della legalità. Furono anco accompagnati da un atto inteso a calmare
il timore che molti sudditi leali sentivano dello avvenimento al trono
d’un sovrano papista. Lady Anna, figlia minore del Duca di York del
primo letto, fu data in sposa a Giorgio principe della Casa ortodossa
di Danimarca. I gentiluomini Tory e il clero potevano adesso fermamente
sperare che la Chiesa d’Inghilterra si trovasse efficacemente
assicurata, senza essere stato minimamente violato l’ordine della
successione. Il Re e lo erede del trono erano a un di presso di eguale
età. Ambidue avvicinavansi agli anni in cui la vita declina. La salute
del Re era buona. Era quindi probabile, che Giacomo, se mai ascendesse
al trono, regnerebbe poco tempo. Dietro il suo regno, scorgevasi il
lieto spettacolo d’una lunga serie di Sovrani Protestanti.
La libertà della stampa era di poco o di nessun utile alla parte
vinta; perocchè l’indole dei giudici e dei giurati era tale, che
nessuno scrittore, ove dal Governo fosse accusato di calunnia, aveva
probabilità di andare assoluto. Però la paura della pena faceva tutto
lo effetto che avrebbe potuto produrre la censura. Frattanto, i pulpiti
risuonavano di arringhe contro il peccato di ribellione. Gli scritti
in cui Filmer sosteneva che il dispotismo ereditario era la forma di
Governo ordinata da Dio, e che la monarchia limitata era assurdità
perniciosa, erano pur allora usciti alla luce, ed avevano ottenuto il
favore di molti individui del partito Tory. La università di Oxford,
nel giorno stesso in cui Russell fu tratto a morte, adottò con un atto
solenne quelle strane dottrine, ed ordinò che le opere politiche di
Buchanan, di Milton e di Baxter, fossero pubblicamente bruciate nella
corte delle Scuole.
Così imbaldanzito, il Re finalmente rischiossi a varcare i confini
che per alcuni anni aveva rispettati, e a violare la lettera della
legge. La legge voleva, che non più di tre anni dovessero trascorrere
dalla dissoluzione di un Parlamento alla convocazione di un altro. Ma
scorsi tre anni dopo disciolto il Parlamento di Oxford, non si videro
decreti per la nuova elezione. Questo violare la Costituzione era più
biasimevole, in quanto il Re aveva poca cagione a temere d’una nuova
Camera di Comuni. Le Contee, generalmente, parteggiavano per lui; e
molti borghi ne’ quali i Whig poco innanzi avevano predominato, erano
stati talmente ricostituiti, che, certo, non avrebbero eletti se non
rappresentanti cortigiani.
LXII. Poco dopo, la legge venne nuovamente violata onde compiacere al
Duca di York. Cotesto principe era, in parte per la sua religione,
e in parte per la severità ed asprezza dell’indole sua, cotanto
impopolare, che erasi stimato necessario di asconderlo agli occhi di
tutti nel tempo che discutevasi in Parlamento la Legge d’Esclusione:
altrimenti, il suo mostrarsi in pubblico avrebbe giovato il partito che
lottava a privarlo del diritto ereditario. Era perciò stato mandato
a governare la Scozia, dove il fiero e vecchio tiranno Lauderdale
era sull’orlo del sepolcro. E perfino Lauderdale allora fu vinto in
ferocia. L’amministrazione di Giacomo acquistò infame rinomanza per
leggi odiose, per barbari castighi e per giudicii d’iniquità, ai quali
anche in quel tempo non era nulla di simile. Il Consiglio Privato di
Scozia aveva potestà di porre alla tortura i prigionieri di Stato. Ma
appena comparivano gli stivali, la loro vista eccitava tanto terrore,
che anche i cortigiani più servili e duri di cuore uscivano frettolosi
dalla sala. Il seggio talvolta rimaneva deserto; ed infine, fu reputato
necessario ordinare che in simiglianti occasioni i Consiglieri
rimanessero al loro posto. Notavasi che il Duca di York pareva
dilettarsi di uno spettacolo, al quale parecchi de’ peggiori uomini che
allora vivessero non potevano assistere senza commiserazione ed orrore.
