Eduardo Coleman, molto operoso, ma non onesto intrigante cattolico

romano, era fra le persone accusate. Inquisirono le sue carte, e si

accorsero che ne aveva distrutta gran parte. Ma le poche che furono

prese, contenevano certe parole, che sembravano, alle menti fortemente

preoccupate, confermare la testimonianza d’Oates. Queste parole, per

vero dire, ove s’interpretino con ischiettezza, paiono esprimere poco

più che certe speranze, che la postura delle cose, le predilezioni di

Carlo, le più forti predilezioni di Giacomo, e le relazioni esistenti

tra la Corte Francese e la Inglese, potevano naturalmente eccitare nel

cuore di un cattolico romano, strettamente vincolato agli interessi

della propria Chiesa. Ma il paese allora non inchinava a interpretare

schiettamente le lettere de’ papisti; e si concluse, con qualche

apparenza di ragione, che se alcuni scritti ai quali s’era poco badato,

come quelli che non avevano nessuna importanza, erano pieni di cose

talmente sospette, qualche gran mistero d’iniquità doveva contenersi in

que’ documenti che erano stati con gran cura dati alle fiamme.

Pochi giorni dopo si seppe che Sir Edmondsbury Godfrey, insigne Giudice

di Pace che aveva raccolte le deposizioni di Oates contro Coleman, era

scomparso. Fattane ricerca, ne trovarono il cadavere in un campo presso

Londra. Chiaro appariva ch’era morto di morte violenta. Era parimente

chiaro che non era stato assassinato dai ladri. La sua miseranda fine

è rimasta sinora un secreto. Taluni credono che si uccidesse da sè;

altri che ei cadesse vittima d’inimicizia privata. La opinione più

improbabile è, che fosse assassinato dal partito ostile alla Corte,

onde meglio colorire la novella della congiura. La opinione più

probabile sembra essere, che qualche furente cattolico romano, spinto

alla frenesia dalle menzogne di Oates e dagli insulti della plebe, non

facendo nessuna distinzione tra l’accusatore spergiuro e l’innocente

magistrato, si fosse voluto vendicare in un modo, di cui la storia

delle sètte perseguitate fornisce troppo numerosi esempi. Se così andò

la faccenda, lo assassino dovette poscia maledire alla sua propria

malvagità e follia. La metropoli e tutta la nazione insanirono d’odio

e di paura. Le leggi penali, che avevano cominciato a perdere alcun

che della loro acerbità, divennero nuovamente più rigorose. In ogni

dove i giudici erano affaccendati a perquisire case e impossessarsi

di carte. Tutte le prigioni rigurgitavano di papisti. Londra rendeva

immagine d’una città in istato d’assedio. La guardia cittadina

rimaneva in armi tutta la notte. Facevansi apparecchi a barricare le

grandi strade. Pattuglie correvano su e giù per le vie. Whitehall fu

circondato di cannoni. Nessun cittadino reputavasi sicuro senza portare

sotto la veste un’arme carica di piombo, per far saltare le cervella

agli assassini papali. Il cadavere del magistrato ucciso, fu esposto

per parecchi giorni allo sguardo del popolo affollantesi; e venne

finalmente sepolto con istrane e terribili cerimonie, che erano indizio

più presto di sete di vendetta, che di dolore o di speranza religiosa.

Le Camere insistevano perchè le volte sopra le quali i rappresentanti

sedevano, venissero custodite da uomini armati, onde guardarsi da una

seconda Congiura delle Polveri. Tutti i loro atti avevano lo stesso

scopo. Dal regno di Elisabetta in poi, il giuramento di supremazia era

stato richiesto ai membri della Camera de’ Comuni. Alcuni Cattolici

Romani, nondimeno, si erano studiati d’interpretare quel giuramento

in guisa, da poterlo prestare senza scrupolo di coscienza. Adesso

ne fu rifatta la formula; e i Lordi Cattolici Romani furono, per la

prima volta, esclusi da’ loro seggi in Parlamento. Vennero adottati

vigorosi provvedimenti contro la Regina. I Comuni gettarono in carcere

uno dei Segretari di Stato, per avere contrassegnate commissioni

dirette a gentiluomini che non erano buoni protestanti. Accusarono

d’alto tradimento il Lord Tesoriere. Anzi dimenticarono a tal segno la

dottrina da loro apertamente professata mentre era ancora fresca la

memoria della guerra civile, che tentarono perfino di privare il Re del

comando della guardia cittadina. A tale esasperazione, diciotto anni di

pessimo governo avevano condotto il più leale Parlamento che si fosse

mai adunato in Inghilterra!

