dubbio alcuna cosa che avrebbe mosso a riso. È legge universale che
qualsivoglia fatica o dottrina viene in voga, perda in parte quel
pregio in che era tenuta mentre stavasi nelle mani di pochi uomini
gravi, ed era amata per sè stessa. Egli è vero che le stoltezze di
taluni, i quali senza vera attitudine per la scienza mostravansene
appassionati, fornivano materia di spregio e sollazzo a pochi satirici
maligni, appartenenti alla precedente generazione, i quali non
inchinavano a disimparare ciò che in gioventù avevano imparato.[194]
Ma non è meno vero che la grande opera d’interpretare la natura,
venne eseguita dagli Inglesi d’allora come non era avanti mai stata
in nessuna età e nazione. Lo spirito di Francesco Bacone era vasto,
e maravigliosamente contemperato d’audacia e di sobrietà. Gli uomini
erano fortemente persuasi che tutto il mondo fosse pieno di secreti
di grave momento alla felicità umana, e che dal Supremo Fattore fosse
stata affidata all’uomo la chiave, che, bene adoperata, avrebbe schiusa
la via per giungere a quelli. Regnava in quel tempo la convinzione,
che nelle scienze fisiche fosse impossibile pervenire alla cognizione
delle leggi generali, tranne osservando accuratamente i fatti.
Stabilmente fermi in tali grandi verità, i professori della nuova
filosofia si dettero all’opera; e in meno di venticinque anni, avevano
dato ampi risultamenti delle proprie lucubrazioni. Nuovi vegetabili
furono coltivati, nuovi strumenti agricoli adoperati, e nuovi modi
di concimare i terreni.[195] Evelyn, con formale sanzione della
Società Reale, aveva dati avvertimenti ai suoi concittadini intorno
alle piantagioni. Temple, nelle sue ore d’ozio, aveva fatti nuovi
esperimenti nell’orticoltura, e provato che molti frutti delicati,
indigeni in climi migliori, si sarebbero potuti, coll’aiuto dell’arte,
ottenere anche nel suolo inglese. La medicina, che in Francia seguitava
a rimanere in abietta schiavitù, ed apprestava a Molière inesauribile
materia di giusto scherno, era divenuta in Inghilterra scienza
sperimentale e progressiva, ed ogni giorno, sfidando Ippocrate e
Galeno, faceva sempre più un nuovo passo. L’attenzione dei pensatori
per la prima volta si diresse all’importante subietto della polizia
sanitaria. La rinomata pestilenza del 1665 gl’indusse a considerare
seriamente i difetti dei fabbricati, delle fogne, e della ventilazione
della metropoli. Il grande incendio del 1666 offerse il destro di
eseguire miglioramenti vastissimi. La faccenda fu diligentemente
esaminata dalla Società Reale; ai consigli della quale è d’uopo
attribuire in gran parte le mutazioni, che, quantunque non fossero
tali da rispondere ai bisogni della pubblica utilità, resero la nuova
Londra differentissima dall’antica, e forse impedirono per sempre lo
infuriare della peste nel nostro paese.[196] In quel medesimo tempo,
uno de’ fondatori della predetta società, Sir Guglielmo Petty, creò
la scienza dell’aritmetica politica; umile ma indispensabile ancella
della politica filosofia. Nessuna parte del regno della natura rimase
inesplorata. A quegli anni appartengono le scoperte chimiche di Boyle,
e le prime ricerche botaniche di Sloane. E’ fu allora che Ray fece
una nuova classificazione degli uccelli e de’ pesci, Woodward rivolse
la propria attenzione ai fossili ed alle conchiglie. I fantasmi
dell’errore che ne’ secoli tenebrosi avevano ingombrato la terra,
l’uno dietro l’altro, disparvero dinanzi alla nuova luce. L’astrologia
e l’alchimia diventarono obietto di trastullo. Poco dopo, non v’era
contea in cui qualche collegio di giudici non ridesse sprezzantemente
sempre che una vecchia strega veniva tratta al tribunale, accusata
di aver cavalcato sul manico della granata, o avere prodotta la
