XXVI. Ma primo tra tutti i luoghi di bagni, senza avere rivale alcuno,

era Bath. Le acque di quella città erano rinomate fino dai tempi

romani. Essa, per molti secoli, era stata sedia vescovile. Gl’infermi

vi accorrevano da ogni parte del Regno. Talvolta il re vi teneva

corte. Nonostante, Bath allora altro non era che un laberinto di

quattro o cinquecento case, ammassate dentro una vecchia muraglia,

nelle vicinanze dell’Avon. Esistono tuttora parecchie pitture di

case, che in quel tempo consideravansi come bellissime, e somigliano

grandemente alle più luride botteghe di cenciaioli, ed alle bettole

di Ratcliffe Highway. Vero è che anche in allora i viaggiatori

muovevano lamento della strettezza e del sudiciume delle strade.

Quella leggiadra città, che incanta anche l’occhio avvezzo a bearsi

de’ capolavori di Bramante e di Palladio, resa classica dal genio di

Anstey e di Smollett, di Francesca Burney e di Giovanna Austen, non

aveva cominciato ad esistere. La stessa Milsom Stret era una campagna

aperta molto lungi dalle mura; e lo spazio ora coperto dal Crescent e

dal Circus, era intersecato da siepi. I poveri infermi, ai quali erano

state prescritte le acque, giacevano sopra la paglia in un luogo, che,

per servirmi delle parole d’un medico di quei tempi, aveva sembianza

di nascondiglio, più presto che d’alloggio. Rispetto agli agi ed

al lusso che potevano trovare nello interno delle case di Bath le

persone cospicue che ci andavano per riacquistare la salute o trovarvi

divertimento, abbiamo notizie più abbondevoli e minute di quante se ne

possano generalmente sperare intorno a cotali subietti. Uno scrittore,

che sessanta anni dopo la Rivoluzione pubblicò un’opera sopra quella

città, ha con accuratezza descritti i cangiamenti a sua ricordanza ivi

seguiti. Egli ci assicura, come ne’ suoi anni giovanili, i gentiluomini

che visitavano le acque, dormissero in certe camere appena simili allo

soffitte dove ai suoi giorni stavano i servitori. I pavimenti delle

sale da pranzo erano privi di tappeti, e coperti d’una tinta bruna,

composta di sego e di birra, per nascondere il sudiciume. Nè anche un

tavolato era dipinto. Non un focolare o camino era di marmo. Una lastra

di pietra comune, e certe molle di ferro che potevano costare tre o

quattro scellini, erano stimate bastevoli per ogni camino. I migliori

appartamenti avevano tende di ruvida stoffa di lana, e seggiole col

fondo coperto di giunco. Quei lettori che s’interessano al progresso

dello incivilimento e delle arti utili, sapranno grado all’umile

topografo che ci ha tramandati cotesti fatti, e desidereranno forse che

storici più solenni avessero talvolta messe da parte poche pagine piene

di evoluzioni militari e d’intrighi politici, per dipingerci le sale e

le stanze da letto de’ nostri antenati.[104]

XXVII. La posizione di Londra, in ordine alle altre città dello Stato,

era ai tempi di Carlo II assai più considerevole che non è ai nostri.

