XVI. Erano tali, durante il regno di Carlo II, le condizioni della

Scozia. Quelle della Irlanda non erano meno triste. In quell’isola

esistevano contese, in paragone delle quali le più calde animosità

dei politici inglesi erano tiepide. L’inimicizia tra i Cavalieri e le

Teste–Rotonde d’Irlanda fu quasi dimenticata quando riarse più feroce

il conflitto tra la razza inglese e la celtica. La distanza tra gli

Episcopali e i Presbiteriani sembrava svanire in paragone di quella che

li separava entrambi dai Papisti. Negli ultimi civili perturbamenti,

mezzo il suolo irlandese dalle mani de’ vinti era passato in quelle

de’ vincitori. Pochi de’ vecchi o dei nuovi occupanti meritavano

il favore della Corona. Gli spogliatori e gli spogliati erano, in

massima parte, stati egualmente ribelli. Il Governo divenne tosto

perplesso, e stanco de’ reclami e delle scambievoli accuse delle due

inferocite fazioni. Quei coloni, ai quali Cromwell aveva distribuito

il territorio conquistato, e i discendenti de’ quali chiamavansi

tuttavia Cromwelliani, allegavano che gli abitanti aborigeni erano

nemici mortali della nazione inglese sotto qualsifosse dinastia,

e della religione protestante sotto qualunque forma. Descrivevano

ed esageravano le atrocità commesse nella insurrezione di Ulster;

incitavano il Re a seguitare risolutamente la politica del Protettore;

non avevano vergogna d’affermare come non ci fosse da sperare mai

pace in Irlanda, finchè non venisse onninamente estirpata la vecchia

razza irlandese. I Cattolici Romani scusavansi come meglio potevano,

e lamentavano con tristi parole la severità delle loro pene; che, a

dir vero, non erano miti. Scongiuravano Carlo di non confondere lo

innocente col colpevole, e gli rammentavano che molti de’ colpevoli

avevano espiato i loro falli ritornando alla obbedienza del loro

sovrano, e difendendo i diritti di lui contro gli assassini del suo

genitore. La Corte, nauseata dallo importunare di due partiti, nessuno

de’ quali essa aveva cagione di amare, in fine volle liberarsi d’ogni

disturbo dettando un atto di concordia. Quel sistema crudele, ma

compito ed energico, che Oliviero erasi proposto onde rendere affatto

inglese quell’isola, venne abbandonato. I Cromwelliani furono indotti

a rendere un terzo dei loro beni; i quali vennero capricciosamente

distribuiti fra quei pretendenti che il Governo volle favorire. Ma

moltissimi che protestavano d’essere innocenti di slealtà, e parecchi

altri che menavano singolar vanto della lealtà loro, non ottennero nè

restituzione nè compensazione, ed empirono la Francia e la Spagna di

gridi contro la ingiustizia e la ingratitudine della Casa degli Stuardi.

XVII. Intanto il Governo aveva, anche in Inghilterra, perduta la

sua popolarità. I realisti avevano cominciato a contendere con la

Corte e fra loro stessi; e la parte vinta, calpesta, e, come pareva,

annientata, ma che serbava tuttavia un vigoroso principio di vita, alzò

nuovamente il capo, e rinnovò la interminabile guerra.

Quando anche l’amministrazione avesse proceduto scevra di falli,

l’entusiasmo con che il popolo aveva salutato il ritorno del Re e la

fine della tirannide militare, non avrebbe potuto durare; avvegnachè

sia legge di natura, che a tali repentini eccitamenti tenga dietro la

calma. Il modo onde la Corte abusò della propria vittoria, affrettò

e rese compiuta cotesta calma. Ogni uomo moderato mal pativa la

insolenza, la crudeltà, la perfidia, con che venivano trattati i

non–conformisti. Le leggi penali avevano efficacemente purgata la

parte oppressa di quegli individui poco sinceri, i vizi de’ quali le

scemavano la reputazione; e l’avevano resa di nuovo una società di

onesti uomini e pii. Il Puritano vincitore, governante, persecutore,

sequestratore, era stato aborrito, tradito, bistrattato, abbandonato

da’ temporeggiatori che ne’ giorni prosperi gli avevano giurata

fratellanza, cacciato via dal proprio tetto, interdetto sotto pene

severe a pregare o ricevere i sacramenti secondo la propria coscienza;

