XXXVI. Egli era per le strade maestre che gli uomini e le robe

passavano da luogo a luogo; e sembra che tali strade fossero in

peggiori condizioni di quello che si sarebbe potuto aspettare dal grado

di civiltà ed opulenza cui era in allora pervenuta la nazione. Nelle

migliori linee di comunicazione, i solchi delle ruote erano profondi,

le discese precipitose, e la via spesso tale da potersi al buio poco

distinguere dallo scopeto e dal pantano onde era fiancheggiata da

ambe le parti. L’antiquario Ralph Thoresby corse pericolo di smarrire

il cammino sulla strada del nord tra Barnby Moor e Tuxford, come lo

aveva smarrito tra Doncaster e York.[137] Pepys, che viaggiava con

la moglie nella propria carrozza, perdè il cammino tra Newbury e

Reading. Seguitando il medesimo viaggio, si smarrì presso Salisbury;

e corse rischio di passare tutta la notte a cielo scoperto.[138] Solo

nella buona stagione la strada era praticabile da veicoli a ruote.

Spesso la mota vedevasi accumulata a diritta ed a mancina, altro non

rimanendo che un angusto tratto di terreno solido sul pantano.[139]

In quel tempo frequenti erano gl’impedimenti e le risse, e il

sentiero sovente rimaneva impedito dai vetturini, nessuno dei quali

voleva andare innanzi. Seguiva quasi giornalmente, che le carrozze

rimanessero impigliate nel fango finchè potessero, in qualche fattoria

vicina, trovarsi de’ buoi a tirarnele fuori. Ma nel tempo cattivo,

al viaggiatore toccava d’imbattersi in difficoltà anche più gravi.

Thoresby, che aveva costume di recarsi da Leeds alla capitale, nel suo

Diario ha fatto ricordo di tanti perigli e disastri, da non essere

esagerati in un viaggio al Mare Gelato o al Deserto di Sahara. Una

volta egli seppe che il paese tra Ware e Londra era tutto innondato,

che i passeggieri erano stati costretti a nuotare onde scampare la

vita, e che un rivenditore era morto tentando di traversare la via. Per

tali nuove Thoresby lasciò da parte la strada, e fu condotto traverso a

certi prati, dove gli fu mestieri cavalcare nell’acqua che gli arrivava

alla sella.[140] In un altro viaggio, mancò poco ch’egli non venisse

trasportato dall’impeto delle onde traripate del Trent. Poi fu ritenuto

quattro giorni a Stamford per la condizione delle strade, ed in fine

rischiossi a ripigliare il cammino, perchè gli fu dato accompagnarsi a

quattordici rappresentanti della Camera de’ Comuni, i quali recavansi

in corpo al Parlamento, con numeroso stuolo di guide e di servi.[141]

Nello stradale della Contea di Derby, i viaggiatori stavano sempre in

pericolo di rompersi il collo, e spesso erano costretti a smontare

e condurre le loro cavalcature.[142] La grande strada traverso al

paese di Galles a Holyhead, era in condizioni tali, che, nel 1685, un

vicerè che andava in Irlanda, consumò cinque ore di tempo a percorrere

quattordici miglia, da Saint Asaph fino a Conway. Tra Conway e

Beaumaris gli fu forza di camminare a piedi per lungo tratto di strada,

mentre la sua moglie veniva portata in lettiga. Il suo cocchio lo

seguiva trasportato con gran difficoltà da molte braccia. Generalmente,

i carriaggi arrivavano in pezzi a Conway, ed erano trasportati sopra

le vigorose spalle de’ contadini gallesi a Menai Straits.[143] In

alcuni luoghi di Kent e di Sussex, nessun animale, fuorchè i più forti

cavalli, poteva valicare su per la mota, nella quale affondava ad ogni

passo. I mercati spesso rimanevano inaccessibili per parecchi mesi.

