È anche più importante il beneficio che tutte le classi sociali, e

segnatamente le basse, hanno ricavato dalla mitigatrice influenza

della civiltà sull’indole nazionale. Il fondamento di tale indole, a

dir vero, è stato il medesimo per molte generazioni, nel senso in cui

il fondamento dell’indole d’un individuo si considera come lo stesso

quando egli è rozzo e spensierato scolare, e quando diventa uomo culto

e compito. Reca diletto pensare che il pubblico sentire in Inghilterra

si è raddolcito così come la intelligenza è venuta maturando, e che

nel corso de’ tempi siamo diventati un popolo non solo più saggio,

ma più gentile. Quasi non v’è pagina di storia o d’amena letteratura

del secolo decimosettimo, che non provi in qualche modo i nostri

antenati essere stati meno umani de’ loro posteri. La disciplina delle

botteghe, delle scuole, delle famiglie private, quantunque non fosse

più efficace di quel che sia ai giorni presenti, era infinitamente più

dura. I padroni nati e educati bene avevano costume di battere i loro

servi. I pedagoghi altra via non conoscevano d’insegnare, che quella

di sferzare i loro scolari. I mariti di decente posizione sociale

non arrossivano di bastonare le loro mogli. Le fazioni procedevano

talmente implacabili, da non potersi immaginare. I Whig mormorarono

perchè Stafford era morto senza vedersi bruciare gl’intestini sul

viso. I Tory ingiuriarono ed insultarono Russell, mentre dalla Torre

era condotto al patibolo in Lincoln’s Inn Fields.[211] Egualmente

cruda mostravasi la plebe contro i disgraziati delle classi più basse.

Se un colpevole era posto alla berlina, poteva chiamarsi fortunato,

ove gli venisse fatto d’uscir vivo dalla pioggia de’ sassi che gli

lanciavano contro.[212] Se veniva legato alla coda di un cavallo, la

folla lo premeva d’attorno, pregando il carnefice a volerlo flagellar

bene e farlo urlare.[213] I gentiluomini facevano gite di sollazzo

a Bridewell ne’ giorni di tribunale, a fine di vedere fustigare le

povere battitrici di canapa.[214] Un uomo trascinato a morte per aver

ricusato di chiedere scusa, una donna arsa viva per aver coniato

moneta, svegliavano minore commiserazione di quella che ora si prova

al veder tormentare un cavallo o un bue. Certi combattimenti, in

paragone de’ quali un’accanita lotta a pugni si reputerebbe un mite

spettacolo, erano fra gli squisiti diletti di gran parte de’ cittadini.

La gente affollavasi a mirare i gladiatori farsi in brani con armi

micidiali, ed appena vedeva schizzare un dito o un occhio ad alcuno

de’ combattenti, mandava gridi di gioia. Le prigioni erano bolgie

infernali sopra la terra, vivai d’ogni delitto e d’ogni infermità.

Nei tribunali, gli scarni e pallidi delinquenti portavano seco dalle

loro celle un’atmosfera di puzzo pestilenziale, che talvolta li

vendicava del seggio, degli avvocati e de’ giurati. E a tanta miseria

la società guardava con profonda indifferenza. In nessun luogo era

da trovarsi quella sensitiva e irrequieta compassione che ai tempi

nostri potentemente protegge fino il ragazzo della fattoria, la vedova

indiana, lo schiavo negro; che penetra nelle provvisioni di ogni nave

carica d’emigranti; che raccapriccia ad ogni staffilata che piombi

sulle spalle d’un soldato briaco; che non patirebbe che il ladro alle

galere fosse nutrito male o sopraccarico di lavoro, e che più volte si

è studiata di salvare la vita anche allo assassino. Egli è vero che la

compassione, al pari d’ogni altro sentimento, dovrebbe essere governata

dalla ragione, e che per difetto di ciò, ha prodotto effetti talvolta

ridicoli e tal’altra deplorabili. Ma più ci facciamo a meditare sulla

storia del passato, e più abbiamo argomento di rallegrarci di vivere in

una età di commiserazione, che aborre dalla crudeltà, e con ripugnanza,

e solo spinta dal senso del dovere, infligge la pena anche meritata.

