tanta quiete e regolarità, da far credere a tutta la Europa ch’egli
fosse fermamente assiso sul seggio dello Stato. Certo, le sue
condizioni erano in qualche modo molto migliori di quelle del padre
suo. Il giovane Cromwell non aveva nemici. Le sue mani erano nette
di sangue civile. Gli stessi Cavalieri concedevano ch’egli era un
gentiluomo onesto e d’indole buona. La parte presbiteriana, potente
per numero e per ricchezza, aveva sostenuto un litigio mortale col
Protettore defunto, ma inchinava a favoreggiare il nuovo. Aveva avuta
sempre bramosia di vedere ristaurato l’antico sistema politico del
Regno, con alcune più chiare definizioni e guarentigie per le pubbliche
libertà; ma aveva molte ragioni di temere la ristaurazione della
vecchia Dinastia. Per questa genia di politici Riccardo era l’uomo
opportuno. La umanità, la schiettezza, la modestia sue, la mediocrità
delle sue doti, e la docilità con che, lasciavasi guidare da uomini
più saggi di lui, lo rendevano mirabilmente atto ad essere capo d’una
Monarchia limitata.
Per qualche tempo parve grandemente probabile ch’egli, dietro la
scorta di destri consiglieri, avesse a conseguire ciò cui suo padre
aveva invano aspirato. Nel convocarsi un Parlamento, gli ordini furono
spediti secondo la vecchia costumanza. I piccoli borghi che erano stati
privati della franchigia elettorale, riebbero i perduti privilegi;
Manchester, Leeds, ed Halifax cessarono di mandare rappresentanti, e
alla contea di York fu concesso di eleggerne due soli. Parrà forse
strano ad una generazione la quale è quasi trascorsa alla frenesia
nella questione della riforma parlamentare, che quelle grandi contee
e città si sottoponessero con pazienza ed anche con compiacenza a
siffatto provvedimento; ma, comecchè gli uomini di senno, anche
in quella età, potessero discernere i vizi del vecchio sistema
rappresentativo, e prevedere che tali vizi produrrebbero in pratica
o presto o tardi gravissimi mali, questi mali pratici non ancora
sentivansi molto. Il sistema rappresentativo d’Oliviero, dall’altra
parte, quantunque fosse derivato da solidi principii, non era popolare.
Gli eventi fra i quali originava, e gli effetti che aveva prodotti,
preoccupavano gli animi contro esso. Era nato dalla violenza militare,
e null’altro aveva prodotto che contese. La intera nazione era stanca
del governo della spada, o desiava il governo della legge. E però
la ristaurazione anco delle anomalie e degli abusi che consuonavano
strettamente con la legge e che erano stati distrutti dalla spada,
produssero universale soddisfazione.
Fra i Comuni esisteva una forte opposizione, composta in parte di
aperti repubblicani, in parte di realisti occulti; ma una grande e
ferma maggioranza sembrava favorevole al disegno di richiamare a vita
l’antica Costituzione politica sotto una nuova Dinastia. Riccardo venne
solennemente riconosciuto come Primo Magistrato. La Camera de’ Comuni
non solamente assentì di trattare le pubbliche faccende co’ Lordi
d’Oliviero, ma votò una legge che riconosceva in que’ Nobili i quali
nelle ultime perturbazioni avevano parteggiato per la libertà pubblica,
il diritto a sedere nella Camera Alta senza bisogno di nuova creazione.