e, non ostante, sempre fermo nel proposito di obbedire a Dio meglio

che all’uomo, era, in onta a certe spiacevoli rimembranze, obietto

di pietà e riverenza a tutte le menti diritte. Cotesti sentimenti

divennero più forti allorchè corse la voce che la Corte non intendeva

trattare i Papisti col medesimo rigore con che aveva trattati i

Presbiteriani. Nacque in cuore di molti il sospetto che il Re e il

Duca non fossero protestanti sinceri. Molti, oltre a ciò, che non

avevano potuto soffrire l’austerità ed ipocrisia de’ Farisei della

Repubblica, cominciarono a sentire maggiore disgusto della impudente

corruttela della Corte e de’ Cavalieri, e inclinavano a dubitare che

l’austera rigorosità di Laudaddio Barebone non fosse da preferirsi

all’oltraggiosa profanazione e licenza dei Buckingham e dei Sedley.

Anche quegli uomini immorali che non erano estranei al sentimento e

allo spirito pubblico, querelavansi vedendo il Governo trattare le cose

più gravi come pretti trastulli, e considerare le cose da nulla come

cose gravi. Poteva ad un Re perdonarsi ch’ei si svagasse col vino, col

brio, con le donne; ma era intollerabile ch’egli si perdesse oziando

e immerso ne’ piaceri, che le più gravi faccende dello Stato fossero

trascurate, e che gli ufficiali pubblici morissero di fame, mentre

devastavansi le finanze onde arricchire meretrici e parassiti.

Gran numero di realisti facevano eco a tali querimonie, ed aggiungevano

molte pungenti considerazioni intorno la ingratitudine del Re.

Veramente, le intere sue entrate non sarebbero bastate a rimunerarli

secondo ch’essi credevano di meritare. Perocchè, ad ogni impoverito

gentiluomo che aveva combattuto sotto Rupert o Derby, i propri servigi

parevano eminentemente meritorii, e i propri danni eminentemente duri.

Ciascuno aveva sperato, sia che si fosse degli altri, ch’ei verrebbe

con larghezza ricompensato di tutte le perdite sostenute nelle lotte

civili, e che la restaurazione della monarchia avrebbe restaurato i

suoi beni dilapidati. Nessuno di questi speranzosi potè frenare lo

sdegno, allorquando trovossi così povero sotto il Re, come era stato

sotto il Parlamento repubblicano o sotto il Protettore. La negligenza

e la stravaganza della Corte svegliò la collera di cotesti leali

veterani. Dicevano giustamente, che mezzi i tesori che il Re profondeva

a beneficio delle concubine e de’ buffoni, potevano racconsolare i

cuori di centinaia de’ vecchi Cavalieri, i quali dopo d’avere abbattuti

i boschi e fuse le argenterie loro onde soccorrere il padre suo, adesso

erravano intorno in povero arnese, e non sapevano dove rivolgersi per

un tozzo di pane.

Nel tempo stesso, le rendite improvvisamente ribassarono. La entrata

d’ogni possidente di terre scemò di cinque scellini per ogni lira

sterlina. In ogni Contea del Regno levossi il grido della miseria

agricola; di che, secondo il costume, fu chiamato in colpa il Governo.

I gentiluomini, costretti a diminuire le loro spese, vedevano con

isdegno il crescente splendore e la profusione di Whitehall, e

fermamente credevano che la pecunia la quale doveva servire al sostegno

delle loro famiglie, era passata, in modo inesplicabile, ai favoriti

del Re.

