economia. Il solo agente diplomatico che avesse titolo d’ambasciatore,
era quello di Costantinopoli, e veniva in parte mantenuto dalla
Compagnia della Turchia. Anche alla Corte di Versailles l’Inghilterra
teneva soltanto un inviato; e non ne aveva di nessuna specie presso
le Corti di Spagna, di Svezia e di Danimarca. La intiera spesa, sotto
questo titolo, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, non poteva
sorpassare di molto le ventimila lire sterline.[55]
X. Questa frugalità non era punto degna di lode. Carlo, secondo suo
costume, era avaro e prodigo a sproposito. Gl’impiegati morivano di
fame, affinchè i cortigiani ingrassassero. Le spese della marina,
dell’artiglieria, delle pensioni assegnate ai vecchi ufficiali
bisognosi, delle legazioni alle Corti straniere, debbono sembrare lievi
agli uomini della presente generazione. Ma i favoriti del sovrano, i
suoi ministri e le loro creature, satollavansi della pubblica pecunia.
Le paghe e pensioni loro, agguagliate alle entrate dei nobili, dei
gentiluomini, degli esercenti professioni o commerci in quel tempo,
sembreranno enormi. La rendita annua dei più grossi possidenti del
Regno, in allora di poco eccedeva le ventimila lire sterline. Il Duca
di Ormond non aveva se non ventiduemila sterline l’anno.[56] Il Duca
di Buckingham, prima che con le sue stravaganze rovinasse il proprio
patrimonio, aveva diciannovemila sterline annue.[57] Giorgio Monk,
Duca di Albemarle, il quale era stato per i suoi insigni servigi
rimunerato con immense concessioni di terre pertinenti alla Corona,
ed era famoso per cupidigia e parsimonia, lasciò quindicimila lire
sterline l’anno in beni fondi, e sessantamila lire in danari, che
probabilmente rendevano il sette per cento.[58] Questi tre duchi erano
reputati i più ricchi sudditi inglesi. Lo arcivescovo di Canterbury
appena poteva avere cinquemila sterline annue.[59] La rendita media
di un Pari secolare estimavasi, da uomini i meglio informati, a circa
tremila sterline; quella d’un baronetto, a novecento; quella di un
membro della Camera de’ Comuni, a meno di ottocento l’anno.[60] Mille
lire sterline annue reputavansi una grossa rendita per un avvocato.
Duemila l’anno appena potevano guadagnarsi nella Corte del Banco del
Re, tranne dai legali della Corona.[61] È quindi manifesto che un
ufficiale era ben pagato, quando riceveva un quarto o un quinto di
ciò che oggi sarebbe un giusto stipendio. Di fatto, nondimeno, gli
stipendi degli alti impiegati erano grossi come sono oggi, e non di
rado maggiori. Il Lord Tesoriere, a modo d’esempio, aveva ottomila
sterline l’anno; e qualvolta il Tesoro era in commissione, ciascuno dei
Lordi più giovani aveva mille e seicento sterline annue. Il pagatore
delle milizie aveva un tanto per lira sterlina—il che ascendeva ad una
somma di cinquemila sterline l’anno—di tutto il danaro che passava per
le sue mani. L’ufficiale, detto _Groom of the Stole_, aveva cinquemila
sterline annue; ciascuno dei Commissari delle Dogane mille e duecento;
i regi ciamberlani mille.[62] Nonostante, la paga ordinaria era la
parte minore dei guadagni di un impiegato di quel tempo. Cominciando
dai nobili che tenevano il bastone bianco e il gran sigillo, fino al
più basso doganiere o stazzatore, ciò che oggi si chiamerebbe enorme
corruzione praticavasi senza maschera e senza rimprovero. Di titoli,
uffici, commissioni, grazie, facevano apertamente mercato i grandi
dignitarii del reame; ed ogni scrivano, in ogni dipartimento, imitava,
come meglio potesse, quel pessimo esempio.
