IX. Nel 1661 seguì una elezione generale. Il popolo era frenetico

d’entusiasmo verso il sovrano. La metropoli venne incitata a fare

apparecchi per la più splendida incoronazione che si fosse mai veduta.

Ne risultò un corpo di rappresentanti tale, quale non era mai stato

in Inghilterra. Molti de’ candidati eletti erano uomini che avevano

pugnato a favore della Corona e della Chiesa, e che avevano l’animo

esasperato per le molte ingiurie e i molti insulti delle Teste–Rotonde.

Quando i membri adunaronsi, le passioni onde ciascuno di loro era

individualmente animato, acquistarono nuova forza per virtù della

simpatia. La Camera de’ Comuni per alcuni anni fu più realista del Re

stesso, più episcopale degli stessi vescovi. Carlo e Clarendon rimasero

quasi atterriti della propria vittoria. Trovaronsi in condizioni non

dissimili da quelle in cui Luigi XVIII e il Duca di Richelieu si videro

allorquando, nel 1815, adunossi la Camera. Quando anche il Re avesse

desiderato di adempiere le promesse date ai Presbiteriani, non lo

avrebbe potuto fare. Veramente, gli fu mestieri di adoperare co’ più

vigorosi sforzi tutta la sua influenza per impedire che i Cavalieri

vittoriosi lacerassero l’atto d’indennità, e si vendicassero, senza

misericordia, de’ torti sofferti.

X. I Comuni cominciarono dal decretare, che ciascun membro dovesse,

sotto pena d’espulsione, prestare il giuramento secondo la forma

prescritta dalla antica liturgia, e che l’atto di Convenzione dovesse

essere bruciato per mano del boia nel cortile del palagio. Fecero

un altro atto, in cui non solo riconoscevano il potere della spada

appartenere al solo Re, ma dichiaravano che in nessun caso estremo,

qualunque si fosse, le due Camere potevano giustamente resistere con

la forza al sovrano. Ne aggiunsero un altro, che prescriveva ad ogni

ufficiale di corporazione di giurare che la resistenza alla autorità

del Re era sempre illegittima. Pochi cervelli caldi sforzaronsi

di proporre una legge che annullasse in una sola volta tutti gli

statuti fatti dal Lungo Parlamento, e richiamasse in vita la Camera

Stellata e l’Alta Commissione; ma la Reazione, per quanto fosse

violenta, non osò andare tanto oltre. Continuò ad esser valida la

legge che ogni tre anni vi fosse un Parlamento; ma vennero revocate

le clausule restrittive, le quali ordinavano che gli ufficiali, anche

senza l’assenso regio, potevano, appena scorso il tempo prescritto,

procedere alla elezione. I vescovi furono rimessi sui loro seggi

nella Camera Alta. Il vecchio ordinamento politico della Chiesa, e la

vecchia liturgia, furono ristabiliti, senza la minima modificazione

che tendesse a conciliare i più moderati tra i Presbiteriani. Allora,

per la prima volta, l’ordinazione episcopale fu dichiarata requisito

essenziale alle dignità ecclesiastiche. Circa duemila ministri della

religione, ai quali la coscienza non consentiva di conformarsi alle

nuove leggi, furono, in un sol giorno, privati de’ loro beneficii. La

parte dominante, esultando, rammentava ai danneggiati, che il Lungo

Parlamento, nell’auge del suo potere, aveva cacciato via un maggior

numero di teologi realisti. Il rimprovero era ben fondato; ma il Lungo

Parlamento aveva, almeno, ai teologi spogliati de’ loro uffici concessa

una provvisione bastevole a non lasciarli morire d’inedia; mentre i

Cavalieri, con gli animi inveleniti da implacabile rancore, non avevano

avuta la giustizia e la umanità di seguire il riferito esempio.

