Le nostre relazioni con le Corti straniere erano condotte con estrema

economia. Il solo agente diplomatico che avesse titolo d’ambasciatore,

era quello di Costantinopoli, e veniva in parte mantenuto dalla

Compagnia della Turchia. Anche alla Corte di Versailles l’Inghilterra

teneva soltanto un inviato; e non ne aveva di nessuna specie presso

le Corti di Spagna, di Svezia e di Danimarca. La intiera spesa, sotto

questo titolo, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, non poteva

sorpassare di molto le ventimila lire sterline.[55]

X. Questa frugalità non era punto degna di lode. Carlo, secondo suo

costume, era avaro e prodigo a sproposito. Gl’impiegati morivano di

fame, affinchè i cortigiani ingrassassero. Le spese della marina,

dell’artiglieria, delle pensioni assegnate ai vecchi ufficiali

bisognosi, delle legazioni alle Corti straniere, debbono sembrare lievi

agli uomini della presente generazione. Ma i favoriti del sovrano, i

suoi ministri e le loro creature, satollavansi della pubblica pecunia.

Le paghe e pensioni loro, agguagliate alle entrate dei nobili, dei

gentiluomini, degli esercenti professioni o commerci in quel tempo,

sembreranno enormi. La rendita annua dei più grossi possidenti del

Regno, in allora di poco eccedeva le ventimila lire sterline. Il Duca

di Ormond non aveva se non ventiduemila sterline l’anno.[56] Il Duca

di Buckingham, prima che con le sue stravaganze rovinasse il proprio

patrimonio, aveva diciannovemila sterline annue.[57] Giorgio Monk,

Duca di Albemarle, il quale era stato per i suoi insigni servigi

rimunerato con immense concessioni di terre pertinenti alla Corona,

ed era famoso per cupidigia e parsimonia, lasciò quindicimila lire

sterline l’anno in beni fondi, e sessantamila lire in danari, che

probabilmente rendevano il sette per cento.[58] Questi tre duchi erano

reputati i più ricchi sudditi inglesi. Lo arcivescovo di Canterbury

appena poteva avere cinquemila sterline annue.[59] La rendita media

di un Pari secolare estimavasi, da uomini i meglio informati, a circa

tremila sterline; quella d’un baronetto, a novecento; quella di un

membro della Camera de’ Comuni, a meno di ottocento l’anno.[60] Mille

lire sterline annue reputavansi una grossa rendita per un avvocato.

Duemila l’anno appena potevano guadagnarsi nella Corte del Banco del

Re, tranne dai legali della Corona.[61] È quindi manifesto che un

ufficiale era ben pagato, quando riceveva un quarto o un quinto di

ciò che oggi sarebbe un giusto stipendio. Di fatto, nondimeno, gli

stipendi degli alti impiegati erano grossi come sono oggi, e non di

rado maggiori. Il Lord Tesoriere, a modo d’esempio, aveva ottomila

sterline l’anno; e qualvolta il Tesoro era in commissione, ciascuno dei

Lordi più giovani aveva mille e seicento sterline annue. Il pagatore

delle milizie aveva un tanto per lira sterlina—il che ascendeva ad una

somma di cinquemila sterline l’anno—di tutto il danaro che passava per

le sue mani. L’ufficiale, detto _Groom of the Stole_, aveva cinquemila

sterline annue; ciascuno dei Commissari delle Dogane mille e duecento;

i regi ciamberlani mille.[62] Nonostante, la paga ordinaria era la

parte minore dei guadagni di un impiegato di quel tempo. Cominciando

dai nobili che tenevano il bastone bianco e il gran sigillo, fino al

più basso doganiere o stazzatore, ciò che oggi si chiamerebbe enorme

corruzione praticavasi senza maschera e senza rimprovero. Di titoli,

uffici, commissioni, grazie, facevano apertamente mercato i grandi

dignitarii del reame; ed ogni scrivano, in ogni dipartimento, imitava,

come meglio potesse, quel pessimo esempio.

