trasmutamento d’una monarchia limitata, secondo la costumanza del medio
evo, in una monarchia più consona al progresso d’una società, nella
quale non possono le gravezze pubbliche essere più oltre sostenute
dai beni della Corona, e la pubblica difesa affidata alle milizie
feudali. Abbiamo già veduto come gli uomini politici che predominavano
nel Lungo Parlamento del 1642, facessero grandi sforzi a compire il
predetto mutamento, trasferendo, direttamente e formalmente, agli
Stati del reame il diritto di scegliere i ministri, il comando delle
armi, e la soprintendenza del potere esecutivo. Quell’ordinamento
era forse il migliore di quanti allora se ne potessero immaginare;
ma lo sconcertò interamente l’esito della guerra civile. Le Camere
trionfarono di certo, ma dopo una lotta tale, che fece loro stimar
necessario di chiamare a vita un potere che esse non seppero infrenare,
e che tosto signoreggiò tutte le classi e tutti i partiti. Per qualche
tempo, i danni inseparabili dal Governo militare, furono in alcun modo
mitigati dalla saviezza e magnanimità del grande uomo che aveva il
supremo comando. Ma quando la spada ch’egli impugnava con energia, e
con energia sempre guidata dal buon senso, e quasi sempre temperata
dalla sua buona indole, passò in mano di capitani che non avevano nè la
destrezza nè le virtù di lui, e’ sembrò probabilissimo che l’ordine e
la libertà corressero a vergognosa rovina.
Tale rovina, per buona ventura, fu scansata. È stato costume,
per troppi degli scrittori amici della libertà, rappresentare la
Ristaurazione come un avvenimento disastroso, e dannare di stoltezza
o viltà la Convenzione che richiamò la reale famiglia, senza ottenere
nuove guarentigie contro la mala amministrazione. Coloro che in
tal guisa ragionano, non intendono l’indole vera degli eventi che
seguirono la caduta di Riccardo Cromwell. La Inghilterra versava in
presentissimo pericolo di essere oppressa da tirannelli militari,
innalzati e deposti dal capriccio della soldatesca. Liberare il paese
dalla dominazione de’ soldati era il fine precipuo d’ogni assennato
cittadino; ma finchè i soldati rimasero concordi, i più fiduciosi poco
speravano di conseguirlo. Di repente balenò un raggio di speranza. I
capitani e le legioni cominciarono ad avversarsi vicendevolmente. Le
sorti future della nazione pendevano dall’uso che si sarebbe potuto
fare di un ben augurato istante. I nostri antichi usarono bene di quel
momento. Dimenticarono i vecchi rancori, smessero i piccoli scrupoli,
differirono a più convenevole stagione tutte le dispute intorno alle
riforme necessarie alle nostre istituzioni; e si congiunsero tutti,
Cavalieri e Teste–Rotonde, Episcopali e Presbiteriani, a rivendicare
le antiche leggi della patria dal dispotismo militare. L’equa
partizione del potere fra Re, Camera dei Lordi e Camera de’ Comuni,
poteva differirsi fino a quando si fosse deciso se l’Inghilterra
dovesse essere governata da Re, Lordi e Comuni, o da corazzieri e
lancieri. Se gli uomini di stato della Convenzione avessero tenuto
condotta diversa, e avessero lungamente discorso intorno ai principii
del Governo; se avessero redatta una nuova Costituzione e l’avessero
mandata a Carlo, se si fossero aperte conferenze, se ci fosse stato per
parecchie settimane un andare e venire di corrieri tra Westminster e i
Paesi Bassi recando progetti, risposte di Hyde e proposte di Prynne:
la coalizione, dalla quale pendeva la pubblica salvezza, si sarebbe
disciolta; i Presbiteriani e i Realisti sarebbero venuti a conflitto;
le fazioni militari si sarebbero, come è verosimile, riconciliate;
e gli imprudenti amici della libertà, oppressi da un giogo peggiore
di quello che poteva essere loro imposto dal pessimo degli Stuardi,
avrebbero invocata invano la felice occasione che avevano lasciato
fuggire.
II. Per la qual cosa, l’antico ordinamento civile, per unanime consenso
di ambedue i grandi partiti, venne ristabilito esattamente tale qual
era allorchè, diciotto anni avanti, Carlo I fuggì dalla metropoli.
