Tale era lo spirito de’ Puritani esagerati, tanto Presbiteriani quanto

Indipendenti. Veramente, Oliviero era poco inchinevole a farla da

persecutore e da faccendiere. Ma Oliviero, come capo di parte, e, per

conseguenza, schiavo di parte, non poteva governare affatto secondo

le proprie inclinazioni. Anche sotto la sua amministrazione molti

magistrali, dentro le loro giurisdizioni, si resero odiosi quanto

Sir Hudibras: s’immischiavano in tutti i sollazzi del vicinato,

disperdevano le festevoli ragunanze, e ponevano i suonatori alla

berlina. Lo zelo de’ soldati era anche più formidabile. In ogni

villaggio dove essi si mostrassero, finivano i balli, il suono delle

campane, i giuochi.[15] In Londra parecchie volte interruppero le

rappresentazioni teatrali, alle quali il Protettore, in grazia della

sua indole buona e del suo senno squisito, mostravasi connivente.

All’odio e alla paura ispirati da tanta tirannia congiungevasi il

pubblico dispregio. Le specialità del puritano, lo sguardo, il modo di

vestirsi, il dialetto, gli scrupoli suoi, erano sempre stati, fino dal

tempo di Elisabetta, obietto di scherno. Ma tali cose in una fazione

che governava un grande Impero, apparivano assai più grottesche, che

nelle oscure e perseguitate congregazioni. Il piagnisteo che aveva

fatto tanto ridere gli spettatori, quando l’udirono in sulla scena

nella _Tribolazione Salutare_ e nell’_Operoso Zelo della Patria_, era

anche più ridicolo sulle labbra de’ Generali e de’ Consiglieri di

Stato. È da notarsi inoltre, che mentre ardevano le lotte civili, erano

nate parecchie sette, le stranezze delle quali superavano ogni cosa

che si fosse mai veduta di simile in Inghilterra. Un sartore demente,

di nome Ludovico Muggleton, errava di taverna in taverna inebriandosi

e minacciando gli eterni tormenti contro coloro che ricusassero di

credere, sulla sua testimonianza, che l’Ente Supremo fosse alto sei

soli piedi, e che il sole distasse dalla terra di quattro miglia

soltanto.[16] Giorgio Fox aveva suscitata una tempesta di derisioni,

predicando essere violazione della sincerità cristiana l’indicare una

persona singolare col pronome plurale, ed essere omaggio d’idolatria

a Giano e a Odino l’usare i vocaboli Gennaio e Mercoledì.[17] La

sua dottrina pochi anni appresso venne abbracciata da alcuni uomini

insigni, ed acquistò grandemente la pubblica stima. Ma nel tempo della

restaurazione, i Quacqueri venivano comunemente considerati come i

più spregevoli tra’ fanatici. Dai Puritani erano trattati severamente

tra noi, ed erano perseguitati a morte nella Nuova Inghilterra.

Nondimeno il popolo, che bada rade volte alle distinzioni sottili,

confonde il puritano col quacquero. Ambidue erano scismatici: odiavano

lo episcopato e la liturgia; avevano quelle che parevano stravaganti

fantasie intorno al vestirsi, allo atteggiarsi, al sollazzarsi. Per

quanto notevolmente entrambi distassero in fatto d’opinioni, venivano

dall’universale considerati egualmente come scismatici piagnolosi; e

tutto ciò ch’era in essi odioso, ridicolo, accresceva lo scherno e

l’avversione che la moltitudine sentiva per loro.

Avanti le guerre civili, anche coloro che abborrivano dalle opinioni e

dai modi del puritano, erano costretti ad ammettere che la sua condotta

morale era, generalmente parlando, nelle cose essenziali scevra

d’ogni biasimo; ma tale lode poscia non gli fu più oltre concessa,

perchè sventuratamente se n’era reso immeritevole. L’ordinario

destino delle sètte è quello di ottenere alta fama di santità finchè

rimangono oppresse, e di perderla appena divengono potenti: e la

ragione ne è chiara. Rade volte avviene che un uomo si aggreghi,

mosso da altro motivo che dalla propria coscienza, ad una società

proscritta. Tale società quindi si compone, salvo rarissimi casi, di

individui sinceri. La più rigida disciplina che si osservi in una

congrega religiosa, è un debole strumento di purificazione, ove si

paragoni ad un poco di persecuzione pungente che muova dallo esterno.