Nel secolo decorso, nessun primo ministro, comunque potente, era

divenuto ricco per ragione d’ufficio; e parecchi ministri distrussero

il proprio patrimonio per sostenere il loro alto grado. Nel secolo

decimosettimo, un uomo di Stato, quando era a capo degli affari,

poteva agevolmente e senza scandalo accumulare in tempo non lungo

una ricchezza ampiamente bastevole al mantenimento di un duca. Egli

è probabile che la rendita del primo ministro, finchè teneva in

mano il potere, eccedesse quella di qualsivoglia altro suddito. Il

posto di Lord Luogotenente d’Irlanda, supponevasi fruttasse quaranta

mila sterline l’anno.[63] I guadagni del Cancelliere Clarendon, di

Arlington, di Lauderdale e di Danby, furono enormi. Il palazzo sontuoso

al quale la plebe di Londra appiccò il soprannome di Casa di Dunkerque,

i magnifici padiglioni, le pescaie, le foreste popolate di cervi, i

giardini d’aranci di Euston, il lusso più che italiano di Ham, con

le sue statue, fontane, uccelliere, erano argomenti che additavano

quale fosse la via più breve per arrivare ad una sterminata opulenza.

Ciò spiega la violenza senza scrupoli, con che gli uomini di Stato di

que’ giorni lottavano per conseguire gli uffici; la tenacità con cui,

malgrado le molestie, le umiliazioni e i pericoli, vi si appigliavano;

e le compiacenze scandalose alle quali abbassavansi per conservarli.

Perfino nell’età nostra, comunque formidabile sia la potenza della

pubblica opinione, e in alto posta la laude d’integrità, vi sarebbe

risico grande di un infausto cangiamento nel carattere dei nostri

uomini pubblici, se l’ufficio di Primo Lord del Tesoro o di Segretario

di Stato fruttasse cento mila lire sterline l’anno. È insigne ventura

per la patria nostra, che gli emolumenti de’ più alti funzionarii non

solo non siano cresciuti in paragone del generale accrescimento della

nostra opulenza, ma siano positivamente scemati.

XI. È cosa strana, e a prima vista parrebbe spaventevole, che la somma

levata in Inghilterra per mezzo delle tasse, siasi, in un periodo

di tempo che non eccede il corso di due lunghe vite, aumentata di

trenta volte. Ma coloro che si sgomentano dello accrescimento delle

pubbliche gravezze, potrebbero forse rassicurarsi ove considerassero

quello de’ mezzi pubblici. Nel 1685, il valore de’ prodotti del suolo

eccedeva il valore di tutti gli altri prodotti della industria umana:

nonostante, l’agricoltura era in quelle condizioni che ai dì nostri

la farebbero chiamare rozza ed imperfetta. Gli aritmetici politici

di quell’età supponevano che la terra arabile, e quella adatta al

pascolo, occupassero poco più della metà di tutta la estensione del

paese.[64] Credevano che il rimanente fosse tutto paludi, foreste e

rocce. Cotesti computi vengono fortemente confermati dagli Itinerarii

e dalle Carte geografiche del secolo diciassettesimo. Da tali libri

e Carte raccogliesi, senza alcun dubbio, che molte strade, le quali

adesso traversano un numero infinito di pometi, di campi da fieno e da

fave, allora passavano traverso a scopeti, macchie e pantani.[65] Nei

paesaggi inglesi disegnati in que’ tempi per il Granduca Cosimo, appena

si vede una siepe d’alberi; e numerosi tratti di terra, ora rigogliosi

per coltivazione, appariscono ignudi come il Piano di Salisbury.[66]

