XLVIII. Sarebbe stata buona ventura se i nostri scrittori avessero

imitato il decoro, che, tranne pochi esempi, serbavano sempre i

loro grandi contemporanei francesi: imperocchè la immoralità delle

produzioni drammatiche, satiriche e liriche, e delle novelle di

quell’età fra noi, ha impressa una profonda macchia nella nostra

nazionale rinomanza. È facile cercare il vero nella sua stessa

sorgente. I begli spiriti e i Puritani non erano mai stati amici; non

era simpatia nessuna fra coteste due classi, come quelle che guardavano

l’intero sistema della vita umana da punti di veduta differenti e

sotto differente luce. Ciò che per gli uni era serio, per gli altri

era obietto di scherzo. I piaceri di questi erano tormenti di quelli.

Ai gravi rigoristi, perfino gl’innocenti trastulli dell’infanzia

sembravano criminosi. Ai caratteri leggeri e gai, la solennità de’

fratelli zelanti forniva copiosa materia di riso. Dalla Riforma fino

alla guerra civile, quasi ogni scrittore dotato di senso squisito per

il bernesco, erasi talvolta giovato dell’occasione per ischernire i

santocchi dai capelli lisci, parlanti col naso e piagnolosi, i quali

battezzavano i loro figliuoli secondo il libro di Neemia, gemevano

nell’amarezza del loro spirito alla vista di _Jack in the Green_, e

reputavano cosa empia mangiare la zuppa di prugne nel giorno di Natale.

Finalmente, giunse il tempo in cui gli schernitori cominciarono a

mostrarsi alla lor volta malinconici. I rigidi e male accorti zelanti,

dopo d’essere stati obietto di riso per due generazioni, corsero

alle armi, vinsero, recaronsi in mano il governo, e con un sorriso

austero sulle labbra calpestarono la caterva degli irrisori. Le ferite

inflitte dalla malignità gaja e petulante, furono contraccambiate con

la cupa ed implacabile malignità, particolare ai bacchettoni, che

chiamano virtù il proprio rancore. I teatri vennero chiusi, i comici

fustigati, la stampa posta sotto la tutela di austeri censori, le

muse bandite da Oxford e Cambridge, loro luoghi prediletti. Cowley,

Crashaw, Cleveland furono cacciati de’ loro uffici. Il giovane

aspirante ai gradi universitarii non fu più obbligato a sapere scrivere

epistole e pastorali ad imitazione di Ovidio e di Virgilio, ma veniva

rigorosamente interrogato da un sinodo di Supralapsarii[179] intorno

al giorno e all’ora in cui egli sperimentò il nascimento alla nuova

vita. Tale sistema era molto proficuo agl’ipocriti. Sotto umile manto

ed austere sembianze, s’era tenuta per vari anni nascosta la intensa

brama di licenza e di vendetta; brama che alla perfine potè sfogarsi.

La Restaurazione emancipò migliaia di animi da un giogo diventato

intollerabile. Il vecchio conflitto si riaccese, ma con nuovo odio e

furore: adesso non era più lotta da scherno, ma combattimento a morte.

Le Teste–Rotonde, da quelli che erano stati da loro perseguitati, non

potevano aspettarsi sorte migliore di quella che un crudele custode

di schiavi possa aspettarsi dagli schiavi insorti, i quali tuttavia

portano i segni del collare e dello staffile.

La pugna tra lo spirito e il puritanismo, tosto diventò guerra tra

lo spirito e la moralità. L’ostilità, suscitata da una caricatura

grottesca della virtù, non risparmiava la virtù stessa. Le cose che

l’uomo appartenente alla classe delle Teste–Rotonde aveva trattate con

riverenza, venivano fatte segno allo insulto, e favoreggiate le già

proscritte. E perchè quegli era stato scrupoloso rispetto alle inezie,

ogni scrupolo era posto in derisione: perchè quegli aveva coperti i

propri falli con la maschera della bacchettoneria, ciascuno studiavasi

di mostrare con cinica impudenza i propri vizi più scandalosi agli

occhi del pubblico: perchè quegli aveva punito lo amore illecito con

barbara severità, la purità delle vergini e la fedeltà delle spose

erano considerate come cose da scherno. A quel gergo da santocchi,

che era il suo _Shibboleth_,[180] opponevasi un altro gergo non meno

assurdo e molto più odioso. E siccome egli non apriva mai le labbra se

non per profferire frasi scritturali, la nuova genia de’ begli spiriti

ed egregi gentiluomini non aprivano le loro senza vomitare oscenità

tali, che oggi farebbero vergognare un facchino, e senza invocare

l’Eterno a maledirli, sprofondarli, confonderli, sperderli e dannarli.

