ordini per la ceremonia della
proclamazione. Le guardie erano sotto le armi; gli araldi comparvero
co’ loro magnifici abiti; e la solennità fu compita senza veruno
impedimento. Botti di vino furono poste nelle vie, e i passanti
venivano invitati a bere alla salute del nuovo sovrano. Ma benchè il
popolo in quella occasione acclamasse, non mostrava sembiante gioioso.
Le lagrime furono viste sugli occhi di molti; e fu notato che non vi
fu nè anche una fantesca in Londra, che non si fosse studiata d’avere
qualche frammento di velo bruno in onoranza di re Carlo.[231]
Il funerale provocò numerose critiche, come quello che si sarebbe
reputato appena convenevole ad un nobile e ricco suddito. I Tory
sordamente biasimavano la parsimonia del nuovo Re; i Whig lo
schernivano come privo di naturale affetto; e i fieri Convenzionisti
di Scozia esultavano, dicendo essere stata compita la maledizione
in antico scagliata contro i principi malvagi; il defunto tiranno
essere stato sepolto con funerali degni d’un somiero.[232] Nonostante,
Giacomo iniziò il suo governo con non poca satisfazione del pubblico.
Il discorso ch’egli fece in Consiglio, comparve stampato, e produsse
impressione a lui favorevolissima. Era questo allora il principe
che una fazione aveva già cacciato in esilio, ed erasi provata di
privare del diritto alla Corona, perchè lo teneva nemico mortale della
religione e delle leggi d’Inghilterra. Egli aveva trionfato; oramai
stava sul trono; e il primo de’ suoi atti fu quello di dichiararsi
difensore della Chiesa, e rispettatore de’ diritti del popolo. Il
giudicio che tutti i partiti avevano fatto dell’indole di lui,
aggiungeva peso ad ogni parola che gli uscisse dal labbro. I Whig lo
chiamavano superbo, implacabile, ostinato, spregiatore dell’opinione
pubblica. I Tory, esaltando le sue virtù principesche, dolevansi spesso
ch’egli ponesse in non cale quelle arti onde si acquista la popolarità.
La stessa satira non lo aveva mai dipinto come uomo che fosse vago del
pubblico favore professando ciò che non sentiva, e promettendo ciò che
ei non aveva intendimento di mantenere. Nella domenica che seguì alla
sua ascensione al trono, molti predicatori da’ pergami citavano il suo
discorso. «Adesso abbiamo a sostegno della Chiesa nostra» sclamava un
oratore realista «la parola d’un Re, e d’un Re che non mancò mai alla
propria parola.» Questa espressiva sentenza tosto propagossi per tutto
il paese, e divenne la parola d’ordine di tutto il partito Tory.[233]
V. I grandi uffici dello Stato per la morte del Re erano rimasti
vacanti, e fu d’uopo che Giacomo deliberasse da chi dovessero essere
occupati. Pochi de’ membri del Gabinetto passato avevano ragione
di aspettarsi il favore di lui. Sunderland, che era Segretario di
Stato, e Godolphin primo Lord del Tesoro, avevano sostenuta la Legge
d’Esclusione. Halifax, custode del sigillo privato, aveva avversata
quella legge con impareggiabile potenza di argomenti e di parole; ma
era nemico mortale della tirannide e del papismo. Vedeva con terrore
il progresso delle armi francesi nel continente, e la influenza
dell’oro francese nei consigli dell’Inghilterra. Se si fosse seguito
il suo parere, le leggi sarebbero state rigorosamente osservate; la
clemenza impartita ai vinti Whig; il Parlamento convocato in tempo
debito; fatto qualche tentativo per riconciliare le nostre domestiche
fazioni; e i principii della Triplice Alleanza avrebbero nuovamente
diretta la nostra politica estera. Egli era, quindi, incorso nell’acre
odio di Giacomo. Il Lord Cancelliere Guildford, appena poteva dirsi
d’appartenere ad alcuno dei partiti in che la Corte era scissa. Non
potevasi in nessuna guisa chiamare amico alla libertà; e nondimeno
egli aveva tale riverenza per la lettera della legge, da non essere
utile strumento di tirannide. Per la qual cosa, i Tory lo mostravano a
dito come un Barcamenante, e Giacomo lo aborriva e insieme spregiava.
Ormond, che era Lord maggiordomo e vicerè d’Irlanda, in quel tempo
stanziava in Dublino. I diritti ch’egli aveva alla gratitudine del
Re, erano superiori a quelli d’ogni altro suddito. Aveva strenuamente
pugnato per Carlo I, era stato compagno d’esilio di Carlo II; e dopo
la Restaurazione, a dispetto di molte provocazioni, aveva serbata
senza macchia la propria lealtà. Comecchè, predominante la Cabala,
fosse caduto in disgrazia, non era mai trascorso ad alcuna faziosa
opposizione, e nei giorni della Congiura Papale e della Legge
d’Esclusione, era stato primo tra i sostenitori del trono. Adesso era
vecchio, e di recente era stato visitato dalla più cruda sciagura.
Aveva accompagnato al sepolcro un figlio, il valoroso Ossory, che
avrebbe dovuto chiudere gli occhi del genitore. I grandi servigi,
l’età veneranda e le sventure domestiche rendevano Ormond obietto di
universale interesse alla nazione. I Cavalieri lo consideravano, e
per diritto d’anzianità e per diritto di merito, loro capo; e i Whig
sapevano ch’egli, per quanto fosse stato ognora fedele alla causa
della monarchia, non era amico nè della tirannide nè del papismo.