pestilenza nell’armento. Ma in quei nobili e assai ardui rami della
scienza, ne’ quali la induzione e la dimostrazione matematica cooperano
alla scoperta del vero, il genio inglese a que’ tempi riportò i più
memorandi trionfi. Giovanni Wallis elevò sopra nuove fondamenta lo
intero sistema della statica. Edmondo Halley investigò le proprietà
dell’atmosfera, il flusso e riflusso del mare, le leggi del magnetismo,
e il corso delle comete; nè dal culto della scienza lo distolsero
travagli, pericoli ed esilio. Mentre egli, sopra le rocce di Santa
Elena, faceva la carta delle costellazioni dello emisfero meridionale,
il nostro nazionale osservatorio sorgeva in Greenwich; e Giovanni
Flamsteed, che fu il primo astronomo regio, cominciava quella lunga
serie d’osservazioni, che non è ricordata mai senza rispetto e
gratitudine in qualsiasi parte del mondo. Ma la gloria di cotesti
uomini, comunque eminenti, è oscurata dallo immenso splendore d’un
nome immortale. Nella mente d’Isacco Newton trovavansi congiunte,
come non lo erano mai state in mente d’uomo, due specie di potenza
intellettiva che hanno poco di comune tra loro, e che non si trovano
spesso insieme con pari vigore, ma nondimeno sono egualmente necessarie
ne’ rami più sublimi delle scienze fisiche. Vi saranno forse stati
intelletti pari al suo ben formati a coltivare le matematiche pure, o
le scienze puramente sperimentali; ma in nessun altro intelletto la
facoltà dimostrativa e la induttiva coesistettero in simile suprema
eccellenza e perfetta armonia. Forse in una età in cui fossero in voga
gli Scotisti e i Tomisti, anche la sua mente sarebbe corsa a rovina,
siccome avvenne a molte altre menti solo inferiori a quella di lui.
Avventuratamente, lo spirito del tempo in cui gli toccò di vivere,
pose nel diritto cammino il suo ingegno, il quale con ingente forza
reagì sopra lo spirito del tempo. Nel 1685 la sua fama, comecchè
splendida, era in sull’alba; ma il suo genio era pervenuto al meriggio.
La sua grande opera, quell’opera che produsse un rivolgimento nelle
provincie più importanti della filosofia naturale, era compiuta, ma
non ancora pubblicata, e stava per essere sottoposta allo esame della
Società Reale.
L. Non è facile trovare il perchè la nazione, la quale nelle scienze
era proceduta tanto innanzi alle nazioni vicine, nelle arti belle
stesse loro tanto addietro. Nondimanco, tale fu il fatto. Egli è vero
che in architettura, arte che è mezza scienza, arte in cui solo può
inalzarsi un profondo geometra, arte che non ha altra norma di gusto
tranne quella che direttamente o indirettamente dipende dall’utilità,
arte le cui creazioni derivano, almeno in parte, la maestà loro dalla
semplice massa, il paese nostro poteva gloriarsi d’un uomo veramente
grande: voglio dire di Cristoforo Wren; al quale lo incendio onde
Londra era stata ridotta a un mucchio di rovine, aveva pôrta occasione
fino allora senza esempio nella storia moderna, di spiegare l’ali dello
ingegno. Come quasi tutti i suoi contemporanei, egli non poteva emulare
e forse sentire il vero pregio dell’austera bellezza del portico greco,
e della buia sublimità dell’arcata gotica: ma niuno, nato al di qua
delle alpi, ha imitata così felicemente la magnificenza de’ bei tempii
della Italia. Perfino il superbo Luigi non ha lasciata alla posterità
opera alcuna che possa agguagliarsi alla chiesa di San Paolo. Ma alla
fine del regno di Carlo II, non v’era un solo pittore o scultore
inglese di cui oggidì si ricordi il nome. Tale sterilità ha un certo
che di mistero; perocchè i dipintori e gli scultori non erano punto
tenuti in dispregio o male rimunerati. La loro posizione sociale era,
per lo meno, alta come ai dì nostri. I loro guadagni, in proporzione
dell’opulenza del paese, e del modo onde venivano rimunerati gli
