Petizionisti, Esclusionisti. I partigiani del Re dicevansi
Anti–Birminghams, Aborrenti, Tantivies. Siffatti vocaboli presto
caddero in disuso: ma in quel tempo furono primamente uditi due
soprannomi, i quali, comecchè in origine si proferissero ad insulto,
vennero poco dopo assunti con orgoglio, sono tuttavia d’uso
giornaliero, si sono estesi con la razza inglese, e dureranno quanto
la inglese letteratura. È circostanza curiosa come uno di cotesti
soprannomi fosse d’origine scozzese, ed irlandese l’altro. In Iscozia,
come in Irlanda, il cattivo Governo aveva fatto nascere bande di uomini
disperati, la ferocia dei quali era accresciuta dallo entusiasmo
religioso. In Iscozia, parecchi dei Convenzionisti perseguitati,
resi frenetici dall’oppressione, avevano poco innanzi assassinato il
Primate, prese le armi contro il Governo, riportato qualche vantaggio
contro le forze regie; e non erano stati domati fino a che Monmouth,
a capo di alcune milizie d’Inghilterra, gli aveva rotti a Bothwell
Bridge. Questi zelanti erano numerosissimi fra i rustici delle pianure
occidentali, e volgarmente venivano chiamati _Whig_. Così il nome di
_Whig_, dato ai presbiteriani zelanti di Scozia, venne applicato a
quei politici inglesi che mostravansi disposti ad avversare la Corte,
ed a trattare con indulgenza i protestanti non–conformisti. Nel tempo
stesso, le maremme dell’Irlanda apprestavano rifugio ai papisti
banditi; simili molto a coloro che poscia si dissero _Whiteboys_.
Cotesti uomini allora chiamavansi _Tory_. Il nome di _Tory_ venne
perciò apposto a quegli Inglesi che ricusavano di cooperare ad
escludere dal trono un Principe cattolico romano.
La rabbia delle fazioni ostili sarebbe stata abbastanza violenta,
quand’anco si fosse lasciata operare da sè. Ma fu studiosamente
esasperata dal comune nemico. Luigi seguitava a comperare e lusingare
in un tempo la Corte e la opposizione. Esortava Carlo a tener fermo;
esortava Giacomo ad accendere la guerra civile nella Scozia: esortava
i Whig a non desistere, ed a riposare con fiducia sopra la protezione
della Francia.
Fra mezzo a tanta agitazione, un occhio giudizioso si sarebbe potuto
accorgere come la pubblica opinione venisse a poco a poco cangiando.
La persecuzione de’ Cattolici romani continuava; ma le convinzioni
non erano più in uso. Una nuova genia di falsi testimoni, tra’ quali
il più notevole era un ribaldo chiamato Dangerfield, infestava i
tribunali. Ma le storielle di costoro, benchè fossero meglio congegnate
di quella d’Oates, erano meno credute. I giurati più non erano corrivi
a prestar fede, come lo erano stati durante il timore panico che
aveva tenuto dietro allo assassinio di Godfrey; e i giudici, i quali,
mentre la frenesia popolare era giunta al massimo grado erano stati
ossequiosissimi strumenti di quella, arrischiavansi adesso a palesare
in parte le proprie opinioni.
LIV. Finalmente, nell’ottobre del 1680, adunossi il Parlamento. I Whig
avevano una così grande maggioranza nella Camera dei Comuni, che la
Legge d’Esclusione passò senza difficoltà. Il Re appena sapeva quali
fossero i membri del suo Gabinetto, de’ quali potesse far conto. Hyde
era rimasto fedele alle sue opinioni di Tory, ed aveva fermamente
sostenuta la causa della monarchia ereditaria. Ma Godolphin, desideroso
di tranquillità, e credendo di non poterla ottenere se non se per mezzo
della concessione, desiderava che la legge passasse. Sunderland, sempre
perfido e poco veggente, inetto a scernere i segni della reazione
che s’appressava, ed ansioso di riconciliarsi al partito che a lui
pareva invincibile, deliberò di votare contro la Corte. La Duchessa di
Portsmouth supplicava il suo reale amante a non correre diritto alla
propria rovina. Se v’era cosa intorno alla quale egli avesse scrupolo
di coscienza e d’onore, ella era la questione della successione: ma per
alcuni giorni e’ parve volesse cedere. Ondeggiava, e chiedeva quale
somma di danari i Comuni gli darebbero se egli cedesse; e permise che
si aprissero negoziati coi principali Whig. Ma la profonda vicendevole
diffidenza, che era venuta sempre crescendo, ed era stata con grande
studio alimentata dalle arti della Francia, rese impossibile ogni
trattato. Nessuna delle parti voleva affidarsi all’altra.
