politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del
Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno
poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato:
era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una
specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio
di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con
eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale
abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a
dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale:
ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo
spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno,
avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era,
in monarchia assoluta.
XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni
negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli
Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e
gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato
a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con
l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare
ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il
capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi
francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero
essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro
la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di
tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che
avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendeva verso una
crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta
crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un
improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe
che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo
alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise
solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.
Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere
astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui
ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser
valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di
Prova (_Test Act_), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile
o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia,
firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere
pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra.
Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule
erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai
papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere
verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare
che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa
anche ai non–conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva
bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La
legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre
l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.
XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra
cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia
cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica
interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica
estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e
Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto
porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non
era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo
onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone
bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario
di Stato, per passare ad un impiego tranquillo e dignitoso nella Casa
reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e
mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale,
tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’
quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.
Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed
espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per
la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse
di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a
stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover,
e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della
Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse
ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato
dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le
Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove
la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della
Corte britannica.
XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a
Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella
Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e
alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato
Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli
alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione.
Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala
gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia
rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu
condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’
primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma
ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante
ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover.
Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel
promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della
propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la
prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai
diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford. Il pensiero di
stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e
riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò
mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia
quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre
ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano
disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo
aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili,
dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava
egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno
potente al pari di Elisabetta.
Mosso da cotali pensieri, Danby intese ad assicurare al partito de’
Cavalieri lo esclusivo possesso di tutto il potere politico, tanto
esecutivo quanto legislativo. Nell’anno 1675, adunque, fu proposta
ai Lordi una legge, nella quale veniva ordinato che niuno potesse
occupare un ufficio qualunque, o aver seggio nelle due Camere del
Parlamento, senza aver prima dichiarato con giuramento di considerare
come criminosa la resistenza fatta in qualunque caso al potere regio,
e di non contribuire giammai ad alterare il Governo della Chiesa o
dello Stato. Per parecchie settimane, le discussioni, le scissure,
le proteste, cui fu cagione la predetta proposta, tennero in grande
commovimento il paese. La opposizione nella Camera de’ Comuni,
capitanata da due membri della Cabala che volevano far pace con la
nazione, cioè da Buckingham e Shaftesbury, fu oltremodo veemente e
pertinace, ed infine riusci vittoriosa. La proposta non fu respinta, ma
ritardata, mutilata, e finalmente messa da parte.
Tanto arbitrario ed esclusivo era il disegno di politica interna
concepito da Danby! Le sue opinioni intorno alla politica esterna
erano per lui maggiormente onorevoli, come quelle che procedevano
direttamente opposte agl’intendimenti della Cabala, e differivano poco
dalle idee del partito patriottico. Lamentava amaramente l’abiezione
in cui la Inghilterra era caduta, e dichiarava, con più energia che
gentilezza, essere lo ardentissimo de’ suoi desiderii quello di
condurre a suono di bastonate i Francesi al debito rispetto verso di
essa. Mascherava così poco i propri pensieri, che in un gran banchetto,
al quale sedevano i più illustri dignitari dello Stato e della Chiesa,
riempì il bicchiere, bevendo con poco decoro a confusione di coloro
che erano contrari ad una guerra con la Francia. Davvero, avrebbe
volentieri veduto la propria patria congiungersi con le Potenze che
allora erano collegate contro Luigi; ed a tal fine, era propenso a
porre Temple, autore della Triplice Alleanza, a capo del Ministero
degli Affari Esteri. Ma il potere del primo Ministro era limitato.
Nelle sue lettere più confidenziali querelavasi che l’acciecamento
del suo signore impedisse l’Inghilterra di prendere il posto che
spettavale fra le nazioni europee. Carlo era insaziabilmente cupido
dell’oro francese; non aveva in nulla abbandonata la speranza di potere
in futuro, con lo aiuto delle armi di Francia, stabilire la monarchia
assoluta; e per ambedue queste ragioni desiderava di mantenere buona
intelligenza con la Corte di Versailles.