Tutti gli animi, quindi, divennero esacerbati in guisa, che ogni

atto pubblico eccitava il malcontento. Carlo aveva sposata Caterina

principessa di Portogallo. Tale matrimonio generalmente dispiacque; e

le mormorazioni divennero più forti allorchè si conobbe che il Re non

aveva speranza di discendenti legittimi. Dunkerque, tolta alla Spagna

da Oliviero, fu venduta a Luigi XIV Re di Francia. Ciò riaccese lo

sdegno in cuore di tutti gl’Inglesi, i quali cominciavano ad osservare

con inquietudine il progresso della potenza francese, e a sentire per

la Casa de’ Borboni ciò che gli avi loro avevano sentito per la Casa

d’Austria. Domandavano se fosse cosa savia in tempo siffatto aggiungere

forza ad una Monarchia troppo formidabile. Dunkerque, inoltre, veniva

considerata dal popolo, non solamente come piazza d’armi e chiave de’

Paesi Bassi, ma anche come trofeo del valore inglese. Essa era per i

sudditi di Carlo ciò che Calais era stata pei loro antenati, e ciò

che la rocca di Gibilterra, difesa con tanto valore, in tempi pieni

di disastri e pericoli, contro le flotte e le armate di una potente

coalizione, è per noi stessi. La economia sarebbe stata una valida

scusa, se l’avesse allegata un Governo economo. Ma sapevano tutti che

le spese necessarie a mantenere Dunkerque erano frivole, di fronte alle

somme che nella Corte dissipavansi in vizi e follie. E’ pareva cosa da

non potersi patire, che un sovrano smisuratamente prodigo in tutto ciò

che spettava ai propri piaceri, dovesse mostrarsi avaro in tutto ciò

che spettava alla sicurezza ed all’onore dello Stato.

Il pubblico malcontento si fece maggiore allorquando si conobbe

che, mentre Dunkerque erasi abbandonata sotto pretesto d’economia,

la fortezza di Tangeri, la quale era parte della dote della Regina

Caterina, fu riparata ed armata con enormi spese. Tangeri non

racchiudeva memorie gradite all’orgoglio nazionale; non poteva in

nessun modo promuovere gl’interessi della nazione; avvolgeva il

paese in una guerra ingloriosa, non proficua e interminabile, con le

semiselvagge tribù de’ Mussulmani; ed era posta in un clima grandemente

nocivo alla sanità ed al vigore della razza inglese.

XVIII. Ma le mormorazioni provocate da cotesti falli erano deboli, in

agguaglio de’ clamori che scoppiarono appena il Governo ebbe dichiarata

la guerra alle Provincie Unite. La Camera de’ Comuni sollecitamente

votò somme di danaro senza esempio nella nostra storia, somme

superiori a quelle che erano bastate a mantenere le flotte e le armate

di Cromwell nel tempo in cui il suo potere faceva tremare tutto il

mondo. Ma fu tanta la stravaganza, la disonestà, la incapacità de’

suoi successori, che siffatta liberalità riuscì peggio che inutile.

Gli adulatori di Corte, inetti a contendere contro i grandi uomini

che allora comandavano le armi olandesi, contro un uomo di Stato

come De Witt, e contro un capitano come De Ruytor, impinguaronsi con

subiti guadagni; mentre i marinai ammutinavansi per fame, gli arsenali

rimanevano senza guardie, e le navi erano sdrucite e prive di arnesi.

In fine, fu risoluto di abbandonare ogni pensiero di guerra offensiva;

ma subito fu a tutti manifesto, che anche una guerra difensiva era

soma troppo grave per il Governo. La flotta olandese si spinse su

pel Tamigi, ed incendiò le navi da guerra che stavano ancorate a

Chatham. Si sparse la voce che in quello stesso giorno in cui l’onore

inglese rimase umiliato, il Re gozzovigliava con le femmine del suo

serraglio, e svagavasi dando la caccia ad una farfalla dentro la sala

da cena. Allora e’ fu che tarda giustizia venne resa alla memoria

d’Oliviero. In ogni dove magnificavasi il valore, lo ingegno, l’amor

patrio di lui. In ogni dove rammentavasi come, lui governante, tutti

i potentati stranieri tremassero al nome della Inghilterra; come gli

Stati Generali, adesso così altieri, gli si fossero rispettosamente

inchinati: ed appena si conobbe ch’ei più non era, la città d’Amsterdam

venisse tutta illuminata quasi in segno di liberazione, e i fanciulli

corressero attorno i canali gridando con gioia che il Diavolo era

morto. Anche i realisti esclamavano che lo Stato non poteva salvarsi,

se non chiamando sotto le armi i vecchi soldati della Repubblica.