Egli non solo andava al Consiglio ogni qualvolta doveva infliggersi
la tortura, ma attendeva all’agonia dei martoriati con quella specie
d’interesse e di compiacenza, con che gli uomini contemplano uno
sperimento scientifico. Così governò in Edimburgo, finchè l’esito del
conflitto tra la Corte e i Whig non fu più dubbio. Allora ritornò in
Inghilterra; ma rimase, per virtù dell’Atto di Prova, escluso tuttavia
da ogni pubblico ufficio; nè il Re stimò sano consiglio in prima
violare uno Statuto, che la maggior parte de’ sudditi a lui più fidi
consideravano come una delle principali guarentigie de’ diritti civili
e della religione loro. Quando, nondimeno, parve manifesto, dopo molti
esperimenti, che la nazione aveva la pazienza di sopportare ogni cosa
che il Governo avesse coraggio di fare, Carlo provossi a porre da parte
la legge, a favore del proprio fratello. Il Duca riebbe il suo seggio
in Consiglio, e riassunse il governo delle faccende navali.
LXIII. Queste infrazioni della Costituzione eccitarono veramente
qualche mormorio fra i Tory moderati, mentre non erano unanimemente
approvate neanche dai Ministri del Re. In ispecie Halifax—adesso fatto
Marchese e Lord Guardasigilli—fino dal giorno nel quale i Tory, mercè
di lui, erano divenuti predominanti, aveva cominciato a farsi Whig.
Appena rigettata la Legge d’Esclusione, insistette perchè la Camera de’
Lordi provvedesse contro il pericolo, a cui, nel prossimo regno, le
libertà e la religione della patria potevano rimanere esposte. Vedeva
ora con timore la violenza di quella Reazione, che in non poca parte
era opera sua. Non si studiò di nascondere l’onta ch’egli sentiva
delle servili dottrine della università d’Oxford. Detestava l’Alleanza
Francese: disapprovava il lungo indugio a convocare il Parlamento:
dolevasi della severità con che la parte vinta era trattata. Egli che,
mentre predominavano i Whig, erasi rischiato a dichiarare Stafford non
reo, rischiossi, mentre essi erano vinti e derelitti, ad intercedere
a pro’ di Russell. In uno degli ultimi Consigli tenuti da Carlo,
segui una notabilissima scena. Lo Statuto di Massachusetts era stato
confiscato. Sorse questione sul modo in che verrebbe per lo avvenire
governata quella colonia. Opinavano quasi tutti i consiglieri, che
l’intero potere legislativo ed esecutivo dovesse rimanere nella
mani del principe. Halifax opinò diversamente, e ragionò con gran
vigoria d’argomenti contro la monarchia assoluta, e a favore del
governo rappresentativo. Era inutile, diceva egli, il pensare che una
popolazione, uscita dalla razza inglese, ed animata da sentimenti
inglesi, volesse lungamente tollerare di rimaner priva d’istituzioni
inglesi. A che gioverebbe, egli esclamava, vivere in un paese dove
la libertà e gli averi fossero soggetti allo arbitrio di un despota?
Il Duca di York infiammossi di collera a siffatte parole, e mostrò
al fratello il pericolo di mantenere in ufficio un uomo che sembrava
infetto delle pessime idee di Marvell e di Sidney.
Taluni moderni scrittori hanno biasimato Halifax per essere rimasto
nel Ministero, mentre disapprovava il modo cui gli affari interni ed
esterni erano condotti. Ma tale biasimo è ingiusto. Ed è da notarsi
che la parola Ministero, nel senso in che oggi si usa, era allora
sconosciuta.[26] La cosa stessa non esisteva, perocchè essa appartiene
ad una età in cui il governo parlamentare è pienamente stabilito. Ai
dì nostri, i principali servitori della Corona formano un solo corpo.
S’intende ch’essi siano in termini di amichevole fiducia fra loro,
e concordino intorno ai principii massimi che debbono dirigere il
potere esecutivo. Se sorge fra loro una lieve differenza d’opinione,
agevolmente patteggiano; ma, ove uno di loro diverga dagli altri
sopra un punto vitale, è suo debito rinunciare all’ufficio. Finchè
egli lo ritiene, è considerato come responsabile anche degli atti che
si è studiato d’impedire. Nel secolo decimosettimo, i capi de’ vari
dipartimenti dell’amministrazione non erano siffattamente vincolati.