Tutti quegli atti del Lungo Parlamento che avevano ricevuto lo assenso
regio, furono considerati come validi. Ottennesi dal Re una nuova
concessione assai più proficua ai Cavalieri che alle Teste–Rotonde.
Il possesso delle terre a titolo di servigio militare, era stato in
origine istituito come mezzo di difesa nazionale. Ma con l’andare degli
anni, la parte utile di quella istituzione era scomparsa, senza altro
lasciare che cerimonie ed aggravi. Un possessore di terre a titolo di
servigio militare, dipendente dalla Corona—e a tal titolo il suolo
dell’Inghilterra quasi tutto era posseduto,—doveva pagare una gravosa
ammenda nell’atto di torre possesso della sua proprietà. Non ne poteva
alienare la più piccola parte senza comperarne la licenza. Quando egli
moriva, lasciando un erede infante, il sovrano diventava tutore, ed
aveva diritto non solo a gran parte delle entrate per tutto il tempo
della minorità, ma poteva imporre al pupillo, sotto gravi pene, di
unirsi in matrimonio a qualunque persona di convenevole grado. Il
principale movente che attirava alla corte un adulatore bisognoso, era
la speranza di ottenere, come premio di servilità e d’adulazione, una
lettera del Re per una ricca erede. Tali abusi erano caduti con la
monarchia; ed ogni gentiluomo possidente di terre nel Regno desiderava
che non fossero richiamati a vita. Vennero quindi solennemente aboliti
con uno statuto, e non rimase vestigio del vecchio costume di possedere
a titolo di militari servigi, salvo que’ servigi d’onore, che tuttavia,
nella cerimonia dell’incoronazione, vengono resi alla persona del
sovrano da alcuni signori territoriali.
III. Ed era ormai tempo di sciogliere lo esercito. Cinquantamila
uomini, usi alle armi, furono a un tratto dispersi fra mezzo alla
società; e la esperienza sembrava far credere come certo, che siffatto
repentino mutamento dovesse essere cagione di gran miseria e di
grandi delitti: val quanto dire, che i veterani cacciati di impiego,
sarebbero o andati accattando di porta in porta, o spinti dalla
fame al saccheggio. Ma ciò, per buona sorte, non avvenne. In pochi
mesi, non rimase segno che indicasse come la più formidabile armata
del mondo si fosse fusa con la gran massa del popolo. Gli stessi
realisti confessavano che in ogni ramo di onesta industria i guerrieri
licenziati prosperavano più che ogni altro uomo; che nessuno di loro
venne addebitato di furto o di rapina; che non se ne vedeva nè anche
uno che andasse limosinando; e che se un fornaio, un muratore,
un vetturale, si faceva notare per diligenza e sobrietà, egli era
probabilissimamente uno de’ vecchi soldati d’Oliviero.
La tirannide militare era caduta; ma negli animi di tutti aveva
lasciato profonde e durevoli traccie. Il nome di un esercito stanziale
fu per lunga stagione abborrito; ed è degno di nota, che siffatto
abborrimento fosse più forte ne’ Cavalieri che nelle Teste–Rotonde.
Dovrebbe considerarsi come singolare ventura, che nel tempo in cui la
patria nostra, per la prima e l’ultima volta soggiacque al governo
della spada, la spada fosse nelle mani, non di principi legittimi,
ma di quei ribelli che uccisero il Re ed abbatterono la Chiesa. Se
un principe legittimo al pari di Carlo, avesse comandato un esercito
prode quanto quello di Cromwell, non vi sarebbe stata più speranza
per le libertà dell’Inghilterra. Avventuratamente, quello strumento
del quale solo la Monarchia poteva giovarsi per rendersi assoluta,
era obietto di orrore e disgusto al partito monarchico, e seguitò
lunghi anni ad associarsi nelle menti de’ realisti e de’ prelatisti
col regicidio e con le predicazioni nel campo. Un secolo dopo la morte
di Cromwell, i Tory continuavano ancora a schiamazzare contro ogni
augumento di soldati regolari, e a trombettare le lodi delle milizie
nazionali. Anche nel 1786, un Ministro che possedeva grandemente la
loro fiducia, non valse a vincere l’avversione che mostrarono alla idea
di fortificare le coste; nè guardarono mai di buon occhio l’armata
stanziale, finchè la rivoluzione francese non sopraggiunse a suscitare
negli animi loro nuova e diversa paura.
