istruzione, costumi e condizioni sociali, grandemente fra loro
differivano. L’una, educata per le città e le corti, comprendeva uomini
forniti di dottrina antica e moderna; uomini adatti a combattere
Hobbes o Bossuet con tutte le armi della controversia; uomini che ne’
sermoni sapevano esporre la maestà e bellezza del cristianesimo con
tale giustezza di pensiero e vigoria di parola, che l’indolente Carlo
destavasi per ascoltare, e il fastidioso Buckingham dimenticavasi di
schernire; uomini che per destrezza, cortesia e conoscenza di mondo,
erano reputati degni di governare le coscienze de’ ricchi e dei nobili;
uomini coi quali Halifax amava discutere intorno agli interessi degli
Stati, e dei quali Dryden non arrossiva di confessare che gli erano
stati maestri nell’arte di scrivere.[90] L’altra sezione era destinata
a servigi più rozzi ed umili. Era dispersa per tutta la provincia,
e composta d’individui nè più ricchi nè molto più culti dei piccoli
coloni e dei servitori. Nulladimeno, in cotesti ecclesiastici rurali,
i quali traevano una scarsa sussistenza dalle loro decime sul grano
e sui maiali, e non avevano la minima probabilità di pervenire agli
alti onori della propria professione, lo spirito della professione
era più forte. Fra mezzo a quei teologi che erano l’orgoglio
dell’università e il diletto della capitale, e che erano giunti o
potevano ragionevolmente sperare di giungere a conseguire opulenza e
grado signorile, un partito rispettabile per numero e più rispettabile
per carattere, pendeva verso i principii del governo costituzionale;
viveva in relazioni amichevoli coi Presbiteriani, con gl’Indipendenti
e i Battisti; avrebbe con gioia veduto concedere piena tolleranza a
tutte le sètte protestanti, e consentito a modificare la liturgia, a
fine di conciliare i non–conformisti onesti e sinceri. Ma da tanta
libertà di pensiero abborriva il parroco di campagna. In verità, egli
andava altero della sua cenciosa sottana, più che i suoi superiori
delle loro bianche tele e de’ cappucci scarlatti. La convinzione di
essere assai piccolo nelle condizioni mondane, in guisa da non potersi
elevare al di sopra degli abitanti del villaggio a’ quali predicava,
gli dava una idea oltremodo grande della dignità del ministero
sacerdotale, sola cagione della riverenza in cui era tenuto. Essendo
vissuto lontano dal mondo, ed avendo avuta poca occasione di correggere
le proprie opinioni leggendo o conversando, serbava e insegnava le
dottrine dell’indestruttibile diritto ereditario, della obbedienza
passiva, e della non resistenza in tutta la nuda assurdità loro. Avendo
lungamente combattuto contro i dissenzienti del vicinato, spesso gli
odiava a cagione de’ torti ch’egli aveva loro fatti, e non trovava
altro fallo nelle odiate leggi, dette _Five Mile Act_ e _Conventicle
Act_,[91] se non in ciò che non erano bastevolmente severe. Sopra il
solo partito Tory, esercitava tutta la influenza—ed era grandissima—che
ei derivava dal proprio ministero. Sarebbe grave errore lo immaginare
che il potere del clero fosse minore di quello che sia ai dì nostri,
perchè il rettore di provincia non veniva considerato come gentiluomo,
perchè non gli era dato aspirare alla mano delle signore della famiglia
del possidente, perchè non veniva invitato alle sale dei grandi, ma
lasciavasi bere e fumare la pipa coi servitori e coi credenzieri. La
influenza d’una classe non è in modo alcuno proporzionata alla stima
in che i membri di quella sono tenuti come individui. Un cardinale
è personaggio più elevato che non è un frate mendicante; ma sarebbe
grave errore supporre che il collegio de’ cardinali abbia influito sul
pubblico sentire dell’Europa più che l’ordine di San Francesco. In
Irlanda, oggimai, la posizione sociale di un Pari è più eminente di
quella d’un prete cattolico: nondimeno, in Munster e Connaught, poche
sono le Contee dove una lega di preti in una elezione non trionferebbe
contra una lega di Pari. Nel secolo decimo settimo, il pulpito era, per
gran parte della popolazione, ciò che adesso è la stampa periodica.