In Enfield, donde è quasi visibile il fumo della capitale, eravi una

regione di venticinque miglia di circuito, che conteneva solo tre

case, e quasi nessun campo chiuso. Ivi i cervi, liberi come in una

foresta d’America, erravano a migliaia.[67] È da notarsi che i grossi

animali selvaggi erano allora molto più numerosi che adesso. Gli ultimi

cignali che mantenevansi per le cacce del Re, e lasciavansi devastare

la terra coltivata, erano stati uccisi dagli esasperati villani, mentre

infuriava la licenza della guerra civile. L’ultimo lupo che vagasse per

la nostra isola, era stato ammazzato in Iscozia, poco tempo innanzi la

fine del regno di Carlo II. Ma molte specie, adesso estinte o rare,

di quadrupedi e di volatili, erano allora comuni. La volpe, la cui

vita in molte Contee è tenuta sacra quasi quanto quella d’una creatura

umana, era considerata come bestia nociva. Oliviero Saint John disse al

Lungo Parlamento, che Strafford dovevasi considerare non come un cervo

o una lepre, da trattarsi con un certo riguardo, ma come una volpe,

che doveva afferrarsi con ogni mezzo, e schiacciarlesi la testa senza

pietà. Questo esempio non sarebbe piacevole, ove fosse applicato ai

gentiluomini di provincia de’ nostri tempi: ma in quei di Saint John

vi erano non rade volte grandi stragi di volpi, alle quali i contadini

correvano in folla con tutti i cani che potessero raccogliere, usavano

trappole e reti, non davano quartiere; e l’uccidere una volpe gravida

consideravasi come azione meritevole della gratitudine del vicinato. I

daini rossi erano allora tanto comuni nelle Contee di Gloucester e di

Hamp, come oggi lo sono in Grampian Hills. La Regina Anna, viaggiando

a Portsmouth, ne vide un branco non minore di cinquecento. Il toro

selvatico con la sua bianca criniera, errava tuttavia in poche foreste

delle contrade meridionali. Il tasso faceva il suo buio e tortuoso foro

in ogni collina folta di fratte e d’arbusti. I gatti selvaggi udivansi

di notte mugolare presso le case de’ guarda–caccia di Wittlebury e

di Needwood. La martora dal fulvo petto, era ancora inseguita in

Cranbourne Chase per la sua pelle, estimata inferiore soltanto a quella

del zibellino. Le aquile di padule, che dalla punta d’un’ala a quella

dell’altra avevano una lunghezza di nove e più piedi, davano la caccia

ai pesci lungo la costa di Norfolk. Per tutti i piani, dal Canale

Britannico fino alla Contea di York, grosse ottarde erravano a branchi

di cinquanta o sessanta, e spesso i cacciatori lanciavano dietro essi

i cani levrieri. Le maremme delle Contee di Cambridge e di Lincoln

rimanevano per alcuni mesi dell’anno coperte da immense torme di gru.

Il progresso dell’agricoltura ha estirpate parecchie di queste razze

d’animali. Di altre, gl’individui sono talmente divenuti rari, che gli

uomini si affollano a mirarne qualcuno, come farebbero d’una tigre del

Bengal o d’un orso delle contrade polari.[68]

Il progresso di questo grande mutamento non può altrove meglio

rintracciarsi, che nel Libro degli Statuti. Il numero degli atti

di chiusure, o partizioni di terre non coltivate, fatti dopo lo

avvenimento di Giorgio II al trono, sorpassa quattro mila. Lo spazio

ripartito per virtù di questi atti, eccede, calcolando moderatamente,

dieci mila miglia quadrate. Quante miglia quadrate di terra che per

innanzi non era coltivata, sono state, nel medesimo periodo, cinte

di siepi e lavorate dai proprietari, senza ricorrere agli atti della

legislatura, può solamente conghietturarsi. Ma pare molto probabile

che una quarta parte dell’Inghilterra, in poco più di cento anni, di

deserto, quale era, sia stata trasformata in giardino.

Anche in que’ luoghi dell’isola che alla fine del regno di Carlo II

erano i meglio coltivati, il modo di lavorare la terra, quantunque

si perfezionasse molto dopo la guerra civile, non era, quale oggidì

si chiamerebbe giudizioso. Finora l’autorità pubblica non ha fatto

nessun passo efficace per indagare qual sia veramente il prodotto

del suolo inglese. È quindi mestieri che lo storico segua, non senza

sospetto, quegli scrittori di statistica che godono sopra gli altri

fama di fedeli e diligenti. Oggimai si crede che un ricolto medio di

grano, segala, orzo, avena e fave, ecceda di molto trenta milioni

di sacca.[69] Il ricolto del grano verrebbe reputato cattivo, se

non fosse maggiore di dodici milioni di sacca. Secondo i calcoli

fatti nel 1696 da Gregorio King, l’intera quantità di grano, segala,

orzo, avena e fave, che allora produceva annualmente il Regno, era

qualche cosa meno di dieci milioni di sacca. Egli stimava il grano,

che allora coltivavasi nei terreni più forti, e consumavasi soltanto

dagli uomini agiati, non fosse meno di due milioni di sacca. Carlo

Davenant, politico sottile e bene informato, quantunque affatto privo

di principii morali ed astioso, differiva da King rispetto ad alcuni

punti del calcolo, ma riusciva alle stesse conclusioni generali.[70]

Lo avvicendare delle seminagioni, era imperfettamente conosciuto.