Tosto la metropoli cominciò a provare le miserie dell’assedio.

Mancavano i combustibili. Il forte di Tilbury, luogo d’onde Elisabetta

aveva scherniti gli oltraggi di Parma e di Spagna, venne insultato

dagl’invasori. I cittadini di Londra, per la prima ed ultima volta,

udirono il rimbombo de’ cannoni forestieri. Venne proposto in Consiglio

di abbandonare la Torre, qualora il nemico si spingesse innanzi. Grosse

torme di popolo accalcavano nelle strade gridando che l’Inghilterra

era venduta. Le case e i cocchi de’ Ministri furono aggrediti dalla

plebaglia; e il Governo temeva di dovere combattere a un tempo la

invasione e la insurrezione. Vero è che lo estremo pericolo durò poco.

Venne concluso un trattato assai diverso da quelli ai quali Oliviero

aveva costume di apporre la firma; e la nazione riebbe la pace, ma

il suo contegno fu poco meno minaccioso e tristo di quello che aveva

mostrato nei giorni della imposta per mantenere la flotta.

I mali umori generati dalla pessima amministrazione, furono accresciuti

da calamità che la migliore amministrazione non avrebbe potuto

scansare. Mentre inferociva la guerra ignominiosa con la Olanda, Londra

patì due disastri gravi che, in tempo si breve, non afflissero mai

tanto città nessuna. Una pestilenza, assai più orribile di qualunque

altra nello spazio di tre secoli avesse visitata l’isola, mietè in sei

mesi centomila e più creature umane; ed appena i carri mortuari avevano

cessato di andare attorno, quando un incendio, quale non s’era mai

veduto in Europa dopo il bruciamento di Roma sotto Nerone, ridusse in

rovine la città tutta quanta, dalla Torre fino al Tempio, e dal fiume

sino a Smithfield.

XIX. Se, mentre la nazione travagliavasi fra tante sciagure e tante

umiliazioni, vi fosse stata una elezione generale, le Teste–Rotonde

avrebbero probabilmente riacquistata la preponderanza nello Stato.

Ma il Parlamento era tuttavia popolato di Cavalieri, eletti nello

entusiasmo della lealtà che aveva seguita la Restaurazione. Nondimeno,

tosto fu noto a tutti che nessuna Legislatura Inglese, leale quanto si

volesse, si terrebbe paga d’essere ciò che la Legislatura era stata

sotto i Tudors. Dalla morte d’Elisabetta fino alla vigilia della

guerra civile, i Puritani che predominavano nel corpo rappresentativo,

avevano sempre più, destramente adoperando il potere della borsa,

usurpato nel campo del Potere Esecutivo. I gentiluomini, i quali, dopo

la Restaurazione, sedevano nella Camera Bassa, comecchè abborrissero

il nome de’ Puritani, erano lieti di avere raccolti i frutti della

politica puritana. Certo, desideravano molto di valersi del potere

che esercitavano nello Stato, onde rendere il Re potente e rispettato

dentro il Regno e fuori: ma erano determinati a non lasciarsi privare

di tale potere. La grande rivoluzione inglese del secolo decimosettimo,

val quanto dire il trapasso del supremo sindacato dell’amministrazione

esecutiva dalla Corona alla Camera de’ Comuni, procedette, durante la

lunga esistenza di quel Parlamento, con rapidità e fermezza. Carlo,

impoverito da’ suoi vizi e dalle sue follie, aveva mestieri di danari,

e non poteva procacciarsene se non per concessione de’ Comuni; ai quali

non poteva impedirsi di porre a prezzo le loro concessioni. Il prezzo

che vi posero fu questo, che venisse loro conceduto d’immischiarsi in

ciascuna delle prerogative del Re; di forzarlo ad approvare le leggi

che a lui spiacessero; licenziare Ministeri; dettare la condotta da

tenersi nella politica estera, ed anche dirigere l’amministrazione

della guerra. All’ufficio ed alla persona del Re professavansi

altamente affettuosi e devoti. Ma ricusavano di obbedire a Clarendon,

e gli si scagliarono contro, con furore pari a quello con che i loro

predecessori avevano tempestato Strafford.