Ma, comunque godesse tanto la pubblica stima, poco era il favore che
poteva aspettarsi dal nuovo signore. Giacomo, mentre anche egli era
nella condizione di suddito, aveva sollecitato il proprio fratello
a cangiare onninamente l’amministrazione dell’Irlanda. Carlo aveva
assentito, deliberando che tra pochi mesi Rochester verrebbe nominato
Lord Luogotenente.[234]
VI. Rochester era l’unico membro del Gabinetto che godesse altamente il
favore del nuovo Re. Comunemente credevasi ch’egli verrebbe tosto messo
a capo del governo, e che tutti gli altri Ministri sarebbero cangiati.
Tale espettazione era bene fondata, ma solamente in parte. Rochester fu
fatto Lord Tesoriere, e così diventò primo Ministro. Non fu nominato nè
Lord Grande Ammiraglio, nè Banco dell’Ammiragliato. Il nuovo Re, che
dilettavasi delle minuzie delle faccende navali, e sarebbe riuscito un
esperto scrivano nell’arsenale di Chatham, deliberò di amministrare da
sè il ministero di marina. Sotto lui, il maneggio di quell’importante
dipartimento fu affidato a Samuele Pepys, del quale la biblioteca e il
diario hanno tramandata la memoria fino ai nostri tempi. Nessuno de’
servitori del defunto sovrano venne pubblicamente posto in disgrazia.
Sunderland fece prova di tali artificii e destrezza, mise di mezzo
tanti intercessori, e sapeva cotanti secreti, che gli si lasciò il
Gran Sigillo. Dell’ossequiosità, industria, espertezza e taciturnità
di Godolphin, mal poteva farsi senza. Non v’essendo più mestieri di
lui al Tesoro, fu fatto Ciambellano della Regina. Con questi tre Lordi
il Re consigliavasi in tutte le più importanti questioni. In quanto ad
Ormond, Halifax e Guildford, ei pensò non di cacciarli via, ma soltanto
umiliarli e dar loro molestia.
Ad Halifax fu detto di rendere il Sigillo Privato, ed accettare la
presidenza del Consiglio. Ei si sottopose con estrema ripugnanza;
imperocchè, quantunque il Presidente del Consiglio avesse sempre avuta
la precedenza sul Lord del Sigillo Privato, questo ufficio in quella
età era più importante di quello di Presidente. Rochester non s’era
dimenticato dello scherzo che gli era stato fatto pochi mesi avanti,
allorquando fu levato dal Tesoro; e alla sua volta provò il piacere di
cacciare a calci in alto il proprio rivale. Il Sigillo Privato fu dato
ad Enrico Conte di Clarendon, fratello maggiore di Rochester.
A Barillon, Giacomo manifestò com’ei detestasse Halifax. «Lo conosco
pur troppo, e so di non potermene mai fidare. Ei non porrà le piani
nelle faccende dello Stato. Il posto che gli ho dato, servirà appunto
a mostrare al mondo la sua poca influenza.» Ma reputò convenevole di
parlare ad Halifax con linguaggio ben differente. «Tutto il passato è
messo in oblio,» disse il Re «tranne il servigio che voi mi rendeste
nel dibattimento sopra la Legge d’Esclusione.» Queste parole sono state
di sovente citate, onde provare che Giacomo non era così vendicativo
siccome è stato chiamato dai suoi nemici. E’ pare anzi che provino che
egli in nessun modo fosse meritevole della lode di sincerità datagli
da’ suoi amici.[235]
Ad Ormond fu fatto gentilmente sapere che più non erano necessarii i
suoi servigi in Irlanda, e venne invitato a Whitehall per adempire
l’ufficio di Maggiordomo. Egli si sottopose, ma non fece sembiante di
nascondere che ne era rimasto profondamente offeso. La vigilia della
sua partenza, diede un magnifico banchetto in Kilmainham Hospital,
edifizio pur allora terminato, agli ufficiali del presidio di Dublino.
Finito il pranzo, ei sorse, riempì di vino un bicchiere fino all’orlo,
e levandolo in alto, chiese se ne fosse caduta una sola gocciola.
«No, gentiluomini; dicano ciò che pur vogliono i cortigiani, io non
ho per anche perduto il senno; la mia mano non trema ancora, e la mia
mano non è più ferma del mio cuore. Alla salute del re Giacomo!» Fu
questo l’ultimo addio di Ormond alla Irlanda. Egli lasciò il governo
nelle mani dei Lordi Giudici, e ritornò a Londra, dove fu accolto con
inusitati segni di pubblica riverenza. Molti grandi personaggi gli
andarono incontro per via. Una lunga fila di cocchi lo accompagnò fino
a Saint–James–Square, dove era il suo palazzo; e la piazza era piena di
numerosa gente che lo salutava con alte acclamazioni.[236]
VII. Il Gran Sigillo fu lasciato a Guildford; ma nel tempo stesso gli
venne fatto un gran torto. Fu deliberato di chiamare, per assisterlo
nell’amministrazione, un altro legale di maggiore vigore e audacia.
Lo eletto fu Sir Giorgo Jeffreys, Capo Giudice della Corte del Banco
del Re. La pravità di quest’uomo è passata in proverbio. Ambidue i
grandi partiti inglesi hanno vituperato con virulenza il nome di lui;
perocchè i Whig lo consideravano come il loro più barbaro nemico, e
i Tory stimavano convenevole gettargli addosso la infamia di tutti i
delitti che deturparono il loro trionfo. Uno esame schietto e diligente
mostrerebbe che alcune orrende novelle che si sono intorno a lui
raccontate, sono false o esagerate. Nulladimeno, lo storico spassionato
non varrebbe a scemare se non di poco la ingente massa d’infamia che si
aggrava sopra la memoria di quel giudice ribaldo.