Sapevasi, a dir vero, che alcuni vegetabili, di recente introdotti

nella nostra isola, in ispecie la rapa, apprestavano buon nutrimento in

tempo di verno alle pecore e ai buoi; ma non era anche uso di nutrire

in quel modo gli animali. Non era, dunque, facile serbarli vivi nella

stagione in cui l’erba scarseggia. Uccidevansi e salavansi in gran

numero appena incominciato il freddo; e per parecchi mesi, nè anche i

gentiluomini gustavano quasi mai cibo animale fresco, tranne caccia

e pesci di fiume, che, per conseguenza, nelle provvisioni domestiche

erano cose più importanti che non sono ne’ tempi presenti. Raccogliesi

dal Libro di Famiglia di Northumberland, come nel regno di Enrico

VII, anche i gentiluomini addetti ai servigi di un gran conte, non

mangiassero mai carne fresca, tranne per breve intervallo di tempo,

da mezza state al dì di San Michele. Ma nel corso di due secoli era

seguito un miglioramento; e, regnante Carlo II, non prima della fine di

novembre le famiglie facevano le loro provvisioni di carne salata, che

allora chiamavasi bove di San Martino.[71]

Le pecore e i buoi di quel tempo erano piccoli in paragone di quelli

che adesso si vedono ne’ nostri mercati.[72] I nostri cavalli indigeni,

quantunque adatti ai servigi, erano tenuti in poca stima e vendevansi

a basso prezzo. Coloro che hanno meglio estimata la ricchezza

nazionale, credono che, su per giù, non valessero più di cinquanta

scellini ciascuno. Le razze forestiere venivano grandemente preferite.

I giannetti spagnuoli erano considerati come i migliori cavalli di

battaglia, ed importati fra noi per usi di lusso e di guerra. I cocchi

dell’aristocrazia venivano tirati da cavalle fiamminghe, le quali,

conforme credevasi, trattavano con grazia particolare, e reggevano,

meglio che le altre bestie cresciute nell’isola nostra, alla fatica di

trascinare un pesante equipaggio sopra i ruvidi selciati di Londra.

Nè i moderni cavalli da carrozza, nè quelli da corsa conoscevansi

a que’ tempi. Assai dopo, i progenitori de’ giganteschi quadrupedi

che tutti gli stranieri annoverano fra le principali maraviglie di

Londra, furono importati dalle maremme di Walcheren, e i progenitori di

Childers e di Eclipse dalle sabbie dell’Arabia. Ciò non ostante, già

esisteva fra i nostri nobili e gentiluomini la passione delle corse.

La importanza di migliorare le nostre razze col mescolamento di nuovo

sangue, era fortemente sentita; ed a tale scopo, si fece venire nel

nostro paese un numero considerevole di barberi. Due uomini altamente

reputati in siffatte materie, voglio dire il Duca di Newcastle e Sir

Giovanni Fenwick, affermarono che il più spregevole cavallo di Tangeri

avrebbe prodotta una razza assai più bella, di quel che si fosse potuto

sperare dal migliore stallone delle nostre razze natie. Non avrebbero

agevolmente creduto che giungerebbe un tempo in cui i principi e i

nobili degli Stati vicini dovessero ricercare i cavalli d’Inghilterra,

come gl’Inglesi avevano ricercati quelli di Barberia.[73]

XII. Lo accrescimento de’ prodotti vegetabili ed animali, benchè fosse

grande, sembra piccolo in paragone di quello della nostra ricchezza

minerale. Nel 1685, lo stagno di Cornwall, che due mila e più anni

innanzi aveva attirate le navi di Tiro oltre le Colonne di Ercole,

era tuttavia uno de’ più valevoli prodotti sotterranei dell’isola.

