grande rivoluzione inglese principia a complicarsi con la storia
della politica straniera. La potenza spagnuola veniva, da molti anni,
volgendo in basso. Egli è vero che possedeva tuttavia in Europa il
Milanese, le Due Sicilie, il Belgio e la Franca Contea; e che in
America i suoi dominii distendevansi da ambi i lati dello equatore,
al di là de’ confini della zona torrida. Ma cotesto grande corpo era
stato colpito da paralisi, e non solo era incapace di molestare gli
altri Stati, ma non valeva, senza l’altrui soccorso, a respingere
l’aggressione. La Francia, senza nessun dubbio, era la più grande
delle Potenze europee. I suoi mezzi d’allora in poi sono venuti sempre
crescendo, ma non così celeremente come quelli dell’Inghilterra. È uopo
rammentare, che centottanta anni fa, lo Impero di Russia era affatto
fuori del sistema politico d’Europa, al pari dell’Abissinia o del Siam;
che la casa di Brandeburgo era appena più potente di quella di Savoia;
e che la Repubblica degli Stati–Uniti non esisteva affatto. La potenza
francese quindi, benchè tuttora sia considerevole, è relativamente
scemata. Il suo territorio ai tempi di Luigi XIV non era esteso come
ai dì nostri; ma era grande, unito, fertile, bene adatto all’offesa ed
alla difesa, posto sotto un bel clima, e popolato da genti valorose,
operose ed industri. Lo Stato era implicitamente retto da una sola
mente suprema. I grandi feudi, che, trecento anni avanti, erano in
tutto, tranne nel nome solo, principati indipendenti, erano stati
annessi alla Corona. Solo pochi vecchi potevano rammentarsi dell’ultima
ragunanza degli Stati Generali. La resistenza che gli Ugonotti, i
Nobili e i Parlamenti avevano opposta al regio potere, era stata
annientata da’ due grandi Cardinali, che per lo spazio di quaranta anni
avevano governata la nazione. Il Governo era un pretto dispotismo; ma,
almeno verso le classi elevate, dispotismo mite e generoso, e temperato
da modi cortesi e da sentimenti cavallereschi. I mezzi de’ quali
poteva disporre il Sovrano, erano per quell’età veramente formidabili.
La sua rendita, riscossa, a dir vero, per mezzo di tassazioni severe
ed ineguali, che pesavano gravemente sopra i coltivatori del suolo,
sorpassava d’assai quella d’ogni altro potentato. Il suo esercito,
egregiamente disciplinato e comandato dai più grandi Generali che
allora vivessero, era già composto di centoventi e più mila uomini.
Tanto numero di truppe regolari non s’era mai veduto in Europa, dalla
caduta dello Impero Romano in poi. Tra le Potenze marittime, la Francia
non era la prima. Ma, comecchè avesse rivali, non era inferiore a
nessuna. Era tale la sua forza negli ultimi quaranta anni del secolo
decimosettimo, che nessun nemico poteva da sè solo resisterle; e due
grandi coalizioni, nelle quali mezza la Cristianità le moveva contro,
non ebbero prospero successo.
