Il Duca di York, così tardo d’ingegno da non sentire il pericolo, o

così fanatico da non curarsene, era impaziente di veder mandato subito

ad esecuzione lo articolo concernente la religione cattolica romana: ma

Luigi ebbe la saviezza di prevedere che, se ciò fosse seguito, sarebbe

in Inghilterra scoppiata tale esplosione, da frustrare probabilmente

quelle parli del disegno le quali gli stavano più a cuore. Fu però

stabilito che Carlo seguitasse a chiamarsi protestante, e a ricevere

nelle grandi solennità la Comunione secondo il rituale della Chiesa

Anglicana. Il suo fratello, più scrupoloso di lui, più non comparve

nella Cappella Reale.

Verso questo tempo mori la Duchessa di York, figlia del bandito

Conte di Clarendon. Era stata per alcuni anni di soppiatto cattolica

romana. Lasciò due figlie, Maria ed Anna, entrambe dipoi regine della

Gran–Brettagna. Vennero educate protestanti per espresso comando del

Re, il quale conosceva che sarebbe stato inutile a lui di confessarsi

membro della Chiesa d’Inghilterra, se le due fanciulle che pareva

dovessero succederli al trono, fossero, per licenza di lui, cresciute

nel grembo della Chiesa di Roma.

I principali servi della Corona in questo tempo erano uomini, i nomi

de’ quali hanno meritamente acquistata non invidiabile celebrità. È

d’uopo, nondimeno, studiarsi di non aggravare la memoria loro con la

infamia che di diritto spetta al loro signore. Del trattato di Dover il

Re stesso è principalmente responsabile. Egli tenne intorno a quello

conferenze cogli agenti francesi; scrisse di propria mano molte lettere

a quello spettanti; e’ fu colui che suggerì i più disonorevoli articoli

che vi si contengono; e studiosamente ne nascose alcuni alla più parte

de’ Ministri del suo Gabinetto, o, come veniva popolarmente chiamato,

della sua Cabala.

XXVIII. Poche cose nella nostra storia sono più curiose dell’origine

e del progresso del potere che oggimai possiede il Gabinetto. Fino

da tempi assai remoti, i Re d’Inghilterra sono stati assistiti da un

Consiglio privato, al quale la legge assegnava non pochi importanti

ufficii e doveri. Per alcuni secoli, questo Consiglio deliberò intorno

ai più gravi e gelosi affari di Stato. Ma gradatamente venne cangiando

d’indole. Diventò troppo numeroso per la speditezza delle faccende,

o per serbare il segreto. Il grado di Consigliere privato era spesso

conferito come onorificenza a uomini, ai quali il Governo non confidava

nulla, e nè anche richiedeva la opinione. Il sovrano nelle più solenni

occasioni rivolgevasi ad un ristretto numero di principali Ministri,

onde averne consiglio. I vantaggi e svantaggi di siffatto modo di

operare erano stati additati da Bacone, col suo consueto giudicio e

sagacia; ma e’ non fu se non dopo la Restaurazione, che il Consiglio

intimo cominciò ad attirare a sè l’attenzione universale. Per molti

anni, i politici all’antica seguitarono a considerare il Gabinetto

come un ufficio incostituzionale e pericoloso. Nulladimeno, divenne

sempre più importante; ed alla perfine, si recò in mano quasi tutto il

potere esecutivo, e venne poi ad essere estimato come parte essenziale

del nostro ordinamento politico. Eppure, strano a dirsi! continua

tuttora ad essere affatto sconosciuto alla legge. I nomi de’ nobili

e de’ gentiluomini che lo compongono, non vengono mai officialmente

annunciati al pubblico. Non si prende ricordo delle sue adunanze e

deliberazioni; e la sua esistenza non è stata mai riconosciuta da

nessun atto del Parlamento.

XXIX. Per alcuni anni, il vocabolo Cabala venne comunemente usato come

sinonimo di Gabinetto. Ma accadde per una fortuita coincidenza, che

nel 1671 il Gabinetto fosse composto di cinque individui, nei nomi

de’ quali le lettere iniziali formavano il vocabolo Cabala (_Cabal_):

Clifford, Arlington, Buckingham, Ashley e Lauderdale. Questi Ministri

furono, quindi, per enfasi chiamati la Cabala; e tosto resero quel nome

così infame, che poscia non è stato mai usato se non in significato di

riprovazione.