Parrà forse strano a taluni, come in tanto estremo il Re si esponesse

al risico di appellarsi al popolo, perocchè il popolo era in maggiore

eccitamento che non erano i Rappresentanti. La Camera Bassa,

malcontenta come era, conteneva un numero maggiore di Cavalieri,

di quanti ne potessero verosimilmente essere rieletti di nuovo. Ma

pensavasi che lo scioglimento ponesse fine all’accusa contro il Lord

Tesoriere; accusa che, probabilmente, avrebbe tratti alla luce del

giorno tutti i colpevoli misteri della alleanza francese, e cagionate

gravi molestie personali ed impacci non pochi a Carlo. E però, nel

gennaio del 1679, il Parlamento, che era esistito sempre dall’anno

1661, venne disciolto; e si spedirono i decreti per una elezione

generale.

XLII. Per varie settimane, la contesa in tutto il Regno fu feroce ed

ostinata oltre ogni credere. Si profusero somme di danari, di cui non

v’era esempio precedente. Si adoperarono nuovi mezzi di riuscita. Fu

notato dagli scrittori di que’ tempi come cosa straordinaria, che

si affittassero cavalli a gran prezzo per trasportare gli elettori

al luogo d’elezione. L’uso di sminuzzare le possessioni libere

onde moltiplicare i voti, ha principio da questa memorabile lotta.

I predicatori dissenzienti, che stavano da lungo tempo nascosti

in tranquilli recessi fuggendo la persecuzione, uscirono fuori, e

correvano di villaggio in villaggio, onde riaccendere lo zelo del

disperso popolo di Dio. La procella mugghiava minacciosa contro il

Governo. Moltissimi de’ nuovi Rappresentanti vennero a Westminster in

contegno poco diverso da quello dei loro predecessori, che avevano

imprigionato Strafford e Laud dentro la Torre.

Frattanto, le Corti di Giustizia, le quali fra mezzo alle commozioni

politiche avrebbero dovuto essere luoghi sicuri di rifugio agli

innocenti di qualsivoglia partito, erano deturpate da più selvagge

passioni e più vile corruttela, che non fossero le assemblee degli

elettori. La storiella d’Oates, comunque fosse stata bastevole a

conturbare tutto il reame, non poteva bastare, fino a che non fosse

confermata da nuova testimonianza, a distruggere il più dappoco tra

coloro ch’egli aveva accusati. Imperciocchè, nella legge d’Inghilterra,

due testimoni erano necessari a stabilire la colpa di tradimento. Ma

il successo del primo impostore produsse le sue naturali conseguenze.

In poche settimane, dalla penuria ed oscurità in cui giaceva, erasi

inalzato ad opulenza e a potere tali, che egli era il terrore del

principe e dei nobili; a quella tale rinomanza, che per gli animi

bassi e ribaldi ha tutta la magia della gloria. Non rimase lungo tempo

senza coadiutori e rivali. Uno sciagurato, di nome Carstairs, il

quale aveva campata la vita in Iscozia intervenendo ai conventicoli e

facendo poscia la spia a’ predicatori, aprì la via. Bedloe, ribaldo

conosciutissimo, gli tenne dietro; e tosto da tutti i bordelli, le case

da giuoco e le case d’uscieri di Londra, sbucarono falsi testimoni

a deporre contro la vita de’ Cattolici Romani. Uno si presentò

raccontando la novella di un’armata di trenta mila uomini, i quali,

travestiti da pellegrini, dovevano ragunarsi a Corunna, e quivi

imbarcarsi per il paese di Galles. Un altro diceva, essergli stata

promessa la canonizzazione e cinquecento sterline per assassinare il

Re. Un terzo erasi introdotto in una taverna a Covent Garden, ed aveva

udito un gran banchiere cattolico romano far sacramento, in mezzo a

tutti gli astanti e i garzoni, di uccidere il tiranno eretico. Oates,

per non essere vinto dai suoi imitatori, alla sua prima narrazione

aggiunse un ampio supplemento. Ebbe la portentosa impudenza di

affermare, fra le altre cose, d’ essersi una volta nascosto dietro

un uscio socchiuso, ed avere udito la Regina che affermava di avere

assentito allo assassinio del proprio consorte. Il volgo credeva, e

gli alti magistrati facevano mostra di credere, simiglianti fandonie.