XXII. Le doti personali del Re francese accrescevano il rispetto che
veniva ispirato dal potere e dalla importanza del suo reame. Non vi
fu mai Sovrano che rappresentasse con più dignità e grazia la maestà
d’un grande Stato. Egli era il suo proprio primo Ministro, e, compiva
i doveri di quell’arduo ufficio con tale abilità ed industria, che non
potevano a ragione aspettarsi in un uomo che fino dalla infanzia aveva
portata la Corona, ed era stato circondato da una folla d’adulatori
innanzi che fosse in istato di parlare. Aveva mostrato di possedere
in grado eminente due pregii inestimabili in un principe: lo ingegno,
cioè, di scegliere i suoi servi; e quello di addossare a sè stesso
la parte precipua del credito degli atti loro. Nelle relazioni co’
potentati stranieri fu alquanto generoso, ma non mai giusto. Agli
alleati infelici, i quali gettavansi ai suoi piedi, e non avevano altra
speranza che nella sua commiserazione, largì la propria protezione con
disinteresse romantico, che sembrava meglio convenire ad un cavaliere
errante, che ad un uomo di Stato. Ma ruppe senza scrupolo o vergogna i
vincoli più sacri della fede pubblica, ogni qualvolta essi toccavano il
suo interesse, o ciò che egli chiamava sua gloria. La sua perfidia e
violenza, nondimeno, eccitavano meno inimicizia di quello che facesse
la insolenza con che rammentava di continuo ai vicini la sua grandezza
e la piccolezza loro. In quel tempo non era caduto in quell’austera
divozione, la quale poscia dette alla sua Corte la sembianza d’un
monastero. Era invece licenzioso, benchè non così frivolo ed indolente,
come il suo confratello d’Inghilterra. Era sinceramente cattolico
romano; e la coscienza e la vanità sue lo spingevano a adoperare la
propria possanza onde difendere e propagare la vera fede, secondo lo
esempio de’ suoi famosi predecessori, Clodoveo, Carlomagno e San Luigi.
I nostri antichi consideravano con grave sospizione la crescente
potenza della Francia. Tale sentimento, in sè perfettamente
ragionevole, era misto ad altri meno degni di lode. La Francia era
nostra vecchia nemica. Contro essa erano state combattute le battaglie
più famose di cui facessero ricordo gli annali nostri. Il conquisto
della Francia era stato due volte fatto dai Plantageneti. La perdita
della Francia era stata lungo tempo rammentata come un grande disastro
nazionale. Del titolo di Re di Francia seguitavano ad insignirsi i
nostri Sovrani. I gigli di Francia apparivano commisti coi nostri
Leoni sull’arme della Casa degli Stuardi. Nel secolo sedicesimo il
timore ispirato dalla Spagna aveva sospesa l’animosità alla quale
dapprima era stato obietto la Francia. Ma la paura fattaci dalla Spagna
era terminata in una sprezzante commiserazione; e la Francia venne
nuovamente considerata come nostra nemica nazionale. La vendita di
Dunkerque fatta alla Francia, era stata l’atto più impopolare della
Monarchia restaurata. L’affetto verso la Francia era uno de’ principali
delitti di che la Camera de’ Comuni accusava Clarendon. Perfino
nelle inezie mostravasi il pubblico sentire. Quando nelle strade di
Westminster seguì un tafferuglio tra i familiari della Legazione
Francese e quei della Spagnuola, la plebaglia, comecchè dalla forza
fosse impedita d’immischiarvisi, aveva dati manifestissimi segni che
provavano come il vecchio abborrimento vivesse tuttavia.
La Francia e la Spagna erano allora ravvolte in una gravissima contesa.
Uno de’ fini precipui della politica di Luigi, fine al quale egli
tenne dietro per tutta la sua vita, era quello di estendere i suoi
dominii sino al Reno. A tale scopo aveva mossa guerra alla Spagna, e
già proseguiva prosperamente le proprie conquiste. Le Provincia Unite
vedevano con timore il progresso delle armi francesi. Quella rinomata
Confederazione era pervenuta ad altezza di possanza, prosperità e
gloria. Il territorio batavo, contrastato alle onde marine, e difeso
contro esse dall’arte dell’uomo, era per estensione poco più del
Principato di Galles. Ma tutto quello angusto spazio era una specie
di operoso ed affollato alveare, in cui ogni giorno producevansi
ricchezze nuove, ed accumulavansi in vaste masse le antiche. Lo
aspetto dell’Olanda, la ricca coltivazione, gl’innumerevoli canali,
i molini sempre in attività, lo infinito numero di barche, le grandi
città sparse a poca distanza l’una dall’altra, i porti affollati di
migliaia di navi, i grandi e maestosi edifizi, le ville eleganti,
gli appartamenti splendidamente addobbati, le gallerie di pitture,
le logge, i campi fioriti di tulipani, producevano nell’animo de’
viaggiatori inglesi di que’ giorni lo effetto che ai nostri produce la
vista dell’Inghilterra nella mente di un abitatore della Norvegia o del
Canadà. Gli Stati Generali furono costretti ad umiliarsi al cospetto di
Cromwell. Ma dopo la Restaurazione, presero la rivincita, guerreggiando
prosperamente contro Carlo, e concludendo una pace a patti onorevoli.
