Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola
esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità
dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le
Teste–Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce
il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli
Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che
li separava entrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti,
mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle
de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano
il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in
massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto
perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due
inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito
il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi
tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano
nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia,
e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano
ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster;
incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore;
non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai
pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia
razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano,
e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a
dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo
innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli
avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro
sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo
genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno
de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni
disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma
compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto
inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti
a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente
distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma
moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi
altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè
restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di
gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.
XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la
sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contendere con la
Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva,
annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò
nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.
Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli,
l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la
fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè
sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la
calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò
e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la
insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i
non–conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la
parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le
scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di
onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore,
sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato
da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata
fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene
severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza;
e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio
che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto
di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti
divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva
trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i
Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il
Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non
avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della
Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente
corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che
l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi
all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley.
Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e
allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose
più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come
cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei si svagasse col vino, col
brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando
e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero
trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre
devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.
Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano
molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re.
Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli
secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito
gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi
parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri.
Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe
con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte
civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i
suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo
sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato
sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza
e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali
veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva
a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i
cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti
i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso
erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per
un tozzo di pane.
Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata
d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira
sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria
agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo.
I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con
isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e
fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno
delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti
del Re.
Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni
atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposata Caterina
principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e
le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non
aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna
da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo
sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare
con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per
la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa
d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere
forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva
considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’
Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i
sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò
che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni
di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente
coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida
scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che
le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle
somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da
non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò
che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò
che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.
Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe
che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia,
la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina
Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non
racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in
nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il
paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le
semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente
nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.
XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in
agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata
la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente
votò somme di danaro senza esempio nella nostra storia, somme
superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate
di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il
mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’
suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile.
Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini
che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato
come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con
subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali
rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi.
In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva;
ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era
soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su
pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a
Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore
inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo
serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala
da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria
d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor
patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti
i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli
Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente
inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam
venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli
corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era
morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi,
se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica.
Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio.
Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta
aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato
dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta,
udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio
di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse
torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra
era venduta. Le case e i cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla
plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la
invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco.
Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero
aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma
il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva
mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.
I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti
da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto
scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra
patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai
tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque
altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei
mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano
cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai
veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in
rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume
sino a Smithfield.
XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante
umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste–Rotonde
avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato.
Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello
entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno,
tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si
volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata
sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della
guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo,
avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa,
usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo
la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero
il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della
politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere
che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato
dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privare
di tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo,
val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione
esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la
lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo,
impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari,
e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali
non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo
che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in
ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi
che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da
tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione
della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi
altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon,
e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro
predecessori avevano tempestato Strafford.
XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era
il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato
mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi
opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano
pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud,
fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto
d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua
condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese
odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle
perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste–Rotonde a pagare
i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della
loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita
delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione
a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto
di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La
vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno
giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua
indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di
ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacoteca
piena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale
degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e
magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli
provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la
flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si
scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre,
gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua
casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’
Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui
la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo
nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della
politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie
di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo.
Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un
corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi,
allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a
privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica
Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri,
quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se
non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura.
Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto
fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio
di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere
liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’
Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la
guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione
della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori
delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea
lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue
intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato,
ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine
nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere
sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo
spirito loro differisse grandemente da quello de’ membri del Lungo
Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano
oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità
sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato
convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non
fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei
tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti,
incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che
uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a
fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo
contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione
ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di
renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici.
A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio
ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile,
in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era
affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni
lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale
trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini
che avrebbero potuto essergli figli.
Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per
ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che
la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando
studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e
de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo
avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era,
dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi
degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e
sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non
lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i
cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re
stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto
prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito
dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quello
delle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton
non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma
invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse
i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita
non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio
perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di
sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del
caduto.
Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che
ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione
e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima
guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo
dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per
la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la
irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal
fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella
storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità
d’Oliviero.