Vuolsi che i frutti della terra si lasciassero talvolta imputridire

in un luogo, mentre in un altro, poche miglia discosto, i prodotti

locali non bastavano al bisogno. I carri a ruote in cotesto distretto,

comunemente, erano trascinati da buoi.[144] Allorquando il principe

Giorgio di Danimarca visitò in tempo di pioggia il magnifico castello

di Petworth, spese sei ore a far nove miglia di cammino; e fu mestieri

che un branco di robusti villani fiancheggiasse da ambi i lati il

cocchio onde puntellarlo. Parecchi de’ carriaggi che lo seguivano,

furono capovolti e danneggiati. Si conserva una lettera di uno

de’ gentiluomini che lo accompagnavano, nella quale lo sventurato

cortigiano si duole, come per quattordici ore non gli fosse stato

concesso di smontare, tranne quando la sua carrozza venisse capovolta,

o rimanesse fitta nel fango.[145]

Una delle cagioni precipue della pessimità delle strade, pare che

stesse nel difetto di provvisioni legislative. Ciascuna parrocchia era

tenuta a riattare le strade maggiori che la traversavano. I contadini

erano costretti a lavorarvi gratuitamente per sei giorni dell’anno.

Se ciò non bastava, adoperavansi lavoranti a pago, e provvedevasi

alla spesa con contribuzioni imposte a tutti i parrocchiani. È cosa

manifestamente ingiusta che una via, la quale congiunga due grandi

città esercenti in larga misura uno scambievole e proficuo traffico,

venga mantenuta a spese della popolazione sparsa fra esse; e tale

ingiustizia rendevasi più visibile nel caso della gran via del Nord,

che traversando poverissimi e poco popolati distretti, congiungeva

distretti assai popolati e ricchissimi. A vero dire, le parrocchie

della Contea di Huntingdom non potevano riattare una strada consunta

dal continuo traffico tra il West Riding della Contea di York e Londra.

Tosto dopo la Restaurazione, questa gravezza richiamò a sè l’attenzione

del Parlamento; e passò una legge,—una delle tante concernenti simile

subietto,—che imponeva un lieve pedaggio sui viaggiatori e sulle robe,

a fine di tenere in buona condizione alcune parti di questa importante

strada.[146] Tale innovazione, nondimeno, eccitò molti clamori; e le

altre grandi vie che conducevano alla capitale, rimasero lungo tempo

dopo sotto il vecchio sistema. In fine seguì un cangiamento, ma non

senza gravi difficoltà. Imperocchè le tasse ingiuste ed assurde alle

quali gli uomini sono assuefatti, spesso si sopportano assai meglio che

le imposte più ragionevoli novellamente decretate. E’ non fu se non

dopo che molte sbarre di pedaggio furono violentemente abbattute, e le

milizie in molti distretti costrette ad intervenire contro il popolo, e

non poco sangue fu sparso, che potè introdursi un buon sistema.[147] A

lenti passi la ragione vinse il pregiudizio; ed oggimai l’isola nostra

per ogni verso è traversata da circa trenta mila miglia di strade regie.

Per le migliori strade, nel tempo di Carlo II, le cose pesanti

generalmente erano da luogo a luogo traportate sopra vagoni da viaggio.

Sui pagliericci di cotesti veicoli adagiavasi una folla di viandanti,

che non avessero mezzi di andare in carrozza o a cavallo, e ai quali

la infermità o il peso de’ loro bagagli impedisse di camminare a

piedi. Enorme era la spesa. per trasportare in tal modo le robe

pesanti. Da Londra a Birmingham, pagavasi sette lire sterline per ogni

tonnellata:[148] lo che equivaleva a quindici soldi la tonnellata per

miglio; più del terzo di quel che poscia costava il trasporto per le

strade regie, e quindici volte più di quello che oggi si spende per

le vie ferrate. Il costo del trasporto per molti generi d’uso comune,

equivaleva ad una tassa proibitiva. In ispecie il carbone non vedevasi

altrove che nei distretti ai quali poteva essere trasportato per mare;

e diffatti, comunemente chiamavasi nel mezzodì dell’Inghilterra,

carbone di mare.