I giudici principali del Regno erano corrotti, crudeli e vigliacchi.

I capi del partito patriottico fomentavano il pubblico inganno. I più

rispettabili di essi, in verità, erano talmente caduti in inganno, da

credere vera la maggior parte delle prove della congiura. Uomini come

Shaftesbury e Buckingham, senza alcun dubbio, si accorgevano che tutto

era una pretta invenzione; ma giovava pur troppo i loro disegni, e alle

loro aride coscienze la morte di un innocente non dava inquietudine

maggiore di quella della morte d’una pernice. I giurati partecipavano

ai sentimenti allora comuni a tutta la nazione, e venivano incoraggiati

dal seggio a compiacere senza riserbo a cosiffatti sentimenti. La plebe

applaudì Oates e i suoi consorti, fischiò e battè i testimoni che

comparvero a difesa degli accusati, e mandò gridi di gioia appena fu

profferita la sentenza che li dichiarava colpevoli. Invano que’ miseri

invocavano la onestà della loro vita passata; imperocchè nella mente

di tutti stava fitto il pensiero, che quanto più coscienzioso fosse un

papista, tanto era più verosimile che ei congiurasse contro un Governo

protestante. Invano risolutamente affermarono la propria innocenza fino

al momento stesso della morte; imperciocchè era opinione generale, che

un buon papista considerava qualsivoglia menzogna che fosse utile alla

sua Chiesa, non solo scusabile, ma meritoria.

XLIII. Mentre il sangue innocente spargevasi sotto le forme della

giustizia, adunossi il nuovo Parlamento; e fu tale il violento

procedere del partito predominante, che anche gli uomini che

avevano passata la giovinezza in mezzo alle rivoluzioni, uomini che

rammentavano la condanna di Strafford, lo attentato contro i cinque

Rappresentanti, l’abolizione della Camera de’ Lordi, la decapitazione

del Re, rimasero atterriti allo aspetto delle pubbliche cose. L’accusa

contro Danby fu ripresa. Costui invocò il perdono del Principe. Ma i

Comuni trattarono la risposta con disprezzo, ed insistettero perchè

si seguitasse il processo. Nondimeno, Danby non era lo scopo precipuo

delle loro persecuzioni. Erano convinti che l’unico modo efficace di

assicurare la libertà e la religione dell’Inghilterra, era quello

d’escludere dal trono il Duca di York.

Il Re viveva in grande perplessità. Aveva insistito perchè suo

fratello, la vista del quale accendeva la rabbia del popolaccio,

si ritirasse per alcun tempo a Brusselles: ma non sembra che

tale concessione producesse favorevole effetto. Il partito delle

Teste–Rotonde divenne allora preponderante. Ad esso accostaronsi

milioni di cittadini, i quali, al tempo della Restaurazione, pendevano

verso la regia prerogativa. De’ vecchi Cavalieri molti partecipavano

alla prevalente paura del papismo; e molti, amaramente sentendo la

ingratitudine del Principe a pro’ del quale avevano fatti cotanti

sacrifici, prendevansi poca cura della miseria di lui, come egli aveva

poco curata la loro. Anche il Clero Anglicano, mortificato ed impaurito

dell’apostasia del Duca di York, sosteneva tanto la opposizione, da

congiungere cordialmente la propria voce al grido universale contro i

Cattolici Romani.

XLIV. Il Re, in cosiffatti estremi, erasi rivolto a Sir Guglielmo

Temple. Di tutti gl’impiegati di quell’età, Temple era quello che aveva

serbata migliore reputazione. La Triplice Alleanza era stata opera di

lui. Egli aveva ricusato di partecipare alla politica della Cabala,

ed era rigorosamente vissuto da privato finchè quella ebbe in mano il

governo della cosa pubblica. Chiamato da Danby, aveva abbandonato il

proprio ritiro, negoziata la pace fra l’Inghilterra e l’Olanda, ed era

stato precipuo strumento a concludere il matrimonio di Maria col cugino

Principe d’Orange. Così a lui riportavasi il merito di tutte le poche

cose lodevoli che erano state fatte dal Governo dopo la Restaurazione.

