Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui

cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della

popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile

aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava:

vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi

i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata

la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow

Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di

lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli:

fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e

dalle carrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo

a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della

strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici,

che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si

davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro

finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono

solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe

venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente

terminava con un duello dietro Montague House.[125]

Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità

d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e

ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri

servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle

botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e

grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione

di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli

d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla

intelligenza del volgo.

Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la

città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e

i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute,

le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè,

fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie

rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il

proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici

cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto

sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di

notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le

persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre.

Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione,

regnavano nelle strade. I così detti _Muns_ e i _Tityre Tus_ avevano

fatto posto agli _Hectors_, e a questi avevano di recente succeduto gli

_Scourers_. Più tardi sorsero i Nicker, gli _Hawcubite_ e i _Mohawk_,

più terribili di tutti.[126]

XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi

una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e

più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal

tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro

ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’

pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le

taverne, che girare per le vie.

XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II,

nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse

non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la

felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo

Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci

anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per

una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte,

nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della

Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono

la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata

da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la

Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in

pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume

innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in

ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno

suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del

progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattori della

città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio

della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della

notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa

dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano

insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova

luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno

avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una

età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della

scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse

a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una

lanterna.[127]

XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel

tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della

società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul

confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo

decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi

cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva

servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di

proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano

ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi

erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne

più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo

di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti

abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di

coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le

immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi

di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni

spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata

marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita.

Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate

streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia,

e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto

salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudice

d’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una

compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più

bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla

storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla

bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi,

e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di

Newton.[128]

XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale

dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli

del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli

dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la

propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò

affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A

po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben

poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati

e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello

scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale,

venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso

e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio,

giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di

Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile,

anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E

quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle

di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È

parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile

ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col

solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi

Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti

affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti

nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria.

Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con

difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale,

e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più

importante de’ loro doveri essi adempivano meglio di qualunque de’

principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la

legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi

della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità,

ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi

quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se

quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano,

a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i

gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera

formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto

quella di un funerale.

Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva

dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante.

Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano

alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe,

o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare

d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo,

senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di

Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro

quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole

ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti.

Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse

fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più

gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129]

L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di

postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa

aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della

città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era

gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano.

La levata dal letto (_levee_) rispondeva esattamente al significato del

vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il

loro signore, a chiacchierare con esso mentre gli ponevano la parrucca

o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata

mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato,

poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare,

ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto

di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare,

intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva

patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi

e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e

che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè

dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai

più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata.

Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel

resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi

Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati

sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento

ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano,

salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua

santa guardia, mio vecchio amico!»

Whitehall naturalmente divenne il principale scaricatoio di tutte le

nuove. Vociferandosi ivi che qualche cosa d’importante fosse seguíta o

per seguire, le genti vi accorrevano, come a fonte precipua, frettolose

per informarsene. Le gallerie avevano l’aspetto della sala d’un circolo

odierno in tempi d’agitazione. Rigurgitavano di persone chiedenti se la

valigia olandese fosse arrivata, quali nuove avesse recate il corriere

dalla Francia, se Giovanni Sobiesky avesse sconfitti i Turchi, se il

Doge di Genova fosse veramente in Parigi. E queste erano cose, intorno

alle quali poteva con tutta sicurtà parlarsi ad alta voce. Ma v’erano

subietti intorno ai quali si domandava e rispondeva bisbigliando.

Aveva Halifax avuto vantaggio sopra Rochester? Vi sarebbe egli un

Parlamento? Il Duca di York sarebbe egli andato davvero in Iscozia? Il

Duca di Monmouth era positivamente stato richiamato dall’Aja? Ciascuno

studiavasi di leggere in viso ai Ministri, mentre traversavano la

folla per entrare o uscire dalle stanze del Re. Augurii d’ogni specie

facevansi, a seconda del tono con che la Maestà Sua parlava al Lord

Presidente, o del riso con che Sua Maestà onorava una frase scherzevole

detta dal Lord del Sigillo Privato; e in poche ore, le speranze e i

timori nati da tali leggierissimi indizi, si spandevano per tutte le

botteghe da caffè, da San Giacomo fino alla Torre.[130]