LV. La intera nazione, con ansia indicibile, teneva l’occhio fisso
alla Camera de’ Lordi. La congrega de’ Pari era numerosa. Il Re stesso
era lì presente. Le discussioni furono lunghe, ardenti, e di quando
in quando furiose. Parecchi recarono la mano all’elsa della propria
spada, in modo da richiamare alla memoria la immagine de’ procellosi
Parlamenti di Enrico III e di Riccardo II. A Shaftesbury e ad Essex
si congiunse il perfido Sunderland. Ma il genio di Halifax vinse
ogni opposizione. Abbandonato da’ principali fra’ suoi colleghi, ed
avversato da una falange di insigni antagonisti, difese la causa del
Duca di York con parecchie orazioni, le quali, molti anni dipoi erano
rammentate come capolavori di ragionamento, di brio e d’eloquenza. Rade
volte avviene che l’arte oratoria cangi i voti: eppure, il testimonio
de’ contemporanei non lascia dubbio nessuno che, in cotesta occasione,
i voti cangiaronsi mercè l’arte oratoria di Halifax. I Vescovi, fedeli
alle proprie dottrine, sostennero il principio del diritto ereditario,
e la legge venne rigettata a gran maggioranza di voti.[24]
La parte che preponderava nella Camera de’ Comuni, amaramente umiliata
da cotesta sconfitta, trovò qualche compenso spargendo il sangue de’
Cattolici romani. Guglielmo Howard, visconte Stafford, uno degli
infelici già accusati come complici della congiura, fu condotto al
tribunale de’ suoi pari; e sullo attestato di Oates e di due altri
falsi testimoni, Dugdale e Turberville, fu giudicato colpevole di alto
tradimento, e dannato a morire. Ma le circostanze del suo processo e
della sua morte avrebbero dovuto essere d’utile ammonimento ai capi
de’ Whig. Una grande e rispettabile minoranza nella Camera de’ Lordi
lo dichiarò non reo. La moltitudine, che pochi mesi innanzi aveva
ricevute le estreme confessioni delle vittime di Oates con esecrazione
e scherno, ora diceva a voce alta che Stafford moriva assassinato.
Quando egli col suo ultimo respiro protestò della propria innocenza,
gli astanti gridavano: «Dio vi benedica, Milord! Noi vi crediamo,
Milord.» Un osservatore giudicioso avrebbe potuto agevolmente predire,
che il sangue che allora versavasi, tra breve tempo verrebbe espiato
dal sangue.
LVI. Il Re deliberò di provare un’ altra volta lo espediente di
sciogliere il Parlamento. Ne convocò un altro, che doveva radunarsi in
Oxford nel marzo 1681. Dai giorni de’ Plantageneti in poi, le Camere
avevano sempre tenute le loro sessioni in Westminster, tranne ne’
tempi in cui la peste infuriava nella metropoli; ma una congiuntura
così straordinaria sembrava richiedere straordinarie cautele. Se il
Parlamento si fosse ragunato nel luogo consueto, la Camera de’ Comuni
si sarebbe potuta dichiarare in permanenza, ed avrebbe invocato l’aiuto
de’ magistrati e de’ cittadini di Londra. Le milizie civiche avrebbero
potuto sorgere a difendere Shaftesbury, come quaranta anni avanti erano
sorte a difendere Pym e Hampden. Le guardie avrebbero potuto essere
vinte, la reggia forzata, il Re prigioniero nelle mani de’ suoi sudditi
ribelli. Tale pericolo non era da temersi in Oxford. La università era
devota alla Corona; e i gentiluomini delle vicinanze erano generalmente
Tory. Quivi, dunque, la opposizione, più che il Re, aveva ragione di
temere la violenza.
Le elezioni furono subietto di ardenti contrasti. I Whig tuttavia
formavano la maggioranza nella Camera de’ Comuni; ma era manifesto
che lo spirito Tory veniva celeremente sorgendo in tutto il paese. E’
parrebbe che il sagace e versatile Shaftesbury avesse dovuto prevedere
il cangiarsi de’ tempi, ed assentire ai patti offerti dalla Corte;
ma sembra che avesse posta in dimenticanza la sua antica strategia.
