Vero è che la facoltà di dispensare era una grande anomalia nella

politica. In teoria, era estremamente incompatibile co’ principii del

Governo misto; ma era cresciuta in tempi ne’ quali i popoli si dànno

poco pensiero delle teorie. In pratica, non se n’era molto abusato:

era stata quindi tollerata, ed aveva a poco per volta acquistata una

specie di prescrizione. Finalmente, ne fu fatto uso, dopo lo spazio

di molti anni, in una età colta, ed in una solenne occasione, con

eccesso fin allora inusitato, e per uno scopo avuto in universale

abborrimento. Venne subito sottoposta a severo scrutinio. Nessuno, a

dir vero, ardì in sulle prime chiamarla onninamente incostituzionale:

ma tutti cominciarono ad accorgersi che divergeva manifestamente dallo

spirito della Costituzione, e che ove si fosse lasciata priva di freno,

avrebbe tramutato il Governo Inglese, di monarchia limitata qual’era,

in monarchia assoluta.

XXXV. Sotto lo eccitamento di cotali sospetti, la Camera de’ Comuni

negò al Re il diritto di dispensare, non già rispetto a tutti gli

Statuti penali, ma agli Statuti penali nelle cose ecclesiastiche; e

gli fece chiaramente intendere, che qualora ei non avesse rinunziato

a quel diritto, ella non avrebbe concesso danari per la guerra con

l’Olanda. Per un momento egli mostrossi inchinevole ad affidare

ogni cosa alla sorte: ma Luigi lo consigliò fortemente a piegare il

capo alla necessità, ed aspettare tempi migliori, in cui le armi

francesi, allora occupate in arduo conflitto sul continente, potessero

essere giovevoli a reprimere il malcontento in Inghilterra. Dentro

la stessa Cabala cominciarono ad apparire segni di discordia e di

tradimento. Shaftesbury, con la sua sagacia proverbiale, conobbe che

avvicinavasi una violenta reazione, e che ogni cosa tendeva verso una

crisi simigliante a quella del 1640. Pose ogni studio perchè cotesta

crisi non lo trovasse nelle condizioni di Strafford. Adunque, con un

improvviso voltafaccia, mostrossi nella Camera de’ Lordi, e riconobbe

che la Dichiarazione era illegale. Il Re, così abbandonato dal suo

alleato e dal suo Cancelliere, cedè, cassò la Dichiarazione, e promise

solennemente che non se ne sarebbe per lo avvenire fatto nessun caso.

Nè anche questa concessione bastò. I Comuni, non satisfatti di avere

astretto il loro Sovrano ad annullare la Indulgenza, estorsero a lui

ripugnante l’approvazione d’una celebre legge, che continuò ad esser

valida fino al regno di Giorgio IV. Questa legge, chiamata Atto di

Prova (_Test Act_), ordinava che chiunque occupava un ufficio civile

o militare, fosse tenuto a prestare il giuramento di supremazia,

firmare una dichiarazione contro la transustanziazione, e ricevere

pubblicamente la comunione secondo i riti della Chiesa d’Inghilterra.

Nel preambolo v’erano parole ostili soltanto ai papisti; ma le clausule

erano quasi sfavorevoli alla classe più rigida de’ Puritani, quanto ai

papisti. I Puritani, nondimeno, atterriti, vedendo la Corte pendere

verso il papismo, ed incoraggiati da taluni ecclesiastici a sperare

che, appena disarmati i cattolici romani, la tolleranza verrebbe estesa

anche ai non–conformisti, fecero poca opposizione; nè il Re, che aveva

bisogno estremo di pecunia, rischiossi a ricusare il suo assenso. La

legge passò; e il Duca di York, per conseguenza, fu costretto a deporre

l’eminente ufficio di Lord Grande Ammiraglio.

XXXVI. Fin qui i Comuni non s’erano dichiarati avversi alla guerra

cogli Olandesi. Ma, poscia che il Re, in compenso della pecunia

cautamente concessa, abbandonò intieramente il suo sistema di politica

interna, coloro scagliaronsi impetuosamente contro la sua politica

estera. Chiesero che allontanasse dal suo Consiglio Buckingham e

Lauderdale, ed elessero una Commissione per considerare se fosse giusto

porre Arlington in istato di accusa. Poco tempo dopo, la Cabala non

era più. Clifford, che solo de’ cinque era meritevole del nome di uomo

onesto, ricusò di riconoscere la nuova legge, depose il suo bastone

bianco, e ritirossi in villa. Arlington lasciò l’ufficio di Segretario

di Stato, per passare ad un impiego tranquillo e dignitoso nella Casa

reale. Shaftesbury e Buckingham sì rappaciarono con la opposizione, e

mostraronsi a capo della procellosa democrazia della città. Lauderdale,

tuttavia, seguitò ad essere Ministro per gli affari della Scozia, ne’

quali il Parlamento Inglese non poteva immischiarsi.