XXXIV. La bottega da caffè va anch’essa rapidamente rammentata, come

quella che in quei tempi poteva non impropriamente considerarsi

istituzione politica importantissima. Il Parlamento era chiuso da

parecchi anni. Il Consiglio Municipale della città aveva cessato di

parlare, esprimendo il pubblico sentire. Le ragunanze, le arringhe, le

deliberazioni pubbliche, e tutti gli altri mezzi che oggidì servono a

produrre l’agitazione, non erano per anche in uso. Nulla esisteva che

somigliasse le moderne gazzette. In tali circostanze, le botteghe da

caffè erano gli organi precipui, per mezzo de’ quali manifestavasi la

pubblica opinione della metropoli.

La prima di tali botteghe era stata aperta a tempo della repubblica

da un mercatante della Turchia, il quale fra i Maomettani aveva preso

l’uso della loro prediletta bevanda. La comodità di potere avere

convegni in ogni parte della città, e passare le serate socievolmente

a poco costo, era così grande, che la moda con rapidità si diffuse.

Ciascun uomo delle classi alte o delle medie andava giornalmente al suo

caffè per raccogliere nuove e discutervi sopra. Ciascun caffè aveva uno

o più oratori, alla cui eloquenza la folla, compresa d’ammirazione,

prestava ascolto, e i quali tosto divennero ciò che i giornalisti sono

stati chiamati ai nostri tempi; vale a dire il quarto Stato del Regno.

La Corte aveva da lungo tempo con inquietudine veduto crescere questo

nuovo potere nello Stato. Sotto l’amministrazione di Danby, s’era fatto

un tentativo di chiudere le botteghe da caffè. Ma gli uomini di tutti i

partiti desideravano cotesti consueti luoghi di ritrovo, talmente che

ne nacquero clamori universali. Il Governo non rischiossi, avversando

un sentimento cotanto forte e generale, a rinvigorire un ordine la

cui legalità poteva porsi in questione. Da quel tempo erano scorsi

dieci anni, duranti i quali il numero dei caffè era sempre venuto

crescendo. Gli stranieri notavano che la bottega da caffè era quella

che distingueva Londra dalle altre città; che la bottega da caffè era

la casa del Londrino; e che coloro i quali avessero voluto trovare un

gentiluomo, comunemente dimandavano, non dove egli abitava in Fleet

Street o in Chancery Lane, ma se egli frequentava il _Grecian_ e il

_Rainbow_. Da cotesti luoghi non veniva escluso nessuno che ponesse

sul banco la sua moneta. Nulladimeno, ogni grado e professione, ogni

opinione politica e religiosa, aveva il proprio quartiere generale.