Tanto bene andavano le cose per gli uomini di Stato che dirigevano la
condotta di Riccardo! Quasi tutte le parti del Governo vennero allora
ricostituite come stavano in sul principio della guerra civile. Se
il Protettore e il Parlamento si fossero lasciati procedere senza
ostacoli, mal può dubitarsi che un ordine di cose simile a quello
che poscia stabilivasi sotto la Casa di Hannover, sarebbe stato
stabilito sotto quella di Cromwell. Ma era nello Stato un potere
più che bastevole a lottare con Riccardo e col Parlamento. Riccardo
sopra i soldati non aveva altra autorità, se non quella del gran nome
che gli era toccato in retaggio. Non gli aveva mai condotti alla
vittoria. Non aveva nè anche portate le armi. Tutti i suoi gusti e
le sue abitudini erano per la pace. Nè le sue opinioni intorno a
cose religiose erano approvate dai santocchi militari. Ch’egli fosse
un uomo dabbene, dimostrollo con prove più soddisfacenti che non
erano i profondi gemiti e i lunghi sermoni; cioè con l’umiltà e la
dolcezza quando stava in cima all’umana grandezza, e con la tranquilla
rassegnazione ai torti ed alle sciagure più crudeli: ma non ebbe
sempre la prudenza di nascondere il disgusto ch’egli sentiva de’
piagnistei allora comuni in ogni caserma. Gli ufficiali che avevano
maggiore influenza fra le truppe stanzianti presso Londra, non gli
erano amici. Erano uomini chiari per valore e condotta nel campo di
battaglia, ma scemi di saviezza e di coraggio civile; doti che in
grado eminentissimo possedeva il loro capo defunto. Taluni di loro
erano Indipendenti o Repubblicani onesti, ma fanatici. Questa specie
di uomini era rappresentata da Fleetwood. Altri ambivano di giungere
al posto d’Oliviero. La sua rapida elevazione, la sua gloria e
prosperità, la sua inaugurazione nella reggia, le sue sontuose esequie
nell’Abbadia, avevano infiammata la loro immaginazione. Come lui erano
di buona nascita, come lui bene educati; non sapevano quindi intendere
perchè, al pari di lui, non fossero degni di portare la veste purpurea
e la spada dello Stato; e anelavano all’obietto della loro ardente
ambizione, non, come lui, con pazienza, vigilanza, sagacia e fermezza,
ma con quella irrequietudine e con quel perpetuo ondeggiare che formano
il carattere della mediocrità aspirante. Il più cospicuo di questi
deboli scimmiottatori del gran Cromwell, era Lambert.
LXVI. Nel giorno stesso in cui Riccardo ascese al supremo seggio
dello Stato, gli ufficiali si misero a congiurare contro il loro
nuovo signore. La buona intelligenza che era fra lui e il suo
Parlamento, affrettò la crisi. La paura e l’ira invasero il campo. I
sentimenti religiosi e militari dell’esercito trovavansi profondamente
irritati. E’ pareva che gl’Indipendenti dovessero essere soggetti ai
Presbiteriani, e gli uomini della spada agli uomini della sottana.
Formossi una coalizione tra i malcontenti militari e la minoranza
repubblicana della Camera de’ Comuni. È da dubitarsi che Riccardo
avesse potuto trionfare della predetta coalizione, anche se fosse stato
dotato del lucido intendimento e del ferreo coraggio di suo padre. Egli
è certo che la semplicità e la mansuetudine sue non erano i requisiti
necessari a padroneggiare gli eventi. Cadde senza gloria e senza
lotta. Lo esercito si servì di lui come di strumento a disciogliere le
Camere, e allora lo mise sprezzantemente da parte. Gli ufficiali si
resero grati ai loro alleati repubblicani dichiarando che la espulsione
della Coda del Parlamento era illegale, ed invitando l’Assemblea a
riprendere le proprie funzioni. Il vecchio presidente e un numero
competente di vecchi rappresentanti vennero proclamati, fra mezzo alla
mal repressa derisione ed esecrazione del paese, Supremo Potere dello
Stato. Nel tempo stesso fu espressamente dichiarato che quinci innanzi
non vi sarebbe nè Primo Magistrato nè Camera di Lordi.