La quantità che annualmente se ne estraeva dalla terra, ascendeva,

alcuni anni dopo, a mille e seicento tonnellate; probabilmente circa

il terzo di quanto oggidì se n’estrae.[74] Ma le vene di rame,

che trovansi nella medesima regione, erano, a tempo di Carlo II,

onninamente neglette, nè alcun possidente di terra ne teneva conto

nell’estimo de’ suoi poderi. Cornwall e Galles ora rendono circa

quindicimila tonnellate di rame l’anno, che valgono pressochè un

milione e mezzo di lire sterline; cioè quanto dire circa il doppio

del prodotto annuo di tutte le miniere inglesi, di qualunque specie

si fossero, nel secolo diciassettesimo.[75] Il primo strato di sale

minerale era stato scoperto, non molto tempo dopo la Restaurazione, in

Cheshire; ma non pare che in quell’età vi si lavorasse. Il sale che

estraevasi dalle fosse marine, non era molto stimato. Le caldaie in

cui manifatturavasi, esalavano un puzzo sulfureo; e lasciatosi affatto

svaporare, la sostanza che ne rimaneva, era appena adatta ad usarsi nei

cibi. I medici ascrivevano a cotesto malsano condimento le infermità

scorbutiche e polmonari, allora comuni fra gl’Inglesi. Di rado, quindi,

ne facevano uso le classi alte e le medie; ed il buon sale veniva

trasportato regolarmente, e in quantità considerevole, dalla Francia in

Inghilterra. Oggimai, le nostre sorgenti e miniere non solo bastano ai

nostri immensi bisogni, ma mandano annualmente ai paesi stranieri più

di settecento milioni di libbre di eccellente sale.[76]

D’assai maggiore importanza è stato il miglioramento de’ nostri lavori

di ferro. Tali lavori esistevano da lungo tempo nell’isola nostra,

ma non avevano prosperato, e non erano guardati di buon occhio dal

Governo e dal pubblico. Non costumavasi allora di adoperare il carbone

fossile per fondere i minerali; e la rapida consumazione delle legna

recava timore agli uomini politici. Regnante Elisabetta, vi erano

stati lamenti, vedendosi intere foreste cadere sotto la scure per

nutrimento delle fornaci; ed il Parlamento aveva inibito ai manifattori

di bruciare legna. Le manifatture quindi languirono. Verso la fine del

regno di Carlo II, gran parte del ferro che adoperavasi nel paese,

vi era importato di fuori, e tutta la quantità che se ne faceva tra

noi, sembra che non eccedesse dieci mila tonnellate. Ai dì nostri il

traffico si reputa in pessima condizione se il prodotto annuo è minore

di un milione di tonnellate.[77]

Rimane a ricordare un minerale forse più importante del ferro stesso.

Il carbon fossile, comecchè pochissimo usato in ogni specie di

manifattura, era già il combustibile ordinario in alcuni distretti che

avevano la ventura di possederne grandi strati, e nella metropoli,

alla quale poteva essere agevolmente trasportato per mare. E’ sembra

ragionevole il credere, che almeno mezza la quantità che allora se

n’estraeva, consumavasi in Londra. Il consumo di Londra agli scrittori

di quell’età sembrava enorme, e spesso ne facevano ricordo come prova

della grandezza della città capitale. Non isperavano quasi d’essere

creduti, quando affermavano che duecento ottanta mila caldroni,[78]

ovvero circa trecento cinquanta mila tonnellate, nell’ultimo anno del

regno di Carlo II, furono trasportati al Tamigi. Adesso, la metropoli

ne consuma a un di presso tre milioni e mezzo l’anno; e l’intero

prodotto annuo, non può, computando moderatamente, estimarsi a meno di

trenta milioni di tonnellate.[79]

XIII. Mentre cosiffatti grandi mutamenti progredivano, la rendita

della terra, come era da aspettarsi, veniva sempre crescendo. In

alcuni distretti si è moltiplicata fino al decuplo: in altri si è solo

raddoppiata: facendo un computo generale, potrebbe affermarsi che si è

quadruplicata.

Gran parte della rendita era divisa fra i gentiluomini di provincia,

che formavano una classe di persone, delle quali la posizione e il

carattere giova moltissimo chiaramente intendere; poichè la influenza e

le passioni loro, in diverse occasioni di grave momento, decisero delle

sorti della nazione.

Andremmo errati se c’immaginassimo gli scudieri del secolo

decimosettimo come uomini esattamente somiglievoli ai loro discendenti;

cioè i membri della Contea, e i presidenti delle sessioni di quartiere,

che ben conosciamo. Il moderno gentiluomo di provincia, generalmente,

viene educato alle liberali discipline; da una scuola cospicua passa ad

un cospicuo collegio, ed ha tutti i mezzi di diventare un uomo dotto.