XI. Fecero poi alcuni statuti penali contro i non–conformisti; statuti,

de’ quali potevano trovare esempi precedenti nella legislazione

puritana, ma ai quali il Re non poteva dare il suo assenso senza

rompere le promesse pubblicamente fatte, nella crisi più importante

della sua vita, a coloro da cui dipendeva il suo destino. I

Presbiteriani, colpiti di terrore e forte addolorati, corsero ai

piedi del trono, allegando i loro recenti servigi, e la fede sovrana

solennemente e ripetutamente data. Il Re ondeggiava. Non poteva

rinnegare il suo proprio sigillo e la sua propria firma. Sentiva, pur

troppo, d’essere debitore di molto ai chiedenti. Era poco avvezzo a

resistere alle sollecitazioni importune. L’indole sua non era quella di

un persecutore. Certo aborriva i Puritani; ma in lui lo aborrire era

un languido sentimento, poco somiglievole all’odio energico che aveva

infiammato il cuore di Laud. Parteggiava, inoltre, per la Religione

Cattolica–Romana; e conosceva come fosse impossibile il concedere

libertà di culto ai proseliti di quella religione, senza accordarla

parimente ai dissenzienti protestanti. Tentò, quindi, debolmente di

frenare lo zelo intollerante della Camera de’ Comuni; ma la Camera

trovavasi sotto la influenza di profonde convinzioni, e di passioni

assai più forti che non erano quelle del Re. Dopo una lieve lotta, egli

cedette, ed approvò, facendo mostra d’alacrità, una serie di leggi

odiose contro i separatisti. Fu dichiarato delitto lo intervenire in

luogo dove si celebrasse il culto dei dissenzienti. Ciascun giudice

di pace poteva giudicare senza giurati, e poteva condannare ad essere

trasportato oltremare per sette anni chiunque fosse stato per la terza

volta dichiarato reo. Con sottile crudeltà, venne provveduto che il

reo non fosse trasportato nella Nuova Inghilterra, dove probabilmente

avrebbe trovato amici che lo confortassero. Ritornando innanzi che

fosse trascorso tutto il tempo del bando, soggiaceva alla pena

capitale. Un nuovo ed irragionevolissimo giuramento venne imposto ai

teologi che erano stati spogliati de’ loro beneficii per non essersi

voluti conformare; e a tutti coloro che ricusavano di prestarlo,

fu inibito di appressarsi di cinque miglia ad ogni città che fosse

governata da una corporazione, o rappresentata in Parlamento, o dove

essi avessero esercitato il sacro ministero. I magistrati che dovevano

mandare ad esecuzione cotesti terribili statuti, erano generalmente

uomini infiammati dallo spirito di parte, e dalla rimembranza dei danni

che avevano sofferti al tempo della Repubblica. Le carceri furono

quindi subitamente riempite di dissenzienti, tra i quali erano alcuni

che con la virtù e coll’ingegno potevano onorare qualunque società

cristiana.

XII. La Chiesa d’Inghilterra non si mostrò ingrata alla protezione

largitale dal Governo. Fino dal primo giorno della sua esistenza

aveva aderito alla Monarchia. Ma ne’ venti anni che seguirono l’epoca

della Restaurazione, il suo zelo per l’autorità regia e pel diritto

ereditario aveva travarcato ogni confine. Aveva partecipato alle

sciagure della Casa degli Stuardi. Era stata ristaurata con essa; ed

era con essa vincolata da interessi, amicizie ed inimicizie comuni.

Sembrava impossibile che dovesse arrivare il giorno in cui i vincoli

che la congiungevano ai figli del suo augusto martire, verrebbero

infranti, e la lealtà della quale ella gloriavasi, non sarebbe più

oltre un gradito e proficuo dovere. E però magnificava con frasi

rimbombanti quella prerogativa che era sempre adoperata a difendere ed

ingrandire la Chiesa, e riprovava comodamente la depravità di coloro i

quali dalla oppressura, onde essa andava esente, erano stati incitati a

ribellare. Il suo tema prediletto era la dottrina della non–resistenza;

dottrina ch’essa predicava in modo assoluto, portandola fino a tutte le

estreme conseguenze. I suoi discepoli non istancavansi mai di ripetere,

che in nessun caso possibile,—nè anche se l’Inghilterra avesse la

sciagura di sottostare a un Re come Busiride o Falaride, il quale,

calpestando ogni legge, senza verun pretesto di giustizia, condannasse

ogni giorno centinaia di vittime innocenti alla tortura e alla

morte,—tutti gli Stati del Regno concordanti, sarebbero giustificati a

resistere con la forza alla tirannide del principe. Avventuratamente,

i principii della natura umana ci assicurano appieno che tali teorie

rimarranno sempre teorie. Giunse il dì della prova; e quegli stessi

uomini che avevano levata più alto la voce a predicare quella strana

dottrina di lealtà, armaronsi, in quasi ogni Contea dell’Inghilterra,

contro il trono.