Non è, dunque, cosa strana che la nostra amena letteratura, quando

risorse al risorgere della nostra vecchia politica ecclesiastica e

civile, fosse profondamente immorale. Pochi uomini eminenti, che

appartenevano ad una età anteriore e migliore, serbaronsi esenti

dall’universale contagio. I versi di Waller spiravano tuttavia i

sentimenti che avevano animata una generazione più cavalleresca.

Cowley, predistinto come uomo leale e letterato, alzava animosamente

la voce contro la immoralità che deturpava le lettere e la lealtà. Un

poeta di più potente ingegno meditava, indisturbato dall’osceno tumulto

che circondavalo, un canto così sublime e santo, che non sarebbe stato

sconvenevole sulle labbra di quelle Virtù eteree, ch’egli contemplava

con quell’occhio interno che non può essere spento da calamità alcuna,

gettanti sul pavimento di diaspro le loro corone d’amaranto e d’oro. Il

vigoroso e fecondo genio di Butler, se non potè al tutto tenersi libero

dalla infezione predominante, contrasse il male in forma più mite. Ma

cotesti erano uomini, gl’intelletti de’ quali erano stati educati in

un mondo già passato; e dopo non molto tempo avevano ceduto il luogo a

una generazione di più giovani ingegni; della quale, da Dryden fino a

Durfey, era nota caratteristica una licenza cruda, impudente, vanitosa,

e ad un tempo priva d’umanità e d’eleganza. La influenza di tali

scrittori era, senza verun dubbio, nociva: nonostante, lo sarebbe stata

meno se essi fossero stati meno corrotti. Il veleno che amministravano

era sì forte, che dopo non lungo tempo venne come stomachevole

aborrito. Nessuno di loro intendeva l’arte pericolosa di congiungere

le immagini di piaceri illegittimi con tutto ciò che v’ha di caro e di

nobile; nessuno di loro accorgevasi che un certo decoro è essenziale

alla voluttà stessa, che la veste è più seducente della nudità, e

che la immaginazione può essere più potentemente mossa da delicate

deduzioni, le quali la spingano ad operare, che dalle grossolane

descrizioni che la rendano passiva.

Lo spirito della reazione antipuritana informa quasi tutta l’amena

letteratura del regno di Carlo II. Ma la quintessenza di quello spirito

è da trovarsi nel dramma comico. I teatri, già chiusi mentre i fanatici

faccendieri dominavano, furono ripopolati di spettatori, ai quali

offerivano nuove e più potenti attrattive. Le decorazioni sceniche e

i vestiarii, che adesso si reputerebbero triviali ed assurdi, ma che

sarebbero stati stimati incredibilmente magnifici da coloro che ne’

primi anni del secolo decimosettimo sedevano sopra le sudice panche del

teatro Hope, o sotto il tetto impagliato del _Rose_, abbagliavano gli

occhi della moltitudine. Il fascino del bel sesso accresceva quello

dell’arte; e il giovane spettatore mirava con emozioni ignote ai

coetanei di Shakespeare e di Johnson, amabilissime donne rappresentare

le parti di tenere e gaie eroine. Dal dì in cui i teatri furono

riaperti, diventarono scuole di vizi: e il male andavasi propagando

da sè. La immoralità delle rappresentazioni tosto fece allontanare

le genti morigerate; mentre le frivole e dissolute che vi rimasero,

chiedevano ogni anno stimoli sempre più forti. Così gli artisti

corrompevano gli spettatori, e gli spettatori gli artisti; finchè le

turpitudini del dramma divennero tali, da rendere attonito chiunque

non si accorga che la estrema rilassatezza è lo effetto naturale della

restrizione estrema, e che ad una età d’ipocrisia, secondo la ordinaria

vicenda delle cose umane, tiene dietro una età d’impudenza.

Nulla esprime tanto l’indole de’ tempi, quanto la cura che si dànno i

poeti a porre sulle labbra delle donne i loro versi più licenziosi. I

componimenti dove più regnava la licenza, erano gli epiloghi, i quali

venivano quasi sempre recitati dalle più favorite attrici; e nulla al

depravato uditorio piaceva come il vedere una bella fanciulla, che

supponevasi non avere per anche perduto il fiore della innocenza,

recitare versi grossolanamente indecenti.[181]

Il nostro teatro in que’ tempi andava debitore di molti intrecci e

caratteri alla Spagna, alla Francia e ai vecchi scrittori inglesi: ma

qualunque soggetto i nostri drammaturgi toccassero, lo deturpavano.