Invece di provvedere in guisa, che, nel peggiore evento, egli avesse
sicura la propria ritirata, prese tale una posizione, che gli era forza
o vincere o perire. Forse il suo cervello, comunque fortissimo, era
stato travolto dalla popolarità, dal successo e dallo eccitamento del
conflitto. Forse aveva dato di sprone al proprio partito tanto, da non
poterlo più dominare, ed era veramente trascinato da coloro che egli
sembrava condurre.
LVII. Giunse il gran giorno. L’adunanza d’Oxford somigliava più presto
ad una Dieta polacca, che a un Parlamento inglese. I rappresentanti
Whig apparvero scortati da gran numero de’ loro affittuari e servitori,
in armi e montati a cavallo, i quali scambiavano sguardi di diffidenza
con le guardie regie. La più lieve provocazione, in cosiffatte
circostanze, avrebbe prodotta la guerra civile; ma nessuna delle due
parti si attentò di dare il primo colpo. Il Re di nuovo offerse di
consentire ogni cosa, fuorchè la Legge d’Esclusione. I Comuni erano
deliberati di non accettare null’altro che la Legge d’Esclusione. Dopo
pochi giorni, il Parlamento fu nuovamente disciolto.
Il Re aveva trionfato. La Reazione, che era incominciata alcuni mesi
innanzi che s’adunassero le Camere in Oxford, si accrebbe rapidamente.
La nazione, a dir vero, rimaneva sempre ostile al papismo: ma quando
i cittadini richiamarono ad esame tutta la storia della congiura, si
accorsero come il loro zelo protestante gli avesse fatti trascorrere
alla demenza e al delitto, e appena potevano credere d’essere stati
spinti da alcune novelle da balia a gridare al sangue de’ loro
concittadini e fratelli cristiani. E davvero, i più leali non potevano
negare che l’amministrazione di Carlo fosse spesse volte stata degna
di biasimo. Ma coloro che non conoscevano pienamente come noi le
relazioni di lui con la Francia, e che aborrivano dalle violenze dei
Whig, enumeravano le ampie concessioni da lui fatte negli ultimi anni
al Parlamento, e le concessioni anche più ampie che avea dichiarato
di voler fare. Aveva assentito alle leggi che escludevano i Cattolici
Romani dalla Camera de’ Lordi, dal Consiglio Privato, ed agli uffici
civili e militari. Aveva approvato l’Atto dell’_Habeas Corpus_. Se
non s’erano per anche fatti provvedimenti contro i pericoli ai quali
la Costituzione e la Chiesa potevano essere esposte sotto un Sovrano
cattolico romano, la colpa non era di Carlo, che aveva invitato il
Parlamento a proporre le opportune guarentigie, ma di quei Whig i quali
avevano ricusato di aderire a qualunque provvisione da sostituirsi alla
Legge d’Esclusione. Una sola cosa aveva il Re negata al suo popolo.
Aveva ricusato di annullare il diritto ereditario del fratello. E non
v’erano buone ragioni a credere che tale rifiuto nascesse da sentimenti
lodevoli? Di quale motivo d’egoismo poteva la stessa fazione addebitare
l’animo del Re? La Legge d’Esclusione non iscemava le prerogative nè le
entrate del Principe regnante. Veramente, approvandola, avrebbe potuto
facilmente ottenere un ampio accrescimento alle sue proprie rendite.
E che poteva ciò importare a colui che regnasse dopo? Inoltre, se
Carlo aveva predilezioni personali, tutti sapevano ch’egli prediligeva
il Duca di Monmouth sopra il Duca di York. E però, il modo più
naturale di spiegare la condotta del Re sembrava essere che, comunque
ei fosse d’indole spensierata e di bassa morale, aveva, in quel!’
occasione, operato secondo gl’impulsi del dovere e dell’onore. E se
era così, poteva la nazione costringerlo a fare ciò ch’egli reputava
criminoso e disonorevole? Violentargli, anche con mezzi strettamente
costituzionali, la coscienza, ai realisti zelanti sembrava atto poco
generoso ed indebito. Ma i mezzi strettamente costituzionali non erano
i soli ai quali i Whig volevano appigliarsi. Vedevansi già segni tali,
che facevano presagire lo avvicinarsi di grandi perturbazioni. Uomini
che nel tempo della guerra civile e della Repubblica avevano acquistata
odiosa rinomanza, erano usciti fuori dalla oscurità, in cui, dopo la
Restaurazione, giacevano nascosti onde sottrarsi all’odio universale;
mostravano i loro visi fidenti ed affaccendati in ogni dove, e
sembravano anticipare un secondo regno de’ Santocchi. Un altro Naseby,
un’altra Alta Corte di Giustizia, un altro usurpatore sul trono, i
Lordi nuovamente espulsi a forza da’ loro seggi, le Università di nuovo
purgate, la Chiesa nuovamente saccheggiata e perseguitata, i Puritani
di nuovo dominanti: a tali conseguenze sembrava tendere la politica
disperata della opposizione.