E davvero, ad ogni classe cotesto grande mutamento morale ha recata

immensa utilità; ma la classe che ci ha più guadagnato, è la più

povera, dipendente e priva di difesa.

LVII. Lo effetto generale de’ fatti che ho esposti ai lettori, sembra

non dovere ammettere dubbio veruno. Pure, non ostante la evidenza di

quelli, molti immaginano tuttavia che la Inghilterra degli Stuardi

fosse un paese più piacevole che quella de’ tempi nostri. A prima

vista, parrebbe strano che la società, mentre è venuta di continuo

e con ispeditezza avanzando nella via del progresso, dovesse con

amaro desio volger gli occhi al passato. Ma coteste due tendenze, per

quanto appariscano incompatibili, possono agevolmente risolversi nel

medesimo principio. Entrambe nascono dalla impazienza di trovarci nelle

condizioni in cui siamo. Tale impazienza, mentre ci incita a sorpassare

le generazioni precedenti, ci rende inchinevoli a porre più in alto la

felicità loro. In certo senso, ella è irragionevolezza e ingratitudine

in noi l’essere perpetuamente scontenti d’una condizione di cose che

perpetuamente va facendosi migliore. Ma, per vero dire, questo medesimo

scontento è quello che ci spinge verso il meglio. Se fossimo appieno

satisfatti del presente, cesseremmo di speculare, d’affaticarci e di

conservare, coll’occhio vôlto verso il futuro. Ed è quindi naturale che

noi, non contenti delle cose presenti, apprezziamo soverchiamente le

passate.

In verità, siamo nel medesimo inganno che abbaglia la mente del

viandante nell’arabo deserto. Sotto i piedi della caravana il suolo è

arido e nudo; ma sì avanti che dietro si presenta la immagine delle

fresche acque. I pellegrini affrettano il passo avanti, e non trovano

altro che sabbia dove, un’ora prima, avevano veduto un lago. Volgono

gli occhi addietro, e vedono un lago dove un’ora prima procedevano

affannosi traverso alla sabbia. E’ sembra che una simigliante illusione

tormenti le nazioni per ogni stadio del lungo progresso che compiono,

dalla povertà e barbarie, alla civiltà ed opulenza. Ma se ci facciamo

a cercare tenacemente quella meta nel passato, la vediamo recedere

fino nelle favolose regioni dell’antichità. Regna adesso la voga di

porre la età d’oro della Inghilterra in tempi nei quali i nobili erano

privi di que’ comodi il cui difetto parrebbe insopportabile ad un

servitore; nei quali i fattori, e i padroni di botteghe mangiavano a

colazione pagnotte tali, che basterebbe il solo vederle per far nascere

una ribellione fra i mendicanti nella casa di lavoro; ne’ quali gli

uomini, viventi nell’aria più pura della campagna, morivano più presto

di quello che oggidì non accade ne’ chiassuoli più pestilenziali

delle nostre città, ed essi morivano più presto ne’ chiassuoli delle

nostre città che ora nelle coste della Guiana. Anche a noi toccherà

d’esser vinti nel progresso, ed essere invidiati. Potrebbe ben darsi

che nel secolo ventesimo, il contadino della Contea di Dorset, si

reputasse miseramente pagato con quindici scellini per settimana; che

il legnaiuolo di Greenwich guadagnasse dieci scellini per giorno; che

i lavoranti si avvezzassero così poco a desinare senza carni, come

adesso sono assuefatti a cibarsi di pane di segala; che la polizia

sanitaria e i trovati medici allungassero di alcuni anni la vita

ordinaria dell’uomo; che a gran copia di comodi e di cose di lusso, che

adesso sono sconosciuti, o accessibili a pochi, potesse giungere ogni

diligente ed economo operaio. E non ostante, potrebbe allora sorgere la

moda d’asserire, che lo augumento della ricchezza e il progresso della

scienza siano stati utili ai pochi a danno dei molti, e di parlare del

regno della Regina Vittoria come del tempo in cui l’isola nostra era la

briosa Inghilterra, allorquando tutte le classi erano vincolate da un

sentimento fraterno, e il ricco non ghignava sul viso del povero, e il

povero non invidiava le splendidezze del ricco.