Ma tale stato di cose non poteva durare. Il giorno in cui risorse il
Lungo Parlamento, rivisse del pari il suo vecchio conflitto con lo
esercito. Nuovamente dimenticò che esso esisteva a beneplacito dei
soldati, e cominciò a trattarli come sudditi. Di nuovo le porte della
Camera de’ Comuni furono chiuse dalla violenza militare; ed un Governo
Provvisorio, creato dagli ufficiali, assunse il reggimento della cosa
pubblica.
Frattanto, il senso dei grandi mali presenti, e la forte paura dei
mali maggiori che soprastavano, aveva infine fatta nascere un’alleanza
tra i Cavalieri e i Presbiteriani. Parecchi presbiteriani, a dir vero,
erano disposti a cotale alleanza anche innanzi la morte di Carlo I; ma
soltanto dopo la caduta di Riccardo Cromwell, l’intero partito cominciò
ad affaccendarsi per ristaurare la Casa Reale. Non poteva più oltre
ragionevolmente sperarsi che l’antica Costituzione venisse ristabilita
sotto una nuova dinastia. Bisognava, dunque, scegliere o gli Stuardi
o l’esercito. La famiglia bandita aveva commessi gravissimi falli; ma
gli aveva espiati a caro prezzo, ed aveva fatto un lungo, e—era da
sperarsi—salutare tirocinio nella scuola dell’avversità. Era, dunque,
probabile che Carlo II facesse senno rivolgendo lo sguardo al fato di
Carlo I. Ma, sia che può, i pericoli che minacciavano la patria erano
tali, che per evitarli i cittadini potevano ben fare il sacrificio di
qualche opinione ed affrontare qualche rischio. Sembrava quasi certo
che l’Inghilterra cadrebbe sotto il peso della più odiosa e degradante
di tutte le specie di Governo,—sotto un Governo che congiungeva
tutti i mali del dispotismo con quelli dell’anarchia. Qualunque altra
cosa era da preferirsi al giogo d’una successione di stolti tiranni,
inalzantisi al potere come i Dey di Barberia, per mezzo di rivoluzioni
militari. Pareva probabile che Lambert sarebbe il primo di tale genia
di comandanti; ma dentro un anno Lambert avrebbe potuto essere cacciato
da Desborough, e Desborough da Harrison. Ogni qual volta il bastone
del comando fosse passato da una mano debole ad un’altra, la nazione
sarebbe stata messa a ruba, a fine di offrire alle soldatesche una
nuova mancia. Se i Presbiteriani si tenevano ostinatamente lontani dai
realisti, lo Stato era rovinato; e nondimeno, era da dubitarsi che
potesse essere salvato dagli sforzi congiunti d’entrambi. Imperocchè il
timore di quello invincibile esercito colpiva gli animi di tutti gli
abitanti dell’isola; e i Cavalieri, avendo imparato da cento disastrosi
fatti d’armi come il numero delle milizie potesse poco contro la
disciplina, erano molto più atterriti delle Teste–Rotonde.
LXVII. Finchè le soldatesche furono d’accordo fra loro, tutte le
congiure e le insurrezioni de’ malcontenti tornarono inefficaci. Ma
pochi giorni dopo la seconda espulsione della Coda del Parlamento,
si sparsero nuove che rinfrancarono i cuori di tutti coloro i quali
parteggiavano per la Monarchia o pel vivere libero. Quella forza
poderosa che per molti anni aveva operato come un solo uomo, ed erasi
per ciò resa invincibile, s’era finalmente scissa in fazioni. Lo
esercito di Scozia aveva non poco giovata la Repubblica, e trovavasi
in ottimo stato. Non aveva partecipato alle ultime rivoluzioni, e le
aveva guardate con isdegno simile a quello che sentirono le legioni
romane stanziate lungo il Danubio e l’Eufrate, allorchè giunse ad
esse la nuova che le guardie pretoriane avevano messo in in vendita
lo Impero. Era cosa da non potersi patire che alcuni reggimenti, solo
perchè erano per avventura aqquartierati presso Westminster, osassero
di fare e disfare, a loro arbitrio, più volte in sei mesi il Governo.
