incorso talmente l’ira del Re, da non essere stato ammesso al Consiglio
dei Trenta senza difficoltà e lunga contesa. Nulladimeno, appena gli
fu dato porre piede nella Corte, la malia de’ suoi modi e del suo
conversare gli acquistarono insigne favore. Erasi seriamente impaurito
alla violenza del pubblico malcontento; e pensava che la libertà per
allora fosse in sicuro, ma l’ordine e l’autorità legittima corressero
pericolo. Ond’egli, secondo era suo costume, si congiunse alla parte
debole. Forse la sua conversione non fu affatto scevra d’interesse;
perocchè gli studi e la meditazione, benchè lo avessero emancipato
da molti pregiudizi volgari, lo avevano lasciato schiavo ai volgari
desiderii. Non difettava d’oro; e non v’è prova che attesti esserselo
procacciato con mezzi i quali, anche in quella età, i severi censori
consideravano come disonoranti: ma il grado e il potere erano a lui
irresistibili tentazioni. Protestava di considerare i titoli e i
grandi uffici come allettamenti che possono sedurre i soli stolti, di
odiare le faccende, la pompa, le apparenze, e di desiderare caramente
sottrarsi al rumore ed agli splendori di Whitehall, onde rifuggirsi ai
boschi tranquilli che circondavano il suo antico castello in Rufford;
ma la sua condotta discordava non poco dalle sue proteste. Vero è che
voleva a sè riverenti i cortigiani e insieme i filosofi, ed essere
ammirato per avere conseguite alte dignità, e per saperle ad un tempo
spregiare.
XLVI. Sunderland era Segretario di Stato. In lui era maravigliosamente
incarnata la immoralità politica di quell’età. Natura lo aveva dotato
d’acuto intelletto, d’indole irrequieta o malefica, di cuore freddo,
di spirito abietto. La sua mente era stata educata in guisa, che tutti
i suoi vizi vi fecondavano con rigogliosa maturità. Entrato nella vita
pubblica, aveva passati vari anni in impieghi diplomatici appo le Corti
straniere, e per qualche tempo era stato Ministro in Francia. Ogni
Stato ha le sue tentazioni peculiari. Non è ingiusto lo affermare che
i diplomatici, come classe, si sono sempre fatti notare per destrezza,
per l’arte con cui acquistano la fiducia di coloro coi quali debbono
trattare, e per l’agevolezza d’afferrare il tono di qualsiasi società
alla quale vengano ammessi, più presto che per entusiasmo generoso e
per austera rettitudine: e le relazioni tra Carlo e Luigi erano tali,
che nessun gentiluomo inglese avrebbe potuto lungo tempo dimorare in
Francia come ambasciatore, e serbare dramma di sentimento onorevole
e patriottico. Sunderland, dalla scuola dove era stato educato, uscì
astuto, pieghevole, scevro di vergogna e d’ogni qualunque pregiudizio,
e destituto d’ogni principio. Per relazioni ereditarie, egli era
Cavaliere; ma non aveva nulla di comune col partito de’ Cavalieri.
Costoro erano zelanti della Monarchia, e professavano la dottrina
contraria ad ogni resistenza; ma avevano cuori robusti e veramente
inglesi, che non avrebbero mai tollerato un reggimento dispotico.
Egli, per l’opposto, aveva una languida vaghezza speculativa per
le istituzioni repubblicane; vaghezza che non gl’impediva in nulla
d’essere prontissimo a diventare in pratica il più servile strumento
del potere arbitrario. A sembianza di molti altri lusingatori e
negoziatori compiti, era più dotto nell’arte di conoscere i caratteri
e giovarsi della debolezza degli uomini, che nell’arte di discernere
il sentire delle grandi masse, e prevedere lo avvicinarsi delle grandi
rivoluzioni. Era destro negli intrighi; e riusciva difficile, anche
agli uomini sottili ed esperti che fossero stati preavvertiti della
perfidia di lui, il resistere al fascino de’ suoi modi, e non credere
alle sue proteste d’affetto. Ma era così intento ad osservare e
corteggiare gl’individui, che dimenticava di studiare l’indole della
nazione: però cadde in gravissimi inganni, rispetto ai più solenni
eventi del suo tempo. Ogni importante movimento o scoppio dell’opinione
pubblica gli giunse di sorpresa; e il mondo, non sapendo intendere che
un uomo come lui, fosse cotanto cieco da non vedere ciò che chiaramente
vedevano i politicanti delle botteghe da caffè, talvolta attribuiva a
profondo disegno quei che, a dir vero, non erano se non pretti abbagli.