XX. Le virtù e i vizi di quel Ministro cooperarono alla sua ruina. Era

il capo apparente dell’amministrazione, e quindi veniva considerato

mallevadore anche di quegli atti ai quali fortemente, ma invano, erasi

opposto in Consiglio. I Puritani, e tutti coloro che ne sentivano

pietà, lo reputavano qual bacchettone implacabile, un secondo Laud,

fornito di maggiore intelligenza. Aveva sempre sostenuto che l’Atto

d’Indennità dovesse rigorosamente osservarsi; ed in ciò la sua

condotta, quantunque fosse per lui singolarmente onorevole, lo rese

odioso a tutti quei realisti, i quali bramavano di rifarsi delle

perdite sostenute nelle sostanze, citando le Teste–Rotonde a pagare

i danni. I Presbiteriani di Scozia gli attribuivano la caduta della

loro Chiesa. I Papisti d’Irlanda lo addebitavano della perdita

delle loro terre. Come padre della Duchessa di York, aveva cagione

a desiderare che la Regina fosse sterile; e però cadde in sospetto

di avere proposta al Re una sposa che non poteva dargli prole. La

vendita di Dunkerque venne a lui giustamente ascritta. Con meno

giustizia gli chiedevano ragione della guerra con la Olanda. La sua

indole accensibile, l’arrogante contegno, la impudente avidità di

ricchezze, la ostentazione con che le profondeva, la sua pinacoteca

piena dei capolavori di Vandyke che un tempo avevano adornate le sale

degli impoveriti Cavalieri, il suo palagio che spiegava una lunga e

magnifica facciata di contro alla reggia di più umile aspetto, gli

provocarono contro molte meritate e non meritate censure. Quando la

flotta olandese era nelle acque del Tamigi, la rabbia del popolaccio si

scagliò precipuamente contro il Cancelliere. Gli ruppero le finestre,

gli devastarono il giardino, e inalzarono una forca dinanzi alla sua

casa. Ma in nessun luogo era tanto detestato, quanto nella Camera de’

Comuni. Non vedeva come celeremente si approssimasse il tempo in cui

la Camera, seguitando ad esistere, diventerebbe il potere supremo

nello Stato; il governarla sarebbe la parte più importante della

politica; e senza l’aiuto di uomini che padroneggiassero le orecchie

di cotesta Camera, sarebbe impossibile tirare innanzi il Governo.

Ei persisteva ostinatamente a considerare il Parlamento come un

corpo in nulla diverso da quello che esisteva quaranta anni innanzi,

allorchè egli si pose a studiare Diritto nel Tempio. Non intendeva a

privare la legislatura de’ poteri ad essa inerenti secondo l’antica

Costituzione del Regno; ma il nuovo esplicamento di cosiffatti poteri,

quantunque fosse naturale, inevitabile, e da non potersi fermare se

non se distruggendoli affatto, spiacevagli e lo metteva in paura.

Niuna cosa lo avrebbe indotto ad apporre il gran sigillo a un decreto

fatto ad esigere la imposizione per le navi, o votare in Consiglio

di chiudere dentro la Torre un membro del Parlamento, reo di avere

liberamente favellato in una discussione: ma quando la Camera de’