Animata da cotesti sentimenti, la maggioranza delle alte classi e
delle medie affrettassi a porsi dalla parte del trono. La situazione
del Re in questo tempo rendeva immagine di quella del padre suo, dopo
che era stata votata la Rimostranza. Ma alla Reazione del 1641 non
s’era lasciata correre intera la sua via. Carlo I, nel momento stesso
in cui il suo popolo, lungo tempo da lui allontanato, ritornava a lui
disposto alla conciliazione, aveva, violando perfidamente le leggi
fondamentali del reame, perduto per sempre la fiducia di quello. Se
Carlo II si fosse gettato nella medesima via, se avesse imprigionati
in modo irregolare i capi dei Whig, e gli avesse accusati d’alto
tradimento innanzi ad un tribunale privo di giurisdizione legale sopra
loro, è molto probabile che questi avrebbero speditamente riacquistato
il predominio che avevano già perduto. Avventuratamente per lui, in
cotesta crisi, venne indotto ad attenersi ad una politica che, rispetto
ai suoi fini, era singolarmente giudiziosa. Deliberò di conformarsi
alla legge, ma usare nel tempo stesso energicamente ed inesorabilmente
la legge contro i suoi avversari. Non era tenuto a convocare il
Parlamento avanti che fossero scorsi tre anni. Non aveva grande penuria
di danaro. Il prodotto delle tasse, che gli era stato concesso a vita,
eccedeva l’estimo. Era in pace con tutto il mondo. Poteva scemare
le proprie spese rinunziando al costoso ed inutile stabilimento di
Tangeri; e poteva sperare sussidii pecuniari dalla Francia. Gli
rimanevano, quindi, tempo e mezzi molti onde aggredire sistematicamente
l’opposizione sotto le forme della Costituzione. I giudici erano
amovibili ad arbitrio di lui; i giurati erano nominati dagli Sceriffi;
e in quasi tutte le Contee dell’Inghilterra gli Sceriffi erano nominati
dal Re. Testimoni, della specie di quelli che avevano deposto contro la
vita de’ Papisti, erano pronti a deporre contro quella de’ Whig.
LVIII. La prima vittima fu College, violento e clamoroso demagogo, di
vili natali e di bassa educazione. Faceva il mestiere di falegname, e
divenne celebre come inventore del correggiato protestante.[25] Era
stato in Oxford mentre eravi ragunato il Parlamento, e lo avevano
accusato di avere ordito una insurrezione ed aggressione contro le
guardie del Re. Contro di lui testificarono Dugdale e Turberville; gli
stessi infami uomini i quali, pochi mesi innanzi, erano stati falsi
testimoni contro Stafford. Non era probabile che alcuno Esclusionista
trovasse favore al cospetto de’ giurati di provincia. College fu
dichiarato reo. La folla che riempiva la sala del tribunale in Oxford,
ricevè l’annunzio della condanna con gridi di gioia; gridi tanto
barbari, quanto quelli che egli e i suoi amici avevano costume di
mandare quando gl’innocenti papisti venivano dannati alla forca. La sua
morte fu l’inizio di un nuovo macello giuridico, non meno atroce di
quello al quale egli stesso aveva partecipato.
Il Governo, reso audace da questa prima vittoria, intese a colpire, un
nemico di specie differentissima. Deliberò di processare Shaftesbury.
Si raccolsero prove, con che speravasi convincerlo di tradimento. Ma i
fatti ch’era d’uopo provare, vennero prodotti come avvenuti in Londra.
Gli Sceriffi di Londra, eletti dai cittadini, erano Whig zelanti.
Costoro nominarono giurati Whig; i quali rigettarono l’accusa.
