imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i
loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle
produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di
quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra
nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa
sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non
era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano
l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e
sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri
era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli.
Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanzia
sembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’
fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino
alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per
il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i
santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali
battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano
nell’amarezza del loro spirito alla vista di _Jack in the Green_, e
reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale.
Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a
mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti,
dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero
alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso
austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite
inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con
la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che
chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici
fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le
muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley,
Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane
aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere
epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva
rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179] intorno
al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova
vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto
ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa
brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi.
La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato
intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e
furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte.
Le Teste–Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non
potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudele custode
di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia
portano i segni del collare e dello staffile.
La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra
lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura
grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che
l’uomo appartenente alla classe delle Teste–Rotonde aveva trattate con
riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già
proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie,
ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i
propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi
di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli
occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con
barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose
erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi,
che era il suo _Shibboleth_,[180] opponevasi un altro gergo non meno
assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se
non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti
ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità
tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare
l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.
Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando
risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e
civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che
appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti
dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i
sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca.
Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente
la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un
poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto
che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato
sconvenevole sulle labbra di quelle Virtù eteree, ch’egli contemplava
con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna,
gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il
vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero
dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma
cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in
un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a
una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a
Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa,
e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali
scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata
meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano
era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole
aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere
le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di
nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale
alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e
che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate
deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane
descrizioni che la rendano passiva.
Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena
letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito
è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici
faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali
offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e
i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che
sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’
primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del
teatro Hope, o sotto il tetto impagliato del _Rose_, abbagliavano gli
occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello
dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai
coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare
le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono
riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando
da sè. La immoralità delle rappresentazioni tosto fece allontanare
le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero,
chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti
corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le
turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque
non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della
restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria
vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.
Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i
poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I
componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali
venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al
depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che
supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza,
recitare versi grossolanamente indecenti.[181]
Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e
caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma
qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano.
Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini
castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la
Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore
di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto
fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in
quegl’ignobili e corrotti cervelli.
Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni
della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore
probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così
poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa
ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione.
Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole
di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide
la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il
maggiore de’ poeti inglesi viventi. Contiene circa dodici mila
versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e
le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed
Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli
scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è
la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà
letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma
minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due
soli articoli da giornale.[182] Nè sembra che ciò fosse un cattivo
negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non
fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che
il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era
possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern,
un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183] Otway, dalla
mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo
del suo Don Carlos.[184] Shadwell guadagnò cento trenta sterline
in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185] Per la
qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col
lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli
avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come
poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica,
scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a
Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime,
è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di
molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno
drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni
migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi
che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del
dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con
inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione,
talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in
accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne
mai buon successo teatrale, simile a quello onde erano rimeritati i
lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori.
Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa
rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che
avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale
fatica.[186]
La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal
pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere
le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi.
Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e
con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che
ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata
un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa
piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era
assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto
di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine
di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che
era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito,
tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La
indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui
esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra
il lenone e il mendicante.
Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse,
verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello
spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti
dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte,
ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni
servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra
le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità
senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque
erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il
coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente
c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo
dimenticare la gran distinzione del bene e del male. Lo spirito del
quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati,
deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili
di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la
speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove
vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno
a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano
poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici;
e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami
scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo
tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni
compassione.[187]
XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in
Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione,
il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino
alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano
intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo
e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il
ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la
sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la
sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni,
si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre
le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di
uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto,
consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo
sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri
fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per
la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la
mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le
perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata,
ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità
insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai veduta fra noi.
Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni
di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati
con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione
precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare
costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con
senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con
senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla.
Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del
governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi,
Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per
raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle
dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero
portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in
che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi
scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con
gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza
e dottrina.[188] Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se
qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il
timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente,
lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie.
Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola
contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci
ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che
poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il
torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo,
si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando
d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore
ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del
ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo
innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere
la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga
serie di gloriose e salutari riforme.[189] In pochi mesi, la scienza
sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusione del sangue,
la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del
pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie
della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni
delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia,
e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella
più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati
dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste–Rotonde, Ecclesiastici e
Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di
Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di
Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi
dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi
di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra
promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande
liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza
che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190] Dryden, con più zelo
che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse
cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale
ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe
dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191] Due esperti
ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di
Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del
quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva
splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire
da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e
il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende
delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente,
per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero
posti in vendita a Londra.[192] La chimica per un certo tempo divideva
col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del
cortigiano e gl’intrighi del demagogo, l’attenzione del volubile
Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così
detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di
vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la
disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in
Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che
fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito
gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica
e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando,
credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in
carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano
gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e
che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un
uccello.[193]