Nelle loro imitazioni, le case de’ robusti ed animosi gentiluomini

castigliani immaginate da Calderon, diventavano porcili di vizio, la

Viola di Shakespeare una mezzana, il Misantropo di Molière un rapitore

di donne, e l’Agnese del medesimo un’adultera. Ogni cosa, per quanto

fosse pura o eroica, diveniva corrotta ed ignobile, passando in

quegl’ignobili e corrotti cervelli.

Tali erano le condizioni del dramma, il quale, tra le produzioni

della amena letteratura, era quella da cui il poeta aveva maggiore

probabilità di guadagnare da vivere. La vendita dei libri era così

poca, che un ingegno di grandissima fama poteva sperare una scarsa

ricompensa dalla proprietà letteraria della miglior produzione.

Non vi può esser esempio più convincente, della sorte delle Favole

di Dryden, che furono l’ultima delle sue opere. Questo volume vide

la luce allorquando egli veniva universalmente stimato come il

maggiore de’ poeti inglesi viventi. Contiene circa dodici mila

versi. La verseggiatura è maravigliosa; pieni di vita i racconti e

le descrizioni. Fino ai nostri giorni, Palamone ed Arcita, Cimone ed

Ifigenia, Teodoro ed Onoria formano il diletto de’ critici e degli

scolari. La raccolta contiene anche il Festino d’Alessandro, che è

la più bella ode della nostra lingua. Perchè cedesse la proprietà

letteraria, Dryden ricevè duecento cinquanta lire sterline; somma

minore di quella con che ai dì nostri talvolta sono stati pagati due

soli articoli da giornale.[182] Nè sembra che ciò fosse un cattivo

negozio; imperocchè assai lenta fu la vendita del libro, sì che non

fu necessario farne una seconda edizione, se non dieci anni dopo che

il poeta giaceva dentro il sepolcro. Scrivendo per la scena, era

possibile avere maggiori guadagni con molto minore fatica. A Southern,

un solo dramma fruttò settecento lire sterline.[183] Otway, dalla

mendicità alzossi ad agiatezza temporanea, per il prospero successo

del suo Don Carlos.[184] Shadwell guadagnò cento trenta sterline

in una sola rappresentazione dello Scudiero d’Alsazia.[185] Per la

qual cosa, chiunque aveva mestieri di procacciarsi da vivere col

lavoro dell’ingegno, scriveva drammi, quand’anche la natura non gli

avesse data attitudine all’arte. Tale fu il caso di Dryden. Come

poeta satirico rivaleggia con Giovenale. Nella poesia didascalica,

scrivendo con cura e meditazione, avrebbe forse contesa la palma a

Lucrezio. Tra i poeti lirici, ove non voglia reputarsi il più sublime,

è il più brillante ed animato. Ma la natura, che gli era stata di

molte altre insigni doti larghissima, gli aveva negato lo ingegno

drammatico. Nondimeno, egli consumò tutta l’energia de’ suoi anni

migliori a scrivere drammi. Aveva sì retto giudizio da accorgersi

che difettava della facoltà di dipingere i caratteri per mezzo del

dialogo. Ei fece ogni sforzo per nascondere tale difetto, ora con

inattesi e piacevoli incidenti, ora con la vigorosa declamazione,

talvolta coll’armonia del numero, tal’altra con la licenza bene in

accordo col gusto d’una profana e licenziosa platea. Ma non ottenne

mai buon successo teatrale, simile a quello onde erano rimeritati i

lavori di alcuni scrittori per ingegno a lui di gran lunga inferiori.

Stimavasi fortunato qualora un dramma gli fruttava cento ghinee; scarsa

rimunerazione, e nulladimeno manifestamente maggiore di quella che

avrebbe potuto conseguire impiegando in altro genere di scrivere eguale

fatica.[186]

La ricompensa che gl’ingegni di quell’età potevano ottenere dal

pubblico, era tanto lieve, che trovavansi nella necessità di accrescere

le loro entrate levando, dirò così, contribuzioni sopra i grandi.

Ciascun signore ricco e di buon cuore veniva con tanta ostinazione e

con tante abiette lusinghe importunato dagli scrittori mendichi, che

ai tempi nostri parrebbe incredibile. Colui al quale venisse dedicata

un’opera, era in debito di ricompensare lo scrittore con una borsa

piena d’oro. La somma che fruttava la dedica d’un libro spesso era

assai maggiore di quella che ne avrebbe data lo editore per il diritto

di stampa. Per la qual cosa, i libri spesso pubblicavansi solo col fine

di farne una dedica. Questo traffico di laudi produceva lo effetto che

era da aspettarsene. L’adulazione spinta talvolta allo sproposito,

tal’altra all’empietà, non stimavasi che infamasse il poeta. La

indipendenza, la veracità, il rispetto di sè, non erano cose che da lui

esigesse il mondo. A dir vero, per moralità egli era qualche cosa tra

il lenone e il mendicante.