CAPITOLO QUARTO.

SOMMARIO.

I. Morte di Carlo II.—II. Sospetti di veleno.—III. Discorso di

Giacomo II dinanzi il Consiglio Privato.—IV. Giacomo proclamato

Re.—V. Condizioni del Governo.—VI. Nuovi Ordinamenti.—VII. Sir

Giorgio Jeffreys.—VIII. Esazione della rendita senza un Atto del

Parlamento.—IX. Convocazione del Parlamento—X. Trattative tra

Giacomo e il Re di Francia.—XI. Churchill è mandato ambasciatore in

Francia; sua storia.—XII. Sentimenti de’ governi continentali verso

l’Inghilterra.—XIII. Politica della Corte di Roma.—XIV. Lotta nella

mente di Giacomo; ondeggiamenti della sua politica.—XV. I riti cattolici

romani si celebrano pubblicamente in Palazzo.—XVI. Incoronazione di

Giacomo.—XVII. Entusiasmo degl’indirizzi de’ Tory.—XVIII. Elezioni.—XIX.

Processo contro Oates.—XX. Contro Dangerfield—XXI. Contro Baxter.—XXII.

Ragunanza del Parlamento di Scozia.—XXIII. Sentimenti di Giacomo verso

i Puritani.—XXIV. Crudeltà contro i Convenzionali Scozzesi.—XXV.

Sentimenti di Giacomo verso i Quacqueri.—XXVI. Guglielmo Penn.—XXVII.

Favore peculiare mostrato ai Cattolici Romani e ai Quacqueri.—XXVIII.

Ragunanza del Parlamento Inglese; Trevor eletto Presidente.—XXIX.

Carattere di Seymour.—XXX. Discorso del Re innanzi al Parlamento.—XXXI.

Discussione nella Camera de’ Comuni; Discorso di Seymour.—XXXII.

Votazione della rendita.—XXXIII. Procedimenti della Camera de’ Comuni

rispetto alla religione.—XXXIV. Votazione di tasse addizionali; Sir

Dudley North.—XXXV. Procedimenti della Camera de’ Lordi.—XXXVI. Legge

per annullare la sentenza d’infamia contro Stafford.

I. La morte di re Carlo II giunse di sorpresa alla nazione. La sua

tempra era naturalmente vigorosa, e non sembrava d’avere sofferto per

istemperatezze. Era stato sempre studioso della propria salute anche

ne’ sensuali diletti; e le sue abitudini erano tali, da promettergli

lunga la vita e robusta la vecchiaia. Indolente come egli era in

tutte le cose che richiedessero tensione di mente, mostravasi attivo

e perseverante negli esercizi del corpo. In gioventù aveva acquistata

rinomanza nel giuoco della pallacorda;[215] e declinanti gli anni,

aveva seguitato ad essere un camminatore instancabile. Il suo passo

ordinario era tale, che coloro i quali erano ammessi all’onore della

sua compagnia, trovavano difficile uguagliarlo. Alzavasi presto da

letto, e generalmente passava tre o quattro ore del giorno all’aria

aperta. Innanzi che il Parco di San Giacomo fosse asciutto della

rugiada, Carlo vedevasi errare fra gli alberi, giuocare coi suoi

bracchi, e gettare grano alle anitre; le quali cose lo rendevano caro

al popolo basso, che ama sempre di vedere i grandi rallentare dal loro

consueto sussiego.[216]