IV. La coalizione che aveva rimesso il Re sul trono, ebbe fine col
pericolo che l’aveva fatta nascere, e due partiti ostili mostraronsi
nuovamente in campo, pronti a cozzare. Entrambi, a dir vero,
concordavano intorno al bisogno di punire parecchi infelici, che in
quel tempo erano il zimbello d’un odio quasi universale. Cromwell non
era più; e coloro che erano fuggiti dinanzi a lui, furono paghi del
vigliacco diletto di disseppellire, impiccare, squartare e bruciare la
spoglia mortale del più gran principe che governasse mai l’Inghilterra.
Dettero sfogo alla loro vendetta anche sopra taluni capi di parte
repubblicana. Ma come furono sazi del sangue de’ regicidi, presero a
dilacerarsi scambievolmente. Le Teste–Rotonde, mentre ammettevano le
virtù del Re morto, e dannavano la sentenza profferitagli contro da
un tribunale illegittimo, sostenevano che la sua amministrazione era
stata, in molte cose, incostituzionale, e che le Camere avevano prese
le armi contro lui per cagioni solidamente fondate. Pensavano, la
Monarchia non avere nemico peggiore di colui che, adulando, esaltava
la regia prerogativa sopra la legge, dannava ogni opposizione fatta
alle regie usurpazioni, ed oltraggiava non solo Cromwell e Harrison,
ma Pym e Hampdem, col nome di traditori. Se il Re bramava di regnare
con prosperità e quiete, gli era necessario affidarsi a coloro i quali,
benchè avessero snudata la spada a tutelare i conculcati privilegi del
Parlamento, eransi esposti alla rabbia dei soldati onde salvargli il
padre, ed erano stati parte principale nel provvedimento di richiamare
l’esule famiglia reale.
I sentimenti de’ Cavalieri erano assai differenti. Nel corso dei
diciotto anni, essi, fra tutte le vicissitudini seguite, erano rimasti
fedeli alla Corona. Partecipi delle calamità del loro principe,
non dovevano forse partecipare del suo trionfo? Non era da farsi
distinzione veruna tra loro e il suddito sleale che aveva combattuto
contro il sovrano, che aveva seguito Riccardo Cromwell, e giammai
cooperato alla ristaurazione degli Stuardi, finchè fu a tutti manifesto
che null’altro avrebbe potuto salvare la nazione dalla tirannia
dello esercito? Concedasi pure che siffatto uomo avesse ottenuto per
nuovi servigi il regio perdono; dovevano tali servigi, resi presso
al tramonto, agguagliarsi agli affanni ed ai patimenti di coloro che
avevano sostenuto il carico e il calore di tutto il giorno? Doveva egli
accomunarsi con uomini che non avevano bisogno della regia clemenza;
con uomini che in tutta la vita loro avevano meritata la gratitudine
del Re? E soprattutto, doveva tollerarsi che rimanesse in possesso
di ricchezze accumulate sulle ruine degli averi de’ difensori del
trono? Non bastava che la sua testa e i suoi averi patrimoniali, cento
volte devoluti alla Giustizia, rimanessero salvi; e che egli, col
rimanente della nazione, godesse i beni di quel mite Governo, al quale
era stato lungo tempo nemico? Era egli mestieri ricompensarlo per i
suoi tradimenti, a spese di coloro ch’erano rei solo della fedeltà
onde avevano mantenuto il giuramento di obbedienza alla Corona? Quale
utile poteva trovare il Re nel satollare i suoi nemici con la preda
strappata agli amici suoi? Quale fiducia poteva riporsi in uomini che
avevano avversato il loro sovrano, gli avevano mosso guerra contro, lo
avevano imprigionato; e che adesso, invece di abbassare il viso rosso
di vergogna e di pentimento, difendevano il già fatto, e sembravano
credere d’aver data prova di lealtà astenendosi solo dal regicidio? Era
vero che avevano, poco fa, dato mano a rialzare il trono; ma non era
men vero che manifestavano tuttavia certi principii spinti dai quali,
potevano abbatterlo una seconda volta. Senza dubbio, sarebbe stato
convenevole che il Re desse segni d’approvazione a taluni convertiti,
ch’erano stati grandemente utili; ma la politica, la giustizia, la
gratitudine, gl’imponevano di rimeritare de’ più alti favori coloro,
i quali dal principio alla fine, e nella prospera e nella trista
fortuna, avevano difesa la Casa Reale. Per queste ragioni, i Cavalieri
naturalmente dimandavano compensazione di tutti i danni che avevano
sostenuti, e preferenza ai favori della Corona. Alcuni spiriti violenti
di quel partito, spingendosi anche più oltre, schiamazzavano perchè si
facessero lunghe liste di proscrizioni.