Può credersi con certezza, che pochissime persone, che non fossero

mosse da profonde convinzioni religiose, chiedessero il battesimo,

mentre Diocleziano perseguitava la Chiesa; o si ascrivessero alle

congregazioni protestanti, mentre correvano pericolo di essere arse

vive da Bonner. Ma quando una setta si fa potente, quando spiana la

via alle ricchezze ed agli onori, gli uomini mondani ed ambiziosi vi

si affollano, ne parlano il linguaggio, si conformano strettamente al

rituale, scimmieggiano i caratteri speciali di quella, e spesso vincono

gli onesti proseliti in tutte le esterne manifestazioni di zelo. Non

è discernimento, non vigilanza de’ reggitori ecclesiastici, che valga

ad impedire la intrusione di cotali falsi confratelli. Il loglio e

il grano è d’uopo che crescano—insieme. Tosto la gente comincia ad

avvedersi che gli uomini di Dio non sono migliori degli uomini del

mondo; e conclude con qualche giustizia, che, non essendo migliori,

devono necessariamente essere molto peggiori. Poco di poi, tutti que’

segni che dapprima venivano considerati come caratteristiche d’un

santo, riduconsi ad essere presi per caratteristiche di un furfante.

Ciò avvenne dei non–conformisti inglesi. Erano stati oppressi, e la

oppressione gli aveva mantenuti puri e senza macchia. Ottennero il

predominio nello Stato. Nessuno poteva conseguire dignità o comando

senza il loro favore; il quale non poteva acquistarsi se non se

scambiando con essi i segni e le parole d’ordine della spirituale

confraternita. Una delle prime deliberazioni del Parlamento di

Barebone, la più puritana delle nostre assemblee politiche, consisteva

in ciò, che nessuno individuo poteva essere ammesso agli uffici

pubblici finchè la Camera non si dichiarasse satisfatta della vera

religiosità di lui. Quelli che allora consideravansi quali segni

della vera religiosità, cioè il tristo colore degli abiti, lo sguardo

severo, i capelli lisci, il tono nasale, il discorso imperlato di

affettate citazioni, lo abborrimento delle commedie, delle carte e

della falconeria, venivano agevolmente contraffatti da uomini increduli

ad ogni religione. I puritani sinceri tosto trovaronsi perduti in

mezzo ad una moltitudine, non solo di uomini mondani, ma della più

riprovevole genia d’uomini mondani. Imperocchè, il più grande libertino

che avesse combattuto sotto i regii vessilli, poteva giustamente

reputarsi virtuoso in paragone di alcuni tra quelli, i quali parlando

de’ conforti della Sacra Scrittura, vivevano esercitando la fraude e la

rapacità, immersi in scerete dissolutezze. La nazione, con una fretta

di che possiamo affliggerci, ma non maravigliarci, da questi ipocriti

toglieva norma a giudicare tutto il partito. La teologia, i modi, la

parlatura del puritano, richiamavano in tal guisa alle menti di tutti

le immagini de’ vizi più neri e schifosi. Appena la Restaurazione

concesse a chiunque la libertà di mostrarsi nemico al partito che per

tanto tempo era stato predominante nello Stato, sorse da ogni angolo

del Regno un grido generale contro il puritanismo; grido che spesso era

accresciuto dalle voci di quegli astuti simulatori, la cattività dei

quali aveva fatto abborrire il nome di puritano.

Così, i due grandi partiti che dopo una lunga contesa avevano, con

momentanea concordia, cooperato a rimettere sul trono la famiglia

reale, diventarono, in politica e in religione, acerrimi nemici. La

maggior parte della nazione pendeva verso i realisti. I delitti di

Strafford e di Laud, gli eccessi della Camera Stellata e dell’Alta

Commissione, i grandi servigi che il Lungo Parlamento, nel primo

anno della sua esistenza, aveva resi allo Stato, erano svaniti dalla

ricordanza degli uomini. La decapitazione di Carlo I, la cupa tirannia

della Coda del Parlamento, la violenza dell’esercito, ricordavansi con

disgusto; e la moltitudine inchinava a tenere come responsabili della

morte del Re, e de’ disastri che ne seguirono, tutti coloro che gli

avevano opposta resistenza.