Imperocchè, adesso la sua popolazione è poco più di sei volte di quella

di Manchester o di Liverpool; e, regnante Carlo, era più di diciassette

volte della popolazione di Bristol o di Norwich. È da dubitarsi se

si possa additare un altro esempio di un gran Regno, in cui la prima

città fosse diciassette volte più grande della seconda. Abbiamo ragione

di credere, che Londra nel 1685, fosse stata fino da mezzo secolo la

più popolata metropoli d’Europa. Gli abitanti, che oggidì sono almeno

un milione e novecento mila, erano allora, probabilmente, poco meno

di mezzo milione.[105] Londra, nel mondo, aveva soltanto una rivale

rispetto al commercio; rivale ora da lungo tempo vinta: voglio dire la

potente e ricca Amsterdam. Gli scrittori inglesi menavano vanto della

foresta di alberi che copriva il fiume dal Ponte alla Torre, e delle

portentose somme di danaro che entravano nell’ufficio della Dogana in

Thame’s Street. Non è dubbio che il traffico della metropoli a quei

di era, verso quello di tutto il paese, in maggior proporzione che

non è adesso: eppure, agli occhi nostri, gli onesti vanti de’ nostri

antenati sembrano quasi scherzevoli. Pare che la capacità delle navi,

da essi reputata incredibilmente grande, non eccedesse settanta mila

tonnellate. A dir vero, ciò era in quel tempo più che il terzo di

tutto il tonnellaggio del Regno; ma adesso è meno di un quarto del

tonnellaggio di Newcastle, ed equivale pressochè a quello de’ soli

piroscafi del Tamigi. Le dogane di Londra rendevano, nel 1685, circa

trecento trenta mila sterline l’anno. Ai giorni nostri, la somma de’

Dazii netta che si ricava nel medesimo ufficio, avanza i dieci milioni

di sterline.[106]

Chiunque si faccia ad esaminare le carte topografiche di Londra,

pubblicate verso la fine del regno di Carlo II, vedrà come a que’ tempi

altro non esistesse che il nucleo della presente metropoli. La città

non si perdeva, come adesso, a gradi impercettibili nella campagna.

Non viali di ville ombreggiati da file di lilla e d’avarnielli

estendevansi, dal gran centro della ricchezza e della civiltà, quasi

sino ai confini di Middlessex, e ben addentro nel cuore di Kent e di

Surrey. Ad oriente, nessuna parte dell’immensa linea de’ magazzini, e

de’ laghi artificiali, che ora si distende dalla Torre a Blackwall,

era per anche stata ideata. Ad occidente, nè anco uno di quei solidi e

vasti edifizi, dove abitano i nobili e i potenti, esisteva; e Chelsea,

che oggimai è popolato da quaranta e più mila umane creature, era un

tranquillo villaggio rurale di circa mille abitatori.[107] A tramontana

pascolavano gli armenti; e i cacciatori armati de’ loro archibugi

erravano co’ cani sul luogo dove sorge il borgo di Marylebone, e sopra

la maggior parte dello spazio ora coperto dai borghi di Finsbury e di

Tower Hamlets. Islington era quasi un deserto; e i poeti dilettavansi

di porre in contrasto la quiete che ivi regnava col frastuono della

immensa Londra.[108] A mezzodì, alla capitale adesso si aggiunge il

suburbio per mezzo di vari ponti, non meno magnifici e solidi delle più

belle opere de’ Cesari. Nel 1685, una sola fila di archi irregolari,

sopraccarichi da mucchi di case povere e cadenti, e piene, in modo

degno degl’ignudi barbari di Dahomy, di centinaia di teste putrefatte,

erano d’impaccio alla navigazione del fiume.

XXVIII. La parte più importante della metropoli, era quella che

propriamente chiamavasi la Città. Nel tempo della Restaurazione, era

stata in grandissima parte costrutta di legname e di gesso: i pochi

mattoni di cui si faceva uso, erano cotti male: le trabacche dove

ponevansi in vendita le mercanzie, proiettavano su per le strade,

ed erano coperte dai piani superiori. Pochi vestigi di cotesta

architettura possono anche oggi vedersi in quei distretti che non

furono preda del grande incendio. Il quale, in pochi giorni, aveva

coperto uno spazio poco minore d’un miglio quadrato, con le rovine di

ottantanove chiese e di tredicimila case. Ma la città era nuovamente

risorta con celerità tale, che ne avevano maravigliato i paesi vicini.