Soltanto ne’ privati colloqui, le sue doti eminenti principalmente
esplicavansi. Ne’ recessi della reggia, o in un assai piccolo cerchio,
egli esercitava grande influenza. Ma nel Consiglio era taciturno; e
nella Camera de’ Lordi non apriva mai le labbra.
XLVII. I quattro Consiglieri confidenti della Corona si accorsero
tosto, la loro situazione essere impacciata e fatta segno alla invidia.
Gli altri membri del Consiglio mormoravano di tale predilezione
contraria a quanto il Re aveva promesso; e taluni di loro, capitanati
da Shaftesbury, si dettero di nuovo a fare vigorosa opposizione in
Parlamento. L’agitazione, che gli ultimi mutamenti avevano sospesa,
divenne rapidamente quanto mai violentissima. Invano Carlo offrì ai
Comuni qualunque guarentigia avessero potuto immaginare a pro’ della
religione protestante, purchè solo non toccassero l’ordine della
successione. Non vollero udire a parlare di patti: volevano la Legge
d’Esclusione, e null’altro che la Legge d’Esclusione. Il Re, quindi,
poche settimane dopo d’avere pubblicamente promesso di non muovere
passo senza consultare il suo nuovo Consiglio, recossi alla Camera de’
Lordi senza farne parola in Consiglio, e prorogò il Parlamento.
Il giorno di tale proroga, cioè il ventesimosesto del maggio 1679,
forma una grande era nella nostra storia: perocchè in quel dì l’Atto
dell’_Habeas Corpus_ ebbe la regia approvazione. Dal tempo della Magna
Carta in poi, la legge concernente la libertà personale degl’Inglesi è
stata, in sostanza, quasi come è oggi; ma era inefficace, per difetto
di un sistema energico di procedura.
XLVIII. Ciò che bisognava, non era un nuovo diritto, ma un rimedio
pronto ed indagatore: rimedio al quale fu provveduto con l’Atto
dell’_Habeas Corpus_. Il Re avrebbe volentieri ricusato lo assenso a
siffatta provvisione; ma era sul punto di fare appello dal Parlamento
al popolo in quanto alla questione della successione; e non poteva
rischiarsi, in un momento così critico, di rigettare una legge,
estremamente popolare.
Nel medesimo giorno, la stampa in Inghilterra divenne libera per breve
tempo. Anticamente, gli stampatori erano stati soggetti al rigido
sindacato della Camera Stellata. Il Lungo Parlamento l’aveva abolito;
ma, ad onta de’ filosofici ed eloquenti rimproveri di Milton, aveva
istituita e conservata la censura. Subito dopo la Restaurazione, era
stata fatta una legge che inibiva la stampa di libri non muniti di
licenza; ed erasi provveduto che siffatta legge rimanesse in vigore
sino al chiudersi della prima sessione del prossimo Parlamento. Quel
termine era arrivato, e il Re nel tempo stesso che licenziava le
Camere, emancipò la stampa.
XLIX. Poco dopo la proroga, seguì lo scioglimento e la elezione
generale. Grande era lo zelo e la forza dell’opposizione. Gridavasi
più che mai a favore della Legge d’Esclusione: al quale grido ne
mescolavano un altro che infiammò il sangue della moltitudine, e che
svegliò dolore e paura ne’ petti de’ prudenti amici della libertà.
Non solo vennero assaliti i diritti del Duca di York che era papista
conosciuto, ma quelli delle sue due figlie, le quali erano sincere e
calde protestanti. Affermavano come cosa certa, che il maggior figlio
naturale del Re era nato di matrimonio, ed era quindi erede legittimo
della Corona.