Agli altri vizi che invilivano il carattere del letterato, si aggiunse,

verso la fine del regno di Carlo II, la più feroce intemperanza dello

spirito di parte. I begli ingegni, come classe, erano stati spinti

dal loro vecchio odio del puritanismo verso il partito della Corte,

ed avevano trovato utili alleati. Dryden, in specie, aveva resi buoni

servigi al Governo. Il suo Assalonne ed Achitofel, grandissima tra

le satire de’ tempi moderni, aveva stupefatta la città; con velocità

senza esempio s’era aperta la via fino ai distretti rurali; e dovunque

erasi mostrata, aveva dato molestia agli esclusionisti e accresciuto il

coraggio de’ Tory. Ma fra mezzo all’alta ammirazione che naturalmente

c’ispira la squisitezza della dizione e del verso, non dobbiamo

dimenticare la gran distinzione del bene e del male. Lo spirito del

quale Dryden e parecchi de’ suoi consorti in quel tempo erano animati,

deve meritamente chiamarsi diabolico. I giudici e gli sceriffi servili

di quegl’infausti giorni, non potevano spargere il sangue con la

speditezza inculcata clamorosamente dai poeti. Un richiedere nuove

vittime, un odioso scherzare sugl’impiccamenti, acri motteggi intorno

a coloro i quali, fidi al Re nell’ora del pericolo, lo consigliavano

poscia di mostrarsi compassionevole e generoso co’ suoi vinti nemici;

e perchè nulla mancasse alla colpa e alla vergogna, cotesti infami

scritti venivano recitati dalle donne, le quali, ammaestrate da lungo

tempo a bandire ogni modestia, erano ora ammaestrate a bandire ogni

compassione.[187]

XLIX. È cosa degna di nota, come, mentre l’amena letteratura in

Inghilterra in tal modo era di nocumento e d’infamia alla nazione,

il genio inglese nelle scienze compisse una rivoluzione che, sino

alla fine de’ secoli, verrà posta tra le opere più grandi dell’umano

intelletto. Bacone aveva posta la buona sementa in un terreno tardo

e in una stagione non opportuna. Non ne aveva sperato così presto il

ricolto, e nel suo supremo testamento aveva solennemente legata la

sua fama alla età susseguente. Pel corso d’una intera generazione, la

sua filosofia, fra mezzo ai tumulti, alle guerre, alle proscrizioni,

si era lentamente venuta maturando in poche menti ben formate. Mentre

le fazioni lottavano per predominare nello Stato, un drappello di

uomini saggi, con benevolo sdegno, erasi scostato dal conflitto,

consacrandosi alla egregia impresa di slargare il dominio dell’uomo

sopra la materia. Appena tornata la pubblica quiete, a quei maestri

fu agevole trovare attenti uditori; imperocchè la disciplina per

la quale la nazione era passata, aveva talmente contemperata la

mente del popolo da potere ricevere le dottrine del Verulamio. Le

perturbazioni civili avevano incitate le facoltà della gente educata,

ed avevano ingenerata una irrequieta attività e una curiosità

insaziabile, quale ne’ tempi anteriori non s’era mai veduta fra noi.

Nulladimeno, lo effetto di quelle perturbazioni fu, che i disegni

di riforma religiosa e politica venissero generalmente considerati

con sospetto e dispregio. Per lo spazio di venti anni, l’occupazione

precipua delle menti savie ed operose era stata quella di foggiare

costituzioni con primi magistrati, senza primi magistrati, con

senati ereditarii, con senati tirati a sorte, con senati annui, con

senati perpetui. In simili disegni di governo non omettevasi nulla.

Tutti i particolari, tutte le nomenclature, tutto il ceremoniale del

governo immaginario vi erano pienamente notati; Polemarchi, Filarchi,

Tribù, Galassie, Lord Arconte, e Lord Stratigoto: quali urne per

raccogliere i voti dovessero essere verdi, e quali rosse: quali palle

dovessero essere d’oro, e quali d’argento: quali magistrati dovessero

portare cappelli, e quali berretti appuntati di velluto nero: in

che modo dovesse portarsi la mazza, e quando dovessero gli araldi

scoprirsi la testa. Queste e simiglianti altre inezie venivano con

gravità esaminate ed ordinate da uomini di non comune intelligenza

e dottrina.[188] Ma la stagione di cotali visioni era finita; e se

qualche fervido repubblicano seguitava tuttavia a trastullarsene, il

timore del pubblico scherno e d’un processo criminale, generalmente,

lo induceva a sottrarre agli sguardi altrui le proprie fantasticherie.