Sciaguratamente, le antiche linee delle strade erano state per lo più

mantenute: le quali linee, in origine descritte allorquando anche

le principesse viaggiavano a cavallo, erano spesso così anguste, da

non concedere che i carriaggi agevolmente passassero l’uno allato

dell’altro, ed erano perciò improprie perchè vi abitasse la gente

ricca, in un tempo in cui un cocchio a sei cavalli era un lusso in

voga. Lo stile de’ nuovi edifici, nulladimeno, era assai superiore a

quello dell’arsa città. I materiali di che comunemente avevano fatto

uso, erano mattoni assai migliori di quelli che in prima s’adoperavano.

Sopra i luoghi dove un dì sorgevano le antiche parrocchie, s’erano

innalzale nuove cupole, torri, ed aguglie improntate dal carattere del

fecondo genio di Wren. In ogni dove, tranne in un solo luogo, i segni

della immane devastazione erano spariti. Ma vedevansi tuttavia schiere

d’operai, ponti e masse di pietre, là dove il più magnifico de’ tempii

protestanti sorgeva, lento sopra le rovine della vecchia cattedrale di

San Paolo.[109]

Dopo quel tempo, lo aspetto della Città è intieramente cangiato.

Adesso i banchieri, i mercanti e i padroni di botteghe vi si recano

sei giorni della settimana per attendere ai loro negozi; ma abitano

negli altri quartieri della metropoli, o nelle residenze suburbane,

circondate da giardini d’arbusti e di fiori. Cotesta rivoluzione ne’

costumi de’ cittadini, ha prodotto un rivolgimento politico di non

lieve importanza. I più ricchi uomini, dediti al traffico, non portano

più alla Città quello affetto che ciascuno naturalmente prova per la

propria casa. La Città non isveglia più nelle menti loro le idee delle

affezioni e delle gioie domestiche. Il focolare, la famigliuola, il

desco socievole, il quieto letto, non sono più ivi. Lombard Street e

Threadneedle Street sono semplici luoghi dove gli uomini lavorano ed

accumulano. Essi vanno altrove a sollazzarsi ed a spendere i guadagni.

La domenica, o la sera, a faccende finite, parecchi cortili o viali,

dove poche ore innanzi era un ire e venire di visi affaccendati, sono

silenziosi come i sentieri d’una foresta. I capi degli interessi

mercantili più non sono cittadini. Schivano, e pressochè sprezzano

le onorificenze e i doveri municipali, e gli abbandonano ad uomini,

i quali, quantunque utili, e di rispetto degnissimi, rade volte

appartengono alle grandissime case commerciali, i cui nomi corrono

famosi per tutto il mondo.

Nel secolo diciassettesimo, i mercanti risedevano nella Città. Le case

degli antichi borghesi che esistono tuttora, sono state trasformate in

computisterie e magazzini; ma si conosce anche oggi, come non fossero

meno magnifiche delle abitazioni dove allora stanziavano i nobili.

Esse talvolta sorgono dentro bui e riposti cortili, e vi si va per

poco convenevoli aditi; ma sono ampie di mole, e solide d’aspetto.

Gl’ingressi sono adorni di pilastri e baldacchini, riccamente

intagliati. Le scale e i ballatoi non difettano di magnificenza. I

pavimenti sono talvolta di legno intarsiato, secondo l’uso di Francia.

Il palazzo di Sir Roberto Clayton, nel Ghetto vecchio, conteneva una

bella sala da pranzo, intavolata di legno di cedro, e ornata con

affreschi che rappresentavano le battaglie de’ numi e dei giganti.[110]

Sir Dudley North spese quattro mila lire sterline—somma che in quei

tempi sarebbe stata considerevolissima per un duca—ne’ ricchi addobbi

de’ suoi saloni in Basinghall Street.[111] In simiglianti abitazioni,

sotto gli Stuardi, i più grandi banchieri vivevano splendidamente

ospitali. Alle case proprie gli legavano i fortissimi vincoli dello

interesse e dell’affetto. Ivi avevano passati i dì della loro

giovinezza, formate le loro amicizie, corteggiate le proprie spose,

veduti crescere i figli, sotterrate le ossa dei parenti, aspettando di

trovarvi anch’essi la pace del sepolcro. Quel forte amore del natio

loco che è peculiare agli uomini delle società congregate in angusto

spazio, in simili circostanze sviluppavasi vigorosamente. Londra, per

il Londrino, era ciò che Atene per l’Ateniese dell’età di Pericle,

ciò che Firenze pel Fiorentino del secolo decimoquinto. Il cittadino

andava altero della grandezza della propria città, gelosissimo del

diritto all’altrui riverenza, ambizioso degli uffici, e zelante delle

franchigie di quella.