Vi erano botteghe presso Saint James’s Park, nelle quali ragunavansi

i zerbinetti con le teste e le spalle coperte da parrucche nere o

di lino, non meno ampie di quelle che adesso portano il Cancelliere

e il Presidente della Camera de’ Comuni. La parrucca era venuta da

Parigi, insieme con gli altri belli ornamenti da gentiluomo; cioè la

veste ricamata, i guanti ornati di frangie e la nappa che sosteneva le

brache. Nel conversare usavasi quel dialetto, il quale, lungo tempo

dopo che era sparito dalle labbra della gente educata, continuò,

su quelle di Lord Foppington, a muovere a riso gli spettatori in

teatro.[131] L’atmosfera era simile a quella della bottega d’un

profumiere. Il tabacco, se non mandava squisitissimo odore, era tenuto

in abominio. Se qualche villano, ignaro delle usanze della bottega,

chiedeva una pipa, gli scherni della intera assemblea, e le risposte

brevi de’ ragazzi, tosto lo persuadevano come gli tornasse meglio

andarsene altrove. Nè gli toccava a fare lungo cammino. Imperocchè,

generalmente, nelle botteghe da caffè il fumo del tabacco vedevasi

come ne’ corpi di guardia; e gli stranieri alcuna volta manifestavano

la loro sorpresa, vedendo come tanta gente lasciasse i propri focolari

per starsi ravvolta fra il puzzo e la nebbia perpetua. In nessun

luogo fumavasi più di quel che si facesse nel caffè Will. Questa

celebre bottega, posta tra Covent Garden e Bow Street, era dedicata

agli studi leggiadri. Quivi ragionavasi intorno a cose poetiche, e

alle unità così dette aristoteliche del dramma. Ivi era un partito a

favore di Perrault e de’ moderni, e un altro che difendeva Boileau e

gli antichi. In un gruppo si discuteva se il _Paradiso Perduto_ avrebbe

dovuto essere scritto in versi rimati. Ad un altro, un invido poetastro

dimostrava che la _Venezia Salvata_ di Otway avrebbe dovuto essere

cacciata a fischi dalla scena. Non v’era tetto sotto il quale fosse

maggior varietà di figure. Conti ornati di stelle e di giarrettiere,

ecclesiastici in collaretto e sottana, petulanti legali, giovinetti di

università inesperti, traduttori e fattori d’indici in lacero arnese.

Ciascuno sforzavasi di penetrare nel gruppo che s’affollava intorno a

Giovanni Dryden. Nell’inverno, la sedia dove egli adagiatasi, era nel

canto più caldo presso al cammino; nella state era posta sul balcone.

Fargli un inchino, udire la sua opinione intorno all’ultima tragedia

di Ratine, o al trattato di Bossu sopra la poesia epica, reputavasi un

insigne favore. Una presa della sua tabacchiera era onore bastevole a

dar la volta al cervello d’un giovine entusiasta. Vi erano botteghe

da caffè dove potevano consultarsi i medici più rinomati. Il dottore

Giovanni Radcliffe, il quale nel 1685 aveva la più numerosa clientela

di Londra, dalla sua casa posta in Bow Street, luogo a que’ tempi in

voga nella capitale, andava giornalmente, nell’ora in cui era più

popolata la Borsa, al caffè di Garraway, dove sedeva innanzi ad una

tavola distinta, circondato da chirurgi e da farmacisti. Vi erano

botteghe da caffè puritane, dove non udivasi una bestemmia, e dove gli

uomini dai lisci capelli discutevano parlando col naso intorno agli

eletti e ai reprobi: caffè per gli ebrei, dove i cambia–monete dagli

occhi neri, di Venezia o d’Amsterdam, salutavansi vicendevolmente;

e caffè papisti, dove, secondo che i buoni protestanti credevano, i

Gesuiti[132] con le tazze in mano facevano disegni d’un altro grande

incendio, e di fondere palle d’argento per uccidere il Re.[133]