Se era convenevole che lo Stato fosse retto da’ soldati, quei soldati
che a settentrione del Tweed avevano sostenuta la potenza inglese,
avevano diritto di dare il loro voto quanto quelli che presidiavano
la Torre di Londra. Pare che vi fosse meno fanatismo fra le legioni
dimoranti nella Scozia, che in ogni altra parlo dello esercito; e
Giorgio Monk che le capitanava, era tutto l’opposto d’uno zelante.
In sul primo scoppio della guerra civile, aveva pugnato a favore del
Re, ed era stato fatto prigioniero dalle Teste–Rotonde; aveva quindi
accettata una commissione dal Parlamento, e con poca pretensione alla
santocchieria, erasi innalzato per mezzo del suo coraggio e della sua
virtù militare all’alto comando. Era stato un utile servitore ad ambi
i Protettori; aveva mostrata acquiescenza allorquando gli ufficiali a
Westminster balzarono giù dal seggio Riccardo e restaurarono il Lungo
Parlamento; e l’avrebbe similmente mostrata nella seconda espulsione
del Lungo Parlamento, se il Governo Provvisorio non gli avesse pôrta
cagione d’offesa e di timore. Imperocchè era per indole cauto e
alquanto tardo; nè era inclinato ad arrisicare modici e certi vantaggi
per la probabilità di conseguire anche il più splendido successo. E’
sembra che fosse spinto a procedere ostilmente contro il nuovo Governo
della Repubblica, non tanto dalla speranza d’innalzarsi sulle rovine di
quello, quanto dal timore che, sottomettendovisi, non sarebbe stato in
sicuro. Ma siano quali si vogliano supporre le cagioni, ei dichiarossi
campione del Potere Civile oppresso, ricusò di riconoscere l’autorità
usurpata del Governo Provvisorio, e a capo di settemila veterani si
mosse verso l’Inghilterra.
Questo passo fu il cenno d’una generale esplosione. Il popolo in ogni
dove ricusò di pagare le tasse. I giovani di bottega della città
ragunaronsi a migliaia chiedendo clamorosamente un libero Parlamento.
La flotta si spinse su pel Tamigi, e si dichiarò contro la tirannide
soldatesca. I soldati, che non erano più sotto lo impero di una mente
suprema, si divisero in fazioni. Ciascun reggimento, temendo di
rimanere solo esposto alla vendetta dell’oppressa nazione, affrettossi
a concludere una pace separata. Lambert, che era frettolosamente corso
ad affrontare l’armata di Scozia, abbandonato dalle sue milizie,
fu fatto prigioniero. Pel corso di tredici anni il Potere Civile,
in ogni conflitto, era stato astretto a cedere al Potere Militare.
Adesso il Potere Militare umiliossi innanzi al Potere Civile. La Coda
del Parlamento generale, tenuta in odio e dispregio, e che non per
tanto era nel paese il solo corpo che avesse apparenza di autorità
legale, ritornò di nuovo alla Camera, dalla quale era stata due volte
ignominiosamente cacciata.
LXVIII. Intanto Monk procedeva verso Londra. Per dove passava, i
gentiluomini gli si affollavano attorno scongiurandolo di adoperare la
propria potenza a rendere la pace alla nazione, miseramente dilacerata
e sconvolta. Il Generale, freddo, taciturno, senza zelo nè per le cose
politiche nè per le religiose, manteneva un riserbo impenetrabile.
