mondo; e ciò che ei ne vedeva, tendeva più presto a confondere, che a
rischiarargli lo intendimento. Le sue opinioni intorno alla religione,
al Governo, agli Stati stranieri e ai tempi trapassati, derivando non
dallo studio, dall’osservare e dal conversare con gente illuminata,
ma dalle tradizioni correnti nel suo vicinato, erano le opinioni
d’un fanciullo. Nondimeno, appigliavasi ad esse con la ostinazione
che generalmente si osserva negli ignoranti avvezzi a pascersi
d’adulazione. I suoi rancori erano molti ed acri. Odiava i Francesi e
gl’Italiani, gli Scozzesi e gl’Irlandesi, i Papisti e i Presbiteriani,
gl’Indipendenti e i Battisti, i Quacqueri e gli Ebrei. Per la città e
gli abitatori di Londra sentiva avversione tale, che più d’una volta
produsse gravissime conseguenze politiche. La moglie e le figliuole,
per gusti e cognizioni, erano inferiori ad una cameriera o guardaroba
de’ giorni nostri. Cucivano e filavano, facevano il vino d’uva spina,
curavano i fiorranci, e facevano la crosta da servire al pasticcio di
selvaggina.
Da questa descrizione potrebbe dedursi, che lo scudiero inglese del
decimosettimo secolo non differisse grandemente da un mugnaio o da
un birraio del decimonono. Sono, nondimeno, da notarsi alcune parti
importanti del suo carattere, le quali modificheranno molto cotesta
opinione. Illetterato come egli era e privo di modi gentili, era
tuttavia per molti riguardi un gentiluomo. Era parte d’una altera
e potente aristocrazia, ed aveva molte delle buone e delle pessime
qualità che appartengono agli aristocratici. Il suo orgoglio di
famiglia era maggiore di quello d’un Talbot o d’un Howard. Conosceva
le genealogie e i blasoni di tutti i suoi vicini, e poteva ridire
quale di loro avesse assunto segni gentilizi senza alcun diritto, e
quale avesse la sciagura di essere il pronipote di aldermanni. Era
magistrato, e come tale amministrava gratuitamente ai suoi vicini una
rozza giustizia patriarcale, che, malgrado gl’innumerevoli sbagli e
gli atti tirannici che di quando in quando ei commetteva, era tuttavia
meglio che non esservene affatto. Era ufficiale delle milizie civiche;
e la sua dignità militare, quantunque potesse muovere a riso i valorosi
che avevano militato nella guerra delle Fiandre, rendeva venerabile
il suo carattere agli occhi propri ed a quelli del suo vicinato. Nè,
certamente, la sua professione di soldato poteva essere obietto di
giusto scherno. In ogni Contea erano gentiluomini d’età matura, che
avevano veduta una disciplina la quale era tutt’altro che trastullo da
ragazzi. Questi era stato fatto cavaliere da Carlo I dopo la battaglia
di Edgehill. Quell’altro portava ancora la cicatrice della ferita
che aveva ricevuta in Naseby. Un terzo aveva difesa la sua vecchia
abitazione, finchè Fairfax ne aveva sfondata la porta con una bomba.
La presenza di questi vecchi Cavalieri, con le loro vecchie spade e
casse di pistola, e con le loro vecchie novelle di Goring e Lunsford,
davano alle riviste de’ militi un aspetto guerresco, che non avrebbero
altrimenti avuto. Anche quei gentiluomini di provincia che erano sì
giovani da non aver potuto pugnare coi corazzieri del Parlamento,
erano stati, fino dalla infanzia loro, circuiti dei segni di fresca
guerra, e nutriti di storielle intorno alle gesta militari dei loro
padri e zii. Così il carattere dello scudiere inglese del secolo
decimosettimo, era composto di due elementi, che non siamo avvezzi a
vedere insieme congiunti. La ignoranza e ruvidità sue, i suoi gusti
bassi, le sue frasi triviali, verrebbero, ai tempi nostri, considerati
come indizi d’una natura e educazione al tutto plebee. Nulladimeno,
egli era essenzialmente patrizio, ed aveva, in larga misura, le
virtù e i vizi propri degli uomini, per diritto di nascita, posti in
alto, ed avvezzi a comandare, ad essere rispettati, e a rispettare
sè stessi. Non è agevole per una generazione assuefatta a trovare
sentimenti cavallereschi solo in compagnia degli studi liberali e
dei modi gentili, lo immaginare un uomo con il contegno, il frasario
e lo accento di un vetturino, e nondimeno puntiglioso in materia di
genealogia e di precedenza, e pronto a rischiare la propria vita
piuttosto che vedere una macchia sopra l’onore della propria casa. Non
pertanto, solo col congiungere cose che di rado o non mai abbiamo da
noi sperimentato, possiamo formarci una giusta idea di quella rustica
aristocrazia, la quale costituiva la forza precipua dello esercito di
Carlo I, e lungamente sostenne, con istrana fedeltà, gl’interessi dei
discendenti di lui.