Quasi nessuno dei villani che andavano alla chiesa parrocchiale, vedeva
mai una gazzetta o un libretto politico. Per quanto poco istruito
potesse essere il loro pastore, pure aveva maggiore istruzione di loro:
aveva ogni settimana occasione di arringare innanzi ad essi, senza
che nessuno alzasse la voce a rispondere. In ogni grave circostanza,
da molte migliaia di pulpiti ad un sol tempo, risuonavano invettive
contro i Whig, ed esortazioni ad obbedire all’unto del Signore; e lo
effetto ne era veramente formidabile. Di tutte le cagioni, le quali,
dopo sciolto il Parlamento di Oxford, produssero la violenta reazione
contro gli Esclusionisti, la più possente sembra essere stata la
eloquenza del clero di provincia.
XV. Il potere che i gentiluomini e il clero di provincia esercitavano
nei distretti rurali, veniva alquanto controbilanciato dal potere dei
piccoli possidenti, genia dotata d’animo schietto e robusto. I piccoli
possidenti, che coltivavano i propri campi con le mani proprie, e
fruivano d’una modesta competenza senza pretese di blasoni o ambizione
di sedere in una corte di giustizia, formavano, allora più che adesso,
una parte assai più importante della nazione. Se possiamo fidarci de’
migliori scrittori di statistica di que’ tempi, circa cento sessanta
mila proprietari, i quali insieme con le loro famiglie dovevano sommare
a più d’un settimo della intiera popolazione, traevano la sussistenza
dalle loro piccole possessioni libere. La entrata media di cotesti
possidenti, composta di rendita, d’utili e di salari, estimavasi ad
una somma fra sessanta e settanta lire sterline l’anno. Calcolavasi
che il numero degli individui che zappavano da sè le proprie terre,
era maggiore del numero di coloro i quali prendevano in affitto i
terreni altrui.[92] Gran parte dei piccoli possidenti, fino dal tempo
della Riforma, aveva aderito al Puritanismo; aveva nelle guerre civili
parteggiato a favore del Parlamento; dopo la Ristaurazione, persistito
ad ascoltare i predicatori Presbiteriani e Indipendenti; nelle elezioni
sostenuto valorosamente gli Esclusionisti; ed anche dopo scoperta la
congiura di Rye House e proscritti i capi de’ Whig, aveva seguitato a
considerare il papismo e il potere arbitrario con animo inesorabilmente
ostile.
XVI. Per quanto grande sia stato il cangiamento nella vita rurale
d’Inghilterra dopo la Rivoluzione, quello delle città è anche più
meraviglioso. Ai dì nostri, una sesta parte della nazione è affollata
in città provinciali, di trenta e più mila abitanti. Nel regno di Carlo
II, non era nel reame città provinciale che contenesse trentamila
anime; e solo quattro ne contavano dieci mila.
Dopo la metropoli, ma ad un’immensa distanza, venivano Bristol, che a
quei dì era il principale porto; e Norwich, che allora consideravansi
come la precipua città manifatturiera dell’Inghilterra. Ambedue sono
state poi vinte da altre città rivali più giovani: nulladimeno,
entrambe hanno fatto considerevoli progressi. La popolazione di Bristol
si è quadruplicata; quella di Norwich si è accresciuta più del doppio.