Nel secolo decorso, nessun primo ministro, comunque potente, era
divenuto ricco per ragione d’ufficio; e parecchi ministri distrussero
il proprio patrimonio per sostenere il loro alto grado. Nel secolo
decimosettimo, un uomo di Stato, quando era a capo degli affari,
poteva agevolmente e senza scandalo accumulare in tempo non lungo
una ricchezza ampiamente bastevole al mantenimento di un duca. Egli
è probabile che la rendita del primo ministro, finchè teneva in
mano il potere, eccedesse quella di qualsivoglia altro suddito. Il
posto di Lord Luogotenente d’Irlanda, supponevasi fruttasse quaranta
mila sterline l’anno.[63] I guadagni del Cancelliere Clarendon, di
Arlington, di Lauderdale e di Danby, furono enormi. Il palazzo sontuoso
al quale la plebe di Londra appiccò il soprannome di Casa di Dunkerque,
i magnifici padiglioni, le pescaie, le foreste popolate di cervi, i
giardini d’aranci di Euston, il lusso più che italiano di Ham, con
le sue statue, fontane, uccelliere, erano argomenti che additavano
quale fosse la via più breve per arrivare ad una sterminata opulenza.
Ciò spiega la violenza senza scrupoli, con che gli uomini di Stato di
que’ giorni lottavano per conseguire gli uffici; la tenacità con cui,
malgrado le molestie, le umiliazioni e i pericoli, vi si appigliavano;
e le compiacenze scandalose alle quali abbassavansi per conservarli.
Perfino nell’età nostra, comunque formidabile sia la potenza della
pubblica opinione, e in alto posta la laude d’integrità, vi sarebbe
risico grande di un infausto cangiamento nel carattere dei nostri
uomini pubblici, se l’ufficio di Primo Lord del Tesoro o di Segretario
di Stato fruttasse cento mila lire sterline l’anno. È insigne ventura
per la patria nostra, che gli emolumenti de’ più alti funzionarii non
solo non siano cresciuti in paragone del generale accrescimento della
nostra opulenza, ma siano positivamente scemati.
XI. È cosa strana, e a prima vista parrebbe spaventevole, che la somma
levata in Inghilterra per mezzo delle tasse, siasi, in un periodo
di tempo che non eccede il corso di due lunghe vite, aumentata di
trenta volte. Ma coloro che si sgomentano dello accrescimento delle
pubbliche gravezze, potrebbero forse rassicurarsi ove considerassero
quello de’ mezzi pubblici. Nel 1685, il valore de’ prodotti del suolo
eccedeva il valore di tutti gli altri prodotti della industria umana:
nonostante, l’agricoltura era in quelle condizioni che ai dì nostri
la farebbero chiamare rozza ed imperfetta. Gli aritmetici politici
di quell’età supponevano che la terra arabile, e quella adatta al
pascolo, occupassero poco più della metà di tutta la estensione del
paese.[64] Credevano che il rimanente fosse tutto paludi, foreste e
rocce. Cotesti computi vengono fortemente confermati dagli Itinerarii
e dalle Carte geografiche del secolo diciassettesimo. Da tali libri
e Carte raccogliesi, senza alcun dubbio, che molte strade, le quali
adesso traversano un numero infinito di pometi, di campi da fieno e da
fave, allora passavano traverso a scopeti, macchie e pantani.[65] Nei
paesaggi inglesi disegnati in que’ tempi per il Granduca Cosimo, appena
si vede una siepe d’alberi; e numerosi tratti di terra, ora rigogliosi
per coltivazione, appariscono ignudi come il Piano di Salisbury.[66]
In Enfield, donde è quasi visibile il fumo della capitale, eravi una
regione di venticinque miglia di circuito, che conteneva solo tre
case, e quasi nessun campo chiuso. Ivi i cervi, liberi come in una
foresta d’America, erravano a migliaia.[67] È da notarsi che i grossi
animali selvaggi erano allora molto più numerosi che adesso. Gli ultimi
cignali che mantenevansi per le cacce del Re, e lasciavansi devastare
la terra coltivata, erano stati uccisi dagli esasperati villani, mentre
infuriava la licenza della guerra civile. L’ultimo lupo che vagasse per
la nostra isola, era stato ammazzato in Iscozia, poco tempo innanzi la
fine del regno di Carlo II. Ma molte specie, adesso estinte o rare,
di quadrupedi e di volatili, erano allora comuni. La volpe, la cui
vita in molte Contee è tenuta sacra quasi quanto quella d’una creatura
