romano, era fra le persone accusate. Inquisirono le sue carte, e si
accorsero che ne aveva distrutta gran parte. Ma le poche che furono
prese, contenevano certe parole, che sembravano, alle menti fortemente
preoccupate, confermare la testimonianza d’Oates. Queste parole, per
vero dire, ove s’interpretino con ischiettezza, paiono esprimere poco
più che certe speranze, che la postura delle cose, le predilezioni di
Carlo, le più forti predilezioni di Giacomo, e le relazioni esistenti
tra la Corte Francese e la Inglese, potevano naturalmente eccitare nel
cuore di un cattolico romano, strettamente vincolato agli interessi
della propria Chiesa. Ma il paese allora non inchinava a interpretare
schiettamente le lettere de’ papisti; e si concluse, con qualche
apparenza di ragione, che se alcuni scritti ai quali s’era poco badato,
come quelli che non avevano nessuna importanza, erano pieni di cose
talmente sospette, qualche gran mistero d’iniquità doveva contenersi in
que’ documenti che erano stati con gran cura dati alle fiamme.
Pochi giorni dopo si seppe che Sir Edmondsbury Godfrey, insigne Giudice
di Pace che aveva raccolte le deposizioni di Oates contro Coleman, era
scomparso. Fattane ricerca, ne trovarono il cadavere in un campo presso
Londra. Chiaro appariva ch’era morto di morte violenta. Era parimente
chiaro che non era stato assassinato dai ladri. La sua miseranda fine
è rimasta sinora un secreto. Taluni credono che si uccidesse da sè;
altri che ei cadesse vittima d’inimicizia privata. La opinione più
improbabile è, che fosse assassinato dal partito ostile alla Corte,
onde meglio colorire la novella della congiura. La opinione più
probabile sembra essere, che qualche furente cattolico romano, spinto
alla frenesia dalle menzogne di Oates e dagli insulti della plebe, non
facendo nessuna distinzione tra l’accusatore spergiuro e l’innocente
magistrato, si fosse voluto vendicare in un modo, di cui la storia
delle sètte perseguitate fornisce troppo numerosi esempi. Se così andò
la faccenda, lo assassino dovette poscia maledire alla sua propria
malvagità e follia. La metropoli e tutta la nazione insanirono d’odio
e di paura. Le leggi penali, che avevano cominciato a perdere alcun
che della loro acerbità, divennero nuovamente più rigorose. In ogni
dove i giudici erano affaccendati a perquisire case e impossessarsi
di carte. Tutte le prigioni rigurgitavano di papisti. Londra rendeva
immagine d’una città in istato d’assedio. La guardia cittadina
rimaneva in armi tutta la notte. Facevansi apparecchi a barricare le
grandi strade. Pattuglie correvano su e giù per le vie. Whitehall fu
circondato di cannoni. Nessun cittadino reputavasi sicuro senza portare
sotto la veste un’arme carica di piombo, per far saltare le cervella
agli assassini papali. Il cadavere del magistrato ucciso, fu esposto
per parecchi giorni allo sguardo del popolo affollantesi; e venne
finalmente sepolto con istrane e terribili cerimonie, che erano indizio
più presto di sete di vendetta, che di dolore o di speranza religiosa.
Le Camere insistevano perchè le volte sopra le quali i rappresentanti
sedevano, venissero custodite da uomini armati, onde guardarsi da una
seconda Congiura delle Polveri. Tutti i loro atti avevano lo stesso
scopo. Dal regno di Elisabetta in poi, il giuramento di supremazia era
stato richiesto ai membri della Camera de’ Comuni. Alcuni Cattolici
Romani, nondimeno, si erano studiati d’interpretare quel giuramento
in guisa, da poterlo prestare senza scrupolo di coscienza. Adesso
ne fu rifatta la formula; e i Lordi Cattolici Romani furono, per la
prima volta, esclusi da’ loro seggi in Parlamento. Vennero adottati
vigorosi provvedimenti contro la Regina. I Comuni gettarono in carcere
uno dei Segretari di Stato, per avere contrassegnate commissioni
dirette a gentiluomini che non erano buoni protestanti. Accusarono
d’alto tradimento il Lord Tesoriere. Anzi dimenticarono a tal segno la
dottrina da loro apertamente professata mentre era ancora fresca la
memoria della guerra civile, che tentarono perfino di privare il Re del
comando della guardia cittadina. A tale esasperazione, diciotto anni di
pessimo governo avevano condotto il più leale Parlamento che si fosse
mai adunato in Inghilterra!