Pepys, il quale visitò Bristol otto anni dopo la Ristaurazione, rimase
attonito allo splendore della città. Ma il suo termine di paragone
non era alto; poichè egli registrò come una maraviglia il fatto, che
in Bristol un uomo poteva guardare all’intorno e non vedere altro che
case. E’ sembra che in nessun altro luogo che egli conoscesse, tranne
in Londra, gli edificii fossero fuori dai boschi e da’ campi. Per
quanto Bristol potesse sembrare vasta, non occupava se non piccola
parte del suolo sopra il quale adesso sorge. Poche chiese di squisita
bellezza elevavansi fra mezzo a un laberinto di anguste vie, sorgenti
sopra volte non molto solide. Se un cocchio o una carretta entrava
in que’ viali, correva pericolo di rimanere fitta fra le case, o di
rompersi nelle cantine; e però la roba veniva trasportata per la città
sopra barroccini tirati da cani; e i più ricchi abitanti facevano
mostra della propria opulenza non nel farsi trascinare assisi in cocchi
dorati, ma nel passeggiare per le vie con un corteo di servi coperti
di splendide livree, e nella profusione delle mense. La pompa dei
battesimi e de’ funerali vinceva di molto ciò che di simile si potesse
vedere in ogni altra parte dell’isola. La città era in grandissima
rinomanza d’ospitalità, in ispecie per le colazioni che i raffinatori
di zucchero offrivano a coloro che recavansi a visitarli. Il desinare
apparecchiavasi nella fornace, e veniva accompagnato da una ricca
bevanda composta del miglior vino di Spagna, conosciuta in tutto il
Regno col nome di latte di Bristol. Cosiffatto lusso sostenevano
per mezzo di un proficuo commercio con le piantagioni dell’America
Settentrionale e le Indie Occidentali. Era sì forte la passione pei
traffici con le colonie, che appena eravi in Bristol un solo piccolo
bottegaio che non avesse parte sul carico di qualche nave la quale si
recasse alla Virginia o alle Antille. Questo genere di commercio, a
dir vero, talvolta non era onorevole. Nelle transatlantiche provincie
della Corona, v’erano grandi richieste di lavoratori; alle quali
richieste provvedevasi, in parte, con un sistema di reclutare e rapire
individui nei principali porti dell’Inghilterra: sistema che in nessun
altro luogo era così attivo ed esteso come in Bristol. Anche i primi
magistrati di quella città, non vergognavano di arricchirsi con un
tanto odioso commercio. Dalle liste dell’imposta sui fuochi, si deduce
che nell’anno 1685, il numero delle case fosse cinque mila trecento.
Non possiamo supporre che il numero degli individui d’una casa fosse
maggiore di quelli d’una famiglia della città di Londra; e le migliori
autorità sopra questo subietto c’insegnano che in Londra erano
cinquantacinque persone per ogni dieci case. È mestieri, quindi, che la
popolazione di Bristol fosse di ventinovemila anime.[93]
XVII. Norwich era capitale d’una grande e fertile provincia, residenza
d’un vescovo e d’un capitolo, e sede principale della principale
manifattura del Regno. Alcuni uomini insigni per dottrina vi avevano
di recente abitato; e in tutto il reame non v’era luogo, tranne la
metropoli e le università, che attirasse maggiormente i curiosi. La
biblioteca, il museo, l’uccelliera e il giardino botanico di sir
Tommaso Browne, venivano stimati dai colleghi della Società Reale come
cose ben meritevoli d’un lungo pellegrinaggio. Norwich aveva anche una
Corte in miniatura. Nel mezzo della città sorgeva un vetusto palazzo
dei Duchi di Norfolk, che reputavasi la più vasta casa cittadina del
Regno, fuori di Londra. In cotesta magione, cui erano annessi locali
per la pallacorda, un pallottolaio, ed un ampio prato che si distendeva
lungo le rive del Wansum, la nobile famiglia di Howard faceva lunga
dimora, e teneva una corte somiglievole a quella d’un principotto.