Nelle strade minori, e generalmente per le contrade settentrionali di

York e per le occidentali di Exeter, il trasporto eseguivasi da lunghi

traini di cavalli da basto. Questi vigorosi e pazienti animali, la

cui razza oggidì è estinta, erano condotti da una genia d’uomini, che

parrebbero molto somiglievoli ai mulattieri di Spagna. Un viandante

d’umile condizione spesso trovava conveniente eseguire un viaggio,

montato sul basto d’un cavallo tra due ceste o fagotti, sotto la cura

di cotali robuste guide. Lieve era la spesa di siffatto modo d’andare:

ma la caravana muovevasi con la lentezza de’ pedoni; e in tempo di

verno, il freddo sovente riusciva insoffribile.[149]

I ricchi per lo più viaggiavano nelle loro carrozze, tirate almeno da

quattro cavalli. Il faceto poeta Cotton si provò di andare da Londra al

Peak con un solo paio; ma giunto a Saint Albans, trovando il viaggio

insopportabilmente noioso, cangiò pensiero.[150] Un cocchio a sei

cavalli non si vede più al tempo nostro, tranne come apparato di lusso.

E però il vedere di frequente rammentare nei vecchi libri quella specie

d’equipaggi, ci potrebbe indurre in errore, attribuendo a magnificenza

ciò che veramente era lo effetto d’una spiacevole necessità. La gente,

nel tempo di Carlo II, viaggiava con sei cavalli, perchè con meno, il

cocchio correva pericolo di rimanere fitto nella mota. Nè anche sei

cavalli servivano sempre. Vambrugh, nella generazione susseguente,

descrisse con molto spirito il modo con che un gentiluomo di provincia,

eletto per la prima volta deputato al Parlamento, recavasi a Londra. In

tale congiuntura, tutti gli sforzi di sei bestie, due delle quali erano

state tolte all’aratro, non potevano salvare il cocchio di famiglia dal

rimanere fitto nei pantani.

XXXVII. Le pubbliche vetture erano state pur allora molto migliorate.

Negli anni che susseguirono alla Restaurazione, una diligenza metteva

due giorni ad andare da Londra ad Oxford. I passeggieri dormivano a

Beaconsfield. Finalmente, nella primavera del 1669, fu tentata una

grande e ardimentosa innovazione. Venne annunziato, come un veicolo,

che fu chiamato il Cocchio Volante, eseguirebbe l’intero viaggio dal

nascere al tramonto del sole. Cotesta ardita impresa venne esaminata

e sanzionata dai capi della Università, e sembra che svegliasse la

medesima specie d’interesse che fa nascere ai di nostri l’apertura

d’una nuova strada ferrata. Il vice–cancelliere, con un avviso affisso

in tutti i luoghi pubblici, prescrisse l’ora e il punto della partenza.

L’esito fu assai prospero. Alle ore sei della mattina, la vettura si

mosse dall’antica facciata del Collegio d’Ognissanti; ed alle sette

della sera, gli avventurosi gentiluomini, che primi eransi esposti al

pericolo, giunsero sani e salvi alla loro locanda in Londra.[151] La

università di Cambridge si mosse ad emulare la sorella; e subito fu

messa su una diligenza, la quale in una giornata da quivi trasportava

i passeggieri alla capitale. Alla fine del regno di Carlo II,

simiglianti velociferi andavano tre volte la settimana da Londra alle

città principali. Ma non sembra che alcuna carrozza, o alcun vagone da

viaggio a tramontana andasse oltre York, e ad occidente oltre Exeter.

L’ordinario spazio che un velocifero percorreva in un giorno, era di

circa cinquanta miglia in estate; ma in inverno, essendo i giorni

cattivi e le notti lunghe, ne faceva poco più di trenta. La vettura di

Chester, e quella di York e di Exeter, generalmente giungevano a Londra

in quattro giorni nella bella stagione, ma nel Natale non prima del

sesto giorno. I passeggieri, ch’erano sei di numero, stavano assisi

dentro la carrozza; imperocchè erano così spessi gli accidenti, che

sarebbe stato estremamente pericoloso lo starsi in cima al legno. La

spesa ordinaria in estate era di circa due soldi e mezzo per miglio, e

un poco più in tempo di verno.[152]