umana, era considerata come bestia nociva. Oliviero Saint John disse al
Lungo Parlamento, che Strafford dovevasi considerare non come un cervo
o una lepre, da trattarsi con un certo riguardo, ma come una volpe,
che doveva afferrarsi con ogni mezzo, e schiacciarlesi la testa senza
pietà. Questo esempio non sarebbe piacevole, ove fosse applicato ai
gentiluomini di provincia de’ nostri tempi: ma in quei di Saint John
vi erano non rade volte grandi stragi di volpi, alle quali i contadini
correvano in folla con tutti i cani che potessero raccogliere, usavano
trappole e reti, non davano quartiere; e l’uccidere una volpe gravida
consideravasi come azione meritevole della gratitudine del vicinato. I
daini rossi erano allora tanto comuni nelle Contee di Gloucester e di
Hamp, come oggi lo sono in Grampian Hills. La Regina Anna, viaggiando
a Portsmouth, ne vide un branco non minore di cinquecento. Il toro
selvatico con la sua bianca criniera, errava tuttavia in poche foreste
delle contrade meridionali. Il tasso faceva il suo buio e tortuoso foro
in ogni collina folta di fratte e d’arbusti. I gatti selvaggi udivansi
di notte mugolare presso le case de’ guarda–caccia di Wittlebury e
di Needwood. La martora dal fulvo petto, era ancora inseguita in
Cranbourne Chase per la sua pelle, estimata inferiore soltanto a quella
del zibellino. Le aquile di padule, che dalla punta d’un’ala a quella
dell’altra avevano una lunghezza di nove e più piedi, davano la caccia
ai pesci lungo la costa di Norfolk. Per tutti i piani, dal Canale
Britannico fino alla Contea di York, grosse ottarde erravano a branchi
di cinquanta o sessanta, e spesso i cacciatori lanciavano dietro essi
i cani levrieri. Le maremme delle Contee di Cambridge e di Lincoln
rimanevano per alcuni mesi dell’anno coperte da immense torme di gru.
Il progresso dell’agricoltura ha estirpate parecchie di queste razze
d’animali. Di altre, gl’individui sono talmente divenuti rari, che gli
uomini si affollano a mirarne qualcuno, come farebbero d’una tigre del
Bengal o d’un orso delle contrade polari.[68]
Il progresso di questo grande mutamento non può altrove meglio
rintracciarsi, che nel Libro degli Statuti. Il numero degli atti
di chiusure, o partizioni di terre non coltivate, fatti dopo lo
avvenimento di Giorgio II al trono, sorpassa quattro mila. Lo spazio
ripartito per virtù di questi atti, eccede, calcolando moderatamente,
dieci mila miglia quadrate. Quante miglia quadrate di terra che per
innanzi non era coltivata, sono state, nel medesimo periodo, cinte
di siepi e lavorate dai proprietari, senza ricorrere agli atti della
legislatura, può solamente conghietturarsi. Ma pare molto probabile
che una quarta parte dell’Inghilterra, in poco più di cento anni, di
deserto, quale era, sia stata trasformata in giardino.
Anche in que’ luoghi dell’isola che alla fine del regno di Carlo II
erano i meglio coltivati, il modo di lavorare la terra, quantunque
si perfezionasse molto dopo la guerra civile, non era, quale oggidì
si chiamerebbe giudizioso. Finora l’autorità pubblica non ha fatto
nessun passo efficace per indagare qual sia veramente il prodotto
del suolo inglese. È quindi mestieri che lo storico segua, non senza
sospetto, quegli scrittori di statistica che godono sopra gli altri
fama di fedeli e diligenti. Oggimai si crede che un ricolto medio di
grano, segala, orzo, avena e fave, ecceda di molto trenta milioni
di sacca.[69] Il ricolto del grano verrebbe reputato cattivo, se
non fosse maggiore di dodici milioni di sacca. Secondo i calcoli
fatti nel 1696 da Gregorio King, l’intera quantità di grano, segala,
orzo, avena e fave, che allora produceva annualmente il Regno, era
qualche cosa meno di dieci milioni di sacca. Egli stimava il grano,
che allora coltivavasi nei terreni più forti, e consumavasi soltanto
dagli uomini agiati, non fosse meno di due milioni di sacca. Carlo
Davenant, politico sottile e bene informato, quantunque affatto privo
di principii morali ed astioso, differiva da King rispetto ad alcuni
punti del calcolo, ma riusciva alle stesse conclusioni generali.[70]
Lo avvicendare delle seminagioni, era imperfettamente conosciuto.