Quali disegni, a que’ tempi, rivolgesse in mente, o se avesse concepito
alcun disegno, mal si potrebbe affermare. Era, a quel che pare, suo
scopo principalissimo il tenersi, per quanto più lungamente potesse,
libero di scegliere tra diverse vie d’azione. Tale certamente è per
lo più la politica di uomini che, come lui, pendono più a muovere
circospetti, che a spingere troppo lungi lo sguardo. Probabilmente,
egli non venne all’ultima determinazione se non parecchi giorni dopo
il suo ingresso nella metropoli. La voce dell’intero popolo chiedeva
un libero Parlamento; e non era dubbio nessuno, che un Parlamento
veramente libero avrebbe subito riposta sul trono l’esule famiglia
reale. La Coda del Parlamento e i soldati erano tuttavia ostili
alla Casa degli Stuardi. Ma la Coda era universalmente abborrita
e spregiata. La potenza dei soldati era ancora formidabile, ma
grandemente infiacchita dalla discordia. Non avevano capo supremo; in
molte parti del paese erano venuti alle mani fra loro stessi. Il giorno
precedente lo arrivo di Monk a Londra, vi fu un combattimento nello
Strand fra la cavalleria e la fanteria. Lo esercito unito aveva lungo
tempo signoreggiata la nazione divisa; ma ormai la nazione era unita, e
lo esercito si trovava diviso.
Per breve tempo, la dissimulazione e la irresolutezza di Monk tennero
penosamente sospesi tutti i partiti. Infine ei ruppe il silenzio, e
disse di volere un libero Parlamento.
LXIX. Appena divulgossi siffatta notizia, tutta la nazione fu inebriata
di contento. In qualunque luogo ei si mostrasse, era circondato da
migliaia di persone che lo acclamavano e benedicevano al suo nome.
Le campane di tutta l’Inghilterra suonavano a festa; i rigagnoli
versavano birra; e per varie notti il cielo, per cinque miglia attorno
Londra, rosseggiò dello splendore d’innumerevoli fuochi di gioia. Quei
membri presbiteriani della Camera de’ Comuni, che molti anni innanzi
erano stati espulsi dalle soldatesche, ritornarono ai loro seggi, e
furono accolti dalle acclamazioni della gran folla che riempiva la
sala di Westminster e la corte del Palazzo. I capi degl’Indipendenti
non osavano più oltre mostrare il viso nelle strade, ed appena
tenevansi sicuri nelle proprie abitazioni. Furono presi temporanei
provvedimenti per supplire al Governo; mandaronsi ordini per le
elezioni generali; e finalmente, quel memorabile Parlamento che per
venti anni aveva sperimentate mille e varie vicissitudini, che aveva
vinto il proprio sovrano, che era stato degradato dai suoi sottoposti,
che era stato due volte cacciato e ristaurato, decretò solennemente
la propria dissoluzione. L’esito delle elezioni fu quale era da
aspettarsi dall’indole della nazione. La nuova Camera de’ Comuni fu
composta di individui amici, tranne pochissimi, alla reale famiglia. I
Presbiteriani formavano la maggioranza.
LXX. Allora parve quasi certa la Ristaurazione; ma dubitavasi che
fosse pacifica. Il contegno dei soldati era cupo e selvaggio. Odiavano
il nome di Re; odiavano quello degli Stuardi; odiavano molto i
Presbiteriani, ma più assai i prelati. Vedevano con amara indignazione
appropinquarsi la fine del loro lungo dominio, e scorgevano nello
avvenire una vita ingloriosa di affanni e di penuria. Della loro trista
fortuna chiamavano colpevoli i loro Generali, colpevoli alcuni di
debolezza, altri di tradimento. Un’ora sola del loro amato Oliviero
avrebbe potuto richiamare la gloria che già era svanita. Traditi,
disgiunti, senza un Capo in cui avessero fiducia, erano tuttavia da
temersi. E non era cosa da pigliare a gabbo lo affrontare la rabbia
e la disperazione di cinquantamila guerrieri, che non avevano mai
volte le spalle al nemico. Monk, e coloro che con essolui operavano,