Ciascuno di loro doveva rendere conto degli atti propri, dell’uso
ch’ei faceva del suo sigillo ufficiale, de’ documenti cui apponeva
la propria firma, de’ consigli che dava al Re. Nessun uomo di Stato
era tenuto responsabile di ciò ch’egli non aveva fatto, nè indotto
altri a fare. S’egli aveva cura di non essere partecipe di ciò che era
ingiusto, e se, consultato, commendava soltanto ciò ch’era giusto,
andava scevro di biasimo. Sarebbe stato considerato come un suo strano
scrupolo lo abbandonare il posto, ove il suo signore non seguisse il
consiglio di lui in cose che non fossero strettamente pertinenti al suo
dipartimento: lasciare, per modo d’esempio, lo Ammiragliato, perchè le
finanze trovavansi disordinate; o il Tesoro, perchè le relazioni del
Regno con le Potenze straniere erano in condizioni poco soddisfacenti.
Non era, perciò, cosa affatto insolita il vedere negli alti uffici
in un tempo medesimo uomini che apertamente differissero, l’uno
dall’altro, in opinione, come Pultenay differiva da Walpole, o Fox da
Pitt.
LXIV. I consigli moderati e costituzionali di Halifax furono
timidamente e debolmente secondati da Francesco North, Lord Guildford,
che di recente era stato fatto Guardasigilli. Il carattere di
Guildford è stato disegnato ampiamente da suo fratello Ruggiero North,
intollerantissimo Tory, e scrittore molto affettato e pedante; ma
vigile osservatore di tutte quelle minuzie che gettano luce sulle
inclinazioni degli uomini. È da notarsi che il biografo, quantunque
sottostasse alla influenza della più forte parzialità fraterna, e
comunque desiderasse pennelleggiare un lusinghiero ritratto, non potè
ritrarre il Lord Guardasigilli altramente che come il più ignobile
degli uomini. Nondimeno, Guildford aveva lucido intelletto, grande
arte, buon corredo di lettere e di scienze, e moltissima dottrina
legale. I suoi difetti erano l’egoismo, la codardia e la bassezza.
Non era insensibile alla magia della beltà femminile, nè aborriva
dallo eccesso nel vino. E nulladimeno, nè vino nè beltà poterono mai
spingere il cauto e frugale libertino, anche negli anni suoi giovanili,
ad un solo slancio di generosità indiscreta. Benchè fosse di nobile
lignaggio, elevossi nella propria professione tributando omaggi
ignominiosi a tutti coloro che avevano influenza nelle Corti. Divenne
Capo Giudice dei Piati Comuni, e come tale fu parte ne’ più iniqui
assassinii giuridici di cui si serbi ricordo nella storia nostra.
Egli aveva senno bastevole a discernere fino da principio che Oates e
Bedloe erano impostori: ma il Parlamento e il paese erano grandemente
eccitati; il Governo aveva ceduto alla pressura; e North non era uomo
da porre a repentaglio, per amore della giustizia e dell’umanità,
un buon posto. Per la qual cosa, mentre in secreto scriveva una
confutazione del romanzo della Congiura papale, dichiarava in pubblico
la storiella essere vera e chiara come la luce del sole; e non vergognò
d’imporre dal seggio della giustizia agli sventurati Cattolici Romani,
i quali gli stavano dinanzi incolpati di delitti capitali. Finalmente,
era pervenuto a conseguire il più alto ufficio nelle Leggi. Ma un
legale, che dopo di essere stato per molti anni tutto dedito allo
esercizio della propria professione, si volga alla politica per la
prima volta in età avanzata, rade volte riesce insigne uomo di Stato; e
Guildford non fa eccezione a questa regola generale. Sentiva tanto la
propria dappocaggine, che non intervenne mai alle adunanze de’ colleghi
intorno agli affari esteri. Anche nelle questioni concernenti la sua
professione, le opinioni sue erano di meno peso in Consiglio, che
quelle di chiunque abbia mai tenuto il Gran Sigillo. Nondimeno, quella
tal quale influenza ch’egli esercitava, adoperò, fin dove osava di
farlo, a favore delle leggi.
Il principale avversario di Halifax era Lorenzo Hyde, che era stato,
poco innanzi, creato Conte di Rochester. Tra tutti i Tory, Rochester
era il più intollerante e contrario ad ogni accordo. I membri moderati
del suo partito dolevansi che tutti gli uffici del Tesoro, mentre egli
ne era Primo Commissario, venissero concessi agli zelanti, i cui soli
diritti ad essere promossi consistevano nel bere a confusione de’ Whig,
e nell’accendere fuochi di gioia e bruciarvi la Legge d’Esclusione.