altri lavori intellettuali, erano anche maggiori di quel che siano ai
tempi presenti. La generosa protezione che accordavasi agli artisti,
gli attirava a schiere ai nostri lidi. Lely, che ci ha conservati i
bei ricci, le labbra tumide e i languidi occhi delle fragili beltà
celebrate da Hamilton, era nativo di Westfalia. Era morto nel 1680,
dopo una lunga e splendida vita, dopo d’avere ricevuto il titolo di
cavaliere, ed ammassato con l’arte sua un buon patrimonio. La sua bella
collezione di disegni e di pitture, dopo la sua morte, fu esposta, col
permesso del Re, nella sala da pranzo in Whitehall, e venduta all’asta
per la quasi incredibile somma di ventisei mila lire sterline: somma
che sta in maggior proporzione al patrimonio de’ ricchi uomini di
quel tempo, di quello che sarebbero cento mila sterline a’ mezzi de’
ricchi del nostro.[197] A Lely successe il suo concittadino Goffredo
Kneller, il quale fu fatto prima cavaliere e poi baronetto; e dopo
d’essere splendidamente vissuto, e aver perduta molta pecunia in mal
fortunate speculazioni, potè tuttavia lasciare alla propria famiglia
un gran patrimonio. I due Vandeveldes, olandesi, erano stati persuasi
dalla liberalità inglese a stabilirsi fra noi, dove avevano dipinto
i più bei quadri di marina del mondo. Simone Varelst, altro artefice
olandese, dipinse leggiadri girasoli e tulipani, a prezzi fino allora
non conosciuti. Il napolitano Verrio, effigiava sulle volte e per le
scale Gorgoni, Muse, Ninfe, Satiri, Virtù, Vizii, Numi che libano il
nettare, e Trionfi di principi. L’entrata ch’egli accumulò col frutto
delle sue opere, lo pose in condizione tale, che la sua mensa era delle
più sontuose. Per le sole pitture da lui eseguite a Windsor, ebbe sette
mila lire sterline; somma che in allora era bastevole a satisfare i
moderati desiderii d’un gentiluomo, ed eccedeva di molto quella che
Dryden in quarant’anni di lavori letterarii ottenne da’ librai.[198]
Luigi Laguerre, principale aiuto e successore di Verrio, venne
dalla Francia. I due più celebri scultori di que’ tempi erano anche
stranieri. Cibber, i cui patetici emblemi del Furore e della Malinconia
adornano Bedlam, era danese. Gibbons, alla graziosa fantasia e al tocco
delicato del quale molti de’ nostri palazzi, collegi e chiese, devono
i loro più leggiadri lavori d’ornato, era olandese. Anche i disegni
delle monete erano eseguiti da incisori francesi. A dir vero, fino al
regno di Giorgio II, la patria nostra non potè gloriarsi d’un grande
pittore; e Giorgio III era già sul trono, innanzi ch’essa potesse
andare altera d’alcuno egregio scultore.
Siamo al punto in cui termina la descrizione che siamo venuti facendo
della Inghilterra, mentre era governata da Carlo II. Nulladimeno, ci
rimane a toccare d’una cosa di grave momento. Non abbiamo finora fatto
parola della gran massa del popolo; di coloro, cioè, che intendevano
allo aratro, curavano i buoi, sudavano sopra i telai di Norwich, e
squadravano le pietre di Portland per il tempio di San Paolo. Nè
possiamo lungamente favellarne. La classe più numerosa è precisamente
quella intorno alla quale ci rimangono scarsissime notizie. In que’
tempi, i filantropi non consideravano come debito sacro, nè i demagoghi
come lucroso traffico, l’occuparsi delle sciagure dell’operaio. La
istoria era sì affaccendata con le corti e coi campi di battaglia,
da non serbare una sola pagina al tugurio del contadino, o alla
botteguccia del manuale. La stampa adesso in un sol giorno, discute
e declama intorno alle condizioni dell’operaio con più abbondanza
di quanto ne fu pubblicato ne’ ventotto anni che corsero dalla
Restaurazione alla Rivoluzione. Ma errerebbe grandemente chi dallo
accrescersi de’ reclami, inferisse essersi accresciuta la miseria.