De’ numerosi falli e delitti commessi negli ultimi diciotto anni,

nessuno ne veniva a lui attribuito. La sua vita privata, quantunque non

fosse austera, era decorosa; i suoi modi erano popolari; e non era uomo

da lasciarsi corrompere da titoli o da ricchezze. Nonostante, qualche

cosa mancava al carattere di coteste spettabile uomo di Stato. L’amor

suo per la patria era tiepido. Era, pur troppo, studioso de’ suoi

agi e della dignità sua, e rifuggiva con pusillanime timore da ogni

responsabilità. E davvero, le abitudini della sua vita non lo rendevano

adattato ad immischiarsi seriamente ne’ conflitti delle nostre fazioni

intestine. Era pervenuto al cinquantesimo degli anni suoi senza aver

seduto nel Parlamento Inglese; e la sua esperienza officiale, ei

l’aveva quasi tutta acquistata nelle Corti forestiere. Giustamente

aveva fama d’essere uno de’ più insigni diplomatici dell’Europa; ma

lo ingegno e le doti d’un diplomatico differiscono molto da ciò che

richiedesi in un uomo politico per condurre la Camera de’ Comuni in

tempi torbidi.

Il disegno ch’egli propose, era argomento di non poca abilità. Comecchè

non fosse profondo filosofo, aveva, più che molti uomini pratici del

mondo, meditato intorno ai principii generali del Governo; ed aveva

fecondato il proprio intendimento studiando la storia e viaggiando ne’

paesi stranieri. E’ pare che discernesse più chiaramente che molti de’

suoi coetanei, la cagione delle difficoltà che stringevano il Governo.

L’indole dell’ordinamento politico in Inghilterra veniva a poco a poco

mutandosi. Il Parlamento lentamente, ma costantemente, acquistava

terreno sulla prerogativa. La linea tra il potere legislativo e lo

esecutivo era in teoria più che mai descritta distintamente, ma in

pratica diveniva ogni giorno più debole. Era teoria della Costituzione,

che il Re avesse potestà di nominare i propri Ministri. Ma la Camera

de’ Comuni aveva cacciati successivamente dalla direzione degli affari

Clarendon, la Cabala e Danby. Era teoria della Costituzione, che il

solo Re avesse potestà di fare guerra e pace. Ma la Camera de’ Comuni

lo aveva costretto a pacificarsi con l’Olanda, e lo aveva pressochè

forzato a muover guerra alla Francia. Era teoria della Costituzione,

che il Re fosse il solo giudice de’ casi in cui convenisse graziare i

colpevoli. Nondimeno, egli aveva tanta paura della Camera de’ Comuni,

che, allora non poteva rischiarsi di salvare dalla forca uomini ch’ei

ben sapeva essere vittime innocenti di uno spergiuro.

E’ parrebbe che Temple volesse assicurare al Corpo Legislativo

gl’indubitati poteri costituzionali, e nel tempo stesso impedirgli,

per quanto fosse possibile, di fare altre usurpazioni nel campo del

Potere Esecutivo. A tale fine, pensò di porre fra il Sovrano ed

il Parlamento un corpo che potesse frustrare la scossa della loro

collisione. Eravi un Corpo antico, altamente onorevole e riconosciuto

dalla legge, il quale, egli pensava, potevasi riformare in guisa, da

servire al predetto scopo. Pensò di dare al Consiglio Privato un nuovo

carattere ed un ufficio nuovo nel Governo. Fissò a trenta il numero de’

Consiglieri; quindici dei quali dovevano essere i principali ministri

dello Stato, della legge e della religione; gli altri quindici, nobili

e gentiluomini privi di impiego, ma opulenti e di grande reputazione.

Non vi doveva essere Gabinetto intimo. A tutti i trenta Consiglieri

doveva confidarsi ogni secreto di Stato, e dovevano tutti essere

chiamati ad ogni adunanza del Consiglio; e il Re doveva dichiarare, che

in ogni occasione si sarebbe lasciato guidare da loro.

