d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare
apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta.
Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato
in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano
pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo
esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste–Rotonde.
Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era
individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della
simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re
stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero
quasi atterriti della propria vittoria. Trovaronsi in condizioni non
dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro
allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse
desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo
avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più
vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri
vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza
misericordia, de’ torti sofferti.
X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse,
sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma
prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse
essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero
un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada
appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo,
qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con
la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni
ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità
del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi
di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli
statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera
Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse
violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la
legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate
le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche
senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto,
procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi
nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la
vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione
che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora,
per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito
essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della
religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle
nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La
parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo
Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior
numero di teologi realisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo
Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa
una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i
Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano
avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.
XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non–conformisti; statuti,
de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione
puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza
rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante
della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I
Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai
piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana
solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva
rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur
troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a
resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di
un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era
un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva
infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione
Cattolica–Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere
libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla
parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di
frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera
trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni
assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli
cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi
odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in
luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice
di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere
trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza
volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il
reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente
avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che
fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena
capitale. Un nuovo ed irragionevolissimo giuramento venne imposto ai
teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi
voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo,
fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse
governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove
essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano
mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente
uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni
che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono
quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni
che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società
cristiana.
XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione
largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza
aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca
della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto
ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle
sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed
era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni.
Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli
che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero
infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più
oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi
rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed
ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i
quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a
ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non–resistenza;
dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le
estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere,
che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la
sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale,
calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse
ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla
morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a
resistere con la forza alla tirannide del principe. Avventuratamente,
i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie
rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi
uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana
dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra,
contro il trono.
Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni.
Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal
Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano,
i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti,
riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori
che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri
mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate;
ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti
arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi
realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e
comperare il favore delle potenti Teste–Rotonde, avevano vendute le
loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati
dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.
XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più
grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che
sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e
se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto
lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli
uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella
avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la
pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e
sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia
della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti
nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a
vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il
Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero
incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi
cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani,
serbavano la decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto
in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi,
Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo
Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende
valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava
quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’
servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello
Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di
scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità
mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro.
Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il
contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta
a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al
vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello
che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico,
sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del
torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che
piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia
d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni
di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una
teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri
morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di
Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere
d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve
profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad
ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa
e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e
l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la
prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore.
Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i
suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale
negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In
cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani,
ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare.
Era stata spogliata ed oppressa da quello stesso partito che predicava
la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i
libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria
e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti
a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per
ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se
il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische,
tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza
profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la
prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato
e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma
con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al
vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto
e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente
recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore
del _Viaggio del Pellegrino_ languiva sepolto in carcere per colpa di
insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non
che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica
della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono
precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo
alla maggiore degradazione.
XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio
dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte
più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non
solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie
peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo
a spesse e violente rivoluzioni e contro–rivoluzioni. Nel corso di
pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese
più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare
i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la
prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la
monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere
avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte
disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una
nuova dinastia rapidamente conseguire l’altezza del potere e della
gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un
nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato;
una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni
passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste–Rotonde, e
dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante
vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica,
ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo
tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante
realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella,
aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni
pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità
fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad
osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere
il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere.
Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi
preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le
difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un
nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme
co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa
in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto
e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra
senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade
di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che
alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che
un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi
del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia
altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo
siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle
virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per
alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina,
che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante
istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre
se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride
egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro che agognano
a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o
rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle
opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di
giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a
rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di
destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia,
un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre
la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed
in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile
e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe
quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali,
dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a
capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama
non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana
perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che
i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in
mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà
del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e
disinteressati.
XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche,
religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà
ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la
restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella
che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il
giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli
Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo,
e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le
leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza
di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale;
imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole,
ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii.
Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito
fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I
erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria
religione agli Scozzesi, nel punto istesso in cui la religione sua e
la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo
non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono
la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra
era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno,
che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo,
poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò
di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne
riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini
di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto
educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano
la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde
avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono
vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù
necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro
signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà
di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma
più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito
in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai
più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una
legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al
discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese;
in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le
preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno
il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla
fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano
il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese
detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e
perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della
predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione
generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi.
Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del
popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi
medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro
Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormai nessuno
aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un
partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica.
La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente,
e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero
episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad
accettare dal Governo una semi–tolleranza, conosciuta sotto il nome
d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti
uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo
di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al
magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi
onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza,
non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati
alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato
con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La
persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita
Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi
su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile,
respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo
presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione.
Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè
sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di
belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati,
impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi,
ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi
sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e
potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della
loro disperazione.