Hampton Court e in Whitehall, posson trovarsi ne’ nostri moderni
alberghi. Nondimeno, nell’insieme, egli è certo che il miglioramento
delle case di pubblico divertimento non è in nessun modo andato di
pari passo col miglioramento delle nostre strade, e de’ mezzi di
trasporto. Nè ciò deve sembrare strano: poichè è cosa manifesta che,
supponendo uguali tutte le altre circostanze, le locande saranno
migliori là dove i mezzi di locomozione son pessimi. Più celere è il
modo di viaggiare, meno importante diviene al viaggiatore la esistenza
di numerosi e piacevoli luoghi di riposo. Cento sessanta anni fa,
un uomo che da una Contea rimota si fosse recato alla metropoli,
generalmente aveva mestieri di desinare dodici o quindici volte,
e riposare cinque o sei notti durante il viaggio. Se era ricco,
aspettavasi che nei pranzi e negli alloggi fosse proprietà ed anche
lusso. Oggimai la luce d’un sol giorno di verno ci basta per volare
da York o da Exeter fino a Londra. Il viaggiatore perciò rade volte
interrompe il proprio viaggio per mero bisogno di riposo o di cibo:
quindi è che molti buoni alberghi trovinsi in estremo decadimento. In
breve tempo non ve ne sarà più nè anche uno, tranne ne’ luoghi dove è
verosimile che gli stranieri siano astretti a fermarsi per cagione di
faccende o di piacere.
XL. Il modo onde le lettere erano trasmesse da un luogo distante ad
un altro, parrebbe oggidì degno di scherno: nulladimeno, esso era
tale da muovere l’ammirazione e la invidia delle più culte nazioni
dell’antichità, o de’ contemporanei di Raleigh e di Cecil. Uno
stabilimento rozzo ed imperfetto di poste pel trasporto delle lettere,
era stato messo su da Carlo I, e distrutto dalla guerra civile. Sotto
la Repubblica quel disegno venne ripreso. Dopo la Restaurazione, i
proventi dell’ufficio postale, sottratte le spese, furono assegnati al
Duca di York. Nella maggior parte delle strade, le valigie partivano
ed arrivavano ciascun giorno alternativamente. In Cornwall, nei paduli
della Contea di Lincoln, e fra i colli e i laghi di Cumberland, le
lettere ricevevansi una volta la settimana. Nel tempo che il Re
viaggiava, dalla capitale spedivasi giornalmente un corriere al
luogo dove la Corte intendeva fermarsi. Eranvi parimente quotidiane
comunicazioni tra Londra e Downs; e il medesimo privilegio talvolta
estendevasi a Tunbridge Wells e a Bath, nella stagione in cui que’
luoghi erano popolati di signori. I bagagli venivano trasportati sui
cavalli, che camminando di notte e di giorno, facevano cinque miglia
l’ora.[160]
La entrata di tale stabilimento non ricavavasi soltanto dal trasporto
delle lettere. L’ufficio postale aveva diritto di apprestare i cavalli
da posta; e considerando la sollecitudine con che era condotto cotesto
monopolio, possiamo concludere che fosse proficuo.[161] Se però un
viaggiatore avesse atteso mezz’ora senza che gli venissero apprestati i
cavalli, poteva procurarseli dove e come meglio gli fosse piaciuto.
Agevolare la corrispondenza tra una parte e l’altra della città di
Londra, non era in origine lo scopo dell’ufficio postale. Ma nel
regno di Carlo II, un cittadino intraprendente, di nome Guglielmo
Dockwrey, istituì con grande spesa una posta d’un soldo, la quale
trasportava lettere e fagotti sei o otto volte per giorno nelle strade
popolate e piene di faccende presso la Borsa, e quattro volte per
giorno fuori la città. Cotesto miglioramento, secondo il costume, fu
vigorosamente avversato. I facchini dolevansi del detrimento che ne
pativano, e stracciavano i cartelli che ne davano annunzio al pubblico.
Il commovimento cagionato dalla morte di Godfrey, e dalla scoperta
delle scritture di Coleman, in allora era sommo. E però levossi alto
il grido, che la posta d’un soldo fosse un disegno de’ papisti.
Affermavasi che il gran Dottore Oates aveva sospetto come i Gesuiti vi
fossero mescolati, e come bastasse esaminare i fagotti per trovarvi
i vestigi del tradimento.[162] Nonostante, sì grande e manifesta era
la utilità della impresa, che ogni opposizione tornò priva d’effetto.