Dopo ciò, i Comuni incalzarono il Re a far pace con la Olanda; ed

espressamente dichiararono, che più non avrebbero conceduto danaro per

la guerra, se non se nel caso che il nemico ostinatamente ricusasse

di accettare patti ragionevoli. Carlo stimò necessario differire a

stagione più convenevole il pensiero di eseguire il trattato di Dover,

e blandire la nazione, facendo mostra di ritornare alla politica della

Triplice Alleanza. Temple, il quale, finchè predominò la Cabala, visse

ritirato fra mezzo ai suoi libri ed ai suoi fiori, venne chiamato

dal suo eremo. Per mezzo di lui si concluse una pace separata con le

Provincie Unite; ed egli divenne nuovamente ambasciatore all’Aja, dove

la sua presenza veniva considerata quale pegno della sincerità della

Corte britannica.

XXXVII. La precipua direzione degli affari venne allora affidata a

Sir Tommaso Osborn, baronetto della Contea di York, il quale nella

Camera de’ Comuni aveva dato prova d’ingegno adatto alle faccende e

alla discussione. Osborn fu fatto Lord Tesoriere, e poco dopo creato

Conte di Danby. Non era uomo il cui carattere, esaminato giusta gli

alti principii della morale, potesse sembrare degno di approvazione.

Era cupido di ricchezze e d’onori, corrotto e corruttore. La Cabala

gli aveva trasmessa l’arte di comprare i rappresentanti; arte tuttavia

rozza, che accennava poco a quella singolare perfezione cui fu

condotta nel secolo appresso. Ei perfezionò grandemente l’opera de’

primi inventori. Costoro avevano solamente comprati gli oratori; ma

ciascun uomo che avesse un voto poteva vendersi a Danby. Nonostante

ciò, il nuovo Ministro non è da confondersi coi negoziatori di Dover.

Egli non era privo del sentimento d’ inglese e di protestante, e nel

promuovere i proprii interessi, non dimenticava affatto quelli della

propria patria e religione. Era, a dir vero, desideroso di esaltare la

prerogativa; ma i mezzi di che a ciò fare voleva giovarsi, erano assai

diversi da quelli adoperati da Arlington e da Clifford. Il pensiero di

stabilire il potere arbitrario col soccorso delle armi forestiere, e

riducendo il Regno alla condizione di principato dipendente, non entrò

mai nel suo cervello. Era suo intendimento affezionare alla Monarchia

quelle classi di uomini le quali le erano state ferme alleate mentre

ardevano le lotte della precedente generazione, e che se n’erano

disgustate a cagione de’ recenti delitti ed errori della Corte. Con lo

aiuto dei vecchi interessi de’ Cavalieri, cioè con lo aiuto de’ Nobili,

dei gentiluomini delle campagne, del Clero, delle Università, pensava

egli che Carlo avrebbe potuto essere sovrano, se non assoluto, almeno

potente al pari di Elisabetta.

Mosso da cotali pensieri, Danby intese ad assicurare al partito de’

Cavalieri lo esclusivo possesso di tutto il potere politico, tanto

esecutivo quanto legislativo. Nell’anno 1675, adunque, fu proposta

ai Lordi una legge, nella quale veniva ordinato che niuno potesse

occupare un ufficio qualunque, o aver seggio nelle due Camere del

Parlamento, senza aver prima dichiarato con giuramento di considerare

come criminosa la resistenza fatta in qualunque caso al potere regio,

e di non contribuire giammai ad alterare il Governo della Chiesa o

dello Stato. Per parecchie settimane, le discussioni, le scissure,

le proteste, cui fu cagione la predetta proposta, tennero in grande

commovimento il paese. La opposizione nella Camera de’ Comuni,

capitanata da due membri della Cabala che volevano far pace con la

nazione, cioè da Buckingham e Shaftesbury, fu oltremodo veemente e

pertinace, ed infine riusci vittoriosa. La proposta non fu respinta, ma

ritardata, mutilata, e finalmente messa da parte.