Sapevasi, a dir vero, che alcuni vegetabili, di recente introdotti
nella nostra isola, in ispecie la rapa, apprestavano buon nutrimento in
tempo di verno alle pecore e ai buoi; ma non era anche uso di nutrire
in quel modo gli animali. Non era, dunque, facile serbarli vivi nella
stagione in cui l’erba scarseggia. Uccidevansi e salavansi in gran
numero appena incominciato il freddo; e per parecchi mesi, nè anche i
gentiluomini gustavano quasi mai cibo animale fresco, tranne caccia
e pesci di fiume, che, per conseguenza, nelle provvisioni domestiche
erano cose più importanti che non sono ne’ tempi presenti. Raccogliesi
dal Libro di Famiglia di Northumberland, come nel regno di Enrico
VII, anche i gentiluomini addetti ai servigi di un gran conte, non
mangiassero mai carne fresca, tranne per breve intervallo di tempo,
da mezza state al dì di San Michele. Ma nel corso di due secoli era
seguito un miglioramento; e, regnante Carlo II, non prima della fine di
novembre le famiglie facevano le loro provvisioni di carne salata, che
allora chiamavasi bove di San Martino.[71]
Le pecore e i buoi di quel tempo erano piccoli in paragone di quelli
che adesso si vedono ne’ nostri mercati.[72] I nostri cavalli indigeni,
quantunque adatti ai servigi, erano tenuti in poca stima e vendevansi
a basso prezzo. Coloro che hanno meglio estimata la ricchezza
nazionale, credono che, su per giù, non valessero più di cinquanta
scellini ciascuno. Le razze forestiere venivano grandemente preferite.
I giannetti spagnuoli erano considerati come i migliori cavalli di
battaglia, ed importati fra noi per usi di lusso e di guerra. I cocchi
dell’aristocrazia venivano tirati da cavalle fiamminghe, le quali,
conforme credevasi, trattavano con grazia particolare, e reggevano,
meglio che le altre bestie cresciute nell’isola nostra, alla fatica di
trascinare un pesante equipaggio sopra i ruvidi selciati di Londra.
Nè i moderni cavalli da carrozza, nè quelli da corsa conoscevansi
a que’ tempi. Assai dopo, i progenitori de’ giganteschi quadrupedi
che tutti gli stranieri annoverano fra le principali maraviglie di
Londra, furono importati dalle maremme di Walcheren, e i progenitori di
Childers e di Eclipse dalle sabbie dell’Arabia. Ciò non ostante, già
esisteva fra i nostri nobili e gentiluomini la passione delle corse.
La importanza di migliorare le nostre razze col mescolamento di nuovo
sangue, era fortemente sentita; ed a tale scopo, si fece venire nel
nostro paese un numero considerevole di barberi. Due uomini altamente
reputati in siffatte materie, voglio dire il Duca di Newcastle e Sir
Giovanni Fenwick, affermarono che il più spregevole cavallo di Tangeri
avrebbe prodotta una razza assai più bella, di quel che si fosse potuto
sperare dal migliore stallone delle nostre razze natie. Non avrebbero
agevolmente creduto che giungerebbe un tempo in cui i principi e i
nobili degli Stati vicini dovessero ricercare i cavalli d’Inghilterra,
come gl’Inglesi avevano ricercati quelli di Barberia.[73]
XII. Lo accrescimento de’ prodotti vegetabili ed animali, benchè fosse
grande, sembra piccolo in paragone di quello della nostra ricchezza
minerale. Nel 1685, lo stagno di Cornwall, che due mila e più anni
innanzi aveva attirate le navi di Tiro oltre le Colonne di Ercole,
era tuttavia uno de’ più valevoli prodotti sotterranei dell’isola.