Il gentiluomo di provincia, rozzo, ineducato, non uscito mai fuori
della sua patria, era comunemente Tory; ma comecchè devotamente
aderisse alla Monarchia, non amava i cortigiani e i ministri. Pensava,
non senza ragione, che Whitehall rigurgitasse dei più corrotti uomini
del mondo; che le grandi somme di danaro che la Camera de’ Comuni
aveva concesse alla Corona dopo la Restaurazione, in parte erano state
rubate da astuti politici, in parte profuse in buffoni e bagasce
forestiere. Il suo robusto cuore d’Inglese fremeva di sdegno pensando
che il governo della propria patria dovesse essere sottoposto alla
dittatura della Francia. Essendo egli stesso vecchio Cavaliere o figlio
di un vecchio Cavaliere, meditava, amareggiato nell’animo, sopra la
ingratitudine con cui gli Stuardi avevano rimeritati i loro migliori
amici. Coloro che lo udivano mormorare per lo spregio ond’egli era
trattato, e per lo scialacquo con che le ricchezze profondevansi sopra
i bastardi di Norma Gwynn e di Madama Carwell, lo avrebbero supposto
paratissimo a ribellare. Ma tutto cotesto cattivo umore durava solo
finchè il trono non trovavasi davvero in pericolo. Appunto quando
coloro che il sovrano aveva colmati di ricchezze e di onori gli si
scostavano dal fianco, i gentiluomini di provincia, così franchi e
tumultuosi in tempi di prosperità, gli si affollavano devoti d’intorno.
Così, dopo d’avere per venti anni brontolato del malgoverno di Carlo
II, vedendolo agli estremi, corsero a lui per liberarlo, allorquando
i suoi stessi Segretari di Stato e Lordi del Tesoro lo avevano
abbandonato, e fecero sì ch’egli potesse trionfare pienamente della
opposizione: nè è da dubitarsi che avrebbero mostrata ugual fedeltà
a Giacomo fratello del Re, se Giacomo, anche nell’ultimo istante, si
fosse astenuto dal calpestare i loro più forti sentimenti. Imperocchè
eravi una istituzione soltanto ch’essi pregiavano assai più della
Monarchia ereditaria, cioè la Chiesa d’Inghilterra. Lo amore che le
portavano, non era veramente effetto di studio o di meditazione.
Pochi tra loro avrebbero potuto addurre ragioni tratte dalla Scrittura
o dalla Storia Ecclesiastica, per aderire alle dottrine, al rituale,
all’ordinamento della loro Chiesa; nè erano, come classe, rigorosi
osservatori di quel codice di morale, comune a tutte le sètte
cristiane. Se non che, la esperienza di molti secoli insegna, come
gli uomini siano pronti a combattere a morte e perseguitare senza
misericordia i loro fratelli, onde difendere una religione della quale
non intendono le dottrine, e violano costantemente i precetti.[80]
XIV. Il clero rurale era anche Tory più virulento de’ gentiluomini
delle campagne, e formava una classe appena meno di quelli importante.
È nondimeno da notarsi, che il prete, come individuo, paragonato al
gentiluomo individuo, allora veniva considerato inferiore per grado, di
quello che sia ai nostri tempi. La Chiesa sostenevasi principalmente
con le decime; i proventi delle quali erano, verso la rendita, in molto
minore proporzione che non sono oggi. King estimava la intera rendita
del clero parrocchiale e collegiale soltanto a quattrocento ottanta
mila lire sterline l’anno; Davenant a cinquecento quarantaquattro
mila. Adesso avanza di sette volte la maggiore di queste due somme. La
rendita media de’ terreni, secondo qualsivoglia estimo, non ha avuto un
augumento proporzionato a quello. E però era mestieri che i rettori e i
curati, in paragone de’ cavalieri e scudieri loro vicini, fossero più
poveri sette volte più di quello che sono nel decimonono secolo.