Tanto arbitrario ed esclusivo era il disegno di politica interna

concepito da Danby! Le sue opinioni intorno alla politica esterna

erano per lui maggiormente onorevoli, come quelle che procedevano

direttamente opposte agl’intendimenti della Cabala, e differivano poco

dalle idee del partito patriottico. Lamentava amaramente l’abiezione

in cui la Inghilterra era caduta, e dichiarava, con più energia che

gentilezza, essere lo ardentissimo de’ suoi desiderii quello di

condurre a suono di bastonate i Francesi al debito rispetto verso di

essa. Mascherava così poco i propri pensieri, che in un gran banchetto,

al quale sedevano i più illustri dignitari dello Stato e della Chiesa,

riempì il bicchiere, bevendo con poco decoro a confusione di coloro

che erano contrari ad una guerra con la Francia. Davvero, avrebbe

volentieri veduto la propria patria congiungersi con le Potenze che

allora erano collegate contro Luigi; ed a tal fine, era propenso a

porre Temple, autore della Triplice Alleanza, a capo del Ministero

degli Affari Esteri. Ma il potere del primo Ministro era limitato.

Nelle sue lettere più confidenziali querelavasi che l’acciecamento

del suo signore impedisse l’Inghilterra di prendere il posto che

spettavale fra le nazioni europee. Carlo era insaziabilmente cupido

dell’oro francese; non aveva in nulla abbandonata la speranza di potere

in futuro, con lo aiuto delle armi di Francia, stabilire la monarchia

assoluta; e per ambedue queste ragioni desiderava di mantenere buona

intelligenza con la Corte di Versailles.

Così il Sovrano pendeva verso un sistema di politica esterna, e

il Ministro verso altro sistema diametralmente opposto. Nè l’uno

nè l’altro, in verità, era d’indole tale da seguire un fine con

immutabile costanza. Ciascuno di loro, secondo l’occasione, cedeva alla

importunità dell’altro; e le discordi tendenze e le mutue concessioni

loro davano alla intera amministrazione un carattere stranamente

capriccioso. Carlo talvolta, per leggerezza ed indolenza, soffriva che

Danby prendesse misure, delle quali Luigi risentivasi come d’ingiurie

mortali. Danby, più presto che lasciare il suo splendido posto,

talvolta piegavasi a certe compiacenze, che gli erano di acerbo dolore

e vergogna. Il Re fu indotto a consentire al matrimonio di Maria,

figlia primogenita ed erede presuntiva del Duca di York, con Guglielmo

d’Orange, nemico irreconciliabile della Francia, e campione ereditario

della Riforma. Anzi, il valoroso Conte di Ossory, figlio di Ormondo,

fu mandato ad aiutare gli Olandesi con alcune milizie britanniche, le

quali nel giorno più sanguinoso della guerra rivendicarono alla nazione

la rinomanza d’indomito coraggio. Il Tesoriere, dall’altra parte,

fu astretto non solo a mostrarsi connivente ad alcune transazioni

pecuniarie scandalosissime, tra il proprio signore e la Corte di

Versailles, ma a fare, malvolentieri e con poca grazia, la parte d’

agente.

XXXVIII. Intanto, il partito patriottico da due forti sentimenti fu

tratto a due direzioni opposte. I capi popolari, quantunque avessero

paura della grandezza di Luigi, il quale non solo faceva fronte alla

forza dell’Alleanza continentale, ma acquistava terreno, temevano

nondimeno di affidare nelle mani del proprio Re i mezzi di domare la

Francia, auspicando che tali mezzi venissero adoperati a distruggere

le libertà della Inghilterra. Il conflitto di questi due timori,

ambidue legittimi, dava alla politica della opposizione apparenza

strana e volubile, al pari di quella della Corte. I Comuni gridarono

guerra contro la Francia, finchè il Re, incitato da Danby a compiacere

al desiderio loro, parve disposto a cedere, e si mise a far leve di

soldati. Ma appena i Comuni videro cominciati i reclutamenti, la

paura che avevano di Luigi dette luogo ad altra paura più prossima.