Nuovamente in tutto il Regno le sostanze andavano cangiando padroni.

Le vendite fatte dalla nazione, non essendo state confermate dal

Parlamento, furono dai tribunali considerate come nulle. Il sovrano,

i vescovi, i decani, i capitoli, i nobili e i gentiluomini realisti,

riebbero i loro beni confiscati, e ne spogliarono perfino i compratori

che ne avevano pagato il prezzo. Le perdite sostenute dai Cavalieri

mentre predominavano i loro avversari, vennero così in parte riparate;

ma solamente in parte. Ogni qualunque azione per ricuperare i frutti

arretrati fu esclusa efficacemente dall’Amnistia generale; e i numerosi

realisti i quali, onde soddisfare alle multe imposte dal Parlamento e

comperare il favore delle potenti Teste–Rotonde, avevano vendute le

loro terre per molto meno di quello che valevano, non furono liberati

dalle conseguenze legali de’ loro propri atti.

XIII. Mentre tali cose avvenivano, era seguito un cangiamento assai più

grave nella morale e ne’ costumi del popolo. Le passioni e i gusti che

sotto il predominio de’ Puritani erano stati severamente repressi, e

se per poco soddisfatti, lo erano stati di soppiatto, appena fu tolto

lo impedimento, tornarono a rivivere con irrefrenabile violenza. Gli

uomini correvano ai frivoli diporti ed ai piaceri criminosi con quella

avidità che nasce dalla lunga astinenza. Poco ostacolo vi poneva la

pubblica opinione; avvegnachè le genti, stomacate de’ piagnistei, e

sospettose dei pretendenti a comparir santi, e soffrendo tuttavia

della recente tirannide di governanti austeri nella vita e potenti

nella preghiera, volgessero alcun tempo compiacenti gli sguardi a

vizi più gaii e soavi. Minore era anche il freno che vi poneva il

Governo. E davvero, non eravi eccesso al quale gli uomini non venissero

incoraggiati dalla ostentata dissolutezza del Re, e de’ suoi fidi

cortigiani. Pochi consiglieri di Carlo I, che più non erano giovani,

serbavano la decorosa gravità che trenta anni innanzi era stata tanto

in voga a Whitehall. Tali erano lo stesso Clarendon e gli amici suoi,

Tommaso Wriothesley conte di Southampton Lord Tesoriere, e Giacomo

Butler Duca di Ormond, il quale dopo di avere tra molte vicende

valorosamente propugnata l’autorità del Re in Irlanda, governava

quel Regno con l’ufficio di Lord Luogotenente. Ma, nè la memoria de’

servigii di cotesti uomini, nè il potere grande che avevano nello

Stato, poterono proteggerli dai sarcasmi che il vizio di moda ama di

scagliare contro la virtù fuori d’uso. La lode di gentilezza e vivacità

mal poteva conseguirsi senza violare in qualche guisa il decoro.

Uomini di grande e pieghevole ingegno affaccendavansi a spandere il

contagio. La filosofia morale aveva di recente presa una forma atta

a piacere ad una generazione egualmente devota alla monarchia ed al

vizio. Tommaso Hobbes, con un linguaggio più preciso e lucido di quello

che fosse stato mai adoperato da qualunque altro scrittore metafisico,

sosteneva: la volontà del principe essere la regola del diritto e del

torto, ed ogni suddito doversi tener pronto a professare, secondo che

piacesse al principe, il Papismo, l’Islamismo o il Paganesimo. Migliaia

d’uomini, inetti a conoscere ciò che nelle metafisiche speculazioni

di lui fosse degno di stima, facilmente dettero il ben venuto ad una

teoria, la quale, esaltando la dignità regia, rallentava i doveri

morali, e abbassava la religione al grado di pretta faccenda di

Stato, L’Hobbismo divenne tosto parte quasi essenziale del carattere

d’un perfetto gentiluomo. Ogni specie di amena letteratura s’imbevve

profondamente della prevalente licenza. La poesia si arruffianò ad

ogni più basso desio. Il dileggio, invece di fare arrossire la colpa

e l’errore, scagliò i suoi formidabili strali contro la verità e

l’innocenza. La Chiesa dello Stato lottava, a dir vero, contro la

prevalente immoralità, ma lottava debolmente e non di tutto cuore.