LI. Il gran criterio della condizione del popolo basso, sta nel salario
ond’è rimeritato il lavoro; e poichè quattro quinti del popolo,
nel diciassettesimo secolo, erano addetti all’agricoltura, importa
sopra tutto indagare qual fosse la paga dell’operaio nella industria
agricola. Intorno a ciò abbiamo i mezzi di giungere a conclusioni
bastevolmente esatte pel nostro proposito.
Sir Guglielmo Petty, la cui semplice asserzione è di gran peso,
c’insegna che non erano punto cattive le condizioni d’un lavorante
qualora per una giornata di lavoro ricevesse quattro soldi col cibo, e
otto senza. Quattro scellini la settimana, quindi, erano, secondo il
calcolo di Petty, una buona paga per la gente agricola.[199]
Che siffatto calcolo non fosse discosto dal vero, abbiamo prove
in gran copia. Verso il principio del 1685, i Giudici della Contea
di Warwick, nello esercizio d’una potestà affidata loro da un
decreto d’Elisabetta, stabilirono, nelle loro sessioni trimestrali,
un regolamento di paghe per la Contea, e notificarono che ciascun
padrone che pagasse, e ciascuno operaio che ricevesse più della somma
decretata, sarebbero puniti. Il salario dell’operaio agricolo ordinario
da Marzo a Settembre, era precisamente lo stesso notato da Petty; val
quanto dire, quattro scellini per settimana, senza cibo. Da Settembre a
Marzo era di tre scellini e sei soldi.[200]
Ma in quel secolo, siccome nel nostro, i guadagni del contadino
differivano assai nelle differenti parti del Regno. Il salario nella
Contea di Warwick rispondeva probabilmente alla media proporzionale,
e nelle Contee verso il confine della Scozia era minore; ma v’erano
distretti più favoriti. Nel medesimo anno 1685, un gentiluomo di
Devonshire, di nome Riccardo Dunning, pubblicò un opuscolo, nel quale
descrisse la condizione de’ poveri di quella Contea. Ch’egli intendesse
bene la materia, non è possibile dubitare; imperocchè, pochi mesi dopo,
l’opuscolo venne ristampato, e dai magistrati ragunati in Exeter nelle
sessioni trimestrali fortemente raccomandato all’attenzione di tutti
gli ufficiali delle parrocchie. Secondo lui, il salario del contadino
della predetta Contea, era, senza il cibo, circa cinque scellini per
settimana.[201]
Anche migliore era la condizione del lavorante nelle vicinanze di Bury
Saint Edmond. I magistrati di Suffolk adunaronsi quivi, nella primavera
del 1682, per fissare la rata del salario; e deliberarono che, quando
all’operaio non fosse dato da mangiare, riceverebbe cinque scellini per
settimana in tempo di verno, e sei d’estate.[202]
Nel 1661, i giudici in Chelmsford avevano stabilito che il salario
dell’operaio d’Essex, senza cibo, fosse di sei scellini in inverno, e
di sette in estate. E questa pare che fosse la paga maggiore con che
si retribuisse nel Regno il lavoro degli agricoltori, nel periodo di
tempo che corse dalla Restaurazione alla Rivoluzione: ed è da notarsi,
che nell’anno in cui fu fatta cotesta provvisione, le cose necessarie
alla vita erano oltremodo care. Il grano costava settanta scellini il
sacco; prezzo che anche oggi verrebbe considerato quasi da tempi di
carestia.[203]
Questi fatti perfettamente concordano con un altro che sembra
meritevole d’essere considerato. Ella è cosa evidente che in un paese
dove niuno può essere costretto a farsi soldato, le file dell’armata
non potrebbero riempirsi, se il Governo desse paga molto minore del
salario che riceve un operaio rurale. Oggidì la paga d’un soldato