Agli ospiti davasi da bere in vasi di oro puro. Le stesse molle e
le palette erano d’argento; le pareti adorne di pitture d’artisti
italiani; i gabinetti pieni d’una eletta collezione di gemme comperate
da quel Conte d’Arundel, i marmi del quale oggidì si ritrovano fra gli
ornamenti di Oxford. Ivi, nell’anno 1671, Carlo con tutta la sua Corte
venne sontuosamente ricevuto. Ivi ogni veniente era bene accolto dal
Natale alla Epifania. La birra correva a fiumi per la moltitudine. Tre
cocchi, uno de’ quali era costato cinquecento lire sterline e conteneva
quattordici persone, erano ogni pomeriggio mandati attorno per la
città, onde condurre le dame alle feste; e ai balli spesso seguiva
un magnifico banchetto. Quando il Duca di Norfolk andava a Norwich,
veniva salutato come un re che tornasse alla sua capitale. Le campane
del duomo e di San Pietro Mancroft suonavano; tuonavano le artiglierie
del castello; e il gonfaloniere e gli aldermanni presentavano al
loro illustre concittadino indirizzi a complirlo. Nell’anno 1693,
enumeratasi la popolazione di Norwich, trovossi ascendere a ventotto o
ventinove mila anime.[94]
Assai al di sotto di Norwich, ma considerevoli per dignità ed
importanza, stavano alcune altre antiche capitali di Contee. In
quell’età, rade volte seguiva che un gentiluomo di provincia andasse
con tutta la propria famiglia a Londra. Sua metropoli era la città
della Contea. Ei talvolta vi abitava parecchi mesi dell’anno. In
ogni modo, vi si recava chiamato dalle faccende o dai piaceri, dalle
sessioni trimestrali, dalle elezioni, dalle riviste della guardia
civica, dalle feste, dalle corse. Ivi erano le sale dove i giudici,
vestiti di scarlatto, e preceduti dai giavellotti e trombetti, aprivano
due volte l’anno la Commissione del Re. Ivi erano i mercati, dove
esponevansi in vendita il grano, il bestiame, la lana e i luppoli del
paese circostante. Ivi erano le grandi fiere, alle quali accorrevano
i mercatanti da Londra, e dove il trafficante rurale faceva le annue
provviste di zucchero, di carta, di coltelli, di mussolini. Ivi erano
le botteghe, nelle quali le migliori famiglie de’ luoghi circonvicini
comperavano le droghe e gli ornamenti di moda. Taluni di cotesti
luoghi erano illustri per le interessanti storiche reminiscenze, per
le cattedrali ornate di tutta l’arte e magnificenza del medio evo, pei
palagi abitati da una lunga serie di prelati, pei ricinti circondati
dalle venerabili case de’ decani e de’ canonici, e pei castelli che
nei tempi andati avevano respinti i Nevilles o i De Veres, e nei quali
rimanevano impressi i più recenti vestigi della vendetta di Rupert o di
Cromwell.
XVIII. Cospicue, fra le più notevoli città, erano York, capitale del
norte; e Exeter, capitale dell’occidente. Nessuna di esse contava più
di dieci mila abitanti. Worcester, chiamata la regina della terra
del sidro, ne aveva circa otto mila; e forse altrettante Nottingham.
Gloucester, rinomata per la ostinata difesa cotanto fatale a Carlo I,
ne aveva certamente da quattro in cinque mila; Derby appena quattro
mila. Shrewsbury era capo–luogo d’un esteso e fertile distretto. In
essa tenevasi la corte delle frontiere di Galles. Nel linguaggio dei
gentiluomini stanzianti in un circuito di molte miglia attorno il
Wrekin, andare a Shrewsbury significava recarsi alla città. I begli
spiriti e le belle donne provinciali imitavano, come meglio sapevano,
le mode di Saint James Park, ne’ loro passeggi lungo il Savern. Gli
abitanti sommavano a circa sette mila.[95]
La popolazione di ciascuno di questi luoghi, dalla Rivoluzione in
poi, si è accresciuta più del doppio; in taluni più di sette volte.
Le strade sono state pressochè interamente rifatte. Le lastre sono
state sostituite alla paglia, e i mattoni al legname. I pavimenti e
le lampade, lo sfoggio di ricchezza nelle principali botteghe, e la
squisita nettezza delle abitazioni de’ gentiluomini, sarebbero sembrate
cose miracolose agli uomini del secolo decimosettimo. Nondimeno, la
relativa importanza delle vecchie capitali delle Contee non è affatto
ciò che essa era. Città più moderne, città che di rado o giammai si
trovano rammentate nella nostra storia antica, e che non avevano
rappresentanti nei nostri più antichi Parlamenti, a memoria d’uomini
che vivono ancora, si sono innalzate ad una grandezza, che la presente
generazione guarda con ammirazione ed orgoglio; comunque non senza
ansietà e rispettoso terrore.