Sul finire del regno di Carlo II, l’orgoglio de’ cittadini di Londra

era inasprito da una crudele mortificazione. Lo antico statuto era

stato abolito, e il magistrato rifatto. Tutti gli uffici civili erano

in mano de’ Tory; e i Whig, comecchè per numero e per opulenza fossero

superiori ai loro avversari, trovavansi esclusi da ogni dignità locale.

Nulladimeno, lo esterno splendore del governo municipale non era punto

scemato; chè anzi, il mutamento lo aveva accresciuto. Imperocchè, sotto

l’amministrazione di certi Puritani che avevano poco innanzi governato,

la vecchia fama di briosa che la Città godeva, era volta in basso;

ma sotto i nuovi magistrati, i quali appartenevano ad un partito più

festevole, e alle mense dei quali vedevansi spesso ospiti distinti

per titoli o gradi dimoranti molto oltre Temple Bar, il Guildhall

e le sale delle grandi compagnie erano ravvivate da molti sontuosi

banchetti. Duranti i quali, cantavansi odi dai poeti del municipio,

composto in lode del Re, del Duca e del Gonfaloniere. Bevevano molto,

e tripudiavano clamorosamente. Un osservatore Tory, che s’era sovente

trovato fra mezzo a coteste gozzoviglie, ha notato come il costume

di accogliere con gioiose grida i brindisi fatti all’altrui salute,

cominciasse da quel lieto tempo.[112]

Il magnifico vivere del primo magistrato civico era quasi quello di

un re. Il cocchio dorato, che la folla adesso ammira ciascun anno, in

allora non v’era. Nelle grandi occasioni egli mostravasi a cavallo,

seguito da una lunga cavalcata, che per magnificenza era inferiore

soltanto al corteo che dalla Torre a Westminster accompagnava

il sovrano nel dì della incoronazione. Il Lord Gonfaloniere non

lasciavasi mai vedere in pubblico senza la sua veste, il cappuccio

di velluto nero, la catena d’oro, il gioiello, ed una gran torma di

battistrada e di guardie.[113] Nè il mondo vedeva cosa alcuna degna

di riso nella pompa ond’egli era di continuo circuito; perocchè

reputavala convenevole allo ufficio, che, come comandante le forze

e rappresentante la dignità di Londra, aveva diritto di occupare

nello Stato. La città, essendo allora non solo senza uguale in tutto

il reame, ma senza seconda, aveva per lo spazio di quarantacinque

anni esercitata influenza sì grande sopra le cose politiche della

Inghilterra, come ai giorni nostri Parigi la esercita sopra quelle

della Francia. Per istruzione, Londra superava grandemente qualunque

altra parte del Regno. Un Governo sostenuto dalla città di Londra,

poteva in un sol dì ottenere tali mezzi pecuniarii, che ci sarebbero

bisognati de’ mesi per raccoglierli da tutto il rimanente dell’isola.

Nè i mezzi militari della metropoli erano da tenersi in dispregio.

Il potere che i Lordi Luogotenenti esercitavano negli altri luoghi

del Regno, era in Londra affidato ad una commissione di eminenti

cittadini; sotto gli ordini della quale stavano dodici reggimenti di

fanteria e due di cavalleria. Un’armata di giovani di mercatanti e di

sarti, avente a capitani i consiglieri comunali, e a colonnelli gli

Aldermanni, non avrebbe certo potuto sostenere l’impeto delle truppe

regolari: ma pochissime erano allora nel Regno le regolari milizie.