Ora, ella era cosa impopolare e pericolosa mormorare una sola parola

contro le leggi fondamentali della Monarchia; ma gli uomini audaci

ed ingegnosi potevano compensarsi trattando con isdegno quelle che

poco innanzi erano considerate leggi fondamentali di natura. Il

torrente ch’era stato condannato a scorrere per il suo antico alveo,

si gettò furiosamente in un altro. Lo spirito rivoluzionario, cessando

d’agire nella politica, cominciò ad esercitarsi con insolito vigore

ed ardire in ogni ramo di scienze fisiche. L’anno 1660, l’èra del

ristabilimento della vecchia costituzione, è anche l’èra da cui data lo

innalzarsi della nuova filosofia. In quell’anno cominciò ad esistere

la Società Reale, destinata ad essere agente principale in una lunga

serie di gloriose e salutari riforme.[189] In pochi mesi, la scienza

sperimentale divenne grandemente in voga. La trasfusione del sangue,

la ponderazione dell’aria, la fissazione del mercurio, nelle menti del

pubblico occuparono quel luogo che già vi tenevano le controversie

della Rota. I sogni delle forme perfette di governo, cessero ai sogni

delle ale con cui gli uomini dovevano volare dalla Torre all’Abbadia,

e delle navi a doppia carena, che non dovevano mai affondare nella

più furiosa procella. Gli uomini d’ogni classe vennero trascinati

dalle idee predominanti. Cavalieri e Teste–Rotonde, Ecclesiastici e

Puritani, per questa volta, collegaronsi. Teologi, giuristi, uomini di

Stato, nobili, principi, magnificavano i trionfi della filosofia di

Bacone. I poeti, gareggiando d’entusiasmo, cantavano lo avvicinarsi

dell’età d’oro. Cowley, con versi pregni di pensiero e splendidi

di brio, spingeva la eletta sementa a prender possesso della terra

promessa irrigata di latte e di miele; di quella terra che il grande

liberatore e legislatore aveva veduta come dalla cima di Pisgah, senza

che gli fosse stato concesso d’ entrarvi.[190] Dryden, con più zelo

che scienza, congiunse la sua voce al grido universale, e predisse

cose che nè egli nè altri intendeva. Vaticinò che la Società Reale

ci avrebbe tra breve condotti ai confini del mondo, dove ci avrebbe

dilettati con un più bello spettacolo della luna.[191] Due esperti

ed aspiranti prelati, Ward Vescovo di Salisbury e Wilkins Vescovo di

Chester, predistinguevansi fra i capi del movimento; la storia del

quale fu eloquentemente scritta da un più giovane teologo, che veniva

splendidamente innalzandosi nella propria professione: voglio dire

da Tommaso Sprat, poi fatto Vescovo di Rochester. Il giudice Hale e

il Lord Cancelliere Guildford toglievano qualche ora alle faccende

delle loro corti per iscrivere intorno all’idrostatica. E veramente,

per cura di Guildford furono costruiti i primi barometri che fossero

posti in vendita a Londra.[192] La chimica per un certo tempo divideva

col vino e con l’amore, col teatro e col giuoco, con gl’intrighi del

cortigiano e gl’intrighi del demagogo, l’attenzione del volubile

Buckingham. Rupert è in voce di avere inventata la incisione così

detta a mezza tinta; e porta il suo nome quella curiosa bolla di

vetro che per lungo tempo ha formato il trastullo de’ bambini, e la

disperazione de’ filosofi. Lo stesso Carlo aveva un laboratorio in

Whitehall, e mostravasi in esso più attento ed operoso di quel che

fosse in Consiglio. Era quasi necessario al carattere d’un compito

gentiluomo il saper dire qualche cosa intorno alla macchina pneumatica

e ai telescopi; ed anche le leggiadre dame, di quando in quando,

credevano convenevole mostrare gusto per la scienza, recavansi in

carrozza verso le sei a visitare le curiosità di Gresham, e mandavano

gridi di gioia vedendo che la calamità veramente attraesse un ago, e

che un microscopio facesse davvero apparire una mosca grande quanto un

uccello.[193]

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 33 / 58 段