Il posto degli ecclesiastici nella società, è stato pienamente cangiato
dalla Riforma. Innanzi quell’epoca, essi formavano la maggioranza
nella Camera dei Lordi, uguagliavano e talvolta sorpassavano per
ricchezza e splendore i più grandi baroni secolari, e, generalmente,
occupavano i più alti uffici civili. Il Lord Tesoriere spesso era
un Vescovo. Il Lord Cancelliere quasi sempre era tale. Il Lord
Guardasigilli, e il Maestro de’ Rotoli ovvero degli Atti, d’ordinario
erano uomini di chiesa. Gli ecclesiastici trattavano i più
importanti affari diplomatici. E veramente, tutti i numerosi rami
dell’amministrazione che i Nobili rozzi e guerrieri erano disadatti a
condurre, consideravansi come pertinenti in ispecial modo ai teologi.
Coloro, quindi, che abborrivano dalla vita militare, o nel tempo
stesso ambivano d’inalzarsi nello Stato, ordinariamente ricevevano
la tonsura. Fra essi v’erano i figli delle famiglie più illustri, e
prossimi parenti della Casa Reale; gli Scroop e i Neville, i Bourchier,
gli Stafford e i Pole. Alle case religiose appartenevano le rendite
di vastissime possessioni, e tutta la gran parte delle decime che
oggi è nelle mani dei laici. Fino alla metà del regno di Enrico VIII,
perciò, nessuno stato nella vita offriva agli uomini d’indole cupida ed
ambiziosa uno aspetto così seducente come il presbiterato. Sopraggiunse
poscia una violenta rivoluzione. L’abolizione de’ monasteri privò a un
tratto la Chiesa di gran parte della sua opulenza, e del suo predominio
nella Camera Alta del Parlamento. Un Abate di Glastonbury o un Abate
di Reading, più non si vedevano assisi fra mezzo ai Pari, o padroni
di rendite uguali a quelle d’un ricco Conte. Il principesco splendore
di Guglielmo di Wykeham, e di Guglielmo di Waynflete, era sparito. Il
rosso cappello cardinalizio, la croce bianca del legato apostolico,
non erano più. Il clero avea anco perduta la influenza che è naturale
rimunerazione della superiorità nella cultura intellettuale. Un tempo,
se un uomo sapeva leggere, dicevasi ch’egli aveva preso gli ordini
ecclesiastici. Ma in una età che aveva uomini come Guglielmo Cecil e
Niccola Bacone, Ruggiero Ascham e Tommaso Smith, Gualtiero Mildmay e
Francesco Walsingham, non v’era ragione per chiamare dalle diocesi
loro i prelati onde negoziare trattati, soprintendere alle finanze,
o amministrare la giustizia. Il carattere spirituale non solamente
cessò d’essere una qualificazione per occupare gli alti uffici civili,
ma cominciò ad essere considerato come argomento d’inettitudine. Per
la qual cosa, quei motivi mondani che per innanzi avevano indotto
cotanti egregi, ambiziosi e ben nati giovani ad indossare l’abito
ecclesiastico, cessarono di agire. A quei tempi, nè anche una fra
duecento parrocchie apprestava emolumenti tali, da potersi considerare
come mantenimento d’un individuo di buona famiglia. Vi erano premi
nella Chiesa, ma erano pochi; e anche i maggiori erano bassi, in
paragone della gloria di che un tempo andavano circondati i principi
della gerarchia. La condizione di Parker e Grindal sembrava quella
di un mendicante a coloro che rammentavansi della pompa imperiale di
Wolsley; dei suoi palazzi, che erano diventati abitazioni predilette
del principe, cioè Whitehall e Hampton Court; delle tre ricche mense
che giornalmente erano apparecchiate nel suo refettorio; delle
quarantaquattro sontuose pianete della sua cappella; dei suoi staffieri
coperti di splendide livree, e delle sue guardie del corpo armate
di scuri dorate. Così l’ufficio sacerdotale perdè ogni attrattiva
agli occhi delle alte classi. Nel secolo che seguì l’ascensione di
Elisabetta al trono, quasi nessun uomo di nobile lignaggio entrò
negli ordini sacri. Alla fine del regno di Carlo II, due figli di
Pari erano vescovi; quattro o cinque figli di Pari erano preti, e
tenevano dignità proficue: ma queste rare eccezioni non toglievano
il rimprovero che facevasi al ceto ecclesiastico. Il clero veniva
considerato, nel suo insieme, come classe plebea. E veramente, uno tra
dieci ecclesiastici, che erano preti serventi manuali, faceva la figura
di gentiluomo. Moltissimi di coloro che non avevano beneficii, o gli
avevano sì piccoli da non apprestare i comodi della vita, vivevano
nelle case dei laici. Era da lungo tempo manifesto, che tale costumanza