Finalmente, in sul finire del 1684, un leggiero accesso che credevasi

di gotta, lo impedì dal suo consueto girovagare. Si pose quindi a

passare le mattinate nel suo laboratorio, dove sollazzavasi facendo

esperimenti intorno alle proprietà del mercurio. Parve che la sua

tempra soffrisse dallo starsi confinato in casa. Non aveva cagione

apparente d’inquietudine. Il Regno era tranquillo; lui non istringeva

bisogno di pecunia; egli era assai più potente di quello che fosse mai

stato; il partito che lo aveva per tanto tempo avversato, era vinto:

ma il lieto umore onde egli erasi sostenuto contro l’avversa fortuna,

era sparito nei dì della prospera. La minima inezia adesso bastava ad

opprimere quello spirito elastico, che aveva resistito alla sconfitta,

allo esilio ed alla penuria. La irritazione dell’animo spesso in lui

si mostrava in tali sguardi e parole, che non si sarebbero aspettati

da un uomo così predistinto per allegro umore e squisita educazione.

Nulladimeno, nessuno pensava che la salute di lui fosse gravemente

danneggiata.[217]

Il suo palagio rade volte aveva presentato un aspetto più gaio e

scandaloso, di quello che offriva nella sera della domenica del dì

primo febbraio 1685.[218] Taluni uomini gravi che v’erano andati,

secondo il costume di quella età, a complire il loro sovrano,

aspettandosi che in un tanto giorno la sua Corte serbasse un decente

contegno, rimasero attoniti e compresi d’orrore. La gran galleria

di Whitehall, ammirevole reliquia della magnificenza de’ Tudor, era

affollata di libertini e di giuocatori. Il Re sedeva lì ciarlando

e trastullandosi con tre donne, la cui beltà formava il vanto, e i

cui vizi la infamia di tre nazioni. Eravi Barbara Palmer Duchessa di

Cleveland, la quale, non più giovane, serbava tuttavia i vestigi di

quella suprema e voluttuosa amabilità, che venti anni innanzi aveva

vinti tutti i cuori. Eravi parimente la Duchessa di Portsmouth, i cui

dolci e fanciulleschi sembianti erano animati dalla vivacità propria

delle Francesi. Ortensia Mancini, Duchessa di Mazzarino e nipote del

gran Cardinale, compiva il gruppo. Costei, dalla nativa Italia, era

passata alla Corte dove il suo zio imperava da sovrano. Il potere

di lui e le proprie attrattive, le avevano richiamato d’intorno una

folla d’illustri vagheggiatori. Lo stesso Carlo, mentre era esule, ne

aveva indarno chiesta la mano. Non v’era dono di natura o di fortuna

che paresse mancarle. Aveva splendente il viso della beltà de’ climi

meridionali, pronto lo intendimento, graziosi i modi, alto il grado,

copiose le ricchezze; doni insigni che le sue irrefrenate passioni

avevano reso funesti. Aveva provata insopportabile la sciagura d’un

male augurato matrimonio, era fuggita dal tetto maritale, aveva

abbandonata la sua vasta opulenza, e dopo d’avere con le proprie

avventure reso attonita Roma e il Piemonte, era venuta a starsi in

Inghilterra. La sua casa era il ritrovo prediletto de’ belli spiriti

e degli amatori de’ piaceri, i quali per vaghezza de’ suoi sorrisi

e de’ suoi pranzi tolleravano i frequenti accessi d’insolenza e di

cattivo umore, in cui ella spesso trascorreva. Rochester e Godolphin

talora in compagnia di lei obliavano le cure dello Stato. Barillon

e Saint–Evremond trovavano nelle sue sale conforto alla lunga

lontananza da Parigi. La dottrina di Vossio, lo spirito di Waller,

non cessavano mai d’adularla e divertirla. Ma la sua mente inferma

richiedeva stimoli più forti, e li cercava amoreggiando, giuocando alla

bassetta, e inebriandosi di _scubac_.[219] Mentre Carlo sollazzavasi

con le sue tre sultane, il paggio francese d’Ortensia—bel fanciullo

che con gli armonici suoni della voce dilettava Whitehall, ed era

regalato di ricche vesti e di palafreni e di ghinee—gorgheggiava versi

d’amore.[220] Un drappello di venti cortigiani sedeva giuocando a carte

attorno un’ampia tavola, sopra la quale l’oro vedevasi a mucchi.[221]

Anche allora il Re disse di non sentirsi bene. A cena non ebbe

appetito; non ebbe posa la notte: ma nel dì susseguente levossi, come

era suo costume, a buon’ora.