comune, in un reggimento di linea, è di sette scellini e sette soldi
per settimana. Tale stipendio, congiunto con la speranza d’una
pensione, non attira in numero sufficente i giovani inglesi; ed è
necessario di supplire al difetto arrolando le più povere genti di
Munster e di Connaught. La paga di un soldato comune di fanteria, nel
1685, era di quattro scellini e otto soldi per settimana; e nondimeno,
è certo che il Governo in quell’anno non incontrò difficoltà nessuna
a raccogliere, poco tempo dopo l’annunzio, molte migliaia di reclute
inglesi. La paga d’un soldato comune di fanteria nell’esercito della
Repubblica era stata sette scellini per settimana; vale a dire,
pari a quella d’un caporale sotto Carlo II:[204] e sette scellini
per settimana s’erano trovati bastevoli a riempire le file d’uomini
manifestamente superiori alla generalità del popolo. E però, nello
insieme, e’ pare ragionevole conchiudere, che nel regno di Carlo II,
la paga ordinaria del contadino non eccedesse quattro scellini per
settimana; ma che in talune parti del reame fosse di cinque scellini,
di sei scellini, e nei mesi estivi anche di sette scellini. Ai giorni
nostri, un distretto dove un lavorante guadagni sette scellini per
settimana, si reputa in condizioni tristissime. La media proporzionale
è assai maggiore; e nelle Contee prospere, la paga settimanale degli
agricoltori ascende a dodici, quattordici, ed anche sedici scellini.
LII. La rimunerazione degli operai impiegati nelle manifatture, è
stata sempre maggiore di quella de’ lavoratori della terra. Nell’anno
1680, un membro della Camera de’ Comuni notò come le grosse paghe
che si davano in Inghilterra, rendessero impossibile la concorrenza
de’ nostri tessuti coi prodotti de’ telai indiani. Un mestierante
inglese, invece di tormentarsi al pari d’un uomo di Bengal per una
moneta di rame, voleva uno scellino per giorno.[205] Esiste un’altra
testimonianza che prova, uno scellino per giorno essere stata la
paga la quale un manifattore inglese allora si credesse in diritto
di chiedere: ma spesso era costretto di lavorare a minor prezzo. La
plebe di quell’età non aveva costume di radunarsi per discutere,
udire arringhe, o far petizioni al Parlamento. Non v’era giornale
che perorasse la causa di quella. Manifestava in rozze rime l’amore,
l’odio, l’esultanza, la sciagura. Gran parte della sua storia può solo
impararsi nelle ballate. Una delle più notabili poesie popolari che
nel tempo di Carlo II cantavasi per le vie di Norwich e di Leeds, può
tuttavia leggersi nel suo originale. È il grido veemente ed acre del
lavoro contro il capitale. Descrive il vecchio buon tempo, allorquando
ogni artigiano impiegato nell’opera della lana viveva al pari d’un
fattore. Ma quel tempo era passato; e un povero uomo rompendosi per un
intero giorno le braccia al telaio, poteva guadagnare solo sei soldi;
e muovendo lamento di non poter vivere con sì misera paga, gli veniva
risposto ch’era libero di prenderla o lasciarla. Per una così magra
ricompensa, i produttori della ricchezza erano costretti ad affannarsi,
alzandosi presto e coricandosi tardi; mentre il padrone, mangiando,
bevendo ed oziando, arricchivasi con le fatiche loro. Uno scellino
per giorno—dice il poeta—sarebbe la paga del tessitore, se gli fosse
resa giustizia.[206] Ci è dato quindi concludere, che negli anni
che precessero la Rivoluzione, un lavorante impiegato nelle grandi
manifatture d’Inghilterra, si reputasse bene pagato guadagnando sei
scellini per settimana.