La Camera de’ Comuni, essendo stata eletta mentre predominavano

i presbiteriani, non rappresentava in modo alcuno il sentimento

universale del popolo, e mostravasi dispostissima ad infrenare la

intollerante lealtà de’ Cavalieri. Uno de’ membri che si attentò di

dichiarare che tutti coloro i quali avevano snudata la spada contro

Carlo I erano traditori al pari di coloro che gli avevano mozzato il

capo, venne chiamato all’ordine, posto alla sbarra, e rimproverato dal

presidente. Era desiderio generale della Camera, senza verun dubbio,

di comporre i litigi ecclesiastici in modo soddisfacente ai Puritani

moderati. Ma a ciò fare opponevansi la Corte e la nazione.

VII. Il Re era, in questo tempo, amato dal popolo quanto non lo era mai

stato nessuno de’ suoi predecessori. Le calamità della sua famiglia, la

morte eroica del padre, le sue proprie pene ed avventure romanzesche,

svegliavano la tenerezza ne’ cuori di tutti. Il suo ritorno aveva

liberato il paese da una intollerabile schiavitù. Richiamato dalla voce

di ambedue le fazioni avverse, egli era il loro arbitro naturale, ed

in certo modo aveva le qualità necessarie a tanto ufficio. La natura

gli era stata larga di egregie doti e di felice temperamento. Era stato

educato in guisa da bene sviluppare il suo intendimento, ed assuefare

il suo spirito allo esercizio d’ogni virtù pubblica e privata. Aveva

provate tutte le vicissitudini della fortuna. Giovanissimo, era stato

tratto dalla reggia ad una vita d’esilio, di penuria, di pericolo.

Pervenuto alle età in cui la mente e il corpo trovatisi nella maggior

perfezione, e il primo bollore delle giovanili passioni cessa di

sconvolgere l’anima, era stato richiamato dalla sua vita randagia

a porsi sul capo la corona degli avi. Aveva dalla amara esperienza

imparato come la viltà, la perfidia e la ingratitudine, si sappiano

nascondere sotto l’ossequioso contegno della cortigianeria; mentre

nel tugurio del povero aveva trovata la vera nobiltà dell’animo.

Allorquando offrivano ricchezze a chi lo avesse tradito, minacciavano

di morte chiunque gli avesse dato ricovero, gli abitatori delle capanne

e i servitori avevano fedelmente mantenuto il secreto, ed a lui,

umilmente travestito, avevano baciato la mano con tanta riverenza,

quanta gliene avrebbero mostrata se fosse stato assiso sul trono.

Era da sperarsi che un giovine uscito da cosiffatta scuola, il quale

non difettava nè di destrezza nè di amabilità, si dovesse mostrare

Re grande e buono. Carlo uscì da quella scuola adorno di socievoli

abitudini, di maniere squisite e cortesi, e di qualche ingegno pel

conversare vivace, dedito oltremodo ai piaceri sensuali, amante degli

ozi e de’ frivoli sollazzi, incapace di abnegazione e di sforzo,

incredulo alla virtù o allo affetto dell’uomo, senza desio di fama,

sordo al rimprovero. Secondo lui, ogni uomo era da comprarsi. Ma taluni

mercanteggiavano, più che altri, intorno al prezzo; e quando questo

mercanteggiare era condotto con ostinazione e destrezza, diventava

degno di lode. Gl’inganni onde alcuni uomini astuti mantenevano alto

il prezzo della loro valentia, chiamavansi integrità. Gl’inganni

onde le donne leggiadre tenevano alto il prezzo della loro beltà,

dicevansi modestia. Lo amore di Dio, lo amore della patria, lo amore

della famiglia, lo amore degli amici, erano semplici frasi, sinonimi

delicati e convenevoli dello amore di sè. Pensando in tal guisa della

specie umana, Carlo naturalmente da vasi pochissimo pensiero di ciò che

altri pensasse di lui. Onore e vergogna a lui erano quasi ciò che luce

e tenebre sono al cieco. Lo hanno molto commendato come sprezzatore

dell’adulazione; ma tal pregio, guardato fra le altre qualità

dell’indole di lui, non sembra degno di lode. È cosa possibile all’uomo

essere al di sotto come al di sopra dell’adulazione. Chi non si fida

di nessuno, non ha nè anche fiducia ne’ lusinghieri. Chi non estima la

gloria vera, fa poco conto della falsa.

Laudasi l’indole di Carlo in ciò che egli, non ostante la pessima

opinione che aveva della specie umana, non diventasse misantropo.