LIX. Questa sconfitta, invece di scoraggiare i Consiglieri del Re,
suggerì loro un disegno nuovo ed ardito. Poichè lo Statuto Municipale
della capitale era d’inciampo, era necessario annullarlo. Pretesero
quindi che la città di Londra avesse, a cagione di alcune irregolarità,
perduti i suoi privilegi municipali; e fu intentato un processo contro
il Municipio nella Corte del Banco del Re. Nel tempo stesso, quelle
leggi che, subito dopo la Restaurazione, eransi promulgate contro i
non–conformisti, e che eransi lasciate inattive mentre preponderavano i
Whig, vennero rigorosissimamente attuate per tutto il Regno.
Nonostante, lo spirito de’ Whig non era domo. Quantunque fossero in
tristi condizioni, formavano tuttavia un partito numeroso e potente;
e come si mostravano forti nelle grandi città, e massimamente nella
metropoli, facevano rumore e sembianza più di quanto ne comportava
la loro forza positiva. Inanimiti dalla rimembranza dei passati
trionfi, e dal sentimento della oppressione presente, esageravano e
la forza e i danni propri. Non erano in istato di giudicare se le
cose fossero giunte a quegli estremi che soli possono giustificare
l’uso d’un rimedio così violento, come è la resistenza ad un Governo
stabilito. Per quanti sospetti potessero essi aver concepiti, non
potevano provare che il loro Sovrano aveva concluso un trattato con
la Francia contro la religione e le libertà dell’Inghilterra. Le
apparenze non erano bastevoli a giustificare il ricorso alla spada. Se
la Legge d’Esclusione era stata rigettata, ciò avevano fatto i Lordi
nello esercizio di un diritto antico quanto la Costituzione. Se il Re
aveva sciolto il Parlamento di Oxford, aveva così operato per virtù di
una prerogativa che non era stata mai messa in dubbio. Se la Corte,
dopo il riferito scioglimento, era trascorsa ad atti duri, tali atti
erano strettamente conformi alla lettera della legge, ed alla recente
pratica degli stessi malcontenti. Se il Re aveva perseguitati i suoi
avversari, gli aveva perseguitati secondo le forme debite innanzi ai
debiti tribunali. Le prove che ora producevansi a pro della Corona,
erano almeno meritevoli di fede quanto quelle per virtù delle quali
il più nobile sangue inglese era stato, poco innanzi, versato dalla
opposizione. Il modo onde un Whig accusato ora doveva aspettarsi
d’essere trattato da giudici, avvocati, sceriffi, giurati e spettatori,
non era peggiore di quello che i Whig avevano reputato abbastanza
buono per un accusato papista. Se erasi proceduto contro i privilegi
della città di Londra, ciò era seguito non per violenza militare,
o per virtù di alcun contrastabile esercizio della prerogativa, ma
secondo la pratica regolare di Westminster Hall. La regia autorità
non aveva imposto nessuna tassa. Nessuna legge era sospesa. L’Atto
dell’_Habeas Corpus_ era rispettato. Perfino l’Atto di Prova era in
vigore. La opposizione, dunque, non poteva addebitare al Re quella
specie di mal governo che solo potrebbe giustificare la insurrezione. E
quando anche il suo mal governo fosse stato più visibile di quello che
appariva, la insurrezione sarebbe anche stata criminosa, come quella
che era quasi sicura di esito non prospero. La situazione dei Whig
nel 1682 differiva grandemente da quella delle Teste–Rotonde quaranta
anni prima. Coloro che avevano prese le armi contro Carlo I, avevano
operato sotto l’autorità di un Parlamento, il quale, legalmente
adunato, non poteva, senza il proprio consenso, essere legalmente
sciolto. Gli oppositori di Carlo II erano uomini privati. Quasi tutti
i mezzi militari e navali erano nelle mani di coloro che resisterono a
Carlo I. Tutti i mezzi militari e navali erano nelle mani di Carlo II.
La Camera de’ Comuni era stata sostenuta almeno da mezza la nazione
contro Carlo I. Ma coloro che inchinavano a guerreggiare contro Carlo
II, erano certamente in minoranza. E però, non poteva ragionevolmente
dubitarsi, che qualora essi tentassero una insurrezione, fallirebbero.