XIX. Le più eminenti di coteste città erano, nel secolo decimosettimo,
sedi rispettabili d’industria. Che anzi, il rapido progresso e la vasta
opulenza loro venivano allora descritti in un linguaggio che parrebbe
scherzevole a chi abbia veduta la loro grandezza presente. Una delle
più popolate e prospere era Manchester. Il Protettore aveva voluto
che mandasse un rappresentante al Parlamento; e gli scrittori del
tempo di Carlo II la ricordano come luogo di operosità e di opulenza.
Il cotone, per lo spazio di mezzo secolo, già vi si trasportava da
Cipro e da Smirne; ma la manifattura era nella sua infanzia. Whitney
non aveva peranche insegnato come la materia rozza potesse fornirsi
in abbondanza quasi favolosa. Arkwright non aveva peranche insegnato
come potesse lavorarsi con una speditezza e precisione che sembra
magica. L’intera importazione annua, nella fine del diciassettesimo
secolo, non ascendeva a due milioni di libbre; quantità che oggimai
appena servirebbe alle richieste di quarantotto ore. Quel maraviglioso
emporio, che per popolazione e ricchezza sorpassa di molto capitali
rinomate, come Berlino, Madrid e Lisbona, allora altro non era che una
vile e male edificata città di mercato, popolata di meno di sei mila
abitanti. Non aveva allora neppure un solo torchio, e adesso mantiene
cento stabilimenti da stampare. Allora non aveva nemmeno un cocchio, e
adesso mantiene venti carrozzai.[96]
XX. Leeds era già sede principale de’ lanificii della Contea di York;
ma i più vecchi cittadini si rammentavano tuttavia del tempo in cui fu
fabbricata la prima casa di mattoni, allora e lungamente dopo chiamata
la casa rossa. Vantavansi altamente della crescente ricchezza, e delle
immense vendite de’ panni che si facevano all’aria aperta sul ponte.
Centinaia, anzi migliaia di lire sterline sborsavansi in un solo
giorno operoso di mercato. La crescente importanza di Leeds aveva a sè
richiamato gli sguardi dei successivi governi. Carlo I aveva concessi
privilegi municipali alla città. Oliviero l’aveva invitata a mandare
un rappresentante alla Camera de’ Comuni. Ma dalle liste della imposta
sui fuochi, sembra certo che tutta la popolazione del borgo, esteso
distretto che contiene molti villaggi, regnante Carlo II, non eccedeva
settemila anime. Nel 1841 ne conteneva cento cinquanta e più mila.[97]
XXI. A una giornata di cammino verso mezzodì di Leeds, lungo un
selvaggio e pantanoso terreno, giaceva un’antica fattoria, adesso
rigogliosamente coltivata, allora sterile ed aperta, e conosciuta sotto
il nome di Hallamshire. Era abbondante di ferro; e fino da lunghissimi
anni, i rozzi coltelli che ivi si tacevano, vendevansi per tutto
il Regno. Li aveva ricordati Goffredo Chaucer nelle sue Novelle di
Canterbury. Ma sembra che la manifattura avesse fatti pochi progressi
nei tre secoli che seguirono quello del poeta. Tale lentezza potrebbe
forse spiegarsi considerando come ivi il traffico, per quasi tutto
quello spazio di tempo, fosse soggetto ai capricciosi regolamenti
imposti dal signore del luogo e dalla sua corte. Le più delicate
specie di coltelleria o facevansi nella capitale, o erano importate
dal continente. E’ fu sotto il regno di Giorgio I, che i chirurghi
inglesi cessarono di far venire dalla Francia quei finissimi ferri che
sono necessari agli usi dell’arte loro. La maggior parte delle fucine
di Hallamshire erano raccolte in una città di mercato, che era sorta
presso al castello del proprietario; e nel regno di Giacomo I era un
luogo singolarmente misero, popolato di circa due mila abitatori, la
terza parte dei quali erano accattoni mezzo nudi ed affamati. Pare
certo, secondo i registri parrocchiali, che la popolazione, verso la
fine del regno di Carlo II, non arrivasse a quattro mila anime. Gli
effetti di un lavoro niente favorevole alla salute ed al vigore della
macchina umana, risaltavano tosto agli occhi d’ogni viaggiatore.