Così il Sovrano pendeva verso un sistema di politica esterna, e
il Ministro verso altro sistema diametralmente opposto. Nè l’uno
nè l’altro, in verità, era d’indole tale da seguire un fine con
immutabile costanza. Ciascuno di loro, secondo l’occasione, cedeva alla
importunità dell’altro; e le discordi tendenze e le mutue concessioni
loro davano alla intera amministrazione un carattere stranamente
capriccioso. Carlo talvolta, per leggerezza ed indolenza, soffriva che
Danby prendesse misure, delle quali Luigi risentivasi come d’ingiurie
mortali. Danby, più presto che lasciare il suo splendido posto,
talvolta piegavasi a certe compiacenze, che gli erano di acerbo dolore
e vergogna. Il Re fu indotto a consentire al matrimonio di Maria,
figlia primogenita ed erede presuntiva del Duca di York, con Guglielmo
d’Orange, nemico irreconciliabile della Francia, e campione ereditario
della Riforma. Anzi, il valoroso Conte di Ossory, figlio di Ormondo,
fu mandato ad aiutare gli Olandesi con alcune milizie britanniche, le
quali nel giorno più sanguinoso della guerra rivendicarono alla nazione
la rinomanza d’indomito coraggio. Il Tesoriere, dall’altra parte,
fu astretto non solo a mostrarsi connivente ad alcune transazioni
pecuniarie scandalosissime, tra il proprio signore e la Corte di
Versailles, ma a fare, malvolentieri e con poca grazia, la parte d’
agente.
XXXVIII. Intanto, il partito patriottico da due forti sentimenti fu
tratto a due direzioni opposte. I capi popolari, quantunque avessero
paura della grandezza di Luigi, il quale non solo faceva fronte alla
forza dell’Alleanza continentale, ma acquistava terreno, temevano
nondimeno di affidare nelle mani del proprio Re i mezzi di domare la
Francia, auspicando che tali mezzi venissero adoperati a distruggere
le libertà della Inghilterra. Il conflitto di questi due timori,
ambidue legittimi, dava alla politica della opposizione apparenza
strana e volubile, al pari di quella della Corte. I Comuni gridarono
guerra contro la Francia, finchè il Re, incitato da Danby a compiacere
al desiderio loro, parve disposto a cedere, e si mise a far leve di
soldati. Ma appena i Comuni videro cominciati i reclutamenti, la
paura che avevano di Luigi dette luogo ad altra paura più prossima.
Cominciarono a temere che le nuove leve venissero adoperate in una
impresa alla quale Carlo aveva maggiore interesse che a quella di
difendere le Fiandre. Ricusarono, quindi, la chiesta pecunia, e
gridavano al disarmo, schiamazzando come poco innanzi avevano fatto
allorchè chiedevano lo armamento. E’ pare che gli storici che hanno
severamente biasimata cotesta incoerenza, non badassero bastevolmente
alla impacciata condizione di quei sudditi che hanno ragione di credere
come il loro principe congiuri con un potentato straniero ed ostile a
danno delle libertà loro. Ricusargli i mezzi militari, è il medesimo
che lasciare lo Stato senza difesa. Nonostante, dandoglieli, gli si
porrebbero forse in mano le armi contro lo Stato. In tali circostanze,
l’ondeggiare fra questi pensieri non va considerato come argomento di
disonestà, e nè anche di debolezza.
XXXIX. Tali gelosie venivano studiosamente fomentate dal Re di Francia.
Aveva tenuto a bada la Inghilterra con la promessa di sostenere il
trono contro il Parlamento. Adesso, paventando che i patriottici
consigli di Danby avessero a prevalere nel Gabinetto, cominciò ad
infiammare il Parlamento contro il trono. A Luigi e al partito
patriottico una sola cosa era comune; vale a dire un profondo diffidare
di Carlo. Se quel partito fosse stato sicuro che il Re intendeva
guerreggiare contro la Francia, sarebbe stato prontissimo a sostenerlo.