Parrà forse strano a taluni, come in tanto estremo il Re si esponesse
al risico di appellarsi al popolo, perocchè il popolo era in maggiore
eccitamento che non erano i Rappresentanti. La Camera Bassa,
malcontenta come era, conteneva un numero maggiore di Cavalieri,
di quanti ne potessero verosimilmente essere rieletti di nuovo. Ma
pensavasi che lo scioglimento ponesse fine all’accusa contro il Lord
Tesoriere; accusa che, probabilmente, avrebbe tratti alla luce del
giorno tutti i colpevoli misteri della alleanza francese, e cagionate
gravi molestie personali ed impacci non pochi a Carlo. E però, nel
gennaio del 1679, il Parlamento, che era esistito sempre dall’anno
1661, venne disciolto; e si spedirono i decreti per una elezione
generale.
XLII. Per varie settimane, la contesa in tutto il Regno fu feroce ed
ostinata oltre ogni credere. Si profusero somme di danari, di cui non
v’era esempio precedente. Si adoperarono nuovi mezzi di riuscita. Fu
notato dagli scrittori di que’ tempi come cosa straordinaria, che
si affittassero cavalli a gran prezzo per trasportare gli elettori
al luogo d’elezione. L’uso di sminuzzare le possessioni libere
onde moltiplicare i voti, ha principio da questa memorabile lotta.
I predicatori dissenzienti, che stavano da lungo tempo nascosti
in tranquilli recessi fuggendo la persecuzione, uscirono fuori, e
correvano di villaggio in villaggio, onde riaccendere lo zelo del
disperso popolo di Dio. La procella mugghiava minacciosa contro il
Governo. Moltissimi de’ nuovi Rappresentanti vennero a Westminster in
contegno poco diverso da quello dei loro predecessori, che avevano
imprigionato Strafford e Laud dentro la Torre.
Frattanto, le Corti di Giustizia, le quali fra mezzo alle commozioni
politiche avrebbero dovuto essere luoghi sicuri di rifugio agli
innocenti di qualsivoglia partito, erano deturpate da più selvagge
passioni e più vile corruttela, che non fossero le assemblee degli
elettori. La storiella d’Oates, comunque fosse stata bastevole a
conturbare tutto il reame, non poteva bastare, fino a che non fosse
confermata da nuova testimonianza, a distruggere il più dappoco tra
coloro ch’egli aveva accusati. Imperciocchè, nella legge d’Inghilterra,
due testimoni erano necessari a stabilire la colpa di tradimento. Ma
il successo del primo impostore produsse le sue naturali conseguenze.
In poche settimane, dalla penuria ed oscurità in cui giaceva, erasi
inalzato ad opulenza e a potere tali, che egli era il terrore del
principe e dei nobili; a quella tale rinomanza, che per gli animi
bassi e ribaldi ha tutta la magia della gloria. Non rimase lungo tempo
senza coadiutori e rivali. Uno sciagurato, di nome Carstairs, il
quale aveva campata la vita in Iscozia intervenendo ai conventicoli e
facendo poscia la spia a’ predicatori, aprì la via. Bedloe, ribaldo
conosciutissimo, gli tenne dietro; e tosto da tutti i bordelli, le case
da giuoco e le case d’uscieri di Londra, sbucarono falsi testimoni
a deporre contro la vita de’ Cattolici Romani. Uno si presentò
raccontando la novella di un’armata di trenta mila uomini, i quali,
travestiti da pellegrini, dovevano ragunarsi a Corunna, e quivi
imbarcarsi per il paese di Galles. Un altro diceva, essergli stata
promessa la canonizzazione e cinquecento sterline per assassinare il
Re. Un terzo erasi introdotto in una taverna a Covent Garden, ed aveva
udito un gran banchiere cattolico romano far sacramento, in mezzo a
tutti gli astanti e i garzoni, di uccidere il tiranno eretico. Oates,
per non essere vinto dai suoi imitatori, alla sua prima narrazione
aggiunse un ampio supplemento. Ebbe la portentosa impudenza di
affermare, fra le altre cose, d’ essersi una volta nascosto dietro
un uscio socchiuso, ed avere udito la Regina che affermava di avere
assentito allo assassinio del proprio consorte. Il volgo credeva, e
gli alti magistrati facevano mostra di credere, simiglianti fandonie.