accorgevansi quanto pericolosa fossa la crisi. Mentre usavano
ogni arte a blandire e dividere i malcontenti soldati, facevano
vigorosi apparecchi a sostenere un conflitto. Lo esercito di Scozia
aqquartierato in Londra, tenevano in buon umore con doni, lusinghe
e promesse. I ricchi cittadini non avevano la minima avversione al
soldato, o profondevano con tanta liberalità i loro migliori vini, che
talvolta vedevansi i santocchi guerrieri in condizione poco decorosa
al loro carattere religioso e militare. Monk rischiossi a sbandare
alcuni reggimenti che ricalcitravano. Nel tempo stesso, il Governo
Provvisorio, sostenuto da tutti i gentiluomini e dai magistrati, faceva
grandissimi sforzi a riordinare la guardia cittadina. In ogni contea
i militi cittadini erano pronti a muoversi, e formavano una forza non
minore di centomila uomini. In Hyde Park ventimila cittadini bene
armati ed equipaggiati, posti a rassegna, mostrarono tale spirito, da
giustificare la speranza che all’uopo avrebbero strenuamente combattuto
a difendere le botteghe e i focolari loro. La flotta secondava
cordialmente la nazione. Era tempo di agitazione e d’ansietà, ma bene
anco di speranza. La opinione predominante era che l’Inghilterra
verrebbe liberata, ma non senza una sanguinosa e disperata lotta; e che
coloro che avevano per tanto tempo governato con la spada, sarebbero
spenti con la spada.
Avventuratamente, furono allontanati i pericoli d’un conflitto. Vero è
che ci fu un momento di estremo pericolo. Lambert, fuggito di prigione,
chiamò i suoi compagni alle armi. Il fuoco della guerra civile si
riaccese; ma innanzi che si estendesse, fu spento con pronti e vigorosi
provvedimenti. Lo sciagurato imitatore di Cromwell fu fatto nuovamente
prigioniero; e fallita la impresa, i soldati si perderono d’animo e
rassegnaronsi al loro destino.
Il nuovo Parlamento, che per essere stato convocato senza regio
decreto, viene con maggiore proprietà chiamato Convenzione, si adunò
in Westminster. I Lordi ricomparvero nella sala, dalla quale per più
di undici anni erano stati espulsi a forza. Ambedue le Camere tosto
invitarono il Re a ritornare alla patria. Fu proclamato con pompa non
mai prima veduta. Una magnifica flotta dall’Olanda lo trasportò sulla
costiera di Kent. Mentre approdava, i colli di Dover erano popolati
di migliaia di spettatori, fra’ quali non era neppure uno che non
versasse lacrime di gioia. Il suo viaggio fu un continuo trionfo.
Tutto lo stradale da Rochester era fiancheggiato di trabacche e di
tende, e rendeva immagine d’una interminabile fiera. Migliaia di
bandiere sventolavano; tutte le campane suonavano; s’udivano melodie di
strumenti musicali; il vino e la birra scorrevano a fiumi alla salute
di lui, che, tornando, recava la pace, le leggi e la libertà al paese.
Ma fra mezzo alla gioia universale, un solo luogo mostrossi in aspetto
buio e minaccioso. Lo esercito fu condotto a Blackeath per dare il
ben tornato al sovrano. Il quale sorrideva, s’inchinava, e stendeva
graziosamente la mano al bacio de’ Colonnelli e de’ Maggiori. Ma i
suoi modi cortesi furono vani. Il contegno de’ soldati era tristo e
cupo; ed ove avessero dato libero sfogo a ciò che sentivano, il gioioso
spettacolo, al quale avevano con ripugnanza partecipato, avrebbe avuto
misero e sanguinoso fine. Ma non era fra loro accordo nessuno. La
defezione e la discordia avevano distrutta la vicendevole fiducia, e
gli avevano resi increduli ai loro capi. Tutta la guardia cittadina
di Londra era in armi; numerose compagnie, capitanate da Nobili e
da gentiluomini leali, erano accorse da varie contrade del Regno a
salutare il Re. Il gran giorno si chiuse in pace; e l’esule principe,
riasceso al trono, posò sano e salvo nella reggia de’ suoi antenati.