Se Luigi fosse stato sicuro che le nuove leve fossero destinate a
muovere guerra solo alla Costituzione dell’Inghilterra, non si sarebbe
provato d’impedirle. Ma la instabilità e perfidia di Carlo erano tali,
che il Governo Francese e la opposizione inglese, discordi in ogni
altra cosa, concordavano nel non credere alle sue proteste, e volevano
egualmente tenerlo povero e senza esercito. Si apersero comunicazioni
tra Barillon ambasciatore di Luigi, e que’ politici inglesi che avevano
sempre sentito e tuttavia sinceramente sentivano grandissima avversione
alla preponderanza francese. Guglielmo Lord Russell, figlio del
Conte di Bedford, che era l’uomo più onesto del partito patriottico,
non abborrì di tramare con un Ministro straniero, onde tenere
nell’imbarazzo il proprio Sovrano. In ciò consisteva tutta la colpa di
Russell. I suoi principii e le sue ricchezze lo rendevano inaccessibile
ad ogni tentazione d’indole sordida; ma v’è molta ragione a credere,
che parecchi de’ suoi colleghi fossero meno scrupolosi di lui. Sarebbe
cosa ingiusta addebitarli della ribalderia di avere ricevuto la mancia
per recare detrimento alla patria: all’incontro, intendevano giovarla;
ma è impossibile negare che fossero abietti e poco delicati, allorchè,
per servirla, si lasciavano pagare da un principe, forestiero. Fra
coloro che non possono andare assoluti da siffatto disonorevole
addebito, era un uomo che viene comunemente considerato come la
personificazione dello spirito pubblico, e che, nonostante alcuni
difetti morali e intellettuali, è meritamente degno d’esser chiamato
eroe, filosofo ed amatore della patria. È impossibile vedere senza
cordoglio un tanto nome nella lista degli uomini pensionati dalla
Francia. Nulladimeno, ci reca qualche conforto il considerare, come
ai tempi nostri un uomo pubblico che non respingesse sdegnosamente da
sè una tentazione simile a quella che vinse la virtù e l’orgoglio di
Algernon Sidney, verrebbe giudicato privo affatto d’ ogni sentimento di
dovere e di vergogna.
XL. La conseguenza di queste trame fu che, quantunque l’Inghilterra,
secondo le occasioni assumesse un contegno minaccioso, rimasero
inefficaci finchè la guerra continentale, durata sette anni, si
chiuse nel 1678 col trattato di Nimega. Le Provincie Unite, che nel
1672 parevano ridotte sull’orlo dell’estrema rovina, ottennero patti
onorevoli e vantaggiosi. L’essere scampate da questo arduo pericolo
venne comunemente attribuito al senno ed al coraggio del giovane
Statoldero, la fama del quale era grande in tutta la Europa, e massime
fra gl’Inglesi, che lo consideravano come uno de’ loro principi, e
gioivano nel vederlo consorte della loro Regina futura. La Francia
ritenne molte città importanti dei Paesi Bassi e la grande provincia
della Franca Contea. Quasi tutta la perdita gravò sopra la cadente
Monarchia Spagnuola.
Pochi mesi dopo terminate le ostilità nel continente, seguì una gran
crisi nella politica inglese. Ad essa ogni cosa tendeva da diciotto
anni. Tutta la popolarità, comunque grande, onde il Re aveva iniziato
il suo regno, era consunta. Allo entusiasmo di lealtà era succeduta
profonda disaffezione. L’opinione pubblica aveva già riandato lo spazio
frapposto tra il 1640 e il 1660, e trovossi nuovamente nelle condizioni
in cui era allorchè si adunò il Lungo Parlamento.