Per quanto ricca, però, fosse la Repubblica ed altamente rispettata
in Europa, non poteva resistere alla potenza di Luigi. Sospettava,
non senza cagione, che il Regno Francese si potesse estendere fino
ai batavi confini, ed aveva da temere la immediata vicinanza di un
monarca così grande, ambizioso e scevro di scrupoli. Eppure, non era
cosa facile trovare un espediente che potesse allontanare il pericolo.
I soli Olandesi non potevano far traboccare la bilancia contro la
Francia. Dalla parte del Reno non erano da aspettarsi aiuti nessuni.
Alcuni Principi germanici s’erano fatti parteggiatori di Luigi, e lo
stesso Imperatore tenevano impacciato i malcontenti degli Ungheri. La
Inghilterra era separata dalle Provincie Unite per la rimembranza de’
danni crudeli di recente inflitti e patiti; e la sua politica, dopo la
Restaurazione, era stata cotanto scema di saviezza e di spirito, che
era appena possibile lo sperarne un valido aiuto.
Ma la sorte di Clarendon, e i crescenti malumori del Parlamento,
spinsero i consiglieri di Carlo a adottare repentinamente una politica
che maravigliò ed empì di gioia la nazione.
XXIII. Sir Guglielmo Temple, agente inglese in Brusselles, uno dei
più esperti diplomatici e de’ più dilettevoli scrittori di quell’età,
aveva già fatto sapere alla propria Corte, come fosse desiderabile
ed insieme agevole trattare cogli Stati Generali, onde far fronte al
progresso della Francia. Per un certo tempo le sue suggestioni erano
state poste in non cale; ma adesso fu reputato utile seguirle. A lui,
dunque, fu commesso di negoziare cogli Stati Generali. Si condusse
all’Aja, e tosto s’accordò con Giovanni De Witt, che allora era primo
Ministro d’Olanda. La Svezia, per quanto piccoli fossero i suoi
mezzi, erasi quaranta anni innanzi, mercè il genio di Gustavo Adolfo,
innalzata ad eminente grado fra i potentati europei, e non era per
anche discesa alla sua naturale posizione. Nella riferita occasione,
essa venne indotta a collegarsi alla Inghilterra ed agli Stati. In tal
guisa formossi quella coalizione conosciuta sotto il nome di Triplice
Alleanza. Luigi mostrò d’esserne vessato, e di provarne risentimento;
ma non reputò atto di sana politica il tirarsi addosso le ostilità
d’una tanta confederazione, che aggiungevansi a quelle della Spagna.
Assentì quindi ad abbandonare una gran parte del territorio occupato
dall’armi sue. L’Europa riebbe la pace, e il Governo Inglese, che poco
innanzi era universalmente spregiato, venne per pochi mesi considerato
dalle Potenze straniere con rispetto quasi uguale a quello che il
Protettore aveva ad esse ispirato.
Dentro lo Stato, la Triplice Alleanza era oltremodo popolare, come
quella che ad un tempo satisfaceva l’animosità nazionale, e il
nazionale orgoglio. Poneva un confine alle usurpazioni d’un potente ed
ambizioso vicino. Avvincolava in istretta unione i principali Stati
protestanti. Le Teste–Rotonde e i Cavalieri ne gioivano egualmente:
ma la gioia degli uni era maggiore di quella degl’altri; imperciocchè
la Inghilterra erasi intimamente collegata con un paese di governo
repubblicano e di religione presbiteriana, contro un paese retto da
un principe arbitrario, ed affezionato alla Chiesa Cattolico–Romana.