La quantità che annualmente se ne estraeva dalla terra, ascendeva,
alcuni anni dopo, a mille e seicento tonnellate; probabilmente circa
il terzo di quanto oggidì se n’estrae.[74] Ma le vene di rame,
che trovansi nella medesima regione, erano, a tempo di Carlo II,
onninamente neglette, nè alcun possidente di terra ne teneva conto
nell’estimo de’ suoi poderi. Cornwall e Galles ora rendono circa
quindicimila tonnellate di rame l’anno, che valgono pressochè un
milione e mezzo di lire sterline; cioè quanto dire circa il doppio
del prodotto annuo di tutte le miniere inglesi, di qualunque specie
si fossero, nel secolo diciassettesimo.[75] Il primo strato di sale
minerale era stato scoperto, non molto tempo dopo la Restaurazione, in
Cheshire; ma non pare che in quell’età vi si lavorasse. Il sale che
estraevasi dalle fosse marine, non era molto stimato. Le caldaie in
cui manifatturavasi, esalavano un puzzo sulfureo; e lasciatosi affatto
svaporare, la sostanza che ne rimaneva, era appena adatta ad usarsi nei
cibi. I medici ascrivevano a cotesto malsano condimento le infermità
scorbutiche e polmonari, allora comuni fra gl’Inglesi. Di rado, quindi,
ne facevano uso le classi alte e le medie; ed il buon sale veniva
trasportato regolarmente, e in quantità considerevole, dalla Francia in
Inghilterra. Oggimai, le nostre sorgenti e miniere non solo bastano ai
nostri immensi bisogni, ma mandano annualmente ai paesi stranieri più
di settecento milioni di libbre di eccellente sale.[76]
D’assai maggiore importanza è stato il miglioramento de’ nostri lavori
di ferro. Tali lavori esistevano da lungo tempo nell’isola nostra,
ma non avevano prosperato, e non erano guardati di buon occhio dal
Governo e dal pubblico. Non costumavasi allora di adoperare il carbone
fossile per fondere i minerali; e la rapida consumazione delle legna
recava timore agli uomini politici. Regnante Elisabetta, vi erano
stati lamenti, vedendosi intere foreste cadere sotto la scure per
nutrimento delle fornaci; ed il Parlamento aveva inibito ai manifattori
di bruciare legna. Le manifatture quindi languirono. Verso la fine del
regno di Carlo II, gran parte del ferro che adoperavasi nel paese,
vi era importato di fuori, e tutta la quantità che se ne faceva tra
noi, sembra che non eccedesse dieci mila tonnellate. Ai dì nostri il
traffico si reputa in pessima condizione se il prodotto annuo è minore
di un milione di tonnellate.[77]
Rimane a ricordare un minerale forse più importante del ferro stesso.
Il carbon fossile, comecchè pochissimo usato in ogni specie di
manifattura, era già il combustibile ordinario in alcuni distretti che
avevano la ventura di possederne grandi strati, e nella metropoli,
alla quale poteva essere agevolmente trasportato per mare. E’ sembra
ragionevole il credere, che almeno mezza la quantità che allora se
n’estraeva, consumavasi in Londra. Il consumo di Londra agli scrittori
di quell’età sembrava enorme, e spesso ne facevano ricordo come prova
della grandezza della città capitale. Non isperavano quasi d’essere
creduti, quando affermavano che duecento ottanta mila caldroni,[78]
ovvero circa trecento cinquanta mila tonnellate, nell’ultimo anno del
regno di Carlo II, furono trasportati al Tamigi. Adesso, la metropoli
ne consuma a un di presso tre milioni e mezzo l’anno; e l’intero
prodotto annuo, non può, computando moderatamente, estimarsi a meno di
trenta milioni di tonnellate.[79]
XIII. Mentre cosiffatti grandi mutamenti progredivano, la rendita
della terra, come era da aspettarsi, veniva sempre crescendo. In
alcuni distretti si è moltiplicata fino al decuplo: in altri si è solo
raddoppiata: facendo un computo generale, potrebbe affermarsi che si è
quadruplicata.
Gran parte della rendita era divisa fra i gentiluomini di provincia,
che formavano una classe di persone, delle quali la posizione e il
carattere giova moltissimo chiaramente intendere; poichè la influenza e
le passioni loro, in diverse occasioni di grave momento, decisero delle
sorti della nazione.
Andremmo errati se c’immaginassimo gli scudieri del secolo
decimosettimo come uomini esattamente somiglievoli ai loro discendenti;
cioè i membri della Contea, e i presidenti delle sessioni di quartiere,
che ben conosciamo. Il moderno gentiluomo di provincia, generalmente,
viene educato alle liberali discipline; da una scuola cospicua passa ad
un cospicuo collegio, ed ha tutti i mezzi di diventare un uomo dotto.