V. La contesa politica, secondo il consueto, venne esasperata dalla
religiosa. Il Re trovò la Chiesa in uno stato ben singolare. Poco
tempo innanzi lo scoppio della guerra civile, il padre suo aveva,
ripugnante, assentito ad una legge, vigorosamente sostenuta da
Falkland, la quale privava i vescovi del diritto di sedere nella Camera
de’ Lordi; ma lo episcopato e la liturgia non erano mai stati aboliti
con apposita legge. Nulladimeno, il Lungo Parlamento aveva fatte
alcune provvisioni, che avevano cagionato un pieno rivolgimento nel
governo e culto ecclesiastico. Il nuovo sistema, ne’ suoi principii,
era appena meno Erastiano di quello cui era stato sostituito. Le
Camere, dirette principalmente dai consigli del dotto Seldeno, volevano
fermamente tenere il potere spirituale in istretta subordinazione del
temporale. Avevano ricusato dichiarare che alcuna forma di politica
ecclesiastica fosse d’origine divina; ed avevano provveduto che si
potesse fare appello in ultima istanza da’ tribunali ecclesiastici
al Parlamento. Con tale importante riserva, avevano deciso di
istituire in Inghilterra una gerarchia affatto simile a quella
che ora esiste in Iscozia. L’autorità de’ concilii, con relazione
graduale da minore a maggiore, venne sostituita alla autorità de’
vescovi e degli arcivescovi. La liturgia dette luogo al direttorio
presbiteriano. Ma erano appena stati fatti i nuovi regolamenti,
allorquando gl’Indipendenti conseguirono la preponderanza nello Stato.
Non erano disposti a mandare ad esecuzione le ordinanze concernenti i
sinodi parrocchiali, provinciali e nazionali; e però tali ordinanze
non furono mai pienamente osservate. Il sistema presbiteriano non fu
in nessun luogo, fuorchè in Middlesex e nella Contea di Lancaster,
solidamente stabilito. Nelle altre cinquanta Contee, quasi ogni
parrocchia non ebbe connessione alcuna con le parrocchie vicine. In
alcuni distretti i ministri ordinaronsi ad associazioni volontarie, a
fine di prestarsi vicendevole soccorso e consiglio; ma non avevano il
potere coercitivo. I patroni dei beneficii, non tenuti in freno nè dal
vescovo nè dal presbiterio, avrebbero potuto affidare la cura delle
anime al prete più scandaloso del mondo, se non avesse loro impedito
di così fare lo intervento arbitrario d’Oliviero. Egli stabilì, di
propria autorità, un ufficio di commissari, detti saggiatori; la più
parte de’ quali erano teologi indipendenti, ma sedevano fra loro pochi
ministri presbiteriani e pochi laici. Il certificato dei saggiatori
teneva luogo d’istituzione e d’induzione, e senza tale certificato,
niuno poteva occupare un beneficio. Fu questo indubitatamente uno
degli atti più dispotici che mai facesse qualunque sovrano inglese.
Nondimeno, temendosi generalmente che il paese venisse invaso da uomini
ignoranti, o ebrei, o reprobi, col nome e con la paga di ministri,
alcuni rispettabili personaggi, che per lo più non procedevano amici a
Cromwell, confessarono che, in quell’occasione, egli era stato pubblico
benefattore. I presentati che avevano ottenuta l’approvazione de’
saggiatori, prendevano possesso delle loro rettorie; coltivavano le
terre, raccoglievano le decime, officiavano senza libro e senza cotta,
ed amministravano la eucaristia ai fedeli assisi innanzi a lunghe
mense.