Le avverse fazioni del suo Consiglio avevano per varii giorni con

ansietà aspettato quel mattino. La lotta tra Halifax e Rochester

sembrava avvicinarsi ad una crisi decisiva. Halifax, non pago d’avere

cacciato il proprio rivale dal Tesoro, aveva impreso a mostrarlo reo

di tale disonestà o trascuratezza nel governo della finanza, da farlo

punire con la destituzione dai pubblici uffici. Bisbigliavasi anche

che il Lord Presidente verrebbe incarcerato nella Torre. Il Re aveva

promesso d’investigare il vero; il dì secondo di febbraio era il giorno

stabilito per tale investigazione; e parecchi ufficiali della rendita

avevano ricevuto comandamento di presentarsi coi loro libri in quel

giorno.[222] Ma la fortuna era lì pronta per volgere la sua ruota.

Carlo era appena sorto da letto, quando i suoi servi s’accorsero che

balbettava, e connetteva poco. Alcuni gentiluomini s’erano recati alla

reggia per vedere, secondo il costume, il loro sovrano farsi la barba

e vestirsi. Egli sforzossi di conversare con loro nel suo solito modo

scherzevole; ma rimasero timorosi ed attoniti al vederlo sì squallido.

Di repente divenne nero nel viso; gli si travolsero gli occhi; mandò

un urlo, traballò e cadde nelle braccia di Tommaso Lord Bruce, figlio

del Conte di Ailesbury. Un medico, che aveva cura delle storte e de’

crogiuoli del Re, per caso si trovò presente; ma non avendo lancetta,

gli aperse con un temperino la vena. Il sangue uscì libero, ma Carlo

rimase privo di sensi.

Lo adagiarono sul letto, dove la Duchessa di Portsmouth per breve

ora stette china sopra lui con la familiarità d’una moglie. Ma lo

spavento si era sparso per tutte le stanze. La Regina e la Duchessa

di York corsero frettolose alla camera. Alla concubina prediletta fu

forza ritrarsi al proprio quartiere; il quale dal suo regio amante era

stato tre volte disfatto e rifatto, per appagare i capricci di lei.

Gli arnesi del camino erano d’argento massiccio. Varii bei dipinti,

che propriamente appartenevano alla Regina, erano stati trasferiti

alle stanze della concubina. Le tavole erano ripiene di argenterie

riccamente lavorate. Nelle nicchie vedevansi scrigni, capolavori

dell’arte giapponese. Sulle cortine, uscite pur allora da’ telai di

Parigi, erano dipinti con colori, di cui nessuna tappezzeria inglese

poteva sostenere il paragone, uccelli adorni di magnifiche penne,

paesi, cacce, la terrazza principesca di Saint–Germain, le statue e le

fontane di Versailles.[223] Fra mezzo a tanta splendidezza, compra con

la colpa e la vergogna, la infelice donna si abbandonò ad una agonia di

dolore, il quale, per renderle giustizia, non era al tutto egoistico.

Allora le porte di Whitehall, che d’ordinario stavano aperte a tutti

gli accorrenti, furono chiuse; sebbene fosse tuttavia dato lo ingresso

a coloro i cui visi erano cogniti. Le anticamere e le gallerie tosto

furono affollate di gente; ed anche la camera dello infermo era piena

di Pari, di Consiglieri Privati e di Ministri stranieri. Tutti i più

rinomati medici di Londra furono chiamati a Palazzo. E potevano tanto i

rancori politici, che la presenza di alcuni medici Whig fu considerata

come cosa straordinaria.[224] Un cattolico romano, altamente famoso

per la perizia dell’arte sua, voglio dire il Dottore Tommaso Short,

assisteva il Re. Si conservano tuttavia parecchie ricette. Una di esse

è firmata da quattordici dottori. Allo infermo fu cavato sangue in gran

copia; alla sua testa fu applicato un ferro caldo. Gl’introdussero

a forza in bocca certo sale volatile disgustoso, estratto da teschi

umani. Il Re risensò; ma rimase in presentissimo pericolo di vita.