Poc’altro vedeva negli uomini, tranne la parte odiosa, e nondimeno

non gli odiava. Anzi era talmente umano, che spiacevali vedere le

sofferenze o udire le querimonie loro. Se non che, questa è una specie

d’umanità che, comunque amabile e commendevole in un individuo privato,

il cui potere a giovare o a nuocere è rinchiuso in uno stretto cerchio,

è stata soventi volte ne’ principi vizio, più presto che virtù. Non

pochi fra loro, intesi al bene, hanno abbandonate intere provincie

alla rapina ed all’oppressione, mossi solo dal desiderio di vedere, in

casa e ai passeggi, visi allegri. Colui che esita a spiacere a pochi

che gli stanno d’intorno, pel bene dei molti che non vede giammai, non

è fatto per governare una grande società. La facilità di Carlo era

tanta, da non trovarsi forse mai in un uomo di sensi a lui simile.

Era schiavo, senza essere zimbello, degl’inganni altrui. Donne ed

uomini indegni, ai quali sapeva leggere nelle ime latebre del cuore,

e i quali egli conosceva privi d’affezione e immeritevoli della sua

fiducia, sapevano lusingarlo tanto, da strappargli dalle mani titoli,

uffici, terre, secreti di Stato, e grazie. Donò molto, ma nè godè il

piacere, nè acquistò la fama di benefico. Spontaneo non donò mai, ma

eragli duro rispondere con un rifiuto. Dal che seguiva, che la sua

bontà generalmente non iscendesse sopra coloro che più la meritavano,

nè anche sopra coloro ai quali portava affetto, ma sopra il più

svergognato ed importuno che fosse riuscito ad ottenere udienza.