I giudici principali del Regno erano corrotti, crudeli e vigliacchi.
I capi del partito patriottico fomentavano il pubblico inganno. I più
rispettabili di essi, in verità, erano talmente caduti in inganno, da
credere vera la maggior parte delle prove della congiura. Uomini come
Shaftesbury e Buckingham, senza alcun dubbio, si accorgevano che tutto
era una pretta invenzione; ma giovava pur troppo i loro disegni, e alle
loro aride coscienze la morte di un innocente non dava inquietudine
maggiore di quella della morte d’una pernice. I giurati partecipavano
ai sentimenti allora comuni a tutta la nazione, e venivano incoraggiati
dal seggio a compiacere senza riserbo a cosiffatti sentimenti. La plebe
applaudì Oates e i suoi consorti, fischiò e battè i testimoni che
comparvero a difesa degli accusati, e mandò gridi di gioia appena fu
profferita la sentenza che li dichiarava colpevoli. Invano que’ miseri
invocavano la onestà della loro vita passata; imperocchè nella mente
di tutti stava fitto il pensiero, che quanto più coscienzioso fosse un
papista, tanto era più verosimile che ei congiurasse contro un Governo
protestante. Invano risolutamente affermarono la propria innocenza fino
al momento stesso della morte; imperciocchè era opinione generale, che
un buon papista considerava qualsivoglia menzogna che fosse utile alla
sua Chiesa, non solo scusabile, ma meritoria.
XLIII. Mentre il sangue innocente spargevasi sotto le forme della
giustizia, adunossi il nuovo Parlamento; e fu tale il violento
procedere del partito predominante, che anche gli uomini che
avevano passata la giovinezza in mezzo alle rivoluzioni, uomini che
rammentavano la condanna di Strafford, lo attentato contro i cinque
Rappresentanti, l’abolizione della Camera de’ Lordi, la decapitazione
del Re, rimasero atterriti allo aspetto delle pubbliche cose. L’accusa
contro Danby fu ripresa. Costui invocò il perdono del Principe. Ma i
Comuni trattarono la risposta con disprezzo, ed insistettero perchè
si seguitasse il processo. Nondimeno, Danby non era lo scopo precipuo
delle loro persecuzioni. Erano convinti che l’unico modo efficace di
assicurare la libertà e la religione dell’Inghilterra, era quello
d’escludere dal trono il Duca di York.
Il Re viveva in grande perplessità. Aveva insistito perchè suo
fratello, la vista del quale accendeva la rabbia del popolaccio,
si ritirasse per alcun tempo a Brusselles: ma non sembra che
tale concessione producesse favorevole effetto. Il partito delle
Teste–Rotonde divenne allora preponderante. Ad esso accostaronsi
milioni di cittadini, i quali, al tempo della Restaurazione, pendevano
verso la regia prerogativa. De’ vecchi Cavalieri molti partecipavano
alla prevalente paura del papismo; e molti, amaramente sentendo la
ingratitudine del Principe a pro’ del quale avevano fatti cotanti
sacrifici, prendevansi poca cura della miseria di lui, come egli aveva
poco curata la loro. Anche il Clero Anglicano, mortificato ed impaurito
dell’apostasia del Duca di York, sosteneva tanto la opposizione, da
congiungere cordialmente la propria voce al grido universale contro i
Cattolici Romani.
XLIV. Il Re, in cosiffatti estremi, erasi rivolto a Sir Guglielmo
Temple. Di tutti gl’impiegati di quell’età, Temple era quello che aveva
serbata migliore reputazione. La Triplice Alleanza era stata opera di
lui. Egli aveva ricusato di partecipare alla politica della Cabala,
ed era rigorosamente vissuto da privato finchè quella ebbe in mano il
governo della cosa pubblica. Chiamato da Danby, aveva abbandonato il
proprio ritiro, negoziata la pace fra l’Inghilterra e l’Olanda, ed era
stato precipuo strumento a concludere il matrimonio di Maria col cugino
Principe d’Orange. Così a lui riportavasi il merito di tutte le poche
cose lodevoli che erano state fatte dal Governo dopo la Restaurazione.