La Regina per qualche tempo lo assistè di continuo. Il Duca di York

non si scostò mai dal letto del fratello. Il Primate ed altri quattro

vescovi, trovandosi allora in Londra, rimanevano a Whitehall tutto

il giorno, e ad uno per volta vigilavano tutta notte nella camera

del Re. La nuova della sua infermità riempì la metropoli di dolore e

di sgomento; imperocchè Carlo, per la sua indole tranquilla e i suoi

modi affabili, erasi acquistato lo affetto della maggior parte della

nazione; e coloro che più non l’amavano, preferivano la sua leggerezza

alla severa e grave bacchettoneria del fratello.

Nella mattina del giovedì 5 di febbraio, la Gazzetta di Londra annunzio

che Sua Maestà procedeva di bene in meglio, sì che i medici lo

credevano fuori di pericolo. Le campane di tutte le chiese suonarono

a festa; e si facevano per le vie apparecchi di fuochi artificiali.

Ma verso sera si seppe il Re essere ricaduto, e i medici avere

perduta ogni speranza di salvarlo. Il pubblico ne rimase grandemente

contristato; ma non v’era indizio di tumulto. Il Duca di York, il quale

erasi assunto il carico di dare ordini, si assicurò che nella Città era

perfetta quiete, e ch’egli, appena spirato il fratello, poteva senza

difficoltà essere proclamato Re.

Carlo soffriva estremamente, e diceva di sentirsi bruciare dentro come

da un fuoco. Nondimeno sostenne i proprii tormenti con una fortezza

che non pareva compatibile con la sua molle e lussuriosa natura. Lo

spettacolo della sciagura di lui commosse tanto la moglie, che svenne,

e così priva di sensi fu portata alle sue stanze. I prelati che lo

assistevano lo avevano fin da principio esortato ad apparecchiarsi al

gran viaggio. Adesso stimaronsi in debito di favellargli con più calde

parole. Guglielmo Sancroft Arcivescovo di Canterbury, uomo onesto e

pio, quantunque di piccola mente, gli disse liberamente: «È tempo di

parlar chiaro, perocchè voi siete, o signore, sul punto di comparire

avanti ad un Giudice che non ha rispetto di persone.» Il Re non rispose

nè anche una parola.

Tommaso Ken, vescovo di Bath e di Wells, allora volle provarsi di

persuaderlo. Era uomo fornito di egregie doti e di dottrina, di pronta

sensibilità e di virtù intemerata. Le sue opere elaborate sono da lungo

tempo cadute nell’oblio: ma i suoi inni mattutini e vespertini sono

tuttora ripetuti quotidianamente da migliaia di famiglie. Comecchè,

al pari della più parte degli uomini della sua classe, fosse zelante

della monarchia, non era punto adulatore. Innanzi che fosse fatto

vescovo, aveva mantenuto l’onore della sua professione, ricusando,

allorquando la Corte stava a Winchester, ad Eleonora Gwynn l’alloggio

nella casa ch’egli occupava come prebendario.[225] Il Re aveva buon

senso bastevole a rispettare uno spirito così fermo, e tra tutti i

prelati lo prediligeva. Nulladimeno, il buon vescovo indarno usava

tutta la propria eloquenza. La sua solenne e patetica esortazione a tal

segno commosse gli astanti, che alcuni di loro lo crederono invaso del

medesimo spirito che nel tempo antico per le labbra di Natan e d’Elia

aveva chiamati i principi peccatori a pentimento. Carlo nulladimeno

non ne fu commosso. Vero è che non fece obiezione allorchè fu letto

l’uffizio per la Visitazione degli infermi. In risposta alle premurose

domande dei teologi, disse d’esser dolente del male fatto; e lasciò

darsi l’assoluzione secondo le forme della Chiesa Anglicana: ma quando

fu stretto a confessare com’ei morisse nella comunione di quella

Chiesa, parve di non prestare ascolto a ciò che gli veniva detto; e

nulla potè indurlo a prendere la Eucaristia dalle mani de’ Vescovi. Gli

fu posta dinanzi una tavola con sopra il vino e il pane, ma indarno.