Una città, quindi, la quale, un’ora dopo lo avviso, poteva metter su

venti mila uomini, forniti di coraggio naturale, provveduti di armi

non cattive e non affatto ignari della militar disciplina, non poteva

non essere un alleato importante e un formidabile nemico. Rammentava

ciascuno come Hampden e Pym fossero dalla milizia civica di Londra

stati protetti contro una sleale tirannide; come nella gran crisi

della guerra civile i militi cittadini di Londra fossero andati a

levare l’assedio dalla città di Gloucester; come nel movimento contro

i tiranni militari, che seguì alla caduta di Riccardo Cromwell, la

cittadina milizia di Londra avesse avuta importantissima parte. E

davvero, non sarebbe troppo il dire, che se Carlo I non avesse avuta

ostile la città, non sarebbe mai stato vinto, e che senza lo aiuto di

quella Carlo II non sarebbe riasceso sopra il trono degli avi suoi.

Queste considerazioni servano a dimostrare in che guisa, malgrado

quelle attrattive che per tanti anni avevano a poco a poco chiamata

l’aristocrazia verso la parte occidentale, pochi uomini d’alto grado

seguitassero fino ad un’epoca non molto lontana ad abitare nelle

vicinanze della Borsa e del Guildhall. Shaftesbury e Buckingham, mentre

facevano al Governo una opposizione aspra e senza scrupoli, pensarono

che in nessun altro luogo avrebbero potuto condurre così bene e senza

pericolo i loro intrighi, come sotto la protezione de’ magistrati e

della milizia della Città. E però Shaftesbury abitava in Aldersgate

Street una casa che si può oggi facilmente riconoscere, ai pilastri e

cordoni, opera leggiadra d’Inigo.[114] Buckingham aveva ordinato che la

sua abitazione presso Charing Cross, un tempo dimora degli arcivescovi

di York, fosse demolita; e mentre ivi sorgevano le strade e i viali

che portano tuttavia il nome di lui, elesse di abitare in Dowgate.[115]

XXIX. Nondimeno, queste erano rare eccezioni. Quasi tutte le nobili

famiglie d’Inghilterra avevano da lungo tempo emigrato fuori le

mura. Il distretto in cui rimaneva la maggior parte delle loro case

cittadine, giace fra la città e que’ luoghi che ora vengono considerati

come cospicui. Pochi grandi uomini seguitarono a starsi ne’ loro palagi

ereditari fra lo Strand e il fiume. I solidi edifici tra il mezzodì

e l’occidente di Lincoln’s Inn Fields, la piazza di Covent Garden,

Southampton Square, che oggi si chiama Bloomsbury Square, e King’s

Square in Soho Fields, che ora ha nome Soho Square, erano fra i luoghi

più prediletti. I principi stranieri venivano condotti a visitare

Bloomsbury Square come una delle maraviglie della Inghilterra.[116]