Il Duca di York, satisfatto di uno spirito che tanto gli somigliava,
sosteneva con passione ed ostinazione il proprio cognato.
I tentativi che i Ministri rivali facevano a vincersi e supplantarsi
scambievolmente, tenevano perennemente agitata la Corte. Halifax
instava presso il Re perchè convocasse il Parlamento, a concedere una
generale amnistia, a privare il Duca di York d’ogni partecipazione al
Governo, a richiamare Monmouth dallo esilio, a romperla con Luigi,
ed a stringere l’unione con la Olanda, giusta i principii della
Triplice Alleanza. Il Duca di York, dall’altro canto, temeva lo
adunarsi del Parlamento, abborriva i vinti Whig con tenace rancore,
sperava tuttavia che il disegno formato quattordici anni innanzi in
Dover potesse mandarsi ad esecuzione, mostrava ogni giorno al proprio
fratello la inconvenevolezza di patire che un uomo il quale in cuore
era repubblicano tenesse il Gran Sigillo, e proponeva calorosamente
Rochester come adattato al grande ufficio di Lord Tesoriere.
Mentre le due fazioni si travagliavano, Godolphin, cauto, tacito,
laborioso, tenevasi neutrale fra quelle. Sunderland, con la sua solita
irrequieta perfidia, intrigava contro ambedue. Era stato cacciato
d’ufficio per avere votato in favore della Legge d’Esclusione, ma era
stato ribenedetto mercè i buoni uffici della Duchessa di Portsmouth e
lo strisciarsi attorno al Duca di York, ed era di nuovo Segretario di
Stato.
LXV. Nè Luigi rimaneva spensierato o inoperoso. Ogni cosa allora
correva prospera ai suoi disegni. Non aveva nulla a temere dallo Impero
Germanico, che allora pugnava contro i Turchi sul Danubio. La Olanda,
priva dell’altrui sostegno, non poteva rischiarsi ad avversarlo. Era,
quindi, libero di appagare la propria sfrenata ambizione ed insolenza.
S’impossessò di Dixmude e di Courtray: mitragliò Lussemburgo: volle
che la Repubblica di Genova si prostrasse umiliata ai suoi piedi. La
potenza francese in quel tempo era giunta al grado più alto al quale
mai, o prima o poi, si elevasse ne’ dieci secoli che dividono il regno
di Carlomagno da quello di Napoleone. Non era facile il dire dove si
sarebbe fermato, se gli fosse riuscito di tenere la sola Inghilterra
in istato di vassallaggio. Il primo scopo della Corte di Versailles,
quindi, era quello d’impedire la convocazione del Parlamento, e la
concordia dei partiti inglesi. A ciò fare, fu larghissima di doni, di
promesse, di minacce. Carlo talvolta era sedotto dalla speranza d’un
sussidio, e tal’altra spaventato da chi gli ripeteva, che, convocando
le Camere, gli articoli secreti del trattato di Dover verrebbero
divulgati. Parecchi Consiglieri vennero comprati; e tentossi anche, ma
indarno, di comprare Halifax. Trovatolo incorruttibile, la Legazione
Francese adoperò ogni arte ed influenza a farlo sloggiare dall’ufficio;
ma il suo spirito squisito e le sue rare doti lo avevano reso così caro
al proprio signore, che il disegno della Francia andò in fallo.[27]
Halifax non era pago di starsi in sulle difese. Accusò apertamente
Rochester di malversazione. Si fece una inchiesta. Si conobbe che
quarantamila lire sterline s’erano perdute per pessima amministrazione
del Primo Lord del Tesoro. A cagione di siffatta scoperta, non solo gli
fu forza abbandonare la speranza ch’egli aveva di conseguire il bastone
bianco, ma gli fu tolta la direzione delle finanze, e venne trasferito
al posto, maggiormente onorifico ma meno lucroso, di Lord Presidente.
«Io ho veduto uomini cacciati a calci giù per le scale,» disse Halifax,
«ma Milord Rochester è il primo individuo che io abbia veduto salire su
a calci.» Godolphin, adesso fatto Pari, divenne Primo Commissario del
Tesoro.