La Camera de’ Comuni plaudì clamorosamente al trattato; ed alcuni
mormoratori non cortigiani lo chiamarono l’unico atto lodevole che il
Re avesse mai fatto, dopo la ristaurazione del trono.
XXIV. Il Re, nulladimeno, davasi poco pensiero dell’approvazione del
Parlamento o del popolo. Considerava la Triplice Alleanza solo come
un espediente temporaneo a calmare il malcontento, che accennava di
farsi grave. La indipendenza, la sicurtà, la dignità della nazione alla
quale ei presedeva, erano nulla agli occhi suoi. Aveva cominciato a
trovare incomode le limitazioni costituzionali. Erasi già formata nel
Parlamento una forte colleganza, conosciuta sotto il nome di partito
patriottico. Comprendeva tutti gli uomini pubblici che inchinavano alla
repubblica e al puritanismo, e molti altri i quali, quantunque aderenti
alla Chiesa stabilita e alla Monarchia ereditaria, erano stati tratti
alla opposizione dalla paura del papismo, dalla paura della Francia, e
dal disgusto che sentivano della stravaganza, dissolutezza e perfidia
della Corte. La potenza di cotesta legione di uomini politici andava
ognora crescendo. Ciascun anno, alcuni di que’ rappresentanti che erano
stati rieletti durante lo entusiasmo di lealtà del 1661, tiravansi da
parte, e i seggi vacanti venivano generalmente occupati da individui
meno docili. Carlo non estimavasi vero Re, finchè un’Assemblea di
sudditi poteva chiamarlo al rendimento de’ conti, innanzi che egli
avesse pagati i suoi debiti, ed insistere onde conoscere quale delle
sue amanti o de’ suoi cortigiani si fosse appropriata la pecunia
destinata ad equipaggiare la flotta. Comecchè egli non fosse molto
studioso della propria reputazione, sentiva molestia degli insulti che
talora gli lanciavano nelle discussioni della Camera de’ Comuni; ed
una volta tentò d’infrenare, con mezzi vergognosi, la libertà della
parola. Sir Giovanni Coventry, gentiluomo di provincia, aveva in una
discussione schernite le dissolutezze della Corte. In qualunque de’
regni antecedenti, sarebbe stato, probabilmente chiamato avanti al
Consiglio Privato, e imprigionato dentro la Torre. Adesso il Governo
procedè in modo diverso. Una banda di sicari fu di soppiatto mandata
a tagliare il naso al colpevole. Cotesta schifosa vendetta, invece di
domare lo spirito della opposizione, eccitò tale procella, che il Re
fu astretto a sobbarcarsi alla crudele umiliazione di approvare uno
Statuto di morte infamante che colpiva i ministri della sua vendetta, e
che gli tolse dalle mani il potere di perdonarli.
Ma, per quanto fosse impaziente del freno costituzionale, in che
guisa poteva egli emanciparsene? Poteva rendersi dispotico soltanto
con lo aiuto di un grande esercito stanziale, e siffatto esercito non
esisteva. Con le sue rendite poteva, a dir vero, mantenere un certo
numero di milizie regolari; ma esse, comunque fossero tante da eccitare
gelosia e sospetto nella Camera de’ Comuni e nel paese, bastavano
appena a proteggere Whitehall e la Torre contro una insurrezione della
plebe di Londra. E v’era ragione di temere simiglianti insurrezioni,
poichè sapevasi pur troppo, che nella città e ne’ suburbii esistevano
non meno di ventimila de’ vecchi soldati d’Oliviero.