Cominciarono a temere che le nuove leve venissero adoperate in una

impresa alla quale Carlo aveva maggiore interesse che a quella di

difendere le Fiandre. Ricusarono, quindi, la chiesta pecunia, e

gridavano al disarmo, schiamazzando come poco innanzi avevano fatto

allorchè chiedevano lo armamento. E’ pare che gli storici che hanno

severamente biasimata cotesta incoerenza, non badassero bastevolmente

alla impacciata condizione di quei sudditi che hanno ragione di credere

come il loro principe congiuri con un potentato straniero ed ostile a

danno delle libertà loro. Ricusargli i mezzi militari, è il medesimo

che lasciare lo Stato senza difesa. Nonostante, dandoglieli, gli si

porrebbero forse in mano le armi contro lo Stato. In tali circostanze,

l’ondeggiare fra questi pensieri non va considerato come argomento di

disonestà, e nè anche di debolezza.

XXXIX. Tali gelosie venivano studiosamente fomentate dal Re di Francia.

Aveva tenuto a bada la Inghilterra con la promessa di sostenere il

trono contro il Parlamento. Adesso, paventando che i patriottici

consigli di Danby avessero a prevalere nel Gabinetto, cominciò ad

infiammare il Parlamento contro il trono. A Luigi e al partito

patriottico una sola cosa era comune; vale a dire un profondo diffidare

di Carlo. Se quel partito fosse stato sicuro che il Re intendeva

guerreggiare contro la Francia, sarebbe stato prontissimo a sostenerlo.

Se Luigi fosse stato sicuro che le nuove leve fossero destinate a

muovere guerra solo alla Costituzione dell’Inghilterra, non si sarebbe

provato d’impedirle. Ma la instabilità e perfidia di Carlo erano tali,

che il Governo Francese e la opposizione inglese, discordi in ogni

altra cosa, concordavano nel non credere alle sue proteste, e volevano

egualmente tenerlo povero e senza esercito. Si apersero comunicazioni

tra Barillon ambasciatore di Luigi, e que’ politici inglesi che avevano

sempre sentito e tuttavia sinceramente sentivano grandissima avversione

alla preponderanza francese. Guglielmo Lord Russell, figlio del

Conte di Bedford, che era l’uomo più onesto del partito patriottico,

non abborrì di tramare con un Ministro straniero, onde tenere

nell’imbarazzo il proprio Sovrano. In ciò consisteva tutta la colpa di

Russell. I suoi principii e le sue ricchezze lo rendevano inaccessibile

ad ogni tentazione d’indole sordida; ma v’è molta ragione a credere,

che parecchi de’ suoi colleghi fossero meno scrupolosi di lui. Sarebbe

cosa ingiusta addebitarli della ribalderia di avere ricevuto la mancia

per recare detrimento alla patria: all’incontro, intendevano giovarla;

ma è impossibile negare che fossero abietti e poco delicati, allorchè,

per servirla, si lasciavano pagare da un principe, forestiero. Fra

coloro che non possono andare assoluti da siffatto disonorevole

addebito, era un uomo che viene comunemente considerato come la

personificazione dello spirito pubblico, e che, nonostante alcuni

difetti morali e intellettuali, è meritamente degno d’esser chiamato

eroe, filosofo ed amatore della patria. È impossibile vedere senza

cordoglio un tanto nome nella lista degli uomini pensionati dalla

Francia. Nulladimeno, ci reca qualche conforto il considerare, come

ai tempi nostri un uomo pubblico che non respingesse sdegnosamente da

sè una tentazione simile a quella che vinse la virtù e l’orgoglio di

Algernon Sidney, verrebbe giudicato privo affatto d’ ogni sentimento di

dovere e di vergogna.

XL. La conseguenza di queste trame fu che, quantunque l’Inghilterra,

secondo le occasioni assumesse un contegno minaccioso, rimasero

inefficaci finchè la guerra continentale, durata sette anni, si

chiuse nel 1678 col trattato di Nimega. Le Provincie Unite, che nel

1672 parevano ridotte sull’orlo dell’estrema rovina, ottennero patti

onorevoli e vantaggiosi. L’essere scampate da questo arduo pericolo

venne comunemente attribuito al senno ed al coraggio del giovane

Statoldero, la fama del quale era grande in tutta la Europa, e massime

fra gl’Inglesi, che lo consideravano come uno de’ loro principi, e

gioivano nel vederlo consorte della loro Regina futura. La Francia

ritenne molte città importanti dei Paesi Bassi e la grande provincia

della Franca Contea. Quasi tutta la perdita gravò sopra la cadente

Monarchia Spagnuola.