tendeva a degradare il carattere sacerdotale. Laud erasi sforzato a
porvi rimedio; e Carlo I aveva ripetutamente emanati ordini positivi,
perchè nessuno, tranne gli uomini di alto grado, presumesse di tenere
cappellani domestici.[81] Ma tali ordini erano caduti in disuso. A vero
dire, mentre dominavano i Puritani, molti de’ reietti ministri della
Chiesa Anglicana poterono ottenere pane e ricovero solo impiegandosi
nelle famiglie de’ gentiluomini realisti; e le abitudini formatesi in
que’ torbidi tempi, seguitarono lungamente dopo il ristabilimento della
Monarchia e dell’Episcopato. Nelle case degli uomini di sentimenti
liberali e di culto intelletto, il cappellano era, senza alcun
dubbio, trattato con urbanità e cortesia. La conversazione, i servigi
letterari, i consigli spirituali di lui, erano considerati come ampia
ricompensa per l’alimento, lo alloggio e lo stipendio che riceveva. Ma
non così generalmente operavano i gentiluomini di provincia. Il rozzo
ed ignorante scudiero il quale reputava convenire alla dignità sua
che un ecclesiastico alla sua mensa, vestito degli abiti sacerdotali,
recitasse il rendimento di grazie, trovava il mezzo di conciliare la
dignità con la economia. Un giovine Levita—era questa la frase che
usavasi—si sarebbe potuto avere per il cibo, una stanzaccia e dieci
lire sterline l’anno; e non solamente avrebbe potuto compiere le
funzioni sacerdotali, essere un pazientissimo uditore, e sempre pronto
a giuocare nel buon tempo alle bocce, e nel piovoso alla morella;
ma avrebbe anche potuto far risparmiare la spesa di un giardiniere,
o d’un mozzo di stalla. Ora il reverendo legava gli albicocchi, ed
ora strigliava i cavalli. Rivedeva i conti del maniscalco; correva
dieci miglia a recare un’ambasciata o un fagotto. Gli era concesso di
desinare in compagnia della famiglia; ma doveva contentarsi del pasto
più umile. Poteva riempirsi il ventre di bove salato e carote: ma
appena comparse in tavola le torte e i manicaretti di panna, alzavasi,
e tenevasi da parte finchè venisse chiamato a recitare il rendimento
di grazie per il desinare, al quale in gran parte ei non aveva
partecipato.[82]
Forse, dopo alcuni anni di servizio, gli veniva concesso un beneficio
da bastargli per vivere; ma spesso gli era mestieri comprarlo con una
specie di simonia, che apprestò agl’irrisori inesausta materia di
scherzo per tre o quattro generazioni. Alla concessione della cura
era connesso l’obbligo di prender moglie. La moglie, comunemente,
era stata al servizio del patrono; ed era fortuna se essa non veniva
sospettata di godere i favori di lui. Certo, la natura dei matrimoni
che gli ecclesiastici di quella età avevano costume di fare, è il più
sicuro indizio del posto che l’ordine sacerdotale occupava nel sistema
sociale. Un uomo di Oxford, che scriveva pochi mesi dopo la morte di
Carlo II, querelavasi amaramente, non solo perchè il procuratore e
il farmacista di provincia trattavano con dispregio lo ecclesiastico
di provincia, ma perchè una delle lezioni inculcate con più studio
alle fanciulle di famiglie onorevoli, era di non corrispondere ad un
amante vincolato dagli ordini sacri; e che, ove qualche donzella avesse
posto in oblio tale precetto, rimaneva quasi egualmente disonorata,
che se si fosse resa colpevole d’illeciti amori.[83] Clarendon, che
certamente non odiava la Chiesa, rammenta, come segno della confusione
delle classi prodotta dalla grande ribellione, che alcune damigelle di
famiglie nobili si erano sposate ad ecclesiastici.[84] Una fantesca
era generalmente considerata come la più convenevole compagna di un
parroco. La Regina Elisabetta, come Capo della Chiesa, aveva data una
certa sanzione formale a cotesto pregiudizio, emanando ordini speciali
affinchè nessun chierico presumesse di sposare una fantesca senza il
consenso del padrone o della padrona.[85] Per parecchie generazioni,
quindi, la relazione tra i preti e le serve fu subietto d’infiniti
scherzi; nè sarebbe facile trovare nelle commedie del secolo decimo
settimo un solo esempio di un ecclesiastico che giungesse a sposare
una donna di condizione superiore a quella d’una cuoca.[86] Anche al
tempo di Giorgio II, il più acuto di tutti gli osservatori della vita
e dei costumi umani, ecclesiastico anch’egli, notò che nelle grandi