Carlo, mentre era pellegrino sul continente, aveva amoreggiato all’Aja
con Lucia Walters, bellissima fanciulla del paese di Galles, ma di
poco intendimento e di costumi corrotti. Diventata amante di lui,
gli partorì un figlio. Un innamorato sospettoso ne avrebbe concepito
qualche dubbio; perocchè la donna aveva parecchi vagheggiatori, e
credevasi che non fosse crudele a tutti. Carlo, nondimeno, prestò
fede alla parola di lei, e mise addosso al piccolo Giacomo Crofts—era
questo il nome allora imposto al fanciullo—un amore sì sviscerato, da
sembrare impossibile in un uomo d’indole fredda e spensierata qual
era Carlo. Tosto dopo la Restaurazione, il bene amato giovane, il
quale aveva imparati in Francia gli esercizi in quel tempo reputati
necessari ad un gentiluomo compito, comparve in Whitehall. Gli fu
dato alloggio in palazzo, gli furono dati parecchi paggi, e parecchi
privilegi fino allora goduti soltanto dai Principi di sangue reale.
Mentre era ancora ne’ suoi teneri anni, gli fu data in moglie Anna
Scott, erede della nobile casa di Buccleuch. Assunse il nome, e prese
possesso de’ vasti dominii di lei. La ricchezza ch’egli acquistò con
tale parentado estimavasi comunemente a non meno di diecimila sterline
annue. Fu colmato di titoli e di favori più sostanziali de’ semplici
titoli. Fu fatto Duca di Monmouth in Inghilterra, Duca di Buccleuch in
Iscozia, Cavaliere della Giarrettiera, Maestro de’ Cavalli, Comandante
della prima truppa delle Guardie del Corpo, Primo Giudice di Eyre al
mezzodì del Trent, e Cancelliere della Università di Cambridge. Nè al
popolo pareva egli immeritevole della sua altissima fortuna. Aveva
aspetto assai leggiadro ed affabile, carattere dolce, modi gentili
e cortesi. Quantunque fosse un libertino, acquistò lo affetto de’
Puritani. Quantunque si sapesse da tutti ch’egli era stato partecipe
del secreto della vergognosa aggressione contro Sir Giovanni Coventry,
il partito patriottico pose facilmente tutto in dimenticanza. Perfino
gli austeri moralisti confessavano, che in una Corte come quella, non
poteva aspettarsi rigorosa fedeltà conjugale da un uomo, che mentre
era fanciullo, era stato sposato ad una bambina. Anche i patriotti
volentieri scusavano un caparbio giovinetto, che aveva voluto punire
con immoderata vendetta un insulto fatto al proprio genitore. La
macchia di cotesti amori e risse notturne venne presto cancellata da
fatti onorevoli. Allorquando Carlo e Luigi accomunarono le forze loro
contro la Olanda, Monmouth comandava le milizie ausiliari inglesi
spedite sul continente, e fece prova di valoroso soldato e d’ufficiale
non privo di senno. Ritornato in patria, divenne l’uomo più popolare
del Regno. Nulla gli mancava fuori che la Corona, alla quale non pareva
ch’ei non potesse in alcun modo arrivare. La distinzione che con assai
poco giudizio era stata fatta tra lui e i più grandi Nobili, aveva
prodotti pessimi effetti. Da fanciullo, era stato invitato a tenere il
cappello in capo nella sala del trono, mentre Howards e Seymours gli
stavano accanto col capo scoperto. Alla morte di principi stranieri,
aveva indossata, in segno di lutto, la veste purpurea: segno che nessun
altro suddito, tranne il Duca di York e il Principe Rupert, avevano
licenza di portare. Era naturale che simiglianti cose lo inducessero
a considerarsi come Principe legittimo della famiglia degli Stuardi.