De’ numerosi falli e delitti commessi negli ultimi diciotto anni,
nessuno ne veniva a lui attribuito. La sua vita privata, quantunque non
fosse austera, era decorosa; i suoi modi erano popolari; e non era uomo
da lasciarsi corrompere da titoli o da ricchezze. Nonostante, qualche
cosa mancava al carattere di coteste spettabile uomo di Stato. L’amor
suo per la patria era tiepido. Era, pur troppo, studioso de’ suoi
agi e della dignità sua, e rifuggiva con pusillanime timore da ogni
responsabilità. E davvero, le abitudini della sua vita non lo rendevano
adattato ad immischiarsi seriamente ne’ conflitti delle nostre fazioni
intestine. Era pervenuto al cinquantesimo degli anni suoi senza aver
seduto nel Parlamento Inglese; e la sua esperienza officiale, ei
l’aveva quasi tutta acquistata nelle Corti forestiere. Giustamente
aveva fama d’essere uno de’ più insigni diplomatici dell’Europa; ma
lo ingegno e le doti d’un diplomatico differiscono molto da ciò che
richiedesi in un uomo politico per condurre la Camera de’ Comuni in
tempi torbidi.
Il disegno ch’egli propose, era argomento di non poca abilità. Comecchè
non fosse profondo filosofo, aveva, più che molti uomini pratici del
mondo, meditato intorno ai principii generali del Governo; ed aveva
fecondato il proprio intendimento studiando la storia e viaggiando ne’
paesi stranieri. E’ pare che discernesse più chiaramente che molti de’
suoi coetanei, la cagione delle difficoltà che stringevano il Governo.
L’indole dell’ordinamento politico in Inghilterra veniva a poco a poco
mutandosi. Il Parlamento lentamente, ma costantemente, acquistava
terreno sulla prerogativa. La linea tra il potere legislativo e lo
esecutivo era in teoria più che mai descritta distintamente, ma in
pratica diveniva ogni giorno più debole. Era teoria della Costituzione,
che il Re avesse potestà di nominare i propri Ministri. Ma la Camera
de’ Comuni aveva cacciati successivamente dalla direzione degli affari
Clarendon, la Cabala e Danby. Era teoria della Costituzione, che il
solo Re avesse potestà di fare guerra e pace. Ma la Camera de’ Comuni
lo aveva costretto a pacificarsi con l’Olanda, e lo aveva pressochè
forzato a muover guerra alla Francia. Era teoria della Costituzione,
che il Re fosse il solo giudice de’ casi in cui convenisse graziare i
colpevoli. Nondimeno, egli aveva tanta paura della Camera de’ Comuni,
che, allora non poteva rischiarsi di salvare dalla forca uomini ch’ei
ben sapeva essere vittime innocenti di uno spergiuro.
E’ parrebbe che Temple volesse assicurare al Corpo Legislativo
gl’indubitati poteri costituzionali, e nel tempo stesso impedirgli,
per quanto fosse possibile, di fare altre usurpazioni nel campo del
Potere Esecutivo. A tale fine, pensò di porre fra il Sovrano ed
il Parlamento un corpo che potesse frustrare la scossa della loro
collisione. Eravi un Corpo antico, altamente onorevole e riconosciuto
dalla legge, il quale, egli pensava, potevasi riformare in guisa, da
servire al predetto scopo. Pensò di dare al Consiglio Privato un nuovo
carattere ed un ufficio nuovo nel Governo. Fissò a trenta il numero de’
Consiglieri; quindici dei quali dovevano essere i principali ministri
dello Stato, della legge e della religione; gli altri quindici, nobili
e gentiluomini privi di impiego, ma opulenti e di grande reputazione.
Non vi doveva essere Gabinetto intimo. A tutti i trenta Consiglieri
doveva confidarsi ogni secreto di Stato, e dovevano tutti essere
chiamati ad ogni adunanza del Consiglio; e il Re doveva dichiarare, che
in ogni occasione si sarebbe lasciato guidare da loro.