Per lo più, ha fatto qualche viaggio in paesi stranieri; ha passato una
parte considerevole della sua vita nella metropoli; e reca con sè in
provincia i delicati costumi di quella. Forse non è specie d’abitazione
piacevole quanto la casa rurale del gentiluomo inglese. Nei parchi
e nei giardini, la natura, abbellita e non deturpata dall’arte, si
mostra nella sua forma più seducente. Negli edifizi, il buon senso
e l’ottimo gusto si dànno la mano a produrre una felice armonia di
comodi e di grazia. Le pitture, i musicali strumenti, la biblioteca,
verrebbero in ogni altro paese considerati come prova che testifichi,
il padrone essere uomo eminentemente culto e compíto. Un gentiluomo
di provincia, all’epoca della Rivoluzione, aveva di entrata circa la
quarta parte di quella che le sue terre rendono adesso ai suoi posteri.
Paragonato ai quali, egli era dunque un uomo povero, generalmente
costretto a risiedere, salvo qualche interruzione di tempo, nelle
sue terre. Viaggiare sul continente, tener casa in Londra, o anche
visitarla spesso, erano piaceri che soli potevano gustare i grandi
proprietari. Potrebbe sicuramente affermarsi, che degli scudieri, i cui
nomi erano allora nelle Commissioni di Pace e Luogotenenza, nè anche
uno fra venti andava alla città una volta in cinque anni, o aveva mai
in vita sua viaggiato fino a Parigi. Molti proprietari di signorie
erano stati educati in modo poco diverso da quello de’ loro servitori.
Lo erede di una terra, spesso passava la fanciullezza e gioventù sua
nella residenza della famiglia sotto maestri non migliori de’ mozzi
di stalla e dei guarda–caccia, ed appena imparava tanto da apporre
la propria firma ad un mandato di deposito. Se andava a scuola o in
collegio, generalmente tornava, prima di compiere il suo ventesimo
anno, alla vecchia sala di famiglia; dove, qualvolta la natura non gli
fosse stata prodiga di insigni doti, tosto fra i piaceri e le faccende
della campagna, dimenticava gli studi accademici. La precipua fra le
sue occupazioni serie era la cura de’ propri beni. Esaminava mostre di
grano, governava maiali, e ne’ dì di mercato patteggiava, col boccale
dinanzi, con mercanti di bestie e venditori di luppoli. I suoi migliori
piaceri consistevano comunemente nei diporti campestri, e nei non
delicati diletti sensuali. Il suo linguaggio e la sua pronunzia erano
tali, quali oggi troveremmo sulle labbra de’ più ignoranti contadini.
I giuramenti, gli scherzi grossolani, i vocaboli scurrili erano da lui
profferiti coll’accento specifico del dialetto della sua provincia.
Era facile distinguere alle prime parole, s’egli venisse dalla Contea
di Sommerset, o da quella di York. Davasi poco pensiero di ornare
la propria abitazione; e qualvolta tentava farlo, quasi sempre la
rendeva più deforme. La mondiglia della corte della fattoria giaceva
accumulata sotto le finestre della sua stanza da letto, e i cavoli
e l’uva spina crescevano da presso all’uscio della sua sala. Sopra
la sua tavola vedevasi una rozza abbondanza, e gli ospiti vi erano
cordialmente trattati. Ma, poichè il costume di bere eccessivamente era
comune nella classe alla quale egli apparteneva, e poichè i suoi averi
non gli concedevano d’inebriare ogni dì con vini di Bordeaux o delle
Canarie le numerose brigate, la bevanda ordinaria era birra fortissima.
La quantità che se ne consumava in quei giorni era veramente enorme.
Imperciocchè la birra per le classi medie e le basse era in quel tempo
non solo ciò che è per noi la birra, ma ciò che sono il vino, il thè e
i liquori spiritosi. Solo nelle grandi case e nelle grandi occasioni
i beveraggi stranieri ornavano i banchetti. Le donne della famiglia,
le quali comunemente badavano a cucinare il pranzo, appena divorate le
vivande, sparivano, lasciando gli uomini al bicchiere ed alla pipa.
Questi ruvidi sollazzi del dopo desinare, spesso prolungavansi finchè i
commensali cadevano sonnolenti presso la mensa.