Sir Tommaso Clifford era Commissario del Tesoro, e s’era reso

grandemente notevole nella Camera de’ Comuni. Era il più rispettabile

fra’ membri della Cabala, come quello che in una indole fiera ed

imperiosa aveva un forte, quantunque miseramente pervertito, sentimento

del dovere e dell’onore.

Enrico Bennet, Lord Arlington, Segretario di Stato, aveva, fino

dall’epoca in cui pervenne all’età d’uomo, passata la vita quasi sempre

nel continente; ed aveva imparato quell’indifferentismo cosmopolitico

verso le Costituzioni e le Religioni, che spesso si osserva negli

individui che hanno spesi gli anni in una vagabonda diplomazia. Se vi

era forma di Governo che a lui piacesse, ell’era quella di Francia.

Se v’era Chiesa ch’egli preferisse, ella era quella di Roma. Aveva

qualche ingegno nel conversare, ed anche nel trattare gli affari

ordinari del suo ufficio. Nel corso d’una vita spesa a viaggiare e a

far negoziati, aveva imparata l’arte di accomodare il linguaggio e il

portamento all’indole della società fra mezzo alla quale ei si trovava.

Con la vivacità, ne’ recessi della reggia, svagava il principe; con la

gravità, nelle discussioni e nelle conferenze, imponeva riverenza al

pubblico; e gli era riuscito di tirare a sè, in parte rendendo servigi,

in parte dando speranze, un numero considerevole di partigiani.

Buckingham, Ashley e Lauderdale, erano uomini de’ quali la immoralità,

ch’era infezione epidemica ne’ politici di quei tempi, mostravasi ne’

suoi più maligni sembianti, ma variamente modificata da grandi varietà

di tempra e d’intendimento. Buckingham, uomo sazio di piaceri, erasi

dato all’ambizione quasi per passatempo. Come si era provato a svagarsi

con lo studio dell’architettura e della musica, con lo scrivere farse

e cercare la pietra filosofale; così ora si provava a svagarsi con un

negoziato secreto, e con una guerra cogli Olandesi. Era già stato, più

presto per volubilità e vaghezza di cose nuove, che per alcun profondo

proposito, infido ad ogni partito. Un tempo erasi messo nelle file de’

Cavalieri. In un altro, erano corsi mandati d’arresto contro di lui,

incolpato di mantenere corrispondenza proditoria colle reliquie del

partito repubblicano nella città. Era nuovamente diventato cortigiano,

e voleva acquistare il favore del Re con servigi, dai quali i più

illustri di coloro che avevano pugnato e sofferto per la Casa Reale,

avrebbero rifuggito compresi d’ orrore.

Ashley, più testardo, e dotato di assai più feroce e solida ambizione,

era stato parimente versatile. La versatilità di Ashley nasceva, però,

non da leggerezza, ma da deliberato egoismo. Aveva serviti e traditi

vari Governi; ma aveva adattati i suoi tradimenti così bene ai tempi,

che, fra mezzo a tutte le rivoluzioni, s’era sempre venuto innalzando.

La moltitudine, compresa d’ammirazione per una prosperità, la quale,

mentre ogni altra cosa perpetuamente mutavasi, era rimasta immutabile,

attribuiva a lui una prescienza pressochè miracolosa, ed assomigliavalo

a quello ebreo uomo di Stato, che, come è scritto, veniva consultato

dal popolo come l’oracolo di Dio.

Lauderdale, chiassoso e triviale nella gioia e nella collera, era

forse, sotto l’apparenza di una presuntuosa franchezza, l’uomo più

disonesto della Cabala. Erasi reso cospicuo fra gl’insorgenti scozzesi

del 1638, ed era zelante della Convenzione. Lo accusavano d’essere

stato complice di coloro che avevano venduto Carlo I al Parlamento

Inglese, ed era perciò dai Cavalieri reputato traditore, peggiore,

s’era pur possibile, di quelli che avevano seduto nell’Alta Corte di

Giustizia. Spesso parlava con ìstemperato scherzo dei giorni in cui

egli era stato santocchio e ribelle. Ed ora la Corte se ne giovava

come di precipuo strumento per imporre a forza il culto episcopale

ai concittadini di lui; e in cosiffatto proposito, non abborrì dallo

adoperare inesorabilmente la spada, il capestro e lo stivaletto.[18]

Nondimeno, chi conoscevalo, sapeva bene che trenta anni di vicende non

avevano prodotto il minimo cangiamento ne’ suoi veri sentimenti; che

tuttavia egli odiava la memoria di Carlo I, e seguitava a preferire ad

ogni altra forma di Governo ecclesiastico quella de’ Presbiteriani.