famiglie il cappellano era il rifugio d’una cameriera, la quale,
macchiato l’onore, avesse perduta ogni speranza di sedurre il maestro
di casa.[87]
Generalmente, lo ecclesiastico che lasciava l’ufficio di cappellano per
avere un beneficio ed una moglie, trovavasi uscito d’una molestia per
entrare in un’altra. Non una in cinquanta prebende, poneva il sacerdote
in condizione di sostenere coi debiti comodi la propria famiglia. Come
i figliuoli crescevano di numero e d’età, la economia di lui facevasi
più misera. L’unica sottana che lo copriva era piena di buchi, nel
tempo stesso che il tetto del presbiterio andava in ruina. Spesso
il suo solo mezzo di procacciarsi il pane quotidiano, era quello di
sudare lavorando il podere della parrocchia, nutrendo maiali e vendendo
concio; nè sempre i suoi estremi sforzi valevano a impedire che gli
esecutori della giustizia gli portassero via il libro delle Concordanze
della Scrittura e il calamaio. Era per lui giorno di letizia quello in
cui veniva ammesso alla cucina di qualche grande famiglia, dove i servi
gli donavano vivande fredde e birra. Educava i propri figliuoli come
quelli del vicino contadiname; i maschi traevansi dietro all’aratro, e
le femmine andavano a servire fuori di casa. Gli riusciva impossibile
studiare; perocchè il prezzo del suo beneficio sarebbe stato appena
bastevole allo acquisto d’una buona biblioteca teologica; e si sarebbe
potuto estimare oltremodo avventurato, se ne’ suoi scaffali avesse
avuti dieci o dodici malandati volumi. In cosiffatte domestiche
strettezze, il più vivo e robusto intelletto si sarebbe logorato.
Certamente, a quei tempi nella Chiesa Anglicana non v’era difetto di
ministri insigni per abilità e dottrina. Ma è da osservarsi che ei
non trovavansi fra mezzo alla popolazione rurale. Erano, altresì,
insieme raccolti in pochi luoghi dove abbondavano i mezzi d’istruirsi,
e dove le occasioni alle vigorose esercitazioni intellettuali erano
frequenti.[88] Quivi potevano trovarsi gli ecclesiastici forniti di
egregie doti, di eloquenza, di vasto sapere nelle lettere, nelle
scienze e negli usi della vita, onde attirare a sè l’attenzione delle
congregazioni frivole e mondane, guidare le deliberazioni dei senati,
e rendere la religione rispettabile anche nella Corte più dissoluta.
Taluni affaticavansi a scandagliare gli abissi della metafisica
teologica; altri erano profondamente versati nella critica degli studi
biblici; e altri gettavano luce sopra i luoghi più oscuri della storia
ecclesiastica. Questi mostravansi maestri consumati nella logica;
quelli coltivavano la rettorica con tale assiduità e prospero successo,
che i loro discorsi si pregiano meritamente come esempi di bello stile.
Cotesti uomini eminenti trovavansi, senza quasi nessuna eccezione,
nelle Università e nelle grandi Cattedrali, o nella Metropoli. Barrow
era di poco morto in Cambridge; Pearson gli era succeduto al seggio
episcopale. Cudworth ed Enrico More vi stavano tuttavia. South e
Pococke, Jane e Aldrich erano in Oxford. Prideaux stava presso Norwich,
e Whitby presso Salisbury. Ma principalmente il clero di Londra, del
quale parlavasi sempre come d’una classe particolare, era quello che
manteneva alla propria professione la fama di dottrina e d’eloquenza.
I principali pergami della metropoli erano occupati, verso quel tempo,
da una schiera d’uomini insigni, fra mezzo ai quali sceglievansi in
gran parte i prelati che governavano la chiesa. Sherlock predicava
nel Tempio, Tillotson a Lincoln’s Inn, Wake e Geremia Collier in
Gray’s Inn, Burnet nel Rolls, Stillingfleet nella Cattedrale di San
Paolo, Patrick in San Paolo a Covent Garden, Fowler in San Gilles a
Cripplegate, Sharp in San Gilles–in–the–Fields, Tenison in San Martino,
Sprat in Santa Margherita, Beveridge in San Pietro a Cornhill. Di
questi dodici oratori, tutti notabilissimi nella storia ecclesiastica,
dieci diventarono vescovi, e quattro arcivescovi. Frattanto, quasi
le sole opere teologiche importanti che uscissero da un presbiterio
rurale, furono quelle di Giorgio Bull, che poscia fu vescovo di
San David; e Bull non le avrebbe mai potute scrivere se non avesse
ereditato una terra, con la vendita della quale potè raccogliere una
biblioteca, quale nessun altro ecclesiastico di provincia possedeva.[89]