LIII. Potrebbe in questo luogo notarsi, che il costume di porre i
fanciulli a lavorare innanzi tempo (costume che lo Stato, legittimo
protettore di coloro che non possono proteggersi da sè, ha con
saggezza ed umanità ai tempi nostri inibito), prevaleva tanto nel
diciassettesimo secolo, che, paragonato alla estensione del sistema
delle manifatture, parrebbe incredibile. In Norwich, sede principale
del traffico de’ lanificii, una creaturina di sei anni stimavasi atta a
lavorare. Vari scrittori di quel tempo, fra’ quali alcuni che avevano
fama di eminentemente benevoli, ricordano esultando come in quella
sola città i fanciulli e le fanciulle di tenerissima età creassero una
ricchezza che sorpassava di dodicimila lire sterline l’anno quella che
era necessaria alla loro sussistenza.[207] Quanta più cura poniamo
ad esaminare la storia del passato, tanta più ragione troveremo di
discordare da coloro che pensano, l’età nostra avere prodotti nuovi
mali sociali. Vero è che i mali sono di vecchia data. Ciò che è nuovo,
è la intelligenza che gli discerne e la umanità che vi pone rimedio.
LIV. Passando da’ tessitori di panno a una specie diversa d’artigiani,
le nostre ricerche ci condurranno a conclusioni pressochè simili.
Per varie generazioni, i Commissarii dello Spedale di Greenwich
hanno tenuto il registro delle paghe date a diverse classi di operai
impiegati a riattare quell’edificio. Da questo pregevole documento
raccogliesi, che nel corso di cento venti anni, il salario giornaliero
de’ muratori si è elevato da mezzo scudo a quattro e soldi dieci,
quello del maestro da mezzo scudo a cinque e soldi tre, quello del
legnaiuolo da mezzo scudo a cinque e soldi cinque, e quello del
piombaio da tre scellini a cinque e soldi sei.
Per lo che, e’ sembra chiaro che la mercede del lavoro, estimata in
danaro, nel 1685, non era più della metà di quel che è adesso; e poche
erano le cose importanti per un lavorante, il prezzo delle quali, nel
1685, non fosse più della metà di quello che è adesso. La birra, senza
dubbio, era a minor prezzo allora che oggi. La carne era anche a più
buon prezzo; ma tuttavia costava tanto, che centinaia di migliaia di
famiglie appena ne conoscevano il sapore.[208] Il costo del frumento
ha variato pochissimo. Il prezzo medio del sacco, negli ultimi dodici
anni del regno di Carlo II, era di cinquanta scellini. Il pane, quindi,
simile a quello che ora si dà agli ospiti della casa di lavoro, di rado
vedevasi allora anche sur desco di un piccolo possidente o d’un padrone
di bottega. La maggior parte della nazione cibavasi di segala, d’orzo e
di avena.
I prodotti de’ paesi del tropico, delle miniere, delle macchine, erano
positivamente più cari che oggi non sono. Fra le cose che il lavorante,
nel 1685, pagava più care di quel che i posteri suoi le paghino nel
1848, erano lo zucchero, il sale, il carbone, le candele, il sapone,
le scarpe, le calze, e generalmente le cose pertinenti al vestiario e
gli arnesi da letto. Potrebbe aggiungersi che gli abiti e le coltri di
que’ tempi, non solo erano più costosi, ma meno servibili di quelli che
usano ai giorni nostri.
LV. È mestieri ricordare come que’ lavoranti, che bastavano a mantenere
col proprio salario sè e le famiglie loro, non fossero le persone più
bisognose del popolo. Al di sotto di loro stava una numerosa classe
che non poteva sussistere senza qualche soccorso della parrocchia. Non
può esservi migliore argomento a provare le condizioni in cui trovasi
la plebe, della proporzione in cui essa sta verso la società intera.
Oggimai gli uomini, le donne, i bambini che ricevono sussidii, da quel
che pare dalle liste officiali, sono nelle cattive annate la decima
parte degli abitanti d’Inghilterra, e nelle buone la tredicesima.
Gregorio King li estimava ne’ suoi tempi a più d’una quinta parte;
e tale computo, che, con tutta la venerazione per l’autorità
sua, potremmo chiamare esagerato, fu reputato da Davenant essere
singolarmente giudizioso.
Per avventura, non ci mancano affatto i mezzi di giudicare da noi.