Carlo, anche nella età matura, giaceva immerso ne’ piaceri, e curavasi
poco della propria dignità. Appena reputavano incredibile che a venti
anni avesse segretamente sposata con tutte le forme una donna, che
avendolo ammaliato con la propria beltà, non gli s’era voluta dare ad
altri patti. Mentre Monmouth era ancora fanciullo, e mentre il Duca
di York era creduto ancora protestante, era corsa voce per tutto il
paese, ed anche in certi crocchi che avrebbero dovuto averne certa
notizia, che il Re aveva fatta sua moglie Lucia Walters, e che, qualora
qualcuno ne avesse diritto, il figlio di lei sarebbe Principe di
Galles. Si chiacchierò molto intorno ad una certa cassetta nera, la
quale, secondo la credenza popolare, conteneva il contratto maritale.
Questa frivola storiella divenne importantissima appena Monmouth fu
ritornato dai Paesi Bassi con alta riputazione di valore e condotta, ed
appena si seppe che il Duca di York era membro d’una Chiesa detestata
dalla maggior parte della nazione. A favore di essa non eravi la minima
prova; contro essa vi era la solenne dichiarazione del Re, fatta
innanzi il suo Consiglio, e per suo comandamento comunicata al popolo.
Ma la moltitudine, sempre vaga d’avventure romanzesche, inghiottì
agevolmente la storiella de’ segreti sponsali e della cassetta nera.
Alcuni capi della opposizione operarono in questo fatto come avevano
già operato rispetto alla più odiosa favola di Oates, e sostennero
una novella che avrebbero dovuto spregiare. Lo interesse che il
popolo poneva in colui che veniva reputato il campione della vera
fede, e lo erede legittimo del trono inglese, venne tenuto desto con
ogni artificio. Quando Monmouth giunse in Londra verso mezzanotte, i
magistrati comandarono alle scolte che proclamassero il lieto evento
per tutte le vie della città: le genti saltarono giù da’ loro letti:
si accesero fuochi di gioia; le finestre s’illuminarono; s’apersero
le chiese, e tutte le campane suonarono a festa. Quando viaggiava,
era in ogni parte ricevuto con pompa non minore, e con assai maggiore
entusiasmo di quello con cui erano stati accolti i Re procedenti in
mezzo al reame. Veniva di casa in casa scortato da lunghe cavalcate
di gentiluomini e borghesi armati. Dalle città uscivano le intere
popolazioni a riceverlo. Gli elettori si affollavano d’intorno a
profferirgli i loro voti. Egli spinse tanto alto le sue pretese, che
non solo mise nell’arme di sua famiglia i leoni d’Inghilterra e i gigli
di Francia senza il bastone sinistro, sotto il quale, secondo le leggi
del blasone, vengono posti in segno della sua nascita illegittima; ma
rischiossi di toccare gli ammalati della malattia regia. Nel tempo
stesso, adoperava le arti tutte che valgono a conciliare lo amore della
moltitudine. Teneva al fonte battesimale i figliuoli de’ contadini,
mescolavasi ai loro rustici sollazzi, lottava, giuocava al bastone a
due punte, e vinceva provandosi nelle corse pedestri, egli calzato di
stivali contro altri calzati di scarpe.
È curiosissima circostanza, che in due delle più grandi occasioni
della nostra storia, i capi del partito protestante cadessero nel
medesimo errore, e con esso ponessero a grave pericolo la propria
patria e religione. Alla morte di Eduardo VI, opposero Lady Giovanna
senza alcuna apparenza di diritto di nascita, non solo a Maria loro
nemica, ma ad Elisabetta, ch’era la vera speranza dell’Inghilterra e
della Riforma. Però i più rispettabili protestanti, con Elisabetta a
loro capo, furono costretti a fare causa comune coi papisti. Nello
stesso modo, centotrent’anni dopo, parte dell’opposizione ponendo
Monmouth come pretendente alla Corona, aggredivano il diritto non solo
di Giacomo, che era da essi giustamente considerato quale implacabile
nemico della fede e delle libertà loro; ma anche del Principe e della
Principessa d’Orange, i quali venivano singolarmente segnati a dito, e
per la situazione e per le qualità personali loro, come difensori di
tutti i liberi governi e di tutte le Chiese riformate.
In pochi anni, la insania di siffatto procedere divenne manifesta.