Per quanto Buckingham, Ashley e Lauderdale, fossero scevri di scrupoli,

non fu reputato prudente il farli partecipi dello intendimento che il

Re aveva di dichiararsi cattolico romano. Fu loro mostrato un falso

trattato, dove era omesso lo articolo concernente la religione. Al

trattato genuino vennero apposti i soli nomi e sigilli di Clifford

e d’Arlington. Ambidue questi uomini di Stato erano parziali della

vecchia Chiesa: parzialità che, dopo non molto tempo, l’animoso e

veemente Clifford confessò; mentre Arlington, più freddo e più codardo,

la tenne nascosta, finchè lo avvicinarsi della morte, riempiendogli

l’animo di terrore, lo indusse ad essere sincero. Gli altri tre

Ministri, nondimeno, non erano uomini da essere tenuti agevolmente nel

buio, ed è probabile che sospettassero più di quello che distintamente

venne loro rivelato. Vero è che parteciparono alla confidenza di tutti

gl’impegni politici contratti con la Francia, e non ebbero vergogna di

ricevere da Luigi grosse gratificazioni.

Primo obietto di Carlo era quello di ottenere dai Comuni danaro, onde

giovarsene a mandare ad esecuzione quel secreto trattato. La Cabala,

che imperava in un tempo in cui il nostro Governo era in istato di

transizione, aveva in sè due specie diverse di vizii, pertinenti a

due diverse età ed a due sistemi diversi. Come que’ cinque pessimi

consiglieri erano fra gli ultimi uomini di Stato inglesi che

seriamente pensassero a distruggere il Parlamento, così erano i primi

uomini di Stato inglesi che si provassero grandemente a corromperlo.

Troviamo nella loro politica gli ultimi vestigi del disegno di

Strafford, e ad un tempo i vestigi primi della corruzione metodica che

venne poscia praticata da Walpole. Non pertanto, si accorsero tosto,

che quantunque la Camera de’ Comuni fosse principalmente composta di

Cavalieri, e quantunque gl’impieghi e l’oro della Francia venissero

largamente dispensati ai rappresentanti non eravi la minima probabilità

che le parti meno odiose della trama ordita in Dover fossero sostenute

dalla maggioranza. Era necessario adoperare la frode. Il Re, quindi,

fece mostra di grande zelo a favore dei principii della Triplice

Alleanza, e pretese che, a fine di infrenare l’ambizione della Francia,

fosse necessario accrescere la flotta. I Comuni caddero nella rete, e

votarono una somma di ottocentomila lire sterline. Il Parlamento venne

subito prorogato, e la Corte, in tal modo emancipata da ogni sindacato,

procedè a porre in opera il suo vasto disegno.