Questo modo di viaggiare, che dagli odierni Inglesi verrebbe giudicato

insoffribilmente lento, sembrava agli antenati nostri maravigliosamente

e non senza paura rapido. In una opera pubblicata pochi mesi avanti la

morte di Carlo II, i velociferi vengono esaltati come superiori ad ogni

qualunque simigliante veicolo conosciuto nel mondo. La rapidità loro

è subietto di singolar lode, e posta vittoriosamente in contrasto col

lento andare delle vetture postali del continente. Ma a simiglianti

lodi mescolavansi voci di lamento e d’invettiva. Gl’interessi di

numerose classi d’uomini avevano patito danno per la istituzione di

coteste nuove vetture; e, come sempre, molti per semplice, stupidità o

ostinatezza inchinavano a gridare contro la innovazione, solo perchè

era tale. Allegavasi con veemenza che cotesto modo di trasporto sarebbe

tornato fatale alle nostre razze di cavalli e alla nobile arte del

maneggio; che il Tamigi, il quale da lungo tempo aveva nutriti tanti

marinai, non sarebbe stato il precipuo luogo di passaggio da Londra su

a Windsor, e giù a Gravesend; che i sellai e gli speronai sarebbero

rimasti rovinati a centinaia; che innumerevoli locande, nelle quali

solevano fermarsi i viaggiatori a cavallo, sarebbero state abbandonate

e non avrebbero più pagata pigione; che i nuovi carriaggi erano troppo

caldi d’estate, e troppo freddi di verno; che i passeggieri venivano

gravemente infastiditi dai malati e dai piangenti bambini; che il

cocchio talvolta perveniva sì tardi alla locanda, che era impossibile

trovare da cena, e talvolta partiva così presto, da non potere trovar

da colazione. Per tali ragioni, esortavano seriamente a non permettere

a nessuna vettura pubblica di avere più di quattro cavalli, di partire

più d’una volta la settimana, e di fare più di trenta miglia per

giorno. Speravano che ove si fosse adottato siffatto regolamento,

tutti, salvo gl’infermi e gli zoppi, avrebbero ripreso l’antico modo

di viaggiare. Varie compagnie della città di Londra, varie città

provinciali, e i giudici di varie Contee presentavano petizioni che

contenevano le sopradette idee. Coteste cose ci muovono a riso. E non è

impossibile che i nostri posteri, leggendo la storia della opposizione

mossa dalla cupidità e dal pregiudicio ai miglioramenti del secolo

decimo nono, sorridano anch’essi di noi.[153]

Malgrado la riconosciuta utilità de’ velociferi, gli uomini sani e

vigorosi, e non impediti da molto bagaglio, seguitavano tuttavia il

costume di fare a cavallo i viaggi lunghi. Se il viaggiatore voleva

andare speditamente a qualche luogo, prendeva i cavalli di posta.

Cavalli freschi e nuove guide potevano trovarsi a convenevoli distanze

lungo tutte le grandi linee delle strade. La spesa era di tre soldi

il miglio per ciascun cavallo, e quattro per la guida. In tal modo,

essendo buono il cammino, egli era possibile di viaggiare per un

tempo considerevole così rapidamente, come con qualunque altra specie

di trasporto che si conoscesse in Inghilterra fino a che ai veicoli

venne applicato il vapore. Non eranvi per anche carrozze da posta; nè

coloro che viaggiavano nelle loro proprie, trovavano ordinariamente

da mutare i cavalli. Il Re, nondimeno, e i grandi ufficiali dello

Stato, potevano farlo. Così Carlo usualmente andava in un sol giorno da

Whitehall a Newmarket; lo che faceva una distanza di circa cinquanta

cinque miglia in un paese piano: viaggio che da’ suoi sudditi veniva

riputato celerissimo. Evelyn compì la medesima gita in compagnia del

Lord Tesoriere Clifford. Il cocchio veniva tirato da sei cavalli, che

furono cambiati a Bishop Stortford, e poi a Chesterford. Essi giunsero

a Newmarket di notte. Siffatto modo d’andare sembra venisse considerato

come un lusso convenevole ai soli principi e ai ministri.[154]

XXXVIII. Ma qualunque si fosse il modo di viaggiare, i viandanti, a

meno che fossero numerosi e bene armati, correvano non lieve periglio

d’essere fermati e saccheggiati. Il ladrone a cavallo, essere che al

dì d’oggi conosciamo solo da’ libri, trovavasi in ogni strada maestra.