Appena fu chiaro che era lucrosa, il Duca di York ne mosse querele come
d’un’infrazione del suo monopolio, e i tribunali sentenziarono in suo
favore.[163]
La entrata dell’ufficio postale, fin da principio, venne sempre
aumentando. L’anno in cui seguì la Restaurazione, un Comitato della
Camera de’ Comuni, dopo rigorosa indagine, ne aveva estimato il
ricavato netto a circa venti mila lire sterline. Alla fine del regno
di Carlo II, la entrata netta sommava a poco meno di cinquanta mila
sterline; somma che in allora fu considerata stupenda. La entrata lorda
ascendeva a circa settanta mila sterline. La spesa per la spedizione
d’una sola lettera era due soldi per ogni ottanta miglia, e tre soldi
per una distanza maggiore; ma aumentava in proporzione del peso del
piego.[164] Ai dì nostri, una lettera semplice si spedisce per un soldo
ai confini della Scozia e della Irlanda; e il monopolio de’ cavalli
da posta non esiste più da lungo tempo. Nondimeno, l’entrata lorda
ascende annualmente a più d’un milione e ottocento mila lire sterline,
e la netta a settecento e più mila. Non si potrebbe, quindi, dubitare
che il numero delle lettere le quali oggidì si spediscono per posta, è
settanta volte maggiore di quello che se ne spediva nel tempo in cui
Giacomo II ascese al trono.
XLI. Nessuna parte del carico che le vecchie valigie trasportavano,
era più importante delle lettere contenenti notizie. Nel 1685 non
esisteva nè poteva esistere alcuna cosa di simile al giornale
quotidiano di Londra de’ nostri giorni; non essendovi nè il danaro
nè l’arte a ciò fare bisognevoli. Mancava, inoltre, la libertà;
mancanza fatale quanto quella del danaro e dell’arte. Vero è che in
quel tempo la stampa non era soggetta ad una generale censura. La
legge di licenza, che era stata fatta poco dopo la Restaurazione,
era spirata nel 1679. A chiunque era concesso di stampare, a proprio
rischio, una storia, un sermone o un poema, senza approvazione di
alcun pubblico ufficiale; ma i giudici concordemente opinavano che
siffatta libertà non si estendesse alle Gazzette, e che, per virtù del
diritto comune dell’Inghilterra, nessuno senza regia licenza avesse
potestà di pubblicare notizie politiche.[165] Finchè il partito Whig fu
formidabile, il Governo reputò utile di quando in quando chiudere gli
occhi alla violazione di cotesta regola. Mentre ferveva la gran lotta
della Legge d’Esclusione, molti giornali lasciaronsi stampare; cioè
le _Notizie Protestanti_, _Notizie correnti_, _Notizie domestiche_,
_le Nuove Vere_, _il Mercurio di Londra_.[166] Nessuno di questi
giornali pubblicavasi più di due volte la settimana; nessuno aveva
formato maggiore d’un piccolo foglio. La materia che in ciascuno di
essi contenevasi nello spazio d’un anno, non era maggiore di quella che
spesso si trova in due soli numeri del _Times_. Dopo la sconfitta de’
Whig, il Re non si vide più astretto ad essere indulgente nell’usare
quella che, secondo la sentenza de’ giudici, era sua prerogativa. Verso
la fine del suo regno, nessun giornale poteva stamparsi senza la regia
licenza; la quale era stata esclusivamente accordata alla Gazzetta di
Londra. Questa vedeva la luce il lunedì e il giovedì d’ogni settimana,
e generalmente conteneva un proclama reale, due o tre indirizzi
di Tory, l’annunzio di due o tre promozioni, la relazione d’una
scaramuccia tra le truppe imperiali e i Giannizzeri lungo il Danubio,
la descrizione d’un ladrone, l’annunzio d’un gran combattimento di
galli fra due persone d’onore, e la notizia d’un premio da darsi a chi
avesse trovato un cane smarrito. Tutte queste cose contenevansi in due
pagine di modico formato. Le comunicazioni concernenti soggetti di
gravissimo momento, facevansi in istile secco e di mera forma. Alcuna
volta, trovandosi il Governo inchinevole a satisfare la curiosità
pubblica rispetto a qualche importante negozio, facevasi un supplemento
a stampa distinta, che conteneva più minuti particolari di quelli che
si trovassero nella Gazzetta: ma nè questa, nè il supplemento stampato
per ordine del Governo, rivelavano se non le cose che la Corte avesse
trovato convenevole pubblicare. Le discussioni parlamentari, i processi
di Stato di maggiore importanza, de’ quali faccia ricordo la nostra
storia, erano passati sotto profondo silenzio.[167] Nella metropoli,
le botteghe da caffè in qualche modo tenevano luogo di giornali. Ivi i
cittadini affollavansi come gli antichi Ateniesi al mercato, per sapere
che cosa ci fosse di nuovo. Ivi potevasi sapere con quanta brutalità
fosse stato trattato un Whig il giorno precedente in Westminster Hall;
quali orribili racconti facessero le lettere d’Edimburgo intorno alle
torture inflitte ai Convenzionisti; quali enormi inganni avesse fatto
l’ammiragliato alla Corona nello approvvigionare la flotta; e quali
gravi accuse il Lord del Sigillo Privato avesse intentate contro la
Tesoreria per la imposta sui fuochi.