Le cagioni che governarono la condotta politica di Carlo II,

differivano assai da quelle onde il predecessore e il successore

suoi furono mossi. Non era uomo da lasciarsi imporre dalla teoria

patriarcale del Governo e dalla dottrina del diritto divino. Era

onninamente scevro d’ambizione. Detestava gli affari, e avrebbe

piuttosto abdicato, che sopportare lo incomodo di dirigere veramente

l’amministrazione. Tanta avversione aveva alla fatica e tanta

ignoranza degli affari, che gli stessi suoi segretari, quando sedeva

in consiglio, non potevano frenarsi d’irridere alle sue frivole

osservazioni ed alla sua fanciullesca impazienza. Nè gratitudine nè

vendetta contribuivano a determinare la sua condotta, perocchè non vi

fu mai mente in cui i servigii o le ingiurie lasciassero, come nella

sua, deboli e passeggiere impressioni. Desiderava semplicemente essere

Re come lo fu poscia Luigi XV di Francia; Re che potesse trarre dal

tesoro danari senza fine per appagare i suoi gusti privati; che potesse

comprare con ricchezze ed onori persone capaci di aiutarlo a fargli

passare il tempo; e che, anche quando lo Stato fosse per la pessima

amministrazione caduto in fondo alla vergogna, e spinto sull’orlo del

precipizio, potesse escludere ogni tristo pensiero dal ricinto del

suo serraglio, e ricusare l’accesso a chiunque potesse disturbare i

voluttuosi suoi ozii. Per ciò, e per ciò solo, egli bramava conseguire

il potere arbitrario, qualora si fosse potuto conseguire senza rischio

o incomodo. Nelle dispute religiose che affaccendavano i suoi sudditi

protestanti, la sua coscienza non aveva interesse nessuno; perocchè

le sue opinioni oscillavano in uno stato di sospensione satisfatta,

fra la incredulità e il papismo. Ma, quantunque la sua coscienza

rimanesse neutrale nella contesa tra gli Episcopali e i Presbiteriani,

il suo gusto non era tale in nessun modo. I suoi vizi prediletti erano

precisamente quelli ai quali i Puritani indulgevano meno. Egli non

poteva passare un solo giorno senza il conforto di que’ sollazzi che i

Puritani consideravano peccaminosi. Come uomo egregiamente educato, e

assai sensibile al ridicolo, le stranezze de’ Puritani lo spingevano ad

un riso di dispregio. Aveva, in verità, qualche ragione a non amare

quella rigida setta. Nella età in cui le passioni più imperversano, e

le leggerezze sono meritevoli di perdono, aveva passati parecchi mesi

in Iscozia, Re di nome, ma di fatto prigioniero di Stato nelle mani

degli austeri Presbiteriani. Non paghi di volere ch’ei si conformasse

al loro culto, e firmasse la loro Convenzione, avevano invigilate

tutte le azioni, e sermoneggiato intorno alle giovanili follie di

lui. Era stato costretto ad assistere, ripugnante, a preci e sermoni

lunghissimi, e poteva reputarsi fortunato allorquando dal pulpito non

gli rammentavano le sue proprie fragilità, la tirannide del padre,

e la idolatria della madre. Davvero, era stato così sciagurato in

quegli anni della sua vita, che la sconfitta dalla quale fu cacciato

nuovamente in esilio, poteva più presto considerarsi come liberazione,

che come calamità. Sotto la pressura di queste male augurate

reminiscenze, Carlo voleva deprimere il partito che aveva fatta

resistenza a suo padre.

VIII. Giacomo, Duca di York, fratello del Re, si attenne alla medesima

via. Benchè libertino, Giacomo era diligente, metodico, e amante

dell’autorità e degli affari. Aveva intendimento basso e stretto,

ed indole ostinata, aspra e nemica al perdono. Che un principe

come lui non potesse vedere di buon occhio le libere istituzioni

dell’Inghilterra, e il partito che le difendeva con zelo indefesso,

non deve recar maraviglia. Il Duca seguitava a professare la credenza

della Chiesa Anglicana; ma aveva già mostrate tendenze tali, da mettere

seriamente in pensiero i buoni protestanti.

L’uomo che in quel tempo principalmente conduceva il Governo, era

Eduardo Hyde, Cancelliere del Regno, e presto creato Conte di

Clarendon. La riverenza che giustamente sentiamo per Clarendon come

scrittore, non ci debbe rendere ciechi ai falli da lui commessi

come uomo di Stato. Alcuni dei quali, nondimeno, vengono spiegati e

scusati dalla posizione sciagurata in cui egli trovavasi. Nel primo

anno del Lungo Parlamento erasi onorevolmente reso cospicuo fra i

senatori che affaticavansi di riparare alle doglianze della nazione.

Una delle più odiose cagioni di tali doglianze, cioè il Consiglio di

York, era stata rimossa principalmente in grazia degli sforzi di lui.

Quando seguì il grande scisma, quando il partito riformista ed il

conservatore primamente mostraronsi in ordinanza di battaglia, l’uno

contro l’altro; egli, insieme con molti savi e da bene uomini, si

congiunse al partito conservatore. D’allora in poi seguì le fortune

della Corte, godè tanta fiducia di Carlo I, quanta l’indole riservata,

e la tortuosa politica di quel Principe ne concedessero ad alcun

Ministro, e quinci divise lo esilio e diresse la condotta politica di

Carlo II. Dopo la Ristaurazione, Clarendon divenne primo Ministro.

Pochi mesi dopo fu annunziato ch’egli era per affinità strettamente

congiunto alla Casa Reale; imperocchè la sua figlia era diventata, per

secreto matrimonio, Duchessa di York. I suoi nipoti averebbero forse

portata la Corona. Per questo illustre parentado ei fu preposto ai capi

della vecchia nobiltà del paese, e un tempo fu creduto onnipotente.

Per alcune ragioni egli era bene adatto a tenere quel posto eminente.