Era necessario al decoro del proprio carattere, ch’ella ammonisse i

suoi figli traviati; ma dava le sue ammonizioni con una tal quale

negligenza o svogliatezza. La sua attenzione era rivolta altrove. In

cima a tutti i suoi pensieri stava quello di esterminare i Puritani,

ed insegnare ai suoi discepoli di dare a Cesare ciò che era di Cesare.

Era stata spogliata ed oppressa da quello stesso partito che predicava

la più austera morale. Aveva riacquistato opulenza ed onori, mercè i

libertini. Per quanto poco disposti fossero gli uomini dell’allegria

e della moda a conformarsi ai precetti di lei, erano tuttavia pronti

a combattere fino all’ultimo sangue per le cattedrali e i palagi, per

ogni rigo delle rubriche, per ogni lembo della veste della Chiesa. Se

il dissoluto Cavaliere andava gavazzando su per i bordelli e le bische,

tenevasi almeno lungi da’ conventicoli. Se non parlava giammai senza

profferire oscene parole o bestemmie, ne aveva fatta ammenda con la

prontezza onde gettò in prigione Baxter e Howe, rei di avere predicato

e pregato. In tal guisa il clero, un tempo, fece guerra allo scisma

con tanto accanimento, che aveva poco agio di pensare a far guerra al

vizio. Le oscene parole di Etherege e di Wicherley vennero, al cospetto

e con la speciale sanzione del capo della Chiesa, pubblicamente

recitate da labbra femminili ad orecchie femminili, mentre lo autore

del _Viaggio del Pellegrino_ languiva sepolto in carcere per colpa di

insegnare lo evangelio ai poveri. Egli è un fatto indubitabile, non

che mirabilmente istruttivo, che gli anni in cui la potenza politica

della gerarchia anglicana trovavasi nel suo più alto grado, furono

precisamente gli anni in cui le virtù pubbliche erano cadute in fondo

alla maggiore degradazione.

XIV. Non v’era classe o professione che rimanesse libera dal contagio

dell’immoralità prevalente; ma gli uomini politici erano forse la parte

più corrotta del sociale consorzio, come quelli che erano esposti non

solo alla nociva influenza che infermava la nazione, ma a una specie

peculiare e più malefica di corruzione. Erano stati educati fra mezzo

a spesse e violente rivoluzioni e contro–rivoluzioni. Nel corso di

pochi anni avevano veduto l’ordinamento ecclesiastico del loro paese

più volte cangiarsi. Avevano veduta la Chiesa Episcopale perseguitare

i Puritani, la Chiesa Puritana perseguitare gli Episcopali, e la

prima affliggere di nuove persecuzioni la seconda. Avevano veduta la

monarchia ereditaria abolita e ristaurata; il Lungo Parlamento avere

avuta tre volte la supremazia nello Stato, ed essere stato tre volte

disciolto fra gli scherni e le maledizioni di milioni d’uomini; una

nuova dinastia rapidamente conseguire l’altezza del potere e della

gloria, e quindi in un baleno senza lotta cadere giù dal trono; un

nuovo sistema rappresentativo formato, messo alla prova e abbandonato;

una nuova Camera di Lordi creata, e dispersa; grandi masse di beni

passati dalle mani de’ Cavalieri in quelle delle Teste–Rotonde, e

dalle mani di queste nuovamente in quelle dei primi. Fra cotante

vicissitudini, nessuno poteva con suo profitto professare la politica,

ove non si tenesse parato a mutare ad ogni mutamento di fortuna. Solo

tenendosi da parte, l’uomo poteva lungo tempo mantenersi o costante

realista, o repubblicano costante. Chiunque, in un’età come quella,

aspira a conseguire la grandezza civile, è uopo che deponga ogni

pensiero di serbarsi immutabile. Invece di far mostra d’immutabilità

fra mezzo alle continue mutazioni, deve star sempre vigilante ad

osservare i segni della reazione che si approssima; deve cogliere

il preciso momento per abbandonare una causa che sta per cadere.