LXVI. Nondimeno, la contesa seguitava. L’esito dipendeva dal volere di
Carlo; e Carlo non poteva venire ad una deliberazione. Nel suo perpetuo
ondeggiare, prometteva ogni cosa ad ognuno. Starebbe fido alla Francia:
la romperebbe con essa: non convocherebbe mai un altro Parlamento:
darebbe ordini che si spedissero senza indugio i decreti per la
convocazione del Parlamento. Assicurava il Duca di York, che Halifax
sarebbe cacciato via; ed Halifax, che il Duca di York verrebbe mandato
in Iscozia. In pubblico affettava ira implacabile contro Monmouth, ed
in privato mandava a Monmouth assicurazioni d’inalterabile affetto.
Quanto tempo avrebbe durato questa esitazione, ove il Re avesse
seguitato a vivere, e a che partito si sarebbe egli attenuto, può
solamente congetturarsi. Nel 1685, mentre le parti avverse attendevano
ansiose la regia deliberazione, egli morì, e si aperse una nuova
scena. In pochi mesi, gli eccessi del Governo cancellarono dalle menti
del pubblico la memoria degli eccessi della opposizione. La Reazione
violenta che aveva prostrata la parte Whig, fu seguita da una Reazione
anche più violenta in senso opposto; e certi segni, da non essere presi
in abbaglio, mostravano che il gran conflitto fra la prerogativa della
Corona e i privilegi del Parlamento, era per terminare.
CAPITOLO TERZO.
SOMMARIO.
I. Grande mutamento nelle condizioni dell’Inghilterra dal 1685 in
poi.—II. Popolazione dell’Inghilterra nel 1685.—III. L’aumento della
popolazione è maggiore nelle contrade settentrionali, che nelle
meridionali.—IV. Rendita nel 1685.—V. Sistema militare.—VI. La
Flotta.—VII. L’Artiglieria.—VIII. Spese non effettive.—IX. Spese del
governo civile.—X. Grossi guadagni dei cortigiani e de’ Ministri.—XI.
Condizioni dell’agricoltura.—XII. Ricchezze minerali del paese.—XIII.
Aumento della rendita; i Gentiluomini delle provincie.—XIV. Il
Clero.—XV. I piccoli possidenti di terre.—XVI. Ingrandimento delle
città; Bristol.—XVII. Norwich.—XVIII. Altre città di provincia.—XIX.
Manchester.—XX. Leads.—XXI. Sheffield.—XXII. Birmingham.—XXIII.
Liverpool.—XXIV. I bagni di Cheltenham, Brighton, Buxton.—XXV. Tunbridge
Well.—XXVI. Bath.—XXVII. Londra.—XXVIII. La città.—XXIX. Il quartiere
di moda nella capitale.—XXX. Polizia di Londra.—XXXI. Illuminazione
di Londra.—XXXII. I Frati bianchi.—XXXIII. La Corte.—XXXIV. Le
botteghe da Caffè.—XXXV. Difficoltà di viaggiare.—XXXVI Cattiva
condizione delle strade.—XXXVII. Carrozze da viaggio.—XXXVIII.
Ladroni.—XXXIX. Locande.—XL. L’Ufficio Postale.—XLI. Gazzette.—XLII.
Lettere.—XLIII. L’Osservatore—XLIV. Scarsità di libri ne’ luoghi di
provincia.—XLV Educazione delle donne.—XLVI. Cultura letteraria de’
Gentiluomini.—XLVII. Influenza della letteratura francese.—XLVIII.
Immoralità dell’amena letteratura d’Inghilterra.—XLIX. Condizioni delle
scienze in Inghilterra.—L. Condizioni delle arti belle—LI. Condizioni
del popolo basso; paga de’ contadini.—LII. Paga de’ manifattori.—LIII.
Fatica de’ fanciulli nelle manifatture.—LIV. Paghe degli artigiani di
varie classi.—LV. Numero de’ poveri.—– LVI. Beneficii per il popolo
basso derivati dalla civiltà.—LVII. Inganno che conduce gli uomini a
esagerare la felicità delle generazioni precedenti.
I. Intendo descrivere in questo Capitolo le condizioni dell’Inghilterra
nel tempo in cui la Corona da Carlo II passò al suo fratello.
Tale descrizione, fatta sopra magri e dispersi materiali, deve
necessariamente essere imperfetta. Nondimeno, varrà forse a correggere
talune false nozioni, le quali renderebbero il racconto che segue,
inintelligibile o poco istruttivo.