XXX. Le strettezze finanziere erano assai gravi. Una guerra con la

Olanda sarebbe costata somme enormi. La rendita ordinaria era appena

sufficiente a sostenere il Governo in tempo di pace. Le ottocentomila

lire sterline che erano state poco fa con inganno estorte ai Comuni,

non sarebbero bastate alle spese militari e navali d’un solo anno di

ostilità. Dopo il tremendo esempio dato dal Lungo Parlamento, nè anche

la Cabala arrischiossi a consigliare i balzelli detti Benevolenze e

Danaro per mantenere la flotta. In tale perplessità, Ashley e Clifford

proposero un mezzo iniquo di violare la fede pubblica. Gli orefici

di Londra erano allora non solo trafficanti di metalli preziosi,

ma anche banchieri, ed avevano costume di prestare grandi somme di

pecunia al Governo. A compensazione di coteste prestazioni, ricevevano

assegnamenti sulla rendita; e riscosse le tasse, venivano loro

pagati il capitale e gl’interessi. Circa un milione e trecentomila

lire sterline erano state in siffatto modo affidate all’onore dello

Stato; quando ecco corse, inatteso e repentino, lo annunzio che non

essendo convenevole rendere i capitali, era d’uopo che i creditori si

contentassero di ricevere gl’interessi. Non poterono, in conseguenza

di siffatta misura, far fronte agli impegni contratti. La Borsa si

mise sossopra: parecchie case mercantili fallirono; e lo spavento e

la miseria si sparsero per tutta la società. Frattanto il Governo

procedeva a passi rapidi verso il dispotismo. Succedevansi proclami che

non avevano la sanzione del Parlamento, o imponevano ciò che il solo

Parlamento poteva legalmente imporre. Di tali editti, il più importante

fu quello che si chiama Dichiarazione d’Indulgenza, per virtù del quale

le leggi penali contro i Cattolici Romani vennero abrogate; e perchè

non apparisse chiaro il vero scopo di quell’atto, le leggi contro i

Protestanti non–conformisti furono parimente sospese.

XXXI. Pochi giorni dopo promulgata la Dichiarazione d’Indulgenza, fu

proclamata la guerra contro le Provincie Unite. In mare gli Olandesi

sostennero la lotta con onore; ma per terra furono in sulle prime

oppressi da una forza irresistibile. Una grossa armata francese varcò

il Reno. Le fortezze, una dopo l’altra, aprirono le porte. Tre delle

sette provincie della Federazione furono occupate dagl’invasori. I

fuochi degli accampamenti nemici vedevansi dalle cime del Palagio del

Municipio d’Amsterdam. La Repubblica, in tal modo ferocemente assalita

di fuori, era nel medesimo tempo lacerata dalle intestine discordie.

Il Governo era nelle mani di una stretta oligarchia di potenti

borghesi. Eranvi numerosi Consigli Municipali autonomi, ciascuno dei

quali esercitava, dentro la propria sfera, molti diritti di sovranità.

Cotesti Consigli mandavano delegati agli Stati Provinciali, e questi

inviavano delegati agli Stati Generali. Un capo magistrato ereditario

non era parte essenziale di tale sistema politico. Nonostante, una

famiglia, singolarmente feconda di grandi uomini, aveva a poco a poco

acquistata autorità vasta e pressochè indefinita. Guglielmo, primo

di tal nome, Principe d’Orange Nassau, e Statoldero di Olanda, aveva

capitanata la memorabile insurrezione contro la Spagna. Maurizio suo

figlio era stato Capitano Generale e primo Ministro degli Stati; aveva,

per mezzo delle maravigliose sue doti e degli eminenti servigi resi

alla Repubblica, e di alcuni atti crudeli e proditorii, conseguito

potere quasi di Re, e lo aveva in gran parte trasmesso in retaggio

alla propria famiglia. La influenza degli Statolderi era obietto di

estrema gelosia alla oligarchia municipale. Ma l’armata e la gran massa

di cittadini esclusi da ogni partecipazione al Governo, guardavano i

Borgomastri e i Deputati con astio simile a quello con che le legioni

e il popolo comune di Roma guardavano il Senato, ed erano partigiani

della Casa d’Orange come le legioni e il popolo comune di Roma

parteggiavano per quella di Cesare. Lo Statoldero comandava le forze

della Repubblica, disponeva di tutti i gradi militari, possedeva in

gran parte il patronato degli uffici civili, ed era circondato da pompa

pressochè regia.

Il Principe Guglielmo II aveva fortemente avversato il partito

oligarchico. Finì di vivere nel 1650, fra mezzo alle lotte civili. Non

lasciò figliuoli: gli aderenti alla sua Casa rimasero per alcun tempo

privi di capo; e i poteri ch’egli aveva esercitati, furono divisi fra i

Consigli Municipali, gli Stati Provinciali e gli Stati Generali.

Ma, pochi giorni dopo la morte di Guglielmo, la sua vedova Maria,

figlia di Carlo I Re della Gran Brettagna, partorì un figlio destinato

ad innalzare la gloria e l’autorità della Casa di Nassau al più alto

grado, a salvare dalla schiavitù le Provincie Unite, a domare la

potenza della Francia, e a stabilire la Costituzione inglese sopra

fondamenti solidi e duraturi.

XXXII. Questo Principe, ch’ebbe nome Guglielmo Enrico, fin dal suo

nascere fu cagione di gravi timori al partito che allora governava

in Olanda, e di sincero affetto ai vecchi amici della sua famiglia.