Gli spazii di terreno deserto, che erano lungo i grandi stradali

presso Londra, venivano infestati da questa specie di saccheggiatori.

Hounslow Heath, nella grande strada di ponente, e Finchley Common

in quella di tramontana, erano forse i più rinomati di tali luoghi.

La scolaresca di Cambridge tremava appressandosi, anche di pieno

giorno, a Epping Forest; i marinai che pur allora erano stati pagati

a Chatham, spesso erano costretti a consegnare le loro borse presso

Gadshill, luogo celebrato, circa cento anni avanti, dal grandissimo

dei poeti, come scena delle ruberie di Poins e Falstaff. E’ sembra

che l’autorità pubblica spesso non trovasse modo da condursi rispetto

a codesti predoni. Ora leggevasi nella gazzetta l’annunzio, che

parecchi individui fortemente sospettati d’essere ladroni, ma contro

i quali non v’erano bastevoli prove, verrebbero pubblicamente esposti

in abito da cavalcare a Newgate; verrebbero anche messi in mostra i

loro cavalli: per ciò, tutti i gentiluomini ch’erano stati derubati,

venivano invitati a vedere questa singolarissima esposizione. Ora

offerivasi pubblicamente la grazia ad un ladro, ove avesse voluto

restituire alcuni diamanti d’immenso valore, da lui rapiti, allorchè

aveva fermata la valigia postale di Harwich. Breve tempo dopo, comparve

un altro proclama, onde avvertire i locandieri, che l’occhio del

Governo vegliava sopra essi. La loro criminosa connivenza, dicevasi in

quell’avviso, agevolava ai banditi il modo d’infestare impunemente le

strade. Che tali sospetti non fossero privi di fondamento, si argomenta

dalle parole che sul letto di morte dissero alcuni ladroni pentiti di

quel tempo, dalle quali e’ pare ch’essi ricevessero dai locandieri

servigi somiglievoli molto a quelli che il Bonifacio di Farquhar

rendeva a Gibett.[155]

Perchè un ladrone potesse prosperamente, e anche con sicurtà,

esercitare il proprio mestiere, era necessario ch’egli fosse un

destro cavalcatore, e che l’aspetto e i modi suoi fossero tali da

convenire al padrone d’un bel cavallo. Egli quindi teneva una posizione

aristocratica nella comunità de’ ladri, mostravasi alle botteghe da

caffè e alle case da giuoco più in voga, e scommetteva alle corse coi

gentiluomini.[156] E veramente, talvolta apparteneva a qualche buona

famiglia ed era bene educato. E però annettevasi, e forse ancora

s’annette, un interesse romanzesco ai nomi di questa classe di predoni.