Il malcontento allora predominante nasceva da molte cagioni; una
delle quali era l’orgoglio nazionale oltraggiato. Quella generazione
d’uomini aveva veduta la Inghilterra in pochi anni alleata della
Francia a patti uguali, vincitrice della Olanda e della Spagna, signora
del mare, terrore di Roma, e capo degl’interessi protestanti. I suoi
mezzi non erano punto scemati; e si sarebbe potuto sperare che ella
sarebbe stata almeno tanto altamente considerata in Europa sotto un Re
legittimo, quanto lo era stata sotto un usurpatore, il quale doveva
rivolgere tutta la propria energia e vigilanza ad infrenare un popolo
riottoso. Nondimeno ella, a cagione della imbecillità e bassezza de’
suoi reggitori, era caduta in così basso stato, che ogni principato
germanico o italiano che avesse potuto mettere in campo cinquemila
uomini, era membro di maggiore importanza nella repubblica delle
nazioni.
Al sentimento della umiliazione nazionale andava congiunto il timore
per la libertà civile. Voci, a dir vero, indistinte, ma forse più
inquietanti a cagione della loro confusione, addebitavano la Corte di
trama a danno de’ diritti costituzionali degl’Inglesi. Bisbigliatasi
perfino, che siffatta trama doveva recarsi ad effetto con lo intervento
d’armi forestiere. Il solo pensiero di cotesto intervento faceva
ribollire il sangue nelle vene a tutti, anco ai Cavalieri. Taluni, che
avevano sempre professata la dottrina della non–resistenza in tutto
il senso più lato del vocabolo, s’udivano mormorare, dicendo avere
essa certi confini. Se le armi forestiere fossero state chiamate a
costringere la nazione, essi non avrebbero potuto promettere di tenersi
pazienti.
Ma nè l’orgoglio nazionale, nè l’ansietà per le libertà pubbliche,
influivano tanto sul sentire del popolo, quanto l’odio della religione
cattolica romana. Quell’odio era diventato una delle passioni dominanti
dell’universale, ed era così forte negli uomini ignoranti e profani,
come in quelli che erano protestanti per convinzione. Le crudeltà
del regno di Maria, crudeltà che anche raccontate con la maggior
moderazione e fedeltà destano ribrezzo, e che allora non erano nè
fedelmente nè moderatamente narrate nei martirologii popolari; le
congiure contro Elisabetta, e sopra tutte quella delle Polveri,
avevano lasciato negli animi del volgo un profondo ed amaro senso,
che era tenuto vivo per mezzo di commemorazioni, preghiere, fuochi
e processioni annuali. È mestieri aggiungere, che quelle classi che
andavano peculiarmente predistinte come affezionate al trono, cioè il
Clero e i gentiluomini possidenti di terre, avevano ragioni particolari
per avversare la Chiesa di Roma. Il Clero tremava per i suoi beneficii;
i gentiluomini per le abbadie e le grosse decime loro. Mentre era
ancor fresca la memoria del regno de’ santocchi, l’odio del papismo
aveva in qualche modo ceduto il posto all’odio del puritanismo; ma ne’
diciotto anni che erano trascorsi dopo la Restaurazione, l’odio del
puritanismo era venuto scemando, e quello del papismo crescendo. I
patti del trattato di Dover conoscevansi distintamente da pochissimi;
ma ne era corsa attorno qualche voce. Opinavasi universalmente, essere
vicina l’ora in cui un gran colpo verrebbe portato alla religione
protestante. Molti sospettavano che il Re pendesse a favore di Roma.
Sapevasi da tutti, il suo fratello ed erede presuntivo essere un
bacchettone cattolico. La prima Duchessa di York era morta cattolica
romana. Giacomo, spregiando le rimostranze della Camera de’ Comuni,
aveva allora sposata la Principessa Maria di Modena, cattolica romana
anch’essa. Se fossero nati figli da questo matrimonio, eravi ragione di
temere che verrebbero educati alla religione di Roma, e che sederebbe
sul trono inglese una lunga successione di principi ostili alla fede
stabilita. La Costituzione era stata, poco innanzi, violata a fine di
proteggere i Cattolici Romani dalle leggi penali. Lo alleato, dal quale
la politica inglese era stata per molti anni diretta, era un Principe
non solamente cattolico romano, ma persecutore delle Chiese riformate.