Era altamente riverito come possessore di uno splendido patrimonio,

come capo di una delle più illustri Case d’Europa, come Principe

Sovrano dello Impero Germanico, come Principe del sangue reale

d’Inghilterra, e soprattutto come discendente de’ fondatori della

batava libertà. Ma l’alto ufficio che già veniva considerato siccome

ereditario nella sua famiglia, rimase sospeso; ed era intendimento

della parte aristocratica, che non avesse ad esserci mai più un altro

Statoldero. Al difetto del primo Magistrato supplì, in gran parte,

il Gran Pensionario della Provincia d’Olanda, Giovanni De Witt, che

per ingegno, fermezza ed integrità, erasi innalzato ad autorità senza

rivali ne’ Consigli della oligarchia municipale.

La invasione francese produsse un intero cangiamento. Il popolo,

afflitto ed atterrito, arse di rabbia contro il Governo. Nella sua

frenesia, aggredì i più valorosi Capitani e i più esperti uomini di

Stato della travagliata Repubblica. De Ruyter venne insultato dalla

marmaglia. De Witt fu fatto in pezzi innanzi la porta del palazzo

degli Stati Generali nell’Aja. Il Principe d’Orange (che non aveva

partecipato allo assassinio, ma che in questa, come in altra sciagurata

occasione vent’anni dopo, largì ai delitti commessi a suo vantaggio

tale indulgenza che ha lasciata una macchia sopra la sua gloria)

diventò, senza competitori, capo del Governo. Comunque giovane, il suo

ardente ed indomabile spirito, benchè mascherato di maniere fredde

e severe, risuscitò subitamente il coraggio de’ suoi spaventati

concittadini. Invano suo zio e il Re di Francia, provaronsi con

isplendide offerte di sedurlo ad abbandonare la causa della Repubblica.

Favellò agli Stati Generali con altieri ed animosi sensi. Rischiossi

perfino a suggerire un provvedimento che ha sembianza d’antico eroismo;

e che, ove lo avessero posto in effetto, sarebbe stato il subietto più

nobile per l’epico canto, che si possa trovare nel vasto campo della

storia moderna. Disse ai Deputati, che quand’anche il suolo natio, e le

meraviglie di che la umana industria lo aveva coperto, fossero sepolti

sotto l’Oceano, tutto non era perduto. Gli Olandesi avrebbero potuto

sopravvivere all’Olanda. La libertà e la religione vera, da’ tiranni e

dagli ipocriti cacciate dall’Europa, avrebbero trovato asilo nelle più

remote isole dell’Asia. I legni esistenti nei porti della Repubblica,

sarebbero bastati a trasportare duecentomila emigranti allo Arcipelago

Indiano. Quivi la Repubblica Olandese avrebbe cominciata una nuova e

più gloriosa vita, ed eretto sotto la costellazione meridionale della

Croce, fra le canne di zucchero e i nocimoscadi, la Borsa d’un’altra

più ricca Amsterdam, e le scuole d’un’altra Leida più dotta. Lo spirito

nazionale svegliossi tutto e risorse. I patti offerti dagli Alleati

vennero con fermezza respinti. Aprirono gli argini. Tutto il paese

prese la sembianza di un vastissimo lago, di mezzo al quale le città,

con le loro muraglie e i loro campanili, innalzavansi a guisa d’isole.

Gl’invasori furono costretti a salvare la vita con una precipitosa

ritirata. Luigi, il quale, benchè talvolta reputasse necessario

mostrarsi a capo del suo esercito, grandemente preferiva al campo la

reggia, era già ritornato a bearsi delle lusinghe de’ poeti e de’

sorrisi delle dame ne’ viali novellamente piantati di Versailles.

La fortuna affrettavasi a cangiare d’aspetto. L’esito della guerra

marittima era stato dubbio: in terra, le Provincie Unite avevano

ottenuto un indugio, il quale, benchè breve, era d’infinita importanza.