Ma allora gran parte del potere dell’opposizione consisteva nella
popolarità di Monmouth. Le elezioni riuscirono avverse alla Corte;
il giorno stabilito per l’adunanza delle Camere appressavasi: era,
dunque, mestieri che il Re scegliesse la condotta da tenere. Coloro che
lo consigliavano, scoprirono i primi lievi segni d’un mutamento nel
pubblico sentire, e sperarono che, soltanto differendo a miglior tempo
il conflitto, Carlo otterrebbe sicura vittoria. Egli, quindi, senza nè
anche chiedere l’opinione del Consiglio de’ Trenta, decise di prorogare
il nuovo Parlamento innanzi che cominciasse i suoi lavori. Intanto, al
Duca di York, che era ritornato da Brusselles, fu fatto comandamento di
ritirarsi in Iscozia, e fu messo a capo dell’amministrazione di quel
Regno.
Il sistema di Governo fatto da Temple venne manifestamente abbandonato,
e subito posto in dimenticanza. Il Consiglio Privato tornò ad essere
ciò che, era già stato. Shaftesbury e i suoi fautori politici
rinunziarono ai loro seggi in Consiglio. Lo stesso Temple, siccome
aveva costume di fare ne’ tempi torbidi, si ritirò nella quiete del
suo giardino e nella sua biblioteca. Essex lasciò il Tesoro, e volle
correre le sorti dell’opposizione. Ma Halifax, infastidito e temente la
violenza de’ suoi vecchi colleghi, e Sunderland, che non abbandonava
mai il posto finchè poteva starci, rimasero a’ servigi del Re.
A cagione delle rinunzie che seguirono in questa occasione, la via
che conduceva alla grandezza fu lasciata aperta ad una nuova torma
di aspiranti. Due uomini di Stato, i quali poscia conseguirono la
maggiore altezza cui possa giungere un suddito inglese, cominciarono a
richiamare a sè gli occhi di tutti. Avevano nome Lorenzo Hyde e Sidney
Godolphin.
L. Lorenzo Hyde era secondo figlio del Cancelliere Clarendon, e
fratello della prima Duchessa di York. Aveva doti eccellenti, rese
migliori dalla esperienza parlamentare e diplomatica; ma le infermità
della sua tempra scemavano molto la forza naturale di quelle doti. Per
quanto fosse assuefatto a’ negoziati diplomatici e agli usi di Corte,
non imparò mai l’arte di governare o nascondere le proprie emozioni.
Nella prosperità era insolente e vanaglorioso: appena riceveva un
colpo dall’avversa fortuna, sapeva così poco dissimulare il cordoglio,
che i suoi nemici maggiormente trionfavano: piccolissime provocazioni
bastavano ad accendergli l’ira nel cuore; e mentre era incollerito,
diceva amarissime cose, che, appena calmato, dimenticava, ma che gli
altri tenevano lungamente scolpite nella memoria. Per isvegliatezza e
acutezza di mente, ei sarebbe diventato un profondo uomo d’ affari, ove
non fosse stato troppo fiducioso di sè ed impaziente. I suoi scritti
provano ch’egli aveva molti de’ requisiti che formano un oratore; ma
la irritabilità gli impediva di rendersi giustizia nelle discussioni:
avvegnachè nulla fosse tanto facile quanto lo incitarlo all’ira; ed
appena in preda alle passioni, diventava il zimbello di oppositori
molto meno capaci di lui.
Dissimile da’ moltissimi politici di quel tempo, egli era uomo di
parte, coerente a sè stesso, burbero, astioso; era un Cavaliere della
vecchia scuola, un ardente campione della Corona e della Chiesa, e
odiava i Repubblicani e i non–conformisti. Aveva, quindi, moltissimi
proseliti. Il clero, in ispecie, lo considerava come l’uomo suo
proprio, ed accordava alle debolezze di lui una indulgenza, che, a
dir vero, gli faceva mestieri; imperciocchè abbandonavasi al bere,
e ogni qualvolta trascorreva alla collera—e ciò accadeva assai
spesso,—bestemmiava come un vetturino.