Avendo seguito a tutta oltranza una fazione mentre ella trovavasi

preponderante, ei deve sollecitamente disimpacciarsene appena le

difficoltà principiano; deve aggredirla, perseguitarla, gettarsi in un

nuovo cammino, onde pervenire al potere ed alla prosperità, insieme

co’ suoi nuovi consorti. La nuova situazione naturalmente sviluppa

in lui fino ad altissimo grado doti e vizi peculiari. Diventa acuto

e pronto nell’osservare, e fecondo nel trovare espedienti. Afferra

senza sforzo il contegno di ogni setta o partito, a cui gli accade

di associarsi. Discerne i segni de’ tempi con tale sagacia, che

alla moltitudine sembra miracolosa; sagacia simile a quella con che

un vecchio ufficiale di polizia tiene dietro ai più lievi vestigi

del delitto, o con che un guerriero di Mohawk siegue la traccia

altrui a traverso le foreste. Ma rade volte può trovarsi in un uomo

siffattamente educato, integrità, costanza, o alcuna altra delle

virtù figlie del vero. Non ha fede in nessun principio, nè zelo per

alcuna causa. Ha veduto tante vecchie istituzioni andare in rovina,

che non sente nessuna riverenza per la prescrizione. Ha veduto tante

istituzioni nuove, dallo quali aspettavansi grandi cose, non produrre

se non se disinganno, ch’egli non ha speranza di miglioramento. Irride

egualmente e a coloro che vogliono conservare, e a coloro che agognano

a riformare. Non vi ha cosa nello Stato ch’egli, senza scrupolo o

rossore, non sia capace di difendere o distruggere. La fedeltà alle

opinioni ed agli amici gli sembra pretta stupidezza, o falsità di

giudizio. Considera la politica non come una scienza che deve mirare a

rendere gli uomini felici, ma come un appetitoso giuoco di sorte e di

destrezza, nel quale un giuocatore fortunato può vincere una baronia,

un ducato e forse un Regno, mentre una mossa imprudente può produrre

la perdita della roba e della vita. L’ambizione, che in tempi buoni ed

in animi onesti è una mezza virtù, in lui, disgiunta da ogni nobile

e filantropico sentimento, diventa una cupidità egoistica, turpe

quasi al pari dell’avarizia. Fra quegli uomini politici, i quali,

dalla Ristaurazione allo avvenimento della Casa di Hannover, erano a

capo dei grandi partiti nello Stato, pochi sono coloro la cui fama

non sia macchiata da ciò che nei tempi nostri si chiama grossolana

perfidia e corruzione. Non sarebbe quasi esagerato lo affermare, che

i più immorali uomini pubblici che a nostra memoria abbiano avuto in

mano le pubbliche faccende, paragonati ai politici dell’ultima metà

del secolo decimosettimo, ci paiono degni della lode di scrupolosi e

disinteressati.

XV. Mentre accadevano in Inghilterra coteste mutazioni politiche,

religiose e morali, l’autorità regia era stata senza difficoltà

ristabilita in ogni parte delle Isole Britanniche. In Iscozia, la

restaurazione degli Stuardi era stata salutata con gioia, come quella

che restaurava la indipendenza nazionale. Ed era pur vero che il

giogo imposto da Cromwell era stato apparentemente scosso, che gli

Stati di nuovo s’erano adunati nella loro antica sala in Edimburgo,

e che i Senatori del Collegio di Giustizia ministravano di nuovo le

leggi scozzesi secondo le antiche forme. Nondimeno, la indipendenza

di quel piccolo Regno era necessariamente più nominale che reale;

imperciocchè, fino a tanto che il Re aveva l’Inghilterra favorevole,

ei non poteva nulla temere dalla disaffezione de’ suoi altri dominii.