Così l’ordinamento politico della Chiesa nel Regno trovavasi in
confusione inestricabile. La forma prescritta dalla vecchia legge
del paese, non ancora revocata, era l’episcopale. Quella prescritta
dalla ordinanza parlamentare, era la presbiteriana. Ma nè la vecchia
legge nè la ordinanza parlamentare praticamente valevano. La Chiesa,
nella condizione in cui era a quel tempo, può rappresentarsi in
sembianza di un corpo irregolare, composto di pochi presbiterii, e di
molte congregazioni indipendenti, che erano tenute soggette ed unite
dall’autorità del Governo.
Fra tutti coloro che eransi maggiormente adoperati a ricondurre il
Re sul trono, molti erano zelanti de’ sinodi e del direttorio, e
molti desideravano terminare con una concordia i dissidii religiosi
che avevano per tanto tempo agitata l’Inghilterra. Fra i seguaci
bacchettoni di Laud e i bacchettoni proseliti di Calvino, non vi poteva
essere nè pace nè tregua; ma non pareva cosa impossibile lo indurre ad
un accomodamento gli Episcopali moderati della scuola di Usher, e i
moderati Presbiteriani di quella di Baxter. Gli uni avrebbero ammesso
che un vescovo poteva legalmente essere assistito da un concilio;
gli altri non avrebbero negato che ogni assemblea provinciale poteva
legalmente avere un preside permanente, il quale portasse il nome di
vescovo. Vi sarebbe potuto essere una liturgia modificata in guisa da
non escludere la preghiera estemporanea, una cerimonia battesimale in
cui il segno della croce potesse a discrezione usarsi od omettersi,
un servizio nel quale la comunione venisse ministrata ai fedeli
seduti, ove la loro coscienza non consentisse che s’inginocchiassero.
Ma la maggior parte de’ Cavalieri non volevano udire a parlare di
un siffatto accomodamento. I membri religiosi di cotesto partito
aderivano coscienziosamente al sistema della propria Chiesa. Essa era
stata cara al Re ucciso; li aveva consolati nella sciagura e nella
miseria. Le sue ufficiature così spesso eseguite in silenzio dentro
una camera secreta, durante la stagione delle loro traversie, avevano
per loro tale incanto, che mal volentieri avrebbero rinunciato a un
solo responsorio. Altri fra’ realisti che pretendevano poco a mostrarsi
religiosi, amavano la Chiesa episcopale perchè era nemica agl’inimici
loro. Pregiavano una preghiera, o una cerimonia, non pel conforto che
arrecava all’anima, ma perchè vessava le Teste–Rotonde; ed erano tanto
lontani da conseguire la concordia a prezzo di qualche concessione, che
opponevansi alle concessioni principalmente perchè tendevano a produrre
la concordia.
VI. Tali sentimenti, comecchè biasimevoli, erano naturali, e non
affatto indegni di scusa. I Puritani ne’ giorni del loro potere,
avevano, senza verun dubbio, crudelmente provocato i loro avversari.
Avrebbero dovuto imparare, almeno dal malcontento, dalle lotte, dalle
stesse vittorie loro, e dalla caduta di quella superba gerarchia da cui
erano stati così gravemente oppressi, che in Inghilterra e nel secolo
decimosettimo non era in potestà del magistrato civile lo attirare le
menti degli uomini al conformismo col suo proprio sistema teologico.
Mostraronsi, non pertanto, intolleranti e faccendieri al pari dello
stesso Laud. Inibirono, sotto gravissime pene, l’uso del Libro della
Preghiera Comune, non solo nelle chiese, ma anche nelle case private.