Non è strano, adunque, che in cosiffatte circostanze il popolo
paventasse sospettando il ritorno de’ tempi di colei ch’esso chiamava
Maria la Bevisangue.
In tal guisa, la nazione trovavasi in tali condizioni, che la più lieve
favilla poteva produrre un incendio. Frattanto, appiccossi il fuoco, in
due luoghi ad un tempo, ad un immenso cumulo di materie combustibili,
ed in un attimo tutto fu in fiamme.
XLI. La Corte Francese, che sapeva come Danby le fosse nemico mortale,
riusci a rovinarlo, facendolo passare per suo amico. Luigi, per mezzo
di Ralph Montague, uomo perfido e svergognato, che era stato in Francia
Ministro d’Inghilterra, depose innanzi la Camera de’ Comuni prove che
attestavano, il Tesoriere essere stato implicato in una richiesta che
la Corte di Whitehall aveva fatta a quella di Versailles per ottenere
una somma di danari. Tale scoperta produsse il suo naturale effetto.
Il Tesoriere rimase esposto alla vendetta del Parlamento a cagione non
delle sue colpe, ma de’ meriti suoi; non per essere stato complice in
un negoziato criminoso, ma per esserlo stato assai mal volentieri e di
mala grazia. Se non che, i suoi contemporanei ignoravano le circostanze
che nel giudizio della posterità hanno grandemente attenuato il
fallo di lui. Secondo loro, egli era il mezzano che aveva venduta
l’Inghilterra alla Francia. La sua grandezza parve manifestamente
giunta al suo fine, ed era dubbio se gli riuscisse di sottrarsi alla
pena capitale.
Eppure, il concitamento prodotto da tale scoperta fu lieve, ove si
paragoni alla pubblica commozione che nacque allorquando corse la
voce, essere stata scoperta una vasta congiura papale. Un certo
Tito Oates, prete della Chiesa d’Inghilterra, erasi, per condotta
disordinata e per dottrine eterodosse, attirata sul capo la censura
de’ suoi superiori spirituali; era stato costretto a lasciare il suo
beneficio, ed aveva poi sempre menata vita infame e vagabonda. Aveva
già professata la religione cattolica romana, e passato qualche tempo
nei collegii inglesi dell’Ordine de’ Gesuiti sul continente, e in
cotesti seminarii udito molto parlare intorno ai mezzi migliori di
ricondurre l’Inghilterra al grembo della vera Chiesa. Da siffatti
discorsi aveva raccolta materia a costruire un orribile romanzo,
somiglievole più presto ad un sogno d’infermo, che a qualunque altra
cosa del mondo esistente. Il Papa, diceva egli, aveva affidato il
Governo dell’Inghilterra ai Gesuiti. I Gesuiti avevano, per via di
commissioni munite del sigillo della loro società, nominato preti,
nobili e gentiluomini cattolici, a tutti i più alti ufficii della
Chiesa e dello Stato. I Papisti avevano una volta bruciata Londra.
Eransi provati ad incendiarla di nuovo. A que’ tempi ordivano una
trama per appiccare fuoco a tutti i legni esistenti nel Tamigi.
Dovevano, ad un segno convenuto, insorgere e far macello di tutti i
protestanti. Un’armata francese doveva nel momento istesso sbarcare
in Irlanda. Tutti i principali uomini di Stato e gli ecclesiastici
d’Inghilterra dovevano essere assassinati. Tre o quattro progetti
eransi formati per assassinare il Re. Dovevano pugnalarlo, dargli il
veleno nel medicamento, tirargli con lo archibugio carico a palle
d’argento. L’opinione pubblica era in tale eccitamento, che siffatte
fandonie ottennero tosto credenza nelle menti del volgo; e due fatti
poco dopo seguiti, indussero non pochi uomini di senno a sospettare,
che la novella, quantunque manifestamente sformata ed esagerata, avesse
qualche fondamento di vero.