La tassa pei poveri era indubitabilmente quella della quale i nostri
antenati sentissero maggiore gravezza. Sotto Carlo II, veniva stimata
a circa sette cento mila sterline l’anno; vale a dire molto più che il
prodotto della così detta excise o delle dogane, e poco meno di mezza
la intera rendita della Corona. La tassa pei poveri andò rapidamente
crescendo, e sembra che fosse in breve tempo pervenuta ad una somma
tra otto e nove cento mila sterline l’anno; val quanto dire, ad un
sesto di ciò che è adesso. La popolazione in allora era meno d’un terzo
di quello che è ai giorni nostri. Il minimo de’ salari che allora si
davano, calcolato in danaro, era la metà di quel che oggi si paga; e
quindi mal possiamo supporre che il sussidio largito ad un povero fosse
più della metà di quello che è adesso. E’ pare perciò si possa dedurre,
che la proporzione delle persone che in que’ tempi ricevevano sussidii
dalle parrocchie, fosse maggiore di quello che sia nei nostri. È bene
in somiglianti quistioni parlare con diffidenza; ma certamente non è
stato finora provato che il pauperismo fosse negli ultimi venticinque
anni del secolo diciassettesimo un minor carico o un male sociale meno
serio di quello che sia nel tempo presente.[209]
Da un lato, è mestieri ammettere che il progresso della civiltà ha
scemati i comodi fisici d’una parte delle classi più povere. È stato
già notato come, avanti la Rivoluzione, molte migliaia di miglia
quadrate di terra, adesso chiusa e coltivata, erano pantani, foreste
e scopeti. Di cotesti terreni selvaggi molta parte, per virtù della
legge, era comune; e molta di quelli che non erano comuni per legge,
valeva sì poco, che i proprietari la lasciavano essere comune di fatto.
Ivi i fuggiaschi e i trasgressori si tollerava che stessero in modo
affatto ignoto al dì d’oggi. Il contadino che vi abitava, poteva di
quando in quando, con poca e nessuna spesa, aggiungere qualche cosa
al suo scarso alimento, e provvedersi di combustibili per l’inverno.
Teneva un branco d’oche là dove adesso sorgono giardini e pometi.
Tendeva reti alle galline selvatiche sul padule, che dappoi è stato
seccato, e partito in campi da grano e da rape. Tagliava frasche là
dove ora vedonsi prati verdeggianti di trifoglio, e rinomati per il
burro e il cacio. Il progresso dell’agricoltura e lo accrescimento
della popolazione necessariamente lo privarono di cotesti privilegi. Ma
di fronte a siffatti mali è da porsi una lunga serie di beni.
LVI. De’ beni che la civiltà e la filosofia conducono seco, gran parte
è comune a tutte le classi; ed ove si perdessero, verrebbero deplorati
sì dall’operaio come dal magnate. Il contadino che adesso in un’ora può
giungere col suo baroccio al mercato, cento sessanta anni addietro vi
consumava un giorno intero. La strada che ora appresta all’artigiano,
per tutta la notte, un passeggio sicuro, conveniente ed illuminato,
cento sessanta anni fa, era così buia dopo il tramonto del sole, da non
lasciargli discernere la propria mano; così male lastricata, da porlo
in continuo rischio di rompersi il collo; e così mal sorvegliata, da
metterlo in imminente pericolo d’essere stramazzato giù, e spogliato
del suo poco guadagno. Ogni muratore che cada giù da un ponte, ogni
spazzaturaio che in una strada traversa sia calpestato da una
carrozza, adesso può farsi medicare le ferite e rimettere al loro
posto le rotte membra, con un’arte che cento sessanta anni addietro
un Lord come Ormond, ed un negoziante principesco come Clayton, con
tutte le loro ricchezze, non avrebbero potuto ottenere. La scienza ha
sradicate alcune terribili malattie; altre ne ha bandite la polizia.
La vita dell’uomo è diventata più lunga in tutto il Regno, e in
ispecie nelle città. L’anno 1685 non è notato come pieno di malattie;
e nondimeno, in quell’anno morì uno in ogni ventitrè abitanti della
metropoli;[210] mentre nel nostro tempo ne muore uno in ogni quaranta.
La differenza di salubrità tra Londra del secolo decimonono e quella
del diciassettesimo, è molto maggiore della differenza tra Londra in
tempi ordinari, e Londra in tempi di _cholera_.