XXV. Poichè il Re ebbe stabilito di emanciparsi dal sindacato del
Parlamento, e poichè a tanta impresa non poteva sperare aiuti dentro lo
Stato, reputò necessario procacciarseli fuori. La potenza e ricchezza
della Francia erano bastevoli all’ardua prova di stabilire la monarchia
assoluta in Inghilterra. Cosiffatto alleato doveva indubitabilmente
aspettarsi segni di gratitudine per un tanto servigio. Era, però,
mestieri che Carlo scendesse al grado di un grande vassallo, e facesse
guerra o pace ad arbitrio del Governo che lo proteggeva. Le sue
relazioni con Luigi sarebbero state strettamente simili a quelle in
che il Rajah di Nagpore e il Re di Oude oggidì stanno verso il Governo
Inglese. Cotesti principi hanno debito di aiutare la Compagnia delle
Indie Orientali in ogni ostilità difensiva ed offensiva, e di non avere
altre relazioni diplomatiche che quelle le quali vengono sanzionate
dalla predetta Compagnia. Questa, in compenso, li assicura contro ogni
insurrezione. Fino a che essi fedelmente adempiono agli obblighi loro
verso il potere sovrano, hanno licenza di disporre di grosse rendite,
empire i loro palagi di belle donne, abbrutirsi in compagnia de’ loro
dissoluti cortigiani, ed opprimere impunemente qualunque de’ sudditi
diventi segno all’ira loro. Simigliante vita sarebbe insoffribile ad
un uomo di spirito altero e di potente intendimento. Ma a Carlo, uomo
sensuale, pigro, inetto ad ogni forte opera di mente, e privo d’ogni
sentimento di amor patrio e di dignità personale, quel prospetto di
degradata esistenza non era niente spiacevole.
Parrà cosa straordinaria che il Duca di York cooperasse al disegno di
degradare la Corona, che probabilmente un giorno egli avrebbe portata:
imperocchè la indole sua era altera ed imperiosa; e veramente, seguitò
fino all’ultimo a mostrare, secondo che si presentava il destro, con
risentimenti e lotte, come mal tollerasse il giogo francese. Ma la
superstizione gli aveva deturpata l’anima tanto, quanto la indolenza
e il vizio avevano corrotta quella del suo fratello. Giacomo era
già cattolico romano. La bacchettoneria era diventata il sentimento
predominante della sua mente angusta e inflessibile, ed erasi cotanto
confusa con lo amore di governare, che le due passioni mal potevano
l’una dall’altra distinguersi. E’ pareva molto improbabile che egli,
senza aiuto straniero potesse ottenere il predominio o anche la
tolleranza della sua propria fede; ed era siffattamente temprato, da
non vedere nulla di umiliante in qualunque atto che valesse a giovare
gl’interessi della vera Chiesa.
Si iniziarono negoziati, che durarono parecchi mesi. Lo agente precipuo
tra la Corte inglese e la francese fu la bella, graziosa ed accorta
Enrichetta duchessa d’ Orleans, sorella di Carlo, cognata di Luigi,
e caramente diletta ad entrambi. Il Re d’Inghilterra si profferse
a dichiararsi cattolico romano, sciogliere la Triplice Alleanza,
e collegarsi con la Francia contro la Olanda, ove la Francia gli
apprestasse gli aiuti pecuniari e militari di che egli avesse mestieri
per rendersi indipendente dal suo Parlamento. Luigi, in sulle prime,
simulò di ricevere freddamente tali proposte, e infine accettolle col
contegno di chi accordi un grande favore; ma veramente, la via per
cui s’era messo era tale, ch’egli ci poteva sempre guadagnare, e non
perdere.
XXVI. Pare certo ch’egli non avesse mai avuto serio pensiero di
stabilire il dispotismo e il papismo in Inghilterra con la forza
delle armi. Doveva accorgersi che tanta impresa sarebbe stata ardua
e rischiosa; che per anni molti avrebbe tenute occupate tutte le
energie della Francia; e che sarebbe stata affatto incompatibile con
altre e più praticabili idee d’ingrandimento, molto care al suo cuore.