Pochi mesi dopo terminate le ostilità nel continente, seguì una gran

crisi nella politica inglese. Ad essa ogni cosa tendeva da diciotto

anni. Tutta la popolarità, comunque grande, onde il Re aveva iniziato

il suo regno, era consunta. Allo entusiasmo di lealtà era succeduta

profonda disaffezione. L’opinione pubblica aveva già riandato lo spazio

frapposto tra il 1640 e il 1660, e trovossi nuovamente nelle condizioni

in cui era allorchè si adunò il Lungo Parlamento.

Il malcontento allora predominante nasceva da molte cagioni; una

delle quali era l’orgoglio nazionale oltraggiato. Quella generazione

d’uomini aveva veduta la Inghilterra in pochi anni alleata della

Francia a patti uguali, vincitrice della Olanda e della Spagna, signora

del mare, terrore di Roma, e capo degl’interessi protestanti. I suoi

mezzi non erano punto scemati; e si sarebbe potuto sperare che ella

sarebbe stata almeno tanto altamente considerata in Europa sotto un Re

legittimo, quanto lo era stata sotto un usurpatore, il quale doveva

rivolgere tutta la propria energia e vigilanza ad infrenare un popolo

riottoso. Nondimeno ella, a cagione della imbecillità e bassezza de’

suoi reggitori, era caduta in così basso stato, che ogni principato

germanico o italiano che avesse potuto mettere in campo cinquemila

uomini, era membro di maggiore importanza nella repubblica delle

nazioni.

Al sentimento della umiliazione nazionale andava congiunto il timore

per la libertà civile. Voci, a dir vero, indistinte, ma forse più

inquietanti a cagione della loro confusione, addebitavano la Corte di

trama a danno de’ diritti costituzionali degl’Inglesi. Bisbigliatasi

perfino, che siffatta trama doveva recarsi ad effetto con lo intervento

d’armi forestiere. Il solo pensiero di cotesto intervento faceva

ribollire il sangue nelle vene a tutti, anco ai Cavalieri. Taluni, che

avevano sempre professata la dottrina della non–resistenza in tutto

il senso più lato del vocabolo, s’udivano mormorare, dicendo avere

essa certi confini. Se le armi forestiere fossero state chiamate a

costringere la nazione, essi non avrebbero potuto promettere di tenersi

pazienti.

Ma nè l’orgoglio nazionale, nè l’ansietà per le libertà pubbliche,

influivano tanto sul sentire del popolo, quanto l’odio della religione

cattolica romana. Quell’odio era diventato una delle passioni dominanti

dell’universale, ed era così forte negli uomini ignoranti e profani,

come in quelli che erano protestanti per convinzione. Le crudeltà

del regno di Maria, crudeltà che anche raccontate con la maggior

moderazione e fedeltà destano ribrezzo, e che allora non erano nè

fedelmente nè moderatamente narrate nei martirologii popolari; le

congiure contro Elisabetta, e sopra tutte quella delle Polveri,

avevano lasciato negli animi del volgo un profondo ed amaro senso,

che era tenuto vivo per mezzo di commemorazioni, preghiere, fuochi

e processioni annuali. È mestieri aggiungere, che quelle classi che

andavano peculiarmente predistinte come affezionate al trono, cioè il

Clero e i gentiluomini possidenti di terre, avevano ragioni particolari

per avversare la Chiesa di Roma. Il Clero tremava per i suoi beneficii;

i gentiluomini per le abbadie e le grosse decime loro. Mentre era

ancor fresca la memoria del regno de’ santocchi, l’odio del papismo

aveva in qualche modo ceduto il posto all’odio del puritanismo; ma ne’

diciotto anni che erano trascorsi dopo la Restaurazione, l’odio del

puritanismo era venuto scemando, e quello del papismo crescendo. I

patti del trattato di Dover conoscevansi distintamente da pochissimi;

ma ne era corsa attorno qualche voce. Opinavasi universalmente, essere

vicina l’ora in cui un gran colpo verrebbe portato alla religione

protestante. Molti sospettavano che il Re pendesse a favore di Roma.