Comuni cominciò a voler sapere in che modo il denaro votato per la

guerra era stato speso, e togliere ad esame la pessima amministrazione

della flotta, egli arse di sdegno. Tale esame, secondo lui, era fuori

delle attribuzioni della Camera. Ammetteva che essa era una Assemblea

lealissima, che aveva resi buoni servigi alla Corona, e che le sue

intenzioni erano ottime; ma, tanto in pubblico quanto in privato,

ei coglieva ogni destro per manifestare la propria inquietudine

nel vedere gentiluomini così affettuosi della Monarchia, invadere

sconsigliatamente le prerogative del Monarca. Diceva che, comunque lo

spirito loro differisse grandemente da quello de’ membri del Lungo

Parlamento, nulladimeno gli imitavano mestando in cose che stavano

oltre la sfera degli Stati del reame, ed erano soggette all’autorità

sola della Corona. Affermava che il paese non sarebbe mai governato

convenevolmente, finchè i rappresentanti delle Contee e de’ borghi non

fossero paghi di essere ciò che i loro predecessori erano stati nei

tempi di Elisabetta. Respinse sdegnosamente, come indigesti progetti,

incompatibili con l’antica politica inglese, tutti que’ disegni che

uomini assai più di lui conoscitori de’ sociali bisogni proponevano a

fine di mantenere la buona intelligenza tra la Corte e i Comuni. Il suo

contegno verso gli oratori giovani che andavano acquistando reputazione

ed autorità nella Camera Bassa, era sgraziato: gli riuscì di

renderseli, forse senza eccettuarne nè anche un solo, mortali nemici.

A vero dire, uno de’ suoi falli più gravi fu lo stemperato dispregio

ch’egli affettava per la gioventù; dispregio tanto meno giustificabile,

in quanto la esperienza che aveva nella politica inglese non era

affatto proporzionata alla età sua. Imperciocchè era vissuto tanti anni

lungi dalla patria, ch’ei conosceva la società fra mezzo alla quale

trovossi appena ritornato, meno di quanto la conoscessero molti uomini

che avrebbero potuto essergli figli.

Per tali ragioni, la Camera de’ Comuni non lo poteva patire; mentre per

ragioni assai diverse ei non piaceva alla Corte. La sua morale, non che

la sua politica, erano quelle della precedente generazione. Anco quando

studiava Diritto, vivendo in compagnia di giovani amanti del brio e

de’ piaceri, la sua gravità naturale e i suoi principii religiosi lo

avevano preservato dal contagio delle dissolutezze in voga: non era,

dunque, verosimile che negli anni maturi diventasse libertino. I vizi

degli allegri giovani ei guardava con quasi tanta avversione acre e

sprezzante, quanta ne sentiva per gli errori teologici de’ settari. Non

lasciava mai fuggire il destro di schernire i mimi, i folleggianti e i

cortigiani che riempivano la reggia; e gli ammonimenti che dava al Re

stesso erano molto pungenti, e—il che anco più spiaceva a Carlo—molto

prolissi. Nè anche una voce levossi a difendere un Ministro colpito

dall’odio dei falli che provocavano il furore del popolo, e da quello

delle virtù che tornavano moleste e importune al sovrano. Southampton

non era più. Ormond compì i doveri d’amicizia con energia e fedeltà, ma

invano. Il Cancelliere fu avvolto in una grande rovina. Il Re gli tolse

i sigilli; la Camera de’ Comuni lo pose in istato d’accusa; la sua vita

non rimase sicura; ei fuggì dal paese; un editto lo dannava ad esilio

perpetuo; e coloro che lo avevano assalito, minandogli il terreno di

sotto ai piedi, si misero a contendere per dividersi le spoglie del

caduto.

Il sacrificio di Clarendon ammorzò un poco la sete di vendetta che

ardeva nel popolo. Nondimeno, l’ira sua, rieccitata dalla profusione

e dalla negligenza del Governo, e dalla pessima condotta della ultima

guerra, non era per nulla spenta. I consiglieri di Carlo, tenendo

dinanzi agli occhi la miseranda sorte del Cancelliere, trepidavano per

la propria sicurezza. Avvertirono, quindi, il loro signore a calmare la

irritazione che prevaleva nel Parlamento e per tutto il paese, ed a tal

fine appigliarsi ad un provvedimento che non ha nulla di simile nella

storia degli Stuardi, e che era degno della prudenza e magnanimità

d’Oliviero.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 16 / 58 段