Egli succede ad Essex nell’ufficio di Tesoriere. È d’uopo notare,
che il posto di Primo Lord del Tesoro non aveva allora la importanza
e dignità che ha nei tempi nostri. Ogni qualvolta eravi un Lord
Tesoriere, egli era generalmente anche Primo Ministro; ma quando il
bianco bastone era affidato ad una commissione, il capo commissario non
aveva il grado di Segretario di Stato. Solo ai tempi di Walpole, il
Primo Lord del Tesoro venne considerato come capo del potere esecutivo.
LI. Godolphin era stato educato fra i paggi di Whitehall, e fino da’
suoi teneri anni aveva acquistata tutta la flessibilità e la padronanza
di sè, proprie d’un cortigiano. Era amante del lavoro, di mente lucida,
e profondamente versato nelle minuzie della finanza. Ogni Governo,
quindi, lo sperimentò utile servitore; e non era nulla nelle opinioni
o nel carattere di lui, che gli impedisse di servire a qualsifosse
Governo. «Sidney Godolphin,» diceva Carlo, «non è mai fra mezzo
alla via, e mai fuori di via.» Questa pungente osservazione spiega
mirabilmente la straordinaria riuscita di Godolphin nel mondo.
In diversi tempi, operò in compagnia di ambedue i grandi partiti
politici; ma non partecipò mai alle passioni di nessuno di quelli. Come
gli uomini d’indole cauta e di prospera ventura, inchinava fortemente
a sostener le cose esistenti. Aborriva dalle rivoluzioni, e per la
ragione medesima dalle contro–rivoluzioni. Aveva contegno notevolmente
grave e riserbato, ma gusti bassi e frivoli; e spendeva tutto il tempo
che gli rimaneva libero dalle pubbliche faccende, nelle corse, nel
giuoco delle carte, e ne’ combattimenti de’ galli. Adesso sedeva, sotto
Rochester, nell’ufficio del Tesoro, dove si rese notevole per assiduità
ed intelligenza.
Innanzi che il nuovo Parlamento si fosse lasciato radunare per il
disbrigo degli affari, scorse un anno intiero; anno pieno di eventi,
che nella lingua e ne’ costumi nostri ha lasciato incancellabili
vestigi. Mai prima d’allora le controversie politiche avevano proceduto
con pari libertà; mai prima d’allora i circoli politici erano esistiti
con organizzazione tanto elaborata, o con tanto formidabile influenza.
La sola questione dell’Esclusione occupava le menti di tutti. Tutta
la stampa e i pergami del reame presero parte al conflitto. Da un
lato, sostenevasi che la Costituzione e la Religione dello Stato non
sarebbero mai sicure sotto un re papista; dall’altro lato, che il
diritto di Giacomo alla Corona derivava da Dio, e non poteva essere
annullato nè anche dal consenso dell’intero corpo legislativo.
LII. Ogni contea, ogni città, ogni famiglia, era in grande agitazione.
Le cortesie e le ospitalità de’ vicini rimanevano interrotte. I
più cari vincoli d’amicizia e di sangue erano indeboliti o rotti.
Perfino gli scolari erano divisi in parti; e il Duca di York e il
Conte di Shaftesbury avevano partigiani zelanti in Westminster ed
Eaton. I teatri risuonavano de’ clamori delle avverse fazioni. La
Papessa Giovanna fu messa sulle scene dai fervidi protestanti. I
poeti pensionati empivano i prologhi e gli epiloghi di elogi al
Re e al Duca. I malcontenti assediavano il trono con petizioni,
chiedendo la subita convocazione del Parlamento. I realisti mandavano
indirizzi, significando lo estremo aborrimento contro tutti coloro che
presumessero imporre al sovrano. I cittadini di Londra raccoglievansi
a diecine di migliaia, onde bruciare il papa in effigie. Il Governo
appostò coorti di cavalleria a Temple Bar, e collocò le artiglierie
attorno Whitehall. In quell’anno, la nostra lingua si arricchì di due
parole, _mob_ e _sham_;[22] notevoli ricordi d’una stagione di tumulti
e d’impostura.[23]