Per lo più, ha fatto qualche viaggio in paesi stranieri; ha passato una

parte considerevole della sua vita nella metropoli; e reca con sè in

provincia i delicati costumi di quella. Forse non è specie d’abitazione

piacevole quanto la casa rurale del gentiluomo inglese. Nei parchi

e nei giardini, la natura, abbellita e non deturpata dall’arte, si

mostra nella sua forma più seducente. Negli edifizi, il buon senso

e l’ottimo gusto si dànno la mano a produrre una felice armonia di

comodi e di grazia. Le pitture, i musicali strumenti, la biblioteca,

verrebbero in ogni altro paese considerati come prova che testifichi,

il padrone essere uomo eminentemente culto e compíto. Un gentiluomo

di provincia, all’epoca della Rivoluzione, aveva di entrata circa la

quarta parte di quella che le sue terre rendono adesso ai suoi posteri.

Paragonato ai quali, egli era dunque un uomo povero, generalmente

costretto a risiedere, salvo qualche interruzione di tempo, nelle

sue terre. Viaggiare sul continente, tener casa in Londra, o anche

visitarla spesso, erano piaceri che soli potevano gustare i grandi

proprietari. Potrebbe sicuramente affermarsi, che degli scudieri, i cui

nomi erano allora nelle Commissioni di Pace e Luogotenenza, nè anche

uno fra venti andava alla città una volta in cinque anni, o aveva mai

in vita sua viaggiato fino a Parigi. Molti proprietari di signorie

erano stati educati in modo poco diverso da quello de’ loro servitori.

Lo erede di una terra, spesso passava la fanciullezza e gioventù sua

nella residenza della famiglia sotto maestri non migliori de’ mozzi

di stalla e dei guarda–caccia, ed appena imparava tanto da apporre

la propria firma ad un mandato di deposito. Se andava a scuola o in

collegio, generalmente tornava, prima di compiere il suo ventesimo

anno, alla vecchia sala di famiglia; dove, qualvolta la natura non gli

fosse stata prodiga di insigni doti, tosto fra i piaceri e le faccende

della campagna, dimenticava gli studi accademici. La precipua fra le

sue occupazioni serie era la cura de’ propri beni. Esaminava mostre di

grano, governava maiali, e ne’ dì di mercato patteggiava, col boccale

dinanzi, con mercanti di bestie e venditori di luppoli. I suoi migliori

piaceri consistevano comunemente nei diporti campestri, e nei non

delicati diletti sensuali. Il suo linguaggio e la sua pronunzia erano

tali, quali oggi troveremmo sulle labbra de’ più ignoranti contadini.

I giuramenti, gli scherzi grossolani, i vocaboli scurrili erano da lui

profferiti coll’accento specifico del dialetto della sua provincia.

Era facile distinguere alle prime parole, s’egli venisse dalla Contea

di Sommerset, o da quella di York. Davasi poco pensiero di ornare

la propria abitazione; e qualvolta tentava farlo, quasi sempre la

rendeva più deforme. La mondiglia della corte della fattoria giaceva

accumulata sotto le finestre della sua stanza da letto, e i cavoli

e l’uva spina crescevano da presso all’uscio della sua sala. Sopra

la sua tavola vedevasi una rozza abbondanza, e gli ospiti vi erano

cordialmente trattati. Ma, poichè il costume di bere eccessivamente era

comune nella classe alla quale egli apparteneva, e poichè i suoi averi

non gli concedevano d’inebriare ogni dì con vini di Bordeaux o delle

Canarie le numerose brigate, la bevanda ordinaria era birra fortissima.

La quantità che se ne consumava in quei giorni era veramente enorme.

Imperciocchè la birra per le classi medie e le basse era in quel tempo

non solo ciò che è per noi la birra, ma ciò che sono il vino, il thè e

i liquori spiritosi. Solo nelle grandi case e nelle grandi occasioni

i beveraggi stranieri ornavano i banchetti. Le donne della famiglia,

le quali comunemente badavano a cucinare il pranzo, appena divorate le

vivande, sparivano, lasciando gli uomini al bicchiere ed alla pipa.

Questi ruvidi sollazzi del dopo desinare, spesso prolungavansi finchè i

commensali cadevano sonnolenti presso la mensa.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 26 / 58 段