Il modo d’accomunarsi siffattamente non contribuì poco a formare il

carattere del cittadino di Londra in que’ giorni. Veramente, egli era

un essere ben diverso dall’Inglese abitante della campagna. Allora

non esisteva la relazione che adesso si vede fra le due classi. Solo

gli uomini assai ricchi avevano il costume di passare mezzo l’anno in

città e mezzo in villa. Pochi scudieri andavano alla metropoli tre

volte in tutta la loro vita. Nè i cittadini agiati avevano ancora il

costume di respirare la fresca aria de’ campi e dei boschi per parecchi

giorni della stagione estiva. Un vero Londrino,[134] mostrandosi in

qualche villaggio, veniva guardato con maraviglia, quasi si fosse

intruso fra mezzo un Kraal di Ottentoti. Dall’altro canto, quando

un signore delle Contee di Lincoln o di Shrop appariva in Fleet

Street, di leggieri distinguevasi fra la popolazione della città,

come un Turco o un Lascaro. Il vestire, lo andare, l’accento, il modo

onde egli guardava ammirando le botteghe, inciampava ne’ rigagnoli,

s’imbatteva ne’ facchini, e rimaneva sotto le grondaie, lo additavano

come ottima preda ai truffatori ed ai beffardi. I bravazzoni lo

spingevano fin nel canale, i cocchieri lo inzaccheravano dal capo ai

piedi. I ladroncelli esploravano con piena sicurtà le vaste tasche del

suo abito da cavalcare, mentre egli ammirava estatico lo splendido

corteo del Lord Gonfaloniere. Gli scrocconi, ancora indolenziti dalle

staffilate ricevute per ordine della Giustizia dietro la coda d’un

cavallo, si presentavano a lui, e gli parevano i più onesti e cortesi

gentiluomini ch’egli avesse mai veduti. Donne col viso impiastrato,

rifiuto di Lewkner Lane e di Whetstone Park, gli si spacciavano per

contesse e dame di Corte. Se domandava della via che conduceva a San

Giacomo, lo dirigevano a Mile End. Se entrava in una bottega, subito

veniva giudicato come un facile compratore di tutte quelle cose che

non si sarebbero potute vendere ad altri, di ricami di seconda mano,

d’anelli di rame, e d’oriuoli che non segnavano le ore. Se entrava in

qualche bottega da caffè di moda, diventava lo zimbello degl’insolenti

bellimbusti, e de’ gravi legali. Pieno di vergogna e di rabbia,

faceva tosto ritorno alle proprie terre, dove negli omaggi de’ suoi

affittaioli e nel consorzio de’ suoi compagni, trovava conforto alle

vessazioni ed umiliazioni sofferte. Ivi si sentiva ridivenuto grande

uomo, e non vedeva nulla al di sopra di sè, tranne quando nel tribunale

sedevasi al banco accanto al giudice, o quando alla rivista della

milizia cittadina salutava il Lord Luogotenente.

XXXV. La cagione precipua che rendeva così imperfetta la fusione de’

diversi elementi sociali, era la estrema difficoltà che i nostri

antenati incontravano di andare da un luogo ad un altro. Fra tutte le

invenzioni, tranne le lettere alfabetiche e l’arte della stampa, quelle

che abbreviano le distanze hanno principalmente cooperato ad incivilire

il genere umano. Ogni miglioramento dei mezzi di locomozione, giova

all’umanità moralmente e intellettualmente, non che materialmente; e

non solo agevola lo scambio de’ vari prodotti della natura e dell’arte,

ma tende a distruggere le nazionali e provinciali antipatie, ed

avvincolare in una tutte le classi della umana famiglia. Nel secolo

diciassettesimo, gli abitanti di Londra erano, per ogni negozio

pratico, più discosti da Edimburgo, di quello che oggi siano da Vienna.

I sudditi di Carlo II non erano, egli è vero, affatto ignari di quel

principio, il quale ai tempi nostri ha prodotto un rivolgimento

senza esempio nelle cose umane, il quale ha fatto sì che le navi

sfidino il vento e le onde marine, e i battaglioni, accompagnati da

bagagli ed artiglierie, traversino i Regni con un passo eguale a

quello del più veloce corsiero. Il Marchese di Worcester aveva pur

allora osservata la potenza dell’umido rarefatto dal calore. Dopo

molti esperimenti, gli era riuscito di costruire una rozza macchina

a vapore, ch’egli chiamò macchina d’acqua bollente, e giudicò essere

maraviglioso e vigorosissimo strumento di propulsione.[135] Ma il

Marchese era sospettato di pazzia, e conosciuto come papista. E però

le sue invenzioni non furono bene accolte. La sua macchina a vapore

potè forse essere stata subietto di conversazione in una adunanza della

Società Reale, ma non fu applicata ad alcuno uso pratico. Non v’erano

guide lungo le strade, salvo poche fatte di legname, dalle miniere

di carbone del Northumberland fino alle sponde del Tyne.[136] Nelle

contrade interiori, piccolissime erano le comunicazioni fluviali.

Pochi tentativi erano stati fatti a rendere più profonde ed arginare

le correnti naturali, ma con poco buon esito. Non si era nè anche

progettato un canale navigabile. Gl’Inglesi di que’ tempi avevano

costume di favellare con maraviglia mista alla disperazione intorno

all’immenso fosso, per mezzo del quale Luigi XIV aveva congiunto

l’Atlantico col Mediterraneo. Erano ben lungi dal pensare che la patria

loro, nel corso di poche generazioni, sarebbe stata intersecata, a

spese di intraprenditori privati, da fiumi artificiali, equivalenti

per lunghezza ad una estensione quattro volte maggiore del Tamigi, del

Savern e del Trent insieme congiunti.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 30 / 58 段