Niuno sapeva, meglio di lui, comporre scritture di Stato; niuno parlava

con più gravità e dignità nel Consiglio e nel Parlamento; niuno

conosceva meglio i principii dell’arte di regnare; niuno discerneva

con occhio più giudizioso le varietà de’ caratteri degli uomini. È

d’uopo aggiungere, che sentiva fortemente i doveri morali e religiosi,

rispettava sinceramente le leggi del paese, e mostrava coscienzioso

riguardo per l’onore e lo interesse della Corona. Ma il suo animo era

acre, arrogante, intollerante d’ogni opposizione. Soprattutto, egli

era stato lungo tempo in esilio, e questa sola cagione era bastevole

a torgli le qualità necessarie a condurre la direzione suprema degli

affari. È quasi impossibile che un uomo politico che sia stato

costretto dalle lotte civili a bandirsi dalla propria patria, e passare

lungi da quella molti de’ più begli anni della vita, riesca adatto,

appena ritornato al suolo natio, a togliere in mano il timone della

cosa pubblica. Clarendon non va eccettuato da siffatta regola. Aveva

lasciata l’Inghilterra con l’animo infiammato da un feroce conflitto,

che era terminato con la caduta del suo partito e la ruina delle sue

sostanze. Dal 1646 al 1660 era vissuto oltremare, mirando tutto ciò

che avveniva nella sua patria, da una grande distanza, e con un falso

strumento. Le nozioni che aveva delle pubbliche faccende, raccoglieva

necessariamente dalle relazioni de’ conspiratori, parecchi dei quali

erano uomini esasperati dal danno e dalla disperazione. Gli eventi

naturalmente gli sembravano bene augurati, non quando accrescevano

la prosperità e la gloria della nazione, ma quando tendevano ad

avacciare l’ora del suo ritorno. La sua convinzione—convinzione ch’ei

non ha nascosta—consisteva in questo: che i suoi concittadini, non

avrebbero potuto godere de’ beni della quiete e della libertà, finchè

non avessero rimesso su la vecchia dinastia. Finalmente ritornò alla

patria, e senza avere speso nè anche una settimana a volgere lo

sguardo all’intorno, a mischiarsi nei socievoli commerci, a notare

i mutamenti che quattordici anni di vicende avevano prodotto nel

carattere e nel sentire della popolazione, fu posto repentinamente a

condurre il Governo dello Stato. In cosiffatte condizioni, anche un

Ministro eminentemente destro e docile sarebbe probabilmente caduto in

gravissimi errori. Ma la destrezza e la docilità non erano da trovarsi

fra le doti dell’animo di Clarendon. Agli occhi suoi, l’Inghilterra

seguitava ad essere la Inghilterra della sua giovinezza; e guardava

in cagnesco ogni teoria ed ogni pratica introdotta mentre egli era

in esilio. Quantunque fosse lontano dal meditare il minimo attentato

contro l’antico e indubitato potere della Camera de’ Comuni, il vederlo

crescere gli recava grande inquietudine. La prerogativa regia, per la

quale egli aveva tanto sofferto, e dalla quale era stato alla perfine

innalzato alle ricchezze ed agli onori, era sacra agli occhi suoi.

Riguardava le Teste–Rotonde con avversione politica e personale. Aveva

sempre aderito fortemente alla Chiesa Anglicana, e tutte le volte

che si trattava degl’interessi di quella, erasi separato, non senza

rammarico, da’ suoi più diletti amici. Il suo zelo per lo Episcopato e

pel Libro della Preghiera Comune divenne quindi più ardente che mai, e

si congiunse con un odio vendicativo contro i Puritani; odio che gli

recò poco onore, e come ad uomo di Stato e come a cristiano.

Mentre la Camera de’ Comuni, che aveva richiamata la reale famiglia,

era in sessione, e’ tornava impossibile ristabilire il vecchio sistema

ecclesiastico. La Corte non solo nascose con grande studio le proprie

intenzioni, ma il Re stesso dette, nel modo più solenne, assicuranze

tali, che posero in calma gli animi de’ Presbiteriani moderati.

Aveva promesso, prima della Restaurazione, di concedere ai sudditi

libertà di coscienza. Ripetè poscia tale promessa, aggiungendovi

quella di adoperare le più scrupolose cure onde indurre a concordia le

sètte avverse. Disse come egli desiderava di vedere la giurisdizione

spirituale divisa tra i vescovi e i sinodi; di fare che la liturgia

venisse riesaminata da una congrega di teologi, metà de’ quali sarebbe

di presbiteriani. Le quistioni concernenti la cotta, la postura

nel ricevere la Eucarestia, e il segno della croce nel battesimo,

verrebbero risolute in guisa da calmare le coscienze timorate. Come

il Re ebbe addormentati gli occhi vigili di coloro ch’ei maggiormente

temeva, sciolse il Parlamento. Aveva già dato il suo assenso ad un atto

d’amnistia, salvo pochissimi, per tutti coloro i quali nelle lotte

civili s’erano resi colpevoli di delitti politici. Aveva parimenti

ottenuta dalla Camera de’ Comuni una concessione a vita delle tasse,

l’annuo prodotto delle quali era stimato a un milione e duecento mila

lire sterline. A vero dire, il prodotto di quelle per alcuni anni passò

di poco un milione; ma questa somma, insieme con la entrata ereditaria

della Corona, era allora bastevole a pagare le spese del Governo in

tempo di pace. Non fu concessa pecunia per mantenere un esercito

stanziale. La nazione sentiva disgusto del semplice nome di quello, e

il solo rammentarlo avrebbe commossi ed infiammati tutti i partiti.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 14 / 58 段