Sembra che Temple credesse di assicurare, per mezzo di tale
ordinamento, la nazione contro la tirannia della Corona, e a un’ora
la Corona contro le usurpazioni del Parlamento. Da una parte, era
molto improbabile che i progetti, tali quali erano stati formati dalla
Cabala, si fossero potuti soltanto proporre per essere discussi in un’
Assemblea composta di trenta uomini eminenti, quindici dei quali non
avevano nessun vincolo d’interesse con la Corte. Dall’altra parte, era
da sperarsi che i Comuni, paghi della guarentigia che contro gli abusi
del Governo offriva un cosiffatto Consiglio Privato, si sarebbero, più
che per lo innanzi non avevano fatto, mantenuti dentro gli stretti
confini delle funzioni legislative, e più non avrebbero riputato
necessario d’immischiarsi in ogni cosa spettante al Potere Esecutivo.
Cotesto disegno, quantunque per molti rispetti non fosse indegno di
colui che lo aveva immaginato, era vizioso nel suo principio. Il
nuovo Consiglio era mezzo Gabinetto e mezzo Parlamento; e, simile ad
ogni altra invenzione, sia meccanica, sia politica, intesa a due fini
affatto diversi, non era buono a conseguirne nessuno. Era così ampio
e diviso, da non potere essere un buon corpo amministrativo. Era così
strettamente connesso con la Corona, da non riuscire un efficace potere
raffrenante. Conteneva bastevoli elementi popolari onde rendersi un
cattivo Consiglio di Stato, inadatto a serbare il segreto, a comporre
i negoziati malagevoli, e ad amministrare le cose della guerra.
Nulladimeno, quegli elementi popolari non erano punto bastevoli ad
assicurare la nazione contro gli abusi del Governo. Questo disegno,
adunque, quand’anco fosse stato sinceramente posto in esperimento,
non avrebbe potuto sortire esito felice; e non ne fu fatto sincero
sperimento. Il Re era instabile e perfido; il Parlamento era infiammato
ed irragionevole; e i materiali onde era composto il nuovo Consiglio,
benchè fossero forse i migliori che potesse apprestare quell’età, erano
anco cattivi.
L’iniziarsi del nuovo sistema fu, non pertanto, salutato con gioia
universale; imperocchè il popolo inchinava a reputare miglioramento
ogni qualunque mutazione. Gli tornarono anche gradite parecchie nomine.
Shaftesbury, ormai bene accetto alla plebe, fu fatto Lord Presidente.
Russell ed altri insigni uomini del partito patriottico furono
chiamati al Consiglio. Ma dopo pochi giorni, imbrogliossi ogni cosa.
Le inconvenevolezze di avere un Gabinetto così numeroso furono tali,
che lo stesso Temple assentì a variare una delle regole fondamentali
da lui proposte, e a diventare egli stesso parte di un piccolo nucleo
che dirigeva veramente ogni cosa. A lui furono accompagnati tre altri
Ministri, cioè Arturo Capel Conte di Essex, Giorgio Savite Visconte di
Halifax, e Roberto Spencer Conte di Sunderland.
Del Conte d’Essex, che era Primo Commissario del Tesoro, basti il dire
ch’era uomo fornito di doti solide, sebbene non appariscenti, e di
carattere grave e melanconico; che aderiva al partito patriottico, e
in quel tempo onestamente desiderava di riconciliare, in modo proficuo
allo Stato, quel partito col trono.
XLV. Fra gli uomini di Stato di quell’età, Halifax primeggiava per
ingegno. Aveva intelletto fecondo, sottile e capace; eloquenza
forbita, lucida e animata, la quale, accompagnata dal tono argentino
della voce, empiva di diletto la Camera de’ Lordi. Il suo conversare
soprabbondava di pensiero, di fantasia, di brio. I suoi scritti
politici sono degni di studio per pregio letterario; onde meritamente
ei si annovera fra i Classici Inglesi. Alla importanza ch’ei derivava
da doti sì grandi e variate, congiungeva la influenza che nasce dal
grado e dalla ricchezza. E nondimeno, in politica egli ebbe successo
meno prospero di molti altri a lui inferiori. A vero dire, quelle
peculiarità intellettuali che rendono pregevoli i suoi scritti, gli
furono d’impedimento nelle lotte della vita attiva. Perocchè egli
vide sempre gli avvenimenti non nello aspetto in cui comunemente si
mostrano ad un uomo che ne è parte, ma quali, dopo lo spazio di molti
anni, appariscono allo storico filosofo. Con tale tempra di mente, non
poteva a lungo seguitare ad agire cordialmente con nessuna società di
uomini. Tutti i pregiudizi, tutte le esagerazioni di ambedue i grandi
partiti dello Stato, lo muovevano a scherno. Spregiava le arti vili e
gl’irragionevoli clamori dei demagoghi. Spregiava anche più le dottrine
del diritto divino e della obbedienza passiva. Metteva egualmente in
canzone la bacchettoneria dell’ecclesiastico anglicano e quella del
puritano. Non poteva intendere come alcuno avversasse le festività de’
Santi, e certi abiti clericali; e come, soltanto per avversarli, l’uomo
potesse perseguitare il suo simile. In quanto all’indole, egli era ciò
che ai dì nostri si chiama Conservatore. In teoria era repubblicano.