Avrebbe volentieri acquistato il merito e la gloria di rendere, a
patti ragionevoli, un grande servigio alla sua propria Chiesa: ma
era poco inchinevole a imitare i suoi antenati, i quali, ne’ secoli
duodecimo e tredicesimo, avevano condotto il fiore della cavalleria
francese a morire nella Siria e nello Egitto; e bene conosceva che
una crociata contro il protestantismo in Inghilterra, non sarebbe
stata meno pericolosa delle spedizioni in cui erano perite le milizie
di Luigi VII e di Luigi IX. Non aveva cagione a desiderare che gli
Stuardi fossero principi assoluti. Non considerava la Costituzione
inglese con sentimento simile a quello che in tempi posteriori spinse
i Principi a muovere guerra alle libere istituzioni de’ popoli vicini.
Ai dì nostri, un gran partito zelante del Governo popolare, conta
proseliti in ogni paese incivilito. Ogni vittoria ch’esso in qualunque
luogo riporti, non manca di svegliare un generale commovimento. Non è
quindi a maravigliare che i Governi, minacciati da un pericolo comune,
concordino ad assicurarsi vicendevolmente. Ma nel secolo decimosettimo
tale periglio non esisteva. Tra il pubblico sentire dell’Inghilterra e
il pubblico sentire della Francia, era un abisso. Le nostre istituzioni
e fazioni erano tanto poco intese in Parigi, quanto in Costantinopoli.
È da dubitarsi se nè anche uno dei quaranta membri dell’Accademia
Francese avesse nella propria biblioteca un solo libro inglese, e
conoscesse solo di nome Shakspeare, Johnson o Spenser. Pochi Ugonotti,
eredi dello spirito de’ proprii antenati, potevano forse consentire con
le Teste–Rotonde, loro confratelli nella fede; ma gli Ugonotti più non
erano formidabili. I Francesi, come corpo, affettuosi alla Chiesa di
Roma, ed orgogliosi della grandezza del Re loro e della propria lealtà,
guardavano le nostre lotte contro il papismo e il potere arbitrario,
non solo senza ammirazione o simpatia, ma con forte disapprovazione
e disgusto. Sarebbe, adunque, grave errore attribuire la condotta di
Luigi a timori simili in tutto a quelli che, nell’età nostra, indussero
la Santa Alleanza ad immischiarsi nelle faccende interne di Napoli e di
Spagna.
Ciò non ostante, le proposte fatte dalla Corte di Whitehall giunsero
a Luigi gradite singolarmente. Meditava già i giganteschi disegni,
che tennero poscia per quaranta anni in perpetuo commovimento tutta
l’Europa. Voleva umiliare le Provincie Unite, ed incorporare ai propri
dominii il Belgio, la Franca Contea e la Lorena. Nè ciò era tutto.
Essendo il Re di Spagna un fanciullo malaticcio, era verosimile morisse
senza prole. La sorella maggiore di costui era Regina di Francia.
Era quasi certo arrivasse il giorno—e poteva arrivare presto—in cui
la casa de’ Borboni avesse a produrre i suoi diritti a quel vasto
Impero, sul quale il sole non tramontava giammai. La congiunzione
di due grandi monarchie sotto una sola Corona, sarebbe senza alcun
dubbio stata avversata da una coalizione continentale; per resistere
alla quale il solo braccio della Francia bastava. Ma l’Inghilterra
poteva far traboccare la bilancia. Dalla parte da che l’Inghilterra
si sarebbe messa in tale occasione, dipendevano i destini del mondo;
ed era a tutti manifesto, che il Parlamento e la nazione inglese
aderivano fortemente alla politica che aveva dettata la Triplice
Alleanza. Nulla, quindi, poteva essere tanto grato a Luigi, quanto il
sapere che i principi della casa degli Stuardi avevano mestieri del
suo aiuto, ed erano vogliosi di acquistarlo a prezzo di illimitata
sottomissione. Deliberato di giovarsi del destro, formò per uso proprio
un sistema d’azione, dal quale non si scostò mai, finchè sopraggiunse
la rivoluzione del 1688 a sconcertargli ogni politico disegno. Si
confessò desideroso di compiacere alla Corte inglese; promise grandi
aiuti. Di quando in quando ne largì tanti, quanti servissero a tenere
viva la speranza, e quanti ne potesse senza rischio o inconvenevolezza
offerire. In tal guisa, con una spesa molto minore di quella ch’egli
sostenne a erigere e decorare Versailles e Marli, gli riuscì di rendere
la Inghilterra, per circa venti anni, parte quasi così frivola del
sistema politico europeo, come lo è, a’ giorni nostri la Repubblica di
San Marino.