Moltissimi fra quella gente mostravano storte le membra. È dessa quella
città di Sheffield, che oggidì, co’ suoi dintorni, contiene cento venti
mila anime, e che manda i suoi ammirevoli coltelli, rasoi e lancette
agli estremi confini del mondo.[98]
XXII. Birmingham non era riputata abbastanza importante da mandare
un membro al Parlamento d’Oliviero. Nulladimeno, i manifattori
di Birmingham, erano già una razza d’uomini operosi e proficui.
Gloriavansi dicendo che le loro chincaglierie erano in grande
estimazione, non già, come adesso, a Pechino ed a Lima, a Bokhara e a
Timbuctoo, ma anche in Londra e perfino in Irlanda. Avevano acquistata
una meno onorevole rinomanza come coniatori di moneta falsa. Alludendo
ai loro soldi spurii, il partito Tory aveva appiccato ai demagoghi, che
per ipocrisia mostravansi zelanti contro il papismo, il soprannome di
Birminghams. Eppure, nel 1685, quella popolazione, che ora è poco meno
di duecento mila, non arrivava a quattro mila. I bottoni di Birmingham
cominciavano pur allora ad essere conosciuti; delle armi di Birmingham
nessuno aveva peranche udito il nome; e il luogo d’onde, due
generazioni appresso, le magnifiche edizioni di Baskerville uscirono
per rendere attoniti tutti i bibliofili d’Europa, non contenevano una
sola bottega dove si potesse comperare una bibbia o un almanacco. Nei
giorni di mercato un libraio, che aveva nome Michele Johnson, padre
del grande Samuele Johnson, ci andava da Lichfield e vi apriva una
botteghetta per poche ore; la qual cosa per lungo tempo fu trovata
bastare alle richieste di coloro che amassero di leggere.[99]
XXIII. Queste quattro sedi principali delle nostre grandi manifatture
sono meritevoli di speciale ricordanza. Sarebbe noioso enumerare tutti
i popolosi ed opulenti alveari d’industria, che cento cinquanta anni fa
erano villaggi privi d’una parrocchia, o triste maremme abitate solo
dagli uccelli e dalle belve. Il mutamento non è stato meno notevole
in quegli sbocchi, dai quali i prodotti de’ mestieri e delle fornaci
inglesi si diffondono per tulio l’universo. Ai dì nostri, Liverpool
contiene circa trecento mila abitatori. Le imbarcagioni registrate nel
suo porto ascendono a quattro o cinquecento mila tonnellate. Nel suo
ufficio di dogana si è più volte pagata in un anno una somma tre volte
maggiore della intera entrata della Corona d’Inghilterra nel 1685. Il
danaro che incassa il suo ufficio postale, sorpassa la somma che la
posta di tutto il Regno rendeva al Duca di York. Gli infiniti docchi o
bacini, gli scali, i magazzini suoi, si annoverano fra le maraviglie
del mondo; e nondimeno, appena sembrano bastare al gigantesco traffico
del Mersey; e già una città rivale sorge rapidamente sul lido opposto.
Nel tempo di Carlo II, Liverpool veniva descritta come una città
risorgente, che aveva pur allora fatti grandi progressi, e. manteneva
proficue comunicazioni con la Irlanda e le colonie dove manifatturavasi
lo zucchero. Le dogane in sessanta anni eransi accresciute d’otto
volte, e rendevano quindici mila lire sterline l’anno; somma allora
riputata immensa. Ma la popolazione appena doveva passare le quattro
migliaia: le imbarcagioni facevano circa mille e quattrocento
tonnellate, meno del tonnellaggio di un solo legno indiano di prima
classe del tempo presente: e il numero de’ marinai appartenenti al
porto, non può estimarsi a più di duecento.[100]
XXIV. Tale è stato il progresso di quelle città dove si crea ed ammassa
la ricchezza. Nè meno rapido è stato il progredire di quelle di
specie differentissima; città dove la ricchezza, creata ed ammassata
dovecchessia, si spende per la salute e i piaceri. Alcune delle più
insigni fra coteste città sono sorte dopo il tempo degli Stuardi.