XLII. Ma coloro che vivevano assai discosti dal gran teatro delle
contese politiche, potevano soltanto per mezzo delle lettere aver
notizia di ciò che ivi accadeva. Formare tali lettere era diventato
un mestiere in Londra, come è ai dì nostri fra i naturali dell’India.
Lo scrittore di nuove girovagava di Caffè in Caffè, raccogliendo le
dicerie; penetrava in Old Bailey a udirvi le discussioni, tutte le
volte che c’era un processo interessante; anzi otteneva forse accesso
alla galleria di Whitehall, e riferiva il contegno del Re e del duca.
In tal guisa raccoglieva notizie per le epistole settimanali, destinate
a istruire qualche città di Contea, o qualche banco di magistrali
rurali. Erano queste le fonti da cui gli abitatori delle più grosse
città di provincia, e i gentiluomini e il clero, imparavano quasi tutto
ciò che sapessero della storia de’ tempi loro. È d’uopo supporre che
in Cambridge vi fossero altrettante persone curiose di sapere ciò che
accadeva nel mondo, quante ve n’erano in ogni altro luogo del Regno,
fuori di Londra. Nulladimeno, in Cambridge, per gran parte del regno
di Carlo II, i Dottori di legge e i Maestri delle Arti non avevano
altro mezzo regolare di sapere le nuove, tranne la Gazzetta di Londra.
Infine giovaronsi de’ servigi d’uno de’ raccoglitori di notizie nella
metropoli. E fu giorno memorabile quello in cui comparve sulla tavola
della sola bottega da caffè che fosse in Cambridge, la prima lettera
di notizie giunta da Londra.[168] Nella residenza de’ ricchi uomini di
provincia, la lettera delle notizie era attesa con impazienza. Dopo
arrivata, in una settimana passava per le mani di venti famiglie.
Forniva agli scudieri del vicinato materia di chiacchiere per le ferie
d’Ottobre, ed era ai rettori subietto di virulenti sermoni contro
i Whig o i papisti. Molti di cotesti curiosi giornali potrebbero
certo trovarsi, diligentemente frugando negli archivi delle vecchie
famiglie. Alcuni se ne trovano nelle nostre biblioteche pubbliche; ed
una serie, che forma la parte non meno pregevole de’ tesori letterarii
raccolti da Sir Giacomo Mackintosh, verrà a suo luogo citata nel corso
di questa opera.[169]
Non è d’uopo rammentare come in allora non ci fossero giornali di
provincia. Difatti, tranne nella metropoli e nelle due università,
forse non v’era un solo tipografo in tutto il reame. E’ sembra che
la sola stamperia la quale esistesse in Inghilterra nelle contrade
settentrionali oltre il Trent, fosse in York.[170]
XLIII. Non era solo per mezzo della Gazzetta di Londra che il Governo
imprendesse ad apprestare al popolo istruzione delle cose politiche.