Sembra che Temple credesse di assicurare, per mezzo di tale

ordinamento, la nazione contro la tirannia della Corona, e a un’ora

la Corona contro le usurpazioni del Parlamento. Da una parte, era

molto improbabile che i progetti, tali quali erano stati formati dalla

Cabala, si fossero potuti soltanto proporre per essere discussi in un’

Assemblea composta di trenta uomini eminenti, quindici dei quali non

avevano nessun vincolo d’interesse con la Corte. Dall’altra parte, era

da sperarsi che i Comuni, paghi della guarentigia che contro gli abusi

del Governo offriva un cosiffatto Consiglio Privato, si sarebbero, più

che per lo innanzi non avevano fatto, mantenuti dentro gli stretti

confini delle funzioni legislative, e più non avrebbero riputato

necessario d’immischiarsi in ogni cosa spettante al Potere Esecutivo.

Cotesto disegno, quantunque per molti rispetti non fosse indegno di

colui che lo aveva immaginato, era vizioso nel suo principio. Il

nuovo Consiglio era mezzo Gabinetto e mezzo Parlamento; e, simile ad

ogni altra invenzione, sia meccanica, sia politica, intesa a due fini

affatto diversi, non era buono a conseguirne nessuno. Era così ampio

e diviso, da non potere essere un buon corpo amministrativo. Era così

strettamente connesso con la Corona, da non riuscire un efficace potere

raffrenante. Conteneva bastevoli elementi popolari onde rendersi un

cattivo Consiglio di Stato, inadatto a serbare il segreto, a comporre

i negoziati malagevoli, e ad amministrare le cose della guerra.

Nulladimeno, quegli elementi popolari non erano punto bastevoli ad

assicurare la nazione contro gli abusi del Governo. Questo disegno,

adunque, quand’anco fosse stato sinceramente posto in esperimento,

non avrebbe potuto sortire esito felice; e non ne fu fatto sincero

sperimento. Il Re era instabile e perfido; il Parlamento era infiammato

ed irragionevole; e i materiali onde era composto il nuovo Consiglio,

benchè fossero forse i migliori che potesse apprestare quell’età, erano

anco cattivi.

L’iniziarsi del nuovo sistema fu, non pertanto, salutato con gioia

universale; imperocchè il popolo inchinava a reputare miglioramento

ogni qualunque mutazione. Gli tornarono anche gradite parecchie nomine.

Shaftesbury, ormai bene accetto alla plebe, fu fatto Lord Presidente.

Russell ed altri insigni uomini del partito patriottico furono

chiamati al Consiglio. Ma dopo pochi giorni, imbrogliossi ogni cosa.

Le inconvenevolezze di avere un Gabinetto così numeroso furono tali,

che lo stesso Temple assentì a variare una delle regole fondamentali

da lui proposte, e a diventare egli stesso parte di un piccolo nucleo

che dirigeva veramente ogni cosa. A lui furono accompagnati tre altri

Ministri, cioè Arturo Capel Conte di Essex, Giorgio Savite Visconte di

Halifax, e Roberto Spencer Conte di Sunderland.

Del Conte d’Essex, che era Primo Commissario del Tesoro, basti il dire

ch’era uomo fornito di doti solide, sebbene non appariscenti, e di

carattere grave e melanconico; che aderiva al partito patriottico, e

in quel tempo onestamente desiderava di riconciliare, in modo proficuo

allo Stato, quel partito col trono.

XLV. Fra gli uomini di Stato di quell’età, Halifax primeggiava per

ingegno. Aveva intelletto fecondo, sottile e capace; eloquenza

forbita, lucida e animata, la quale, accompagnata dal tono argentino

della voce, empiva di diletto la Camera de’ Lordi. Il suo conversare

soprabbondava di pensiero, di fantasia, di brio. I suoi scritti

politici sono degni di studio per pregio letterario; onde meritamente

ei si annovera fra i Classici Inglesi. Alla importanza ch’ei derivava

da doti sì grandi e variate, congiungeva la influenza che nasce dal

grado e dalla ricchezza. E nondimeno, in politica egli ebbe successo

meno prospero di molti altri a lui inferiori. A vero dire, quelle

peculiarità intellettuali che rendono pregevoli i suoi scritti, gli

furono d’impedimento nelle lotte della vita attiva. Perocchè egli

vide sempre gli avvenimenti non nello aspetto in cui comunemente si

mostrano ad un uomo che ne è parte, ma quali, dopo lo spazio di molti

anni, appariscono allo storico filosofo. Con tale tempra di mente, non

poteva a lungo seguitare ad agire cordialmente con nessuna società di

uomini. Tutti i pregiudizi, tutte le esagerazioni di ambedue i grandi

partiti dello Stato, lo muovevano a scherno. Spregiava le arti vili e

gl’irragionevoli clamori dei demagoghi. Spregiava anche più le dottrine

del diritto divino e della obbedienza passiva. Metteva egualmente in

canzone la bacchettoneria dell’ecclesiastico anglicano e quella del

puritano. Non poteva intendere come alcuno avversasse le festività de’

Santi, e certi abiti clericali; e come, soltanto per avversarli, l’uomo

potesse perseguitare il suo simile. In quanto all’indole, egli era ciò

che ai dì nostri si chiama Conservatore. In teoria era repubblicano.