Cheltenham adesso, tranne la sola Londra, è città assai più vasta
di qualunque altra del Regno nel secolo decimo settimo. Ma in quel
secolo, e nel principio del susseguente, essa veniva rammentata dagli
storici municipali come una semplice parrocchia rurale, giacente a
piè di Cotswold Hills, ed avente un suolo atto alla coltivazione e
al pascolo. In que’ luoghi, ora coperti di cotante vaghissime strade
ed amene ville, cresceva il grano, e pascolavano gli armenti.[101]
Brighton veniva rappresentata come un luogo che un tempo era stato
proficuo, e che quando era nel più alto grado di prosperità, conteneva
più di due mila abitanti, ma che volgeva a decadenza. Il mare a poco a
poco invadeva gli edifici, che finalmente quasi al tutto scomparvero.
Novanta anni addietro, le rovine di una vecchia fortezza vedevansi
giacenti fra mezzo la ghiaia e le alghe marine; e gli uomini canuti
potevano additare i vestigi delle fondamenta dove una strada di cento
e più tuguri era stata inghiottita dalle onde. Sì misero, dopo tanta
calamità, diventò quel luogo, che appena venne reputato degno di
avere un vicariato. Pochi poveri pescatori, nondimeno, seguitarono
ad asciugare le loro reti su quelle rocce, sopra le quali adesso una
città, due volte più grande e popolata della Bristol degli Stuardi,
presenta per lungo tratto il suo gaio e fantastico prospetto alla
marina.[102]
XXV. Nulladimeno, l’Inghilterra nel secolo diciassettesimo non era
priva di bagni. I gentiluomini della Contea di Derby e delle altre
Contee vicine recavansi a Buxton, dove stavano affollati dentro bassi
tuguri di legno, e mangiavano focacce d’avena, e carni che erano in
grave sospetto d’esser di cane.[103] Tunbridge Wells, distante una
giornata di cammino dalla metropoli, e sita in una delle più ricche
e incivilite parti del Regno, offriva maggiori attrattive. Adesso vi
si vede una città, che cento sessanta anni addietro sarebbe stata
considerata per popolazione come la quarta o quinta fra le città
dell’Inghilterra. La splendidezza delle botteghe e il lusso delle
abitazioni private vincono d’assai tutto ciò che l’Inghilterra
avrebbe allora potuto mostrare. Allorquando la Corte, tosto dopo la
Restaurazione, visitò Tunbridge Wells, ivi non era città nessuna; ma,
a un miglio dalla sorgente, parecchie rustiche capanne, alquanto più
nette delle capanne ordinarie di que’ tempi, erano sparse in que’
luoghi deserti. Alcuni di questi tuguri erano movibili, e venivano
trasportati sopra le slitte da un luogo all’altro della comune. Quivi
le persone agiate, stanche del rumore e del fumo di Londra, talvolta
recavansi nei mesi estivi per respirare la fresca aura, e gustare un
poco di vita campestre. Nella stagione de’ bagni tenevasi ogni giorno
una specie di fiera presso la fontana. Le mogli e le figliuole dei
borghesi di Kent vi accorrevano dai circostanti villaggi, recando
latte, ciliege, spighe e quaglie. Comprare, scherzare con esse, lodare
i cappelli di paglia e le strette calzature loro, era un consolante
sollazzo agli sfaccendati, stanchi del sussiego delle attrici e delle
dame di corte. Modiste, venditori di giocattoli e gioiellieri, vi
andavano da Londra, e formavano un Bazaar sotto gli alberi. In una
trabacca, l’uomo politico trovava il suo caffè e la Gazzetta di Londra;
dentro un’altra, i giuocatori profondevano monete alla bassetta; e
nelle belle serate, i violini erano lì pronti ad accompagnare coloro
che ballavano la moresca su per l’erba molle del prato. Nel 1685, fra
coloro che frequentavano Tunbridge Wells erasi aperta una colletta a
fine di edificare una chiesa, che, per la insistenza dei Tory, in quel
tempo predominanti dappertutto, fu dedicata a San Carlo Martire.