Quel giornale conteneva secchi articoli di notizie senza commenti. Un
altro, pubblicato sotto il patronato della Corte, conteneva commenti
senza notizie. Chiamavasi l’_Osservatore_, e lo compilava un vecchio
articolista Tory, di nome Ruggiero Lestrange. Costui non difettava
di speditezza e di sottile ingegno; e la sua locuzione, comecchè
fosse grossolana e sfigurata da un gergo basso e verboso, che allora
nel domestico focolare[171] e nella taverna estimavasi spiritoso,
non era privo di acume e vigore. Ma l’indole sua, feroce ed ignobile
a un tempo, mostravasi in ogni tratto che gli uscisse dalla penna.
Allorquando comparvero i primi numeri dell’_Osservatore_, l’acrimonia
dello scrittore non era affatto indegna di scusa; imperocchè, essendo
potenti i Whig, gli toccava lottare contro numerosi avversarii, la
cui violenza scevra di scrupoli sembrava giustificare le rappresaglie.
Ma nel 1685 ogni opposizione era stata vinta. Uno spirito generoso
avrebbe abborrito dall’insultare un partito che non poteva rispondere,
e dall’aggravare la miseria de’ prigioni, degli esuli e delle famiglie
spogliate; ma alla malignità di Lestrange non era sacro nè il sepolcro
nè il tetto della famiglia. Nell’ultimo mese del regno di Carlo II,
Guglielmo Jenkyn, vecchio e illustre pastore dissenziente, il quale
aveva patita crudele persecuzione, non per altro delitto che per
quello di adorare Dio secondo l’usanza comunemente seguita in tutta
l’Europa protestante, morì per le sevizie e le privazioni sofferte in
Newgate. Lo scoppio della simpatia popolare non potè frenarsi. Il suo
cadavere fu accompagnato alla tomba da un corteo di cento cinquanta
carrozze. La tristezza era dipinta anche in volto ai cortigiani.
Perfino lo spensierato Carlo mostrò segni di dolore. Il solo Lestrange
sciorinò un cicaleccio di feroce esultanza, schernì la debolezza dei
Barcamenanti,[172] che mostravano commiserazione; scrisse che il
blasfemo, vecchio impostore, aveva ricevuta la meritata pena; e fece
voto di guerreggiare non solo fino a morte, ma dopo morte contro tutti
i Santi e martiri ridicoli.[173] Tale era lo spirito del giornale che
in que’ tempi era l’oracolo del partito Tory, ed in ispecie del clero
delle parrocchie.
XLIV. Tanta letteratura, quanta poteva trasportarsi nella valigia
postale, formava allora gran parte del nutrimento intellettuale
per i teologi e i giudici di provincia. La difficoltà e la spesa
di trasmettere di luogo in luogo grossi fagotti erano così grandi,
che un’opera voluminosa metteva più tempo ad andare da Paternoster
Row alle Contee di Devon o di Lancaster, che oggidì non impiega ad
arrivare a Kentucky. Quanto pochi libri, anche i più necessarii agli
studi teologici, possedesse un parroco rurale, è stato già notato. Le
case de’ gentiluomini non ne erano meglio provvedute. Pochi cavalieri
della Contea avevano biblioteche che si potessero agguagliare a
quelle che ora comunemente si trovano nel salotto d’un servitore, o
nella retrostanza del padrone d’una piccola bottega. Uno scudiere
veniva riputato dai suoi vicini per un gran dotto, se l’Hudibras, o la
Cronaca di Barber, o gli Scherzi di Tarlton, o i Sette Campioni della
Cristianità, trovavansi nella sua sala fra mezzo alle canne da pescare,
agli arnesi da caccia. In allora, nè anche nella capitale esistevano
biblioteche circolanti; ma nella capitale, quegli studenti che non
potevano molto spendere, avevano un compenso. Le botteghe de’ grandi
librai presso il Cimitero di San Paolo, erano quotidianamente e per
tutta la giornata affollate di lettori; e ad ogni avventore conosciuto,
spesso era concesso di portarsi a casa qualche volume. In provincia non
esisteva siffatta comodità; e ciascuno era costretto a comprare i libri
che avesse voluto leggere.[174]
XLV. La provvisione letteraria della madre e delle figlie del
possidente di provincia, generalmente consisteva nel libro delle
preghiere e in quello de’ conti. E a dir vero, perdevano poco a vivere
nel ritiro campestre; poichè anche nelle classi più alte, e in quelle
condizioni che apprestavano le maggiori agevolezze alla cultura dello
intelletto, le donne inglesi di quell’età erano peggio educate di
quello che siano state in qualunque altro tempo dopo il risorgimento
delle lettere. In un’epoca anteriore studiavano i capolavori degli
antichi. Al dì d’oggi rade volte si dànno seriamente allo studio delle
lingue morte; ma conoscono familiarmente la lingua di Pascal e di
Molière, quella di Dante e di Tasso, quella di Goethe e di Schiller;
nè vi è stile più puro o più grazioso di quello con che le donne bene
educate parlino e scrivano. Ma negli ultimi anni del diciassettesimo
secolo, la cultura della mente nelle donne era quasi affatto negletta.