Era delitto per un fanciullo il leggere accanto al letto dell’infermo
genitore una di quelle soavi orazioni che avevano, per lo spazio di
quaranta generazioni, mitigato i dolori de’ Cristiani. Pene severe
vennero minacciate contro coloro che presumessero di biasimare il culto
calvinistico. Ecclesiastici di carattere rispettabile non solo furono
a migliaia privati de’ loro beneficii, ma rimanevano sovente esposti
agli oltraggi della fanatica marmaglia. Le chiese e le sepolture, le
leggiadre opere d’arte, le preziose reliquie dell’antichità, vennero
brutalmente sfigurate. Il Parlamento ordinò che tutte le pitture della
Collezione Reale, che rappresentavano Cristo o la Vergine Maria, si
bruciassero. Alle sculture toccò una sorte egualmente trista. Le Ninfe
e le Grazie, opera dello scalpello ionio, furono consegnate agli
scalpellini puritani perchè le rendessero più decenti. Ai vizi leggieri
la fazione predominante dichiarò guerra con zelo poco temperato
dall’umanità o dal buon senso. Fecero severe leggi contro le scommesse;
decretarono la pena di morte contro l’adulterio. Lo illecito commercio
de’ sessi, anche scevro di violenza o di seduzione, o di pubblico
scandalo, o di violazione di diritti coniugali, fu dichiarato delitto.
I pubblici sollazzi, dalle mascherate che allegravano i palagi de’
grandi, fino alle grottesche rappresentazioni del villaggio, furono
rigorosamente riprovati. Una ordinanza prescriveva che tutti gli alberi
festivi di maggio dovessero essere quinci innanzi abbattuti. Un’altra
inibiva ogni qualunque divertimento teatrale. I teatri dovevano
essere distrutti, gli spettatori multati, gli attori legati alla
coda d’un cavallo e frustati. Il danzare sulla corda, i giuochi de’
burattini, le corse de’ cavalli, erano guardati di mal occhio. Ma il
giuoco dell’orso, a quei tempi amato tanto dalle classi alte e dalle
basse, era obietto d’indicibile abbominio a quegli austeri settarii.
È da notarsi che la loro avversione a quella specie di sollazzo non
aveva nulla di comune col sentimento che a’ dì nostri ha indotta la
legislatura ad immischiarsene, con lo scopo di proteggere gli animali
contro la matta crudeltà degli uomini. Il puritano odiava il giuoco
dell’orso non perchè tormentava la povera bestia, ma perchè recava
diletto agli spettatori. A dir vero, egli generalmente studiavasi di
godere del doppio diletto di tormentare gli spettatori e l’orso.[13]
Forse non v’è circostanza che versi tanta luce sull’indole de’
rigoristi, quanto il modo di condursi rispetto alla solennità del
Natale di Cristo. Questa avventurosa festività era stata, fino da tempo
immemorabile, stagione di gioia e di affezione domestica; stagione
nella quale le famiglie adunavansi, i fanciulli ad esse tornavano
dalle scuole, i dissidii finivano, le vie risonavano di canti, ogni
casa era adornata di piante sempreverdi, ed ogni mensa abbondava di
laute vivande. In quella stagione tutti i cuori, non affatto scevri di
dolcezza, allargavansi e s’intenerivano. In quella stagione i poveri
erano invitati a godere della sovrabbondanza de’ ricchi, la cui bontà
tornava maggiormente gradita a cagione della brevità de’ giorni e
della severità del tempo. In quella stagione la distanza che divideva
i possidenti dagli affittuari, i padroni dai servi, era meno visibile
che ne’ rimanenti giorni dell’anno. Il molto godimento non va mai
scompagnato da qualche eccesso: nondimeno, il brio con che celebravansi
quei giorni santi non era sconvenevole ad una festività cristiana.
Il Lungo Parlamento, nel 1644, ordinò che nel dì ventesimoquinto
di decembre venisse osservato un rigoroso digiuno, e che tutti lo
passassero umilmente lamentando il gran peccato nazionale, che essi
e i loro antenati avevano commesso facendo baccano sotto il ramo di
vischio,[14] mangiando la testa del cignale, e bevendo la birra,
resa più saporita con mele arrostite. Non vi fu atto pubblico che
maggiormente irritasse il popolo. Nel Natale seguente scoppiarono
formidabili tumulti in molti luoghi. Resistettero ai ministri della
polizia, insultarono i magistrati, aggredirono le case de’ più
noti zelanti; ed il servizio proscritto di quella solennità venne
apertamente eseguito nelle chiese.