Il volgo con facilità prestava fede alle storielle della ferocia ed

ardimento, degli atti di generosità e di buon indole, degli amori,

degli scampi miracolosi; degli sforzi disperati, del maschio contegno

loro innanzi ai tribunali e sul patibolo. Diffatti, raccontavasi di

Guglielmo Nevison, il gran ladrone della Contea di York, com’egli

imponesse un tributo d’una quarta parte ai conduttori di bestiame delle

contrade settentrionali, mentre non solamente non recava loro alcun

male, ma gli proteggeva contro gli altri ladri; come egli chiedesse

con cortesissimi modi le borse; come desse profusamente ai poveri ciò

che aveva tolto ai ricchi; come gli fosse una volta perdonata la vita

dalla clemenza del Re, e come ripigliasse di nuovo l’antico mestiere,

e alla perfine morisse nel 1685 in York sulla forca.[157] Similmente

narravasi, come Claudio Duval, paggio francese del Duca di Richmond,

gettatosi sul gran cammino, si facesse capo d’una formidabile banda,

ed avesse l’onore di essere nominato primo in un proclama regio contro

que’ rinomati facinorosi; come a capo della sua masnada egli fermasse

il cocchio d’una dama, nel quale trovò un bottino di quattrocento

lire sterline; come ne prendesse sole cento, e lasciasse alla bella

signora il rimanente, a patto ch’ella ballasse un poco con lui sul

prato; come, con la sua vivace galanteria, rapisse i cuori di tutte

le donne; come, per la destrezza con che maneggiava la spada e la

pistola, diventasse il terrore degli uomini; come finalmente, nel 1670,

venisse preso mentre giaceva avvinazzato; come le dame d’alto grado

andassero a visitarlo in carcere, e con le lagrime intercedessero per

salvargli la vita; come il Re fosse disposto a perdonargli, se non era

l’intervento del giudice Morton, terrore de’ ladroni, il quale minacciò

di rinunciare all’ufficio ove non si fosse rigorosamente eseguita la

legge; e come, dopo la decapitazione, il suo cadavere fosse esposto con

tutta la pompa di blasoni, ceri e parati bruni, e piagnoni, finchè il

medesimo crudo giudice che aveva impedito il Re di far grazia, mandò

ufficiali a disturbare l’esequie.[158] A questi aneddoti senza dubbio

sono mescolate molte favole, ma non perciò sono indegni di ricordanza;

imperocchè egli è fatto autentico ed importante, che simili racconti,

veri o falsi, venivano ascoltati con ardore e buona fede dai nostri

antenati.

XXXIX. Tutti i diversi pericoli onde era circuito il viaggiatore,

venivano grandemente accresciuti dalle tenebre. Era, quindi,

comunemente sollecito di avere per tutta la notte un asilo, che non

era difficile ottenere. Le locande d’Inghilterra, fino da tempi

antichissimi, hanno goduto rinomanza. Il nostro primo grande poeta

ha descritto i comodi che esse nel secolo decimoquarto offrivano ai

pellegrini. Ventinove persone, coi loro cavalli, trovarono ricovero

nelle spaziose camere e stalle del Tabard in Southwark. I cibi erano

de’ migliori che si potessero trovare, e i vini tali da indurre

la brigata a beverne copiosamente. Duecento anni dopo, regnante

Elisabetta, Guglielmo Harrison descrisse vivamente l’abbondanza e i

comodi de’ grandi alberghi. Il continente d’Europa, egli diceva, non

ha nulla di simile a quelli. Ve n’erano alcuni, in cui due o trecento

persone con le cavalcature loro, potevano essere alloggiate e nutrite

senza veruna difficoltà. I letti, le tappezzerie, e soprattutto

l’abbondanza di netta e squisita biancheria, erano subietto di

meraviglia. Spesso sopra le mense vedevansi argenterie di gran prezzo:

anzi, v’erano arnesi che costavano trenta o quaranta sterline. Nel

secolo decimosettimo, in Inghilterra era gran copia di buone locande

d’ogni specie. Il viandante talvolta in un piccolo villaggio smontava

ad un albergo simile a quello descritto da Walton, dove il pavimento

di mattoni era bene spazzato, le pareti ornate di canzoni, le lenzuola

mandavano odore d’acqua di lavanda, e dove un buon fuoco, un bicchiere

di squisita birra e un piatto di trote pescate del vicino ruscello,

potevano aversi con poca spesa. Negli alberghi maggiori trovavansi

letti con parati di seta, eccellente cucina, e vino di Bordeaux uguale

al migliore che si bevesse in Londra.[159] Soggiungevasi anche, che

i locandieri non fossero simili agli altri del loro mestiere. Nel

continente, il proprietario era il tiranno di coloro che varcavano la

soglia del suo albergo. In Inghilterra era un servitore. Giammai un

Inglese trovavasi come in casa sua altrove, più che nella sua locanda.

Anco gli uomini ricchi che in casa propria avrebbero potuto godere

d’ogni lusso, spesso avevano il costume di passare le sere nella

sala di qualche vicina casa da divertimento. E’ pare che pensassero,

la libertà e i comodi non potersi così bene godere altrove. Tale

costumanza continuò per molte generazioni ad essere una peculiarità

nazionale. Lo allegro e libero stare nelle locande, diede per lungo

tempo materia ai nostri scrittori di drammi e di novelle. Iohnson

affermò che la seggiola d’una taverna era il trono della felicità

umana; e Shenstone gentilmente lamentò, come nessun tetto privato, per

quanto amichevole, desse quanto quello d’una locanda al passeggiero con

tanta cordialità il benvenuto.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 31 / 58 段