Adesso trovavasi in condizioni tali, da ritentare ciò che era riuscito

fatale al padre suo, senza paventarne la miseranda fine. Carlo I

erasi provato ad imporre a forza, di propria autorità, la propria

religione agli Scozzesi, nel punto istesso in cui la religione sua e

la sua reale autorità non erano popolari in Inghilterra; e non solo

non v’era riuscito, ma aveva suscitate turbolenze che gli costarono

la Corona e la vita. I tempi ora procedevano mutati; la Inghilterra

era zelante della monarchia e della prelatura; e però il disegno,

che nella precedente generazione era stato imprudente all’estremo,

poteva ritentarsi con poco rischio pel trono. Il Governo determinò

di istituire una chiesa episcopale in Iscozia. Il disegno venne

riprovato da ogni assennato e rispettabile scozzese. Parecchi uomini

di Stato in Iscozia, zelanti della regia prerogativa, avevano ricevuto

educazione presbiteriana. Comecchè poco turbati da scrupoli, amavano

la religione della loro infanzia; e bene conoscevano quanto profonde

avesse le radici ne’ cuori de’ loro concittadini. Protestarono

vigorosamente; ma trovando inutili le proteste, non ebbero la virtù

necessaria a perseverare in una opposizione che avrebbe offeso il loro

signore, ed alcuni di loro piegaronsi alla ribalderia ed alla viltà

di perseguitare quella che in coscienza credevano essere la forma

più pura del cristianesimo. Il Parlamento scozzese era costituito

in guisa da non avere mai fatto seria opposizione a principi assai

più deboli di Carlo. L’episcopato, adunque, venne stabilito con una

legge. In quanto alla forma del culto, fu lasciata non poca libertà al

discernimento del clero. In talune chiese usavasi la liturgia inglese;

in altre i ministri sceglievano, fra mezzo a quella liturgia, le

preci e i rendimenti di grazie formulati in modo, da offendere meno

il sentire del popolo. Ma in generale, la dossologia cantavasi alla

fine delle sacre funzioni, e nel ministrare il battesimo recitavano

il Credo degli Apostoli. La maggior parte della popolazione scozzese

detestava la nuova Chiesa e come superstiziosa e come straniera; e

perchè era deturpata dalle corruzioni di Roma, e perchè era segno della

predominanza dell’Inghilterra. Nonostante, non vi fu insurrezione

generale. Il paese non era più quel ch’era stato ventidue anni innanzi.

Guerre disastrose e giogo straniero avevano prostrato lo spirito del

popolo. L’aristocrazia, ch’era tenuta in grande onore dalle classi

medie e dalla plebaglia, erasi posta a capo del movimento contro

Carlo I; ma mostravasi poscia ossequiosa a Carlo II. Ormai nessuno

aiuto era a sperarsi da parte de’ Puritani inglesi; perocchè erano un

partito debole, proscritto e dalla legge e dalla opinione pubblica.

La massa della nazione scozzese, quindi, si sottomise tristamente,

e con grandi timori di coscienza attendeva al servizio del clero

episcopale, o de’ ministri presbiteriani che avevano acconsentito ad

accettare dal Governo una semi–tolleranza, conosciuta sotto il nome

d’Indulgenza. Ma eranvi, massime nelle pianure occidentali, molti

uomini fieri e ardimentosi, i quali credevano fermamente che l’obbligo

di osservare la Convenzione fosse superiore a quello d’obbedire al

magistrato. Costoro, in onta alla legge, continuavano a congregarsi

onde adorare Dio secondo la loro credenza. Consideravano la Indulgenza,

non come una riparazione parziale de’ torti inflitti dai magistrati

alla Chiesa, ma come un nuovo torto; il quale, per essere mascherato

con l’apparenza d’un beneficio, pareva loro maggiormente odioso. La

persecuzione, dicevano essi, può solo uccidere il corpo; ma l’aborrita

Indulgenza torna fatale all’anima. Cacciati via dalle città, adunavansi

su per i luoghi deserti e le montagne. Aggrediti dal potere civile,

respingevano senza scrupolo la forza con la forza. Ad ogni conventicolo

presentavansi armati. Spesso trascorrevano ad aperta ribellione.

Venivano agevolmente sconfitti, e puniti senza misericordia; ma nè

sconfitte nè pene potevano domare lo spirito loro. Inseguiti a guisa di

belve, torturati fino ad avere le ossa slocate e dirotte, imprigionati,

impiccati a centinaia, ora esposti alla licenza de’ soldati inglesi,

ora abbandonati alla mercè dei masnadieri delle montagne, tenevansi

sempre sulle difese con un contegno così feroce, che il più ardito e

potente oppressore non poteva non impaurire innanzi all’audacia della

loro disperazione.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 15 / 58 段