Anche allorchè il timore dell’anarchia, e lo sdegno ch’ei sentiva
degl’inganni del volgo, lo indussero per qualche tempo a congiungersi
ai difensori del potere arbitrario, il suo intelletto era sempre con
Locke e con Milton. Veramente, i suoi scherni contro la Monarchia
ereditaria talvolta erano tali da sonar meglio sulle labbra di un
membro del Circolo della Testa di Vitello (_Calf’s Head Club_),[20] che
su quelle di un Consigliere privato degli Stuardi. In religione, era
tanto lungi da dirsi uno zelante, che i poco caritatevoli lo chiamavano
ateo: ma egli respinse con veemenza siffatta accusa; e in verità,
quantunque alcuna volta porgesse argomento di scandalo col modo onde
faceva uso del raro vigore del suo ragionare e de’ suoi dileggi sopra
subbietti gravi, ei sembra essere stato suscettibile di sentimenti
religiosi.
Egli era il capo di quegli uomini politici che dai due grandi partiti
venivano sprezzantemente chiamati Barcamenanti (_Trimmers_). Invece
di avere a sdegno questo soprannome, egli lo assunse come un titolo
d’onore, e rivendicò vivamente la dignità del vocabolo. Ogni cosa
buona, egli diceva, si tiene, si barcamena fra due estremi. La zona
temperata si tiene fra il clima dove gli uomini sono abbronzati, e
quello dove essi sono agghiacciati. La Chiesa Anglicana si tiene
fra la insania degli Anabattisti e la letargia dei Papisti. La
Costituzione Inglese si tiene fra il dispotismo turco, e l’anarchia
polacca. La virtù non è altro che un giusto temperamento fra certe
tendenze, ciascuna delle quali, condotta all’eccesso, diventa vizio.
Anzi, la perfezione dello stesso Ente Supremo consiste nell’esatto
equilibrio degli attributi, nessuno dei quali potrebbe preponderare
senza turbare l’ordine morale e fisico del mondo.[21] Così Halifax
barcamenavasi per principio. Si barcamenava parimente a cagione della
indole, della mente e del proprio cuore. Aveva intendimento acuto,
scettico, inesauribilmente fecondo di distinzioni ed obiezioni; gusto
insigne, sentimento squisito del burlesco, indole placida e indulgente,
ma fastidiosa, e in nessun modo inchinevole o alla malignità o alla
ammirazione entusiastica. Un uomo tale non poteva essere lungamente
l’amico immutabile di qualsivoglia partito politico. Nondimeno, non è
mestieri accomunarlo alla turba volgare de’ rinnegati. Imperciocchè,
quantunque, al pari di costoro, egli passasse ora a questa, ora a
quella parte, il suo trapasso avveniva in direzione opposta alla loro.
Ei non aveva nulla di comune con quelli che volano da estremo ad
estremo, e sentono per il partito da essi abbandonato una animosità
più forte di quella dei nemici costanti. Il suo posto era in mezzo alle
divisioni ostili della Comunità, ed ei non ispingevasi oltre i confini
dell’una o dell’altra. Il partito al quale egli apparteneva, era sempre
quello che in quel momento piacevagli meno, perchè lo mirava più da
presso. E però, egli era sempre severo verso i suoi colleghi violenti,
e sempre in amichevoli relazioni coi suoi oppositori moderati. Ciascuna
fazione, nel giorno del proprio insolente e vendicativo trionfo,
incorreva nella censura di lui; ma vinta e perseguitata, trovava in
lui un protettore. A perenne onor suo, è uopo rammentare ch’egli tentò
di salvare quelle vittime, la sciagurata sorte delle quali ha lasciata
turpissima macchia sul nome de’ Whig e dei Tory.