Intimorite dai vasti disegni di Luigi, ambedue le famiglie della Casa

d’Austria corsero alle armi. La Spagna e la Olanda, divise dalla

rimembranza di antichi torti ed umiliazioni, riconciliaronsi allo

avvicinarsi del comune pericolo. Da ogni contrada di Germania muovevano

armati verso il Reno. Il Governo Inglese aveva già consunta tutta la

pecunia che aveva raccolta saccheggiando i pubblici creditori. Non

poteva sperarsi un imprestito dalla Città. Il tentare d’imporre tasse

di sola autorità regia, avrebbe tosto prodotta una ribellione; e Luigi,

che ormai doveva far fronte a mezza l’Europa, non era in condizione di

apprestare i mezzi con che costringere il popolo dell’Inghilterra. Era

forza convocare il Parlamento.

XXXIII. E però, nella primavera del 1673, la Camera de’ Comuni si

radunò, dopo un riposo di circa due anni. Clifford, già diventato Pari

e Lord Tesoriere, ed Ashley, diventato Conte di Shaftesbury e Lord

Cancelliere, erano coloro sopra i quali il Re riposava per condurre

destramente la bisogna in Parlamento. Il partito patriottico si scagliò

tosto contro la politica della Cabala. L’aggressione fu fatta non a

modo di tempesta, ma con colpi lenti e misurati. I Comuni, in sulle

prime, dettero speranza di sostenere la politica straniera del Re; ma

insistevano ch’egli pagasse quel sostegno coll’abbandono di tutto il

suo sistema di politica interna.

XXXIV. Loro primo scopo era quello d’ottenere la revoca della

Dichiarazione d’Indulgenza. Di tutte le misure impopolari adottate

dal Governo, la più impopolare fu la promulgazione di quell’atto.

Un atto così liberale, compito in modo così dispotico, aveva urtati

i sentimenti più opposti. Tutti gl’inimici della libertà religiosa,

e gli amici tutti della libertà civile, si trovarono nelle medesime

file; e gli uni e gli altri sommavano a diciannove ventesimi della

nazione. Lo zelante ecclesiastico schiamazzava contro il favore

mostrato al papisti e al puritano. Il puritano, quantunque potesse

allegrarsi vedendo sospese le persecuzioni onde era stato oppresso,

sentiva poca gratitudine per una tolleranza ch’egli doveva dividere

con l’anticristo. E tutti gl’Inglesi che pregiavano la libertà e la

legge, vedevano con inquietudine la enorme usurpazione che la regia

prerogativa aveva commessa nel campo del potere legislativo.

Bisogna sinceramente ammettere, che la questione costituzionale non

fosse allora affatto scevra d’oscurità. I nostri antichi Re avevano,

senza verun dubbio, preteso ed esercitato il diritto di sospendere

l’azione delle leggi penali. I tribunali avevano riconosciuto cotesto

diritto. I Parlamenti lo avevano tollerato senza avversarlo. Che un

certo simile diritto fosse inerente alla Corona, pochi anche del

partito patriottico osavano negare al cospetto dell’autorità e de’

fatti precedenti. Nondimeno, era chiaro che se questa prerogativa fosse

stata illimitata, il Governo Inglese male si sarebbe potuto distinguere

da un pretto dispotismo. Che ci fosse un limite, lo ammettevano

pienamente il Re e i suoi Ministri. La questione era di sapere se la

Dichiarazione d’Indulgenza stesse o no dentro siffatto limite; e a

nessuna delle parti riuscì di descrivere una linea incontestabile.

Alcuni oppositori del Governo dolevansi che la Dichiarazione sospendeva

non meno di quaranta Statuti. Ma perchè non quaranta, nel modo medesimo

che uno? Vi fu un oratore che manifestò come propria opinione, che il

Re poteva costituzionalmente dispensare dalle leggi cattive, non mai

dalle buone. Non è mestieri dimostrare l’assurdità di tale distinzione.

La dottrina che sembra essere stata generalmente accettata nella Camera

de’ Comuni, consisteva in ciò, che il potere di dispensare limitavasi

alle sole faccende secolari, e non si estendeva alle leggi fatte per

la sicurtà della religione dello Stato. Nondimeno, poichè il Re era

capo supremo della Chiesa, e’ pareva che avendo egli il potere di

dispensare, siffatto potere potesse anche applicarsi a cose concernenti

la Chiesa. Allorchè, dall’altra parte, i cortigiani studiaronsi

d’indicare i confini di tale prerogativa, non ci riuscirono meglio de’

loro oppositori.[19]

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 18 / 58 段