Se una donzella aveva la più lieve tintura letteraria, veniva stimata
un prodigio. Le donne d’alto lignaggio, di squisita educazione e
fornite di spirito naturale, non sapevano scrivere, un rigo nella
loro lingua materna senza solecismi ed errori d’ortografia, quali oggi
si vergognerebbe di commettere una fanciulla cresciuta negli asili di
carità.[175]
La ragione di ciò potrebbe agevolmente trovarsi. Una licenza
stravagante, effetto naturale della stravagante austerità, era venuta
in voga; e la licenza aveva prodotto il suo naturale effetto, vale
a dire la degradazione morale e intellettuale delle donne. Nacque
il costume di rendere rozzi ed impudenti omaggi alla beltà della
persona; ma l’ammirazione e il desio che esse ispiravano, di rado era
accompagnato dal rispetto, dall’affezione, o da qualsivoglia altro
sentimento cavalleresco. Que’ pregi che le rendono atte ad essere
compagne, consigliere e fide amiche, ripugnavano, anzichè piacere, ai
libertini di Whitehall. In quella Corte, una dama che si fosse vestita
in modo da non ascondere la bianchezza del petto, che avesse lanciato
sguardi espressivi, danzato con voluttà, risposto con impertinenza,
che non avesse sentita vergogna a far baccano coi ciamberlani e coi
capitani delle guardie, a cantare con maligna espressione versi
maligni, o accomodare i vestiti d’un paggio per qualche scherzo, aveva
maggior probabilità di trovare ammiratori e seguaci, d’essere più
onorata nel regio favore, di ottenere un ricco e nobile marito, che
non avrebbero avuta Giovanna Grey o Lucia Hutchinson. In tal guisa, la
misura delle qualità della donna era necessariamente, bassa; ed era più
pericoloso lo starsi sopra che sotto siffatta misura. La ignoranza o
la frivolezza estrema venivano in una dama estimate meno inconvenevoli
d’una lieve tintura di pedanteria. Delle troppo celebri donne i cui
volti si ammirano adesso nelle pareti di Hampton Court, poche avevano
costume di leggere altro di serio fuorchè gli acrostici, le satire, e
le traduzioni della Clelia e del Ciro il Grande.
XLVI. E’ sembra che la erudizione letteraria anche de’ gentiluomini di
quel tempo, fosse meno solida e profonda di quella che avanti o dopo
quella età possedessero. Lo studio delle lettere greche, per lo meno,
non fioriva tra noi ai tempi di Carlo II, come aveva fiorito innanzi
la guerra civile, o come fiorì dopo la Rivoluzione. Non è dubbio
che vi fossero uomini dotti, ai quali era famigliare tutta la greca
letteratura da Omero sino a Fozio; ma trovavansi quasi esclusivamente
fra il clero delle università, ed anche quivi erano pochi e non
pienamente apprezzati. In Cambridge non si riputava punto necessario
che un teologo fosse in condizione di leggere il vangelo nella lingua
originale.[176] Nè la faccenda procedeva altrimenti in Oxford.
Allorquando, regnante Guglielmo III, Christ Church alzossi unanime a
difendere l’autenticità delle Lettere di Falaride, quel gran collegio,
in allora considerato come sede principale della filosofia in tutto il
Regno, non potè far mostra del corredo di greco che adesso possiedono
non pochi giovani in ogni grande scuola pubblica. Potrebbe di leggeri
supporsi che una lingua morta, trascurata nelle università, non venisse
molto studiata dagli uomini del mondo. In una età posteriore, la poesia
e la eloquenza della Grecia formarono il diletto di Pitt e di Fox, di
Windham e di Grenville. Ma negli ultimi anni del secolo decimosettimo,
non era in Inghilterra un solo eminente uomo di Stato, che potesse
gustare una pagina di Sofocle o di Platone.