E anche meno poteva dubitarsi che il mal esito della impresa
rendesse più duri i mali di cui menavano lamento. La vera politica
de’ Whig era quella di sobbarcarsi pazienti all’avversità che era
conseguenza naturale e giusto castigo de’ loro errori; di aspettare
pazientemente fino al tempo in cui il pubblico sentire si sarebbe, con
inevitabile vicenda, cangiato; di osservare la legge, e di giovarsi
della protezione, imperfetta sì, ma non affatto futile, che la legge
apprestava alla innocenza. Sventuratamente, presero una via molto
diversa. I capi del partito, scevri di scrupoli e caldi di cervello,
formavano e discutevano disegni di resistenza, ed erano ascoltati
se non con approvazione, almeno con segni d’acquiescenza, da uomini
molto migliori di loro. Proposero di insorgere ad un tempo in Londra,
in Cheshire, in Bristol e in Newcastle. Aprirono comunicazioni coi
malcontenti presbiteriani di Scozia, i quali pativano una tirannia,
quale l’Inghilterra, in tempi pessimi, non aveva mai patita. Mentre i
principali della opposizione in tal guisa architettavano la ribellione
aperta, ma erano tuttavia da scrupoli o da paura ritenuti dal fare
alcun passo decisivo, parecchi dei loro complici ordivano una trama
di specie differentissima. A questi spiriti feroci, non infrenati da
principio alcuno, o resi insani dal fanatismo, e’ pareva che agguatare
ed assassinare il Re e il fratello fosse la via più breve e sicura di
vendicare la religione protestante e le libertà della Inghilterra.
Indicarono il tempo e il luogo; e spesso discutevano, se pure non gli
avevano definitivamente ordinati, intorno ai particolari del macello.
Questo disegno era noto a pochi, e nascosto con gran cura a Russell,
spirito probo ed umano; e a Monmouth, il quale, quantunque non fosse
uomo di delicata coscienza, avrebbe aborrito dal parricidio. In tal
modo, v’erano due congiure, una dentro l’altra. Lo scopo della grande
congiura Whig, era quello di chiamare la nazione alle armi contro il
Governo. La congiura minore, comunemente detta la congiura di _Rye
house_, della quale soli pochi disperati uomini erano partecipi, aveva
lo scopo di assassinare il Re e il suo erede presuntivo.
LX. Ambedue vennero tosto scoperte. Alcuni traditori codardi
affrettaronsi a porsi in salvo divulgando tutto, e, più che tutto,
ciò che era seguito nelle deliberazioni del partito. Non è luogo a
dubitare, che pochi di coloro che meditavano di fare resistenza al
Governo, volgessero in mente il pensiero dell’assassinio; ma poichè
le due cospirazioni erano strettamente connesse, non tornò difficile
al Governo confonderle in una. La giusta indignazione suscitata dalla
congiura di _Rye house_, fu rivolta per alcun tempo a tutti i Whig.
Il Re ormai poteva liberamente vendicarsi di tanti anni di freno e di
umiliazione. Shaftesbury, a dir vero, aveva schivato il destino di che
per la sua multiforme perfidia era bene meritevole. Essendosi accorto
che il suo partito correva a rovina, ed invano studiato di pacificarsi
agli augusti principi, era fuggito in Olanda; dove morì sotto la
generosa protezione d’un Governo da lui crudelmente oltraggiato.
Monmouth si gettò ai piedi del padre, ed ottenne perdono; ma tornato
presto ad offenderlo, reputò prudente andare in volontario esilio.
Essex si uccise nella Torre. Russell, che pare non essere stato reo di
alto tradimento, e Sidney, della cui reità non si poterono produrre
prove legali, furono decapitati contro legge e giustizia. Russell
morì con la fermezza d’animo d’un cristiano; Sidney con quella d’uno
stoico. Parecchi altri politici faccendieri d’inferiore condizione
furono dannati alle galere. Molti abbandonarono la patria. Istituironsi
numerosi processi per delitti di tradigione, calunnia e congiura.
I giurati Tory profferivano senza difficoltà sentenze di reità, e
i giudici cortigiani infliggevano pene rigorose. A questi processi
criminali aggiungevansi i civili, quasi ugualmente formidabili.
Intentaronsi accuse contro individui che avevano diffamato il Duca
di York; e gli accusatori chiedevano, e i giudici senza difficoltà
concedevano ammende equivalenti ad una condanna di prigionia perpetua.
La Corte del Banco del Re decise, che le franchigie della città di
Londra erano devolute alla Corona.
LXI. Inebriato da questa grande vittoria, il Governo procedè ad
aggredire gli Statuti di altri Municipi governati da ufficiali Whig,
e che avevano costume di eleggere rappresentanti Whig al Parlamento.
I borghi, l’uno dopo l’altro, furono costretti a rendere i propri
privilegi; e vennero concessi nuovi Statuti, che in ogni parte resero
predominanti i Tory.