Anche allorchè il timore dell’anarchia, e lo sdegno ch’ei sentiva

degl’inganni del volgo, lo indussero per qualche tempo a congiungersi

ai difensori del potere arbitrario, il suo intelletto era sempre con

Locke e con Milton. Veramente, i suoi scherni contro la Monarchia

ereditaria talvolta erano tali da sonar meglio sulle labbra di un

membro del Circolo della Testa di Vitello (_Calf’s Head Club_),[20] che

su quelle di un Consigliere privato degli Stuardi. In religione, era

tanto lungi da dirsi uno zelante, che i poco caritatevoli lo chiamavano

ateo: ma egli respinse con veemenza siffatta accusa; e in verità,

quantunque alcuna volta porgesse argomento di scandalo col modo onde

faceva uso del raro vigore del suo ragionare e de’ suoi dileggi sopra

subbietti gravi, ei sembra essere stato suscettibile di sentimenti

religiosi.

Egli era il capo di quegli uomini politici che dai due grandi partiti

venivano sprezzantemente chiamati Barcamenanti (_Trimmers_). Invece

di avere a sdegno questo soprannome, egli lo assunse come un titolo

d’onore, e rivendicò vivamente la dignità del vocabolo. Ogni cosa

buona, egli diceva, si tiene, si barcamena fra due estremi. La zona

temperata si tiene fra il clima dove gli uomini sono abbronzati, e

quello dove essi sono agghiacciati. La Chiesa Anglicana si tiene

fra la insania degli Anabattisti e la letargia dei Papisti. La

Costituzione Inglese si tiene fra il dispotismo turco, e l’anarchia

polacca. La virtù non è altro che un giusto temperamento fra certe

tendenze, ciascuna delle quali, condotta all’eccesso, diventa vizio.

Anzi, la perfezione dello stesso Ente Supremo consiste nell’esatto

equilibrio degli attributi, nessuno dei quali potrebbe preponderare

senza turbare l’ordine morale e fisico del mondo.[21] Così Halifax

barcamenavasi per principio. Si barcamenava parimente a cagione della

indole, della mente e del proprio cuore. Aveva intendimento acuto,

scettico, inesauribilmente fecondo di distinzioni ed obiezioni; gusto

insigne, sentimento squisito del burlesco, indole placida e indulgente,

ma fastidiosa, e in nessun modo inchinevole o alla malignità o alla

ammirazione entusiastica. Un uomo tale non poteva essere lungamente

l’amico immutabile di qualsivoglia partito politico. Nondimeno, non è

mestieri accomunarlo alla turba volgare de’ rinnegati. Imperciocchè,

quantunque, al pari di costoro, egli passasse ora a questa, ora a

quella parte, il suo trapasso avveniva in direzione opposta alla loro.

Ei non aveva nulla di comune con quelli che volano da estremo ad

estremo, e sentono per il partito da essi abbandonato una animosità

più forte di quella dei nemici costanti. Il suo posto era in mezzo alle

divisioni ostili della Comunità, ed ei non ispingevasi oltre i confini

dell’una o dell’altra. Il partito al quale egli apparteneva, era sempre

quello che in quel momento piacevagli meno, perchè lo mirava più da

presso. E però, egli era sempre severo verso i suoi colleghi violenti,

e sempre in amichevoli relazioni coi suoi oppositori moderati. Ciascuna

fazione, nel giorno del proprio insolente e vendicativo trionfo,

incorreva nella censura di lui; ma vinta e perseguitata, trovava in

lui un protettore. A perenne onor suo, è uopo rammentare ch’egli tentò

di salvare quelle vittime, la sciagurata sorte delle quali ha lasciata

turpissima macchia sul nome de’ Whig e dei Tory.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 20 / 58 段