Era suo scopo non già distruggere la nostra Costituzione, ma tenere
i vari elementi onde era composta, in perenne conflitto, e rendere
irreconciliabilmente nemici coloro che avevano il potere della borsa,
e coloro che avevano il potere della spada. A tal fine, comperava ed
irritava a vicenda ambe le parti; pensionava, nel tempo stesso, i
Ministri della Corona e i capi della opposizione; incoraggiava la Corte
ad opporsi alle usurpazioni sediziose del Parlamento; e faceva spargere
nel Parlamento susurri intorno ai disegni arbitrali della Corte.
Uno degli espedienti ai quali appigliossi col proposito di predominare
nei Consigli inglesi, è peculiarmente degno d’essere rammentato.
Carlo, quantunque fosse incapace di sentire amore nel senso più alto
del vocabolo, era schiavo d’ogni donna che con la beltà della persona
eccitasse le voglie, e coi modi e con le ciarle allegrasse gli ozi di
lui. Davvero, verrebbe meritamente deriso quel marito che soffrisse da
una moglie d’alto lignaggio e d’intemerata virtù mezze le inscienze che
il Re d’Inghilterra tollerava dalle sue concubine; le quali, mentre a
lui solo andavano debitrici d’ogni cosa, carezzavano, quasi innanzi
agli occhi suoi, i suoi cortigiani. Aveva pazientemente sopportato le
sfrontate ire di Barbara Palmer, e la impertinente vivacità di Eleonora
Gwynn. Luigi pensò che il più utile ambasciatore che egli potesse
mandare a Londra, sarebbe stata una bella, licenziosa ed intrigante
donna francese. La eletta fu Luisa, dama della casa di Querouaille, che
i nostri rozzi antenati chiamavano Madama Carwell. Costei trionfò tosto
di tutte le sue rivali, fu creata Duchessa di Portsmouth, colmata di
ricchezze, ed ottenne un impero che finì con la vita di Carlo.
XXVII. I patti più importanti dell’alleanza tra le due Corone, vennero
formulati in un trattato secreto, che fu stipulato in Dover nel maggio
del 1670, dieci anni dopo il giorno in cui Carlo era approdato a quel
luogo medesimo fra le acclamazioni e le lacrime di gioia del troppo
fidente popolo.
Per virtù di tale trattato, Carlo obbligavasi a professare
pubblicamente la religione cattolica romana; a congiungere le proprie
armi con quelle di Luigi, onde distruggere il potere delle Provincie
Unite; e adoperare le intere forze dell’Inghilterra, per terra e
per mare, a sostegno de’ diritti della Casa de’ Borboni alla vasta
Monarchia Spagnuola. Luigi, da parte sua, impegnavasi a pagare grossi
sussidi; e prometteva che, qualora scoppiasse in Inghilterra una
insurrezione, avrebbe mandata a proprie spese un’armata, onde sostenere
il suo alleato.
Cotesto patto fu fatto con tristi auspicii. Sei settimane dopo d’essere
stato munito delle firme e de’ sigilli, la bella principessa, la cui
influenza sopra il fratello e il cognato era stata così perniciosa
alla propria patria, non era più. La sua morte fece nascere orribili
sospetti, che per poco parvero volessero rompere l’amistà novellamente
formata fra la Casa degli Stuardi e quella de’ Borboni; ma poco tempo
dopo, i due confederati si dettero vicendevolmente nuove assicuranze di
amichevoli intendimenti.