Soho Square, che era stato pure allora edificato, era pei nostri

antichi argomento d’un orgoglio, al quale i posteri loro non vorranno

partecipare. Lo avevano chiamato Monmouth Square finchè durò prospera

la fortuna del Duca di Monmouth; e nel lato meridionale torreggiava

il palazzo di lui. Il prospetto, comecchè senza grazia, era alto e

riccamente ornato. Sulle pareti degli appartamenti principali vedevansi

sculture di frutti, fogliami e blasoni, ed erano tappezzati di serici

drappi a ricamo.[117] Ogni vestigio di tanta magnificenza da lungo

tempo è scomparso, e in un quartiere un dì cotanto aristocratico, non

si trova nessuna casa aristocratica. Poco più in là, a tramontana da

Holborn, e lungo i campi da pascolo e da grano, sorgevano due rinomati

palazzi, a ciascuno dei quali era annesso un vasto giardino. L’uno, in

allora detto Southampton House, e di poi Bedford House, fu distrutto

circa cinquanta anni sono per far luogo ad una nuova città, la quale

adesso con le sue piazze, strade, e chiese occupa un vasto spazio, già

famoso nel secolo decimosettimo per le pesche e le beccaccine. L’altro,

chiamato Montague House, e celebre per gli affreschi e gli addobbi

onde era adorno, pochi mesi dopo la morte di Carlo II fu bruciato fino

alle fondamenta, e vi fu posto in sua vece un assai più magnifico

edificio, detto anch’esso Montague House; il quale essendo stato da

lungo tempo il sacrario di vari e preziosi tesori d’arte, di scienza

e di letteratura, quali non trovavansi per innanzi raccolti sotto

un solo tetto, ha da pochi anni dato luogo ad un edificio anche più

magnifico.[118]

Più presso alla Corte, in un luogo chiamato Saint James Fields, era

stato di recente edificato Saint James’s Square e Jermyn Street. La

chiesa di San Giacomo era stata allora aperta per comodo degli abitanti

di questo nuovo quartiere.[119] Golden Square, dove nella susseguente

generazione abitavano Lordi e Ministri di Stato, non era per anche

incominciato. A dir vero, le sole abitazioni che si potessero vedere a

tramontana di Piccadilly, erano tre o quattro solinghe e quasi rurali

dimore, la più celebre delle quali era il sontuoso edificio eretto

da Clarendon, e soprannominato Casa di Dunkerque. Dopo la caduta del

suo fondatore, era stato comperato dal Duca d’Albemarle. Il palazzo

Clarendon ed Albemarle Street serbano tuttavia la memoria del sito.

Colui che in allora girovagava per quella che oggidì è la parte

più celebre e gaia di Regent Street, trovavasi in una solitudine,

e talvolta si reputava fortunato di potere tirare con l’archibugio

a qualche beccaccia.[120] A settentrione, la strada di Oxford era

fiancheggiata da siepi. A cinque o seicento braccia verso mezzodì,

sorgevano le mura de’ giardini di poche grandi case, che consideravansi

affatto fuori la città. Ad occidente eravi un prato famoso per una

sorgente d’acqua, la quale, lungo tempo dopo, dette il nome a Conduit

Street. Ad oriente eravi un campo, che nessun cittadino di Londra a

que’ tempi poteva traversare senza ribrezzo. Ivi, come in luogo deserto

da ogni uomo, venti anni innanzi, allorquando la peste fece cotanta

strage, era stata scavata una vasta fossa, dove i carri mortuari, di

notte tempo, trasportavano cadaveri a centinaia. Il popolo credeva che

la terra fosse così infetta sotto la sua superficie, da non potersi

sommovore senza presentissimo pericolo per la vita degli uomini. Ivi

non furono gettate alcune fondamenta, se non dopo che trascorsero due

generazioni senza peste, e dopo che il luogo degli spettri era stato da

lungo tempo circondato da edifizi.[121]

Cadremmo in grave errore ove supponessimo che alcuna delle vie e

delle piazze allora avesse il medesimo aspetto in che oggi si vede.

La maggior parte delle case, dopo quel tempo, sono state al tutto o

quasi al tutto riedificate. Se le parti più cospicue della metropoli

potessero mostrarsi agli occhi nostri nella forma che allora avevano,

rimarremmo disgustati della loro squallida apparenza, ed attoscati

dall’atmosfera malsana che le circondava. In Covent Garden, presso alle

case de’ grandi, giaceva un sudicio e romoroso mercato. Le fruttaiuole

gridavano, i carrettieri azzuffavansi, torsi di cavoli e putride mele

vedevansi a mucchi accanto alle porte delle case della contessa di

Berkshire e del vescovo di Durham.[122]

Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni

sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di

Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere

ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e

colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni

erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate

città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione

proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree

d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a

sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano

d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidenti e

alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir

Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a

terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle

palizzate e un piacevole giardino.[123]

Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle

ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di

batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a

costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate

sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i

Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo

che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo

che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al

Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi

alberi.[124]

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 29 / 58 段