Sapevasi da tutti, il suo fratello ed erede presuntivo essere un

bacchettone cattolico. La prima Duchessa di York era morta cattolica

romana. Giacomo, spregiando le rimostranze della Camera de’ Comuni,

aveva allora sposata la Principessa Maria di Modena, cattolica romana

anch’essa. Se fossero nati figli da questo matrimonio, eravi ragione di

temere che verrebbero educati alla religione di Roma, e che sederebbe

sul trono inglese una lunga successione di principi ostili alla fede

stabilita. La Costituzione era stata, poco innanzi, violata a fine di

proteggere i Cattolici Romani dalle leggi penali. Lo alleato, dal quale

la politica inglese era stata per molti anni diretta, era un Principe

non solamente cattolico romano, ma persecutore delle Chiese riformate.

Non è strano, adunque, che in cosiffatte circostanze il popolo

paventasse sospettando il ritorno de’ tempi di colei ch’esso chiamava

Maria la Bevisangue.

In tal guisa, la nazione trovavasi in tali condizioni, che la più lieve

favilla poteva produrre un incendio. Frattanto, appiccossi il fuoco, in

due luoghi ad un tempo, ad un immenso cumulo di materie combustibili,

ed in un attimo tutto fu in fiamme.

XLI. La Corte Francese, che sapeva come Danby le fosse nemico mortale,

riusci a rovinarlo, facendolo passare per suo amico. Luigi, per mezzo

di Ralph Montague, uomo perfido e svergognato, che era stato in Francia

Ministro d’Inghilterra, depose innanzi la Camera de’ Comuni prove che

attestavano, il Tesoriere essere stato implicato in una richiesta che

la Corte di Whitehall aveva fatta a quella di Versailles per ottenere

una somma di danari. Tale scoperta produsse il suo naturale effetto.

Il Tesoriere rimase esposto alla vendetta del Parlamento a cagione non

delle sue colpe, ma de’ meriti suoi; non per essere stato complice in

un negoziato criminoso, ma per esserlo stato assai mal volentieri e di

mala grazia. Se non che, i suoi contemporanei ignoravano le circostanze

che nel giudizio della posterità hanno grandemente attenuato il

fallo di lui. Secondo loro, egli era il mezzano che aveva venduta

l’Inghilterra alla Francia. La sua grandezza parve manifestamente

giunta al suo fine, ed era dubbio se gli riuscisse di sottrarsi alla

pena capitale.

Eppure, il concitamento prodotto da tale scoperta fu lieve, ove si

paragoni alla pubblica commozione che nacque allorquando corse la

voce, essere stata scoperta una vasta congiura papale. Un certo

Tito Oates, prete della Chiesa d’Inghilterra, erasi, per condotta

disordinata e per dottrine eterodosse, attirata sul capo la censura

de’ suoi superiori spirituali; era stato costretto a lasciare il suo

beneficio, ed aveva poi sempre menata vita infame e vagabonda. Aveva

già professata la religione cattolica romana, e passato qualche tempo

nei collegii inglesi dell’Ordine de’ Gesuiti sul continente, e in

cotesti seminarii udito molto parlare intorno ai mezzi migliori di

ricondurre l’Inghilterra al grembo della vera Chiesa. Da siffatti

discorsi aveva raccolta materia a costruire un orribile romanzo,

somiglievole più presto ad un sogno d’infermo, che a qualunque altra

cosa del mondo esistente. Il Papa, diceva egli, aveva affidato il

Governo dell’Inghilterra ai Gesuiti. I Gesuiti avevano, per via di

commissioni munite del sigillo della loro società, nominato preti,

nobili e gentiluomini cattolici, a tutti i più alti ufficii della

Chiesa e dello Stato. I Papisti avevano una volta bruciata Londra.

Eransi provati ad incendiarla di nuovo. A que’ tempi ordivano una

trama per appiccare fuoco a tutti i legni esistenti nel Tamigi.

Dovevano, ad un segno convenuto, insorgere e far macello di tutti i

protestanti. Un’armata francese doveva nel momento istesso sbarcare

in Irlanda. Tutti i principali uomini di Stato e gli ecclesiastici

d’Inghilterra dovevano essere assassinati. Tre o quattro progetti

eransi formati per assassinare il Re. Dovevano pugnalarlo, dargli il

veleno nel medicamento, tirargli con lo archibugio carico a palle

d’argento. L’opinione pubblica era in tale eccitamento, che siffatte

fandonie ottennero tosto credenza nelle menti del volgo; e due fatti

poco dopo seguiti, indussero non pochi uomini di senno a sospettare,

che la novella, quantunque manifestamente sformata ed esagerata, avesse

qualche fondamento di vero.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 19 / 58 段