Ora diceva non esservi mestieri di cotanta fretta, ed ora affermava

sentirsi troppo debole.

Molti attribuivano cosiffatta apatia a dispregio delle cose divine, e

molti altri alla stupidezza che spesso precede la morte. Ma in Palazzo

v’erano poche persone che sapevano meglio il vero. Carlo non era mai

stato un sincero credente nella Chiesa stabilita. La sua mente aveva

lungamente ondeggiato tra l’Hobbismo e il Papismo. Quando sentivasi

pieno di salute e libero di spirito, era beffardo. Nei pochi istanti

di serietà era cattolico romano. Il Duca di York lo sapeva bene, ma

era al tutto occupato della cura de’ propri interessi. Aveva ordinato

che si chiudessero le porte della reggia, ed appostate legioni di

Guardie in varie parti della Città. Aveva parimente fatto apporre

dalla tremula mano del moribondo Re la firma ad un atto, per virtù

del quale taluni dazi, concessi solo fino alla morte del sovrano,

gli venivano dati per tre anni. Cotali cose occupavano tanto la mente

di Giacomo, che quantunque nelle ordinarie occasioni egli fosse

indiscretamente e irragionevolmente sollecito di far proseliti alla

propria Chiesa, non considerò mai che il fratello stava in pericolo di

morire senza sacramenti. Questa trascuratezza era più straordinaria,

perchè la Duchessa di York, nel dì in cui Carlo fu preso dal male,

aveva, a richiesta della Regina, suggerito esser convenevole porgergli

i conforti spirituali. Di tali conforti il Re andò debitore in sugli

estremi all’opera d’una donna assai diversa dalla sua pia moglie, e

dalla cognata. Una vita di frivolezza e di vizio non aveva spento in

cuore alla Duchessa di Portsmouth ogni sentimento di religione, o tutta

la tenerezza che forma la gloria del sesso leggiadro. Lo Ambasciatore

Francese Barillon, recatosi a palazzo per sapere le nuove del Re,

andò a visitarla, e la trovò immersa in un disperato dolore. Ella lo

condusse in una secreta stanza, ed aprendogli tutti i secreti del

cuore: «Io ho a palesarvi» gli disse «una cosa gravissima, e tale che

se si sapesse, ce n’anderebbe della mia vita. Il Re è vero cattolico,

ma morirà senza riconciliarsi con la Chiesa. La sua stanza è piena di

ecclesiastici protestanti, nè io posso entrarvi senza scandalo. Il

Duca non pensa ad altro che a sè. Parlategli; rammentategli che si

tratta della salute d’un’anima. Egli è adesso il signore; egli può far

sgomberare la stanza. Correte immantinente, o sarà troppo tardi.»

Barillon corse al letto del moribondo, trasse il Duca da parte e gli

fece il messaggio della concubina. Giacomo si sentì pungere dalla

propria coscienza, si scosse come da sonno, e disse che nulla gli

avrebbe impedito d’adempiere il sacro dovere ch’era stato tanto

ritardato. Formarono diversi disegni, senza abbracciarne veruno, finchè

il Duca comandò alla folla che si scostasse, si fece presso al letto, e

piegando la persona bisbigliò qualche cosa che non giunse all’orecchio

di nessuno degli spettatori, i quali pensavano che fosse alcuna domanda

intorno a faccende di Stato. Carlo rispose con voce udita da tutti:

«Sì, sì, con tutto il mio cuore.» Niuno degli astanti, tranne lo

ambasciatore francese, indovinò che il Re con quelle parole esprimeva

il desiderio di essere ammesso al grembo della chiesa di Roma.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 35 / 58 段