I cultori del latino erano in maggior numero. La lingua di Roma, a
vero dire, non aveva onninamente perduto il carattere imperiale,
e continuava tuttavia in molte parti d’Europa ad essere quasi
indispensabile ai viaggiatori, o agl’inviati a negoziar trattati
politici. Parlarla bene, quindi, era un pregio assai più comune
che non è ai tempi nostri; e nè Oxford nè Cambridge difettavano di
poeti, i quali nelle grandi occasioni, potessero deporre ai piedi del
trono felici imitazioni dei versi con cui Virgilio ed Ovidio avevano
celebrata la grandezza d’Augusto.
XLVII. Non ostante, anche la lingua latina cedeva il posto ad una
rivale più giovane. La Francia godeva in quel tempo quasi ogni specie
di predominio. La sua gloria militare era pervenuta alla maggiore
altezza; perocchè le armi francesi avevano vinte quelle di molti altri
popoli insieme collegati. Essa aveva dettato trattati, soggiogate
grandi città e provincie, costretto l’orgoglio castigliano a cederle
la precedenza, imposto ai principi italiani di prostrarsi ai suoi
piedi. L’autorità sua era suprema in ogni ramo di vivere civile, dal
duello fino al minuetto. Essa insegnava in che modo dovesse esser
fatto il vestito, quanto lunga la parrucca, se i tacchi avessero ad
essere alti o bassi, o se largo o stretto il nastro del cappello d’un
gentiluomo. In letteratura dettava legge al mondo: la fama de’ suoi
grandi scrittori riempiva l’Europa. Nessun altro paese poteva gloriarsi
d’un poeta tragico pari a Racine, d’un poeta comico pari a Molière,
d’un favolista gajo come la Fontaine, d’un oratore che avesse il
magistero di Bossuet. La gloria letteraria d’Italia e di Spagna era
tramontata; quella di Germania non era ancor sorta. Per la qual cosa,
il genio degl’incliti uomini che adornavano Parigi, splendeva d’una
luce che era resa maggiore dal contrasto. E veramente, la Francia in
quel tempo esercitava tale un predominio sopra l’umanità, cui nè anche
i Romani pervennero mai. Imperciocchè, mentre Roma era regina del
mondo, nelle arti e nelle lettere era l’umile discepola della Grecia.
La Francia aveva sopra le circostanti nazioni ad un’ora la supremazia
che Roma ebbe sopra la Grecia, e quella che la Grecia ebbe sopra Roma.
La lingua francese andava facendosi l’idioma universale, l’idioma
delle classi culte e della diplomazia. In parecchie Corti, i principi
e i nobili lo parlavano con maggior cura e grazia, che non parlassero
la propria lingua. Nella nostra isola, questa servilità era minore di
quel che fosse nel Continente. L’essere imitatori non annoveravasi nè
fra le buone nè fra le cattive qualità nostre. Nulladimeno, anche in
Inghilterra si rendeva omaggio, con poca destrezza, a dir vero, e di
mala voglia, alla supremazia letteraria de’ nostri vicini. L’armoniosa
favella toscana, cotanto famigliare ai gentiluomini ed alle dame della
Corte d’Elisabetta, cadde in dispregio. Se un gentiluomo citava
Orazio o Terenzio, veniva considerato nelle culte brigate come un
pedante vanitoso. Ma imperlare di frasi francesi il discorso, era il
migliore argomento che potesse offrirsi del proprio merito.[177] Nuove
regole di critica, nuovi modelli di stile vennero in voga. L’affettata
ingenuità che aveva deformati i versi di Donne, ed era stata una menda
in quelli di Cowley, scomparve dalla nostra poesia. La prosa divenne
meno maestosa, tessuta con minore artificio, e meno armonica che non
era quella de’ precedenti tempi; ma più lucida, più facile e meglio
adatta alla controversia ed alla narrazione. In tali mutamenti è
impossibile non riconoscere la influenza de’ precetti e degli esempii
francesi. I grandi maestri della lingua nostra, ne’ loro più dignitosi
componimenti, affettavano d’usare vocaboli francesi, là dove era
agevole trovarne inglesi egualmente significativi ed armoniosi;[178]
e dalla Francia venne fra noi la tragedia in versi rimati: pianta
esotica, che nel nostro suolo languì e tostamente si spense.