CAPITOLO SECONDO.
SOMMARIO.
I. Ingiusto gudicio intorno alla condotta di coloro che restaurarono
la Casa degli Stuardi.—II. Abolizione del possesso a titolo di
servigio militare— III. Scioglimento dell’esercito.—IV. Si rinnuovano
le dissensioni fra le Teste–Rotonde e i Cavalieri.—V. Dissensioni
religiose.—VI. Impopolarità de’ Puritani.—VII. Carattere di Carlo
II.—VIII. Caratteri del Duca di York e del Conte di Clarendon.—IX.
Elezione generale del 1661. —X. Violenza de’ Cavalieri nel nuovo
Parlamento.—– XI. Persecuzione de’ Puritani.—XII. Zelo della Chiesa
per la monarchia ereditaria.—XIII. Modificazioni ne’ costumi del
popolo.—XIV. Corruttela degli uomini politici di quell’età.—XV.
Condizioni della Scozia.—XVI. Condizioni della Irlanda.—XVII. Il
governo perde la sua popolarità in Inghilterra.—XVIII. Guerra cogli
Olandesi.—XIX. Opposizione nella Camera de’ Comuni.—XX. Caduta
di Clarendon.—XXI. Stato della politica europea, e preponderanza
della Francia.—XXII. Carattere di Luigi XIV.—XXIII. La triplice
Alleanza.—XXIV. Il partito patriottico.—XXV. Vincoli tra Carlo II e la
Francia—XXVI. Disegni di Luigi intorno all’Inghilterra.—XXVII. Trattato
di Dover.—XXVIII. Indole del Gabinetto inglese.—XXIX La Cabala.—XXX.
Chiusura dello Scacchiere.—XXXI. Guerra con le Provincia Unite.—XXXII.
Guglielmo Principe d’ Orange.—XXXIII. Adunanza del Parlamento.—XXXIV.
Dichiarazione d’indulgenza—XXXV È cancellata, e l’Atto di Prova (_Test
Act_) è adottato.—XXXVI. Scioglimento della Cabala.— XXXVII. Pace con le
Provincie Unite; Amministrazione di Danhy.— XXXVIII. Situazione critica
del partito patriottico.—XXXIX. Relazioni fra esso e l’ambasciata
francese.—XL. Pace di Nimega; malcontenti furiosi in Inghilterra.—XLI.
Caduta di Danhy; la congiura papale. —XLII. Prima elezione generale del
1679.—XLIII. Violenza della nuova Camera de’ Comuni.—XLIV. Sistema di
governo fatto da Temple. —XLV. Carattere di Halifax.—XLVI. Carattere di
Sunderland. —XLVII. Proroga del Parlamento.—XLVIII. Atto dell’_Habeas
Corpus_. —XLIX. Seconda elezione generale del 1679; popolarità di
Monmouth. —L. Lorenzo Hyde.—LI. Sidney Godolphin.—LII. Violenza delle
fazioni per la legge d’Esclusione.—LIII. Nomi di Whig e Tory.—LIV.
Adunanza del Parlamento; la Legge d’Esclusione è approvata dalla Camera
dei Comuni.—LV. È rigettata da quella de’ Lordi; Stafford è giustiziato.
—LVI. Elezione generale del 1681.—LVII. Parlamento convocato in Oxford
e disciolto; Reazione de’ Tory.—LVIII. Persecuzione de’ Whig.—LIX.
Confisca dello Statuto della Città; Congiure de’ Whig. —LX. Scoperta di
tali congiure; severità del Governo.—LXI. Sequestro degli Statuti.—LXII.
Influenza del Duca d’York.—LXIII. Halifax gli si oppone.—LXIV. Il Lord
Cancelliere Guildford.—LXV. Politica di Luigi.—LXVI. Stato delle fazioni
nella corte di Carlo all’epoca della sua morte.