Non molto tempo dopo, chiaramente conobbesi che quei zelanti politici

e religiosi, ai quali deve attribuirsi quel fatto, avevano commesso

non solo un delitto, ma un fallo. Essi avevano data ad un principe

fin allora conosciuto per le sue colpe, occasione di mostrare, in un

vasto teatro, innanzi agii occhi di tutte le nazioni e di tutti i

secoli, talune doti che irresistibilmente svegliano l’ammirazione e

l’amore dell’umanità; cioè l’altero spirito di un prode gentiluomo,

e la pazienza e mansuetudine di un cristiano che si sacrifica. Che

anzi, avevano in tal modo eseguita la loro vendetta, che quell’uomo

stesso la cui vita non era stata se non una serie di violazioni delle

libertà dell’Inghilterra, sembrava morire da martire per la causa di

quelle medesime libertà. Nessun demagogo produsse mai una impressione

negli animi di tutti simile a quella che vi produsse il Re prigioniero,

il quale serbando in quegli estremi tutta la sua dignità reale, ed

affrontando la morte con indomito coraggio, infiammò i sentimenti del

suo popolo oppresso, ricusò fermamente di favellare innanzi ad un

tribunale ignoto alla legge, appellossi dalla violenza militare ai

principii della Costituzione, chiese con che diritto dalla Camera de’

Comuni erano stati espulsi i suoi più rispettabili membri e la Camera

de’ Lordi era stata privata delle sue funzioni legislative, e disse ai

suoi uditori che lacrimavano, com’egli non difendesse soltanto la causa

propria, ma la loro. La pessima condotta del suo lungo governo, le sue

innumerevoli perfidie, furono dimenticate. La memoria di lui venne,

nelle menti della maggior parte de’ suoi sudditi, associata a quelle

stesse libere istituzioni ch’egli per molti anni erasi sforzato di

distruggere; poichè quelle libere istituzioni s’erano spente con lui,

e, tra il lugubre silenzio di un popolo spaventato dall’armi, erano

state difese dalla sola sua voce. Da quel giorno, cominciò una reazione

in favore della Monarchia e dell’esule famiglia reale, la quale venne

sempre crescendo, finchè il trono non fu rialzato in tutta la sua

antica dignità.

Nondimeno, da principio gli uccisori del Re parvero derivare nuova

energia da quel sacramento di sangue con cui s’erano scambievolmente

vincolati, separandosi per sempre dalla maggioranza de’ loro

concittadini. L’Inghilterra venne dichiarata Repubblica. La Camera

de’ Comuni, ridotta ad un piccolo numero di membri, fu, di nome

soltanto, il supremo potere dello Stato. Di fatto, il governo era

tutto nelle mani dell’esercito e del suo capo. Oliviero aveva fatta

la sua scelta. Egli aveva conservato l’affetto de’ suoi soldati; ma

erasi diviso da pressochè tutte le classi de’ suoi concittadini. Mal

si direbbe ch’egli avesse un partito al di là de’ confini del campo e

delle fortezze. Quegli elementi di forza i quali, quando scoppiò la

guerra civile, parevano osteggiarsi vicendevolmente, si congiunsero

contro lui; tutti i Cavalieri, la più parte delle Teste–Rotonde, la

Chiesa Anglicana, la Chiesa Presbiteriana, la Chiesa Cattolica Romana,

l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda. Nonostante, era tale il suo genio

e la sua fermezza, che egli potè padroneggiare e vincere ogni ostacolo

che gli attraversava la via, e rendersi signore della propria patria,

più assoluto di qualunque altro de’ Re legittimi, e farla rispettare e

temere più di quanto era stata temuta e rispettata in tutto il tempo

che ella era rimasta sotto il governo de’ suoi legittimi principi.

L’Inghilterra aveva già cessato di lottare. Ma i due altri Regni,

i quali erano stati governati dagli Stuardi, si dichiararono ostili

alla nuova Repubblica. Il partito degli Indipendenti era egualmente

odioso ai Cattolici Romani d’Irlanda, ed ai Presbiteriani di Scozia.

Entrambi questi paesi, che poco innanzi erano ribelli a Carlo I, poscia

riconobbero l’autorità di Carlo II.

LXII. Ma ogni cosa cedeva al vigore ed all’ingegno di Cromwell. In

pochi mesi soggiogò l’Irlanda, e la ridusse come non era mai stata

nello spazio di cinque secoli di strage ch’erano trascorsi dallo sbarco

de’ primi Normanni in poi. Determinossi a porre fine al conflitto delle

razze e delle religioni che aveva per tanto tempo turbata quell’isola,

facendovi esclusivamente predominare la popolazione inglese e

protestante. A tale scopo, allentò il freno al feroce entusiasmo de’

suoi seguaci, dichiarò una guerra simile a quella che Israello aveva

dichiarata ai Cananei, domò gl’Idolatri col taglio della spada, di

guisa che le grandi città furono lasciate prive d’abitanti; ne cacciò

parecchie migliaia sul continente, ne imbarcò molte migliaia per

l’America, e riempì quel vuoto mandandovi numerose colonie di genti

anglo–sassoni, seguaci delle credenze di Calvino. Strano a dirsi! sotto

quel regime di ferro, il paese conquistato cominciò a far mostra d’una

certa prosperità esteriore. Distretti che poco innanzi erano selvaggi,

come quelli dove i coloni del Connecticut contendevano con gli uomini

rossi, in pochi anni vennero trasformati in un certo aspetto simile a

quello di Kent e di Norfolk. Si videro da per tutto nuovi edifici e

strade e piantagioni. La entrata de’ terreni crebbe tosto; e tosto i

proprietari inglesi cominciarono a querelarsi d’incontrare in tutti i

mercati i prodotti dell’Irlanda, e a gridare perchè si promulgassero

leggi protezioniste.

Dall’Irlanda il guerriero vittorioso, che adesso era anche di nome,

come lungo tempo lo era stato di fatto, Lord Generale dello esercito

della Repubblica, si mosse alla volta di Scozia. Ivi stavasi il

giovine Re, il quale aveva acconsentito di professare il culto dei

Presbiteriani e firmare la Convenzione; e in ricompensa di tali

concessioni, gli austeri Puritani che dominavano in Edimburgo gli

avevano permesso di tenere, sotto la vigilanza e direzione loro, una

corte solenne ma trista nelle sale di Holyrood da lungo tempo deserte.

Questa corte da scherno durò brevemente. In due grandi battaglie

Cromwell annientò le forze militari della Scozia. Carlo fuggì per

salvare la vita, e con estrema difficoltà si sottrasse al destino del

padre suo. Lo antico Regno degli Stuardi venne, per la prima volta,

ridotto alla più profonda sommissione. Non rimase vestigio della

indipendenza con tanto valore difesa contro i più potenti e destri de’

Plantageneti. Il Parlamento inglese faceva le leggi per la Scozia.

I giudici inglesi sedevano nei tribunali della Scozia. Anche quella

inflessibile Chiesa, che erasi mantenuta a dispetto di tanti Governi,

non osava far sentire un lamento.

LXIII. Tanta era stata, almeno in apparenza, l’armonia tra i guerrieri

che avevano soggiogato la Irlanda e la Scozia, e gli uomini politici

che sedevano in Westminster! ma l’alleanza ch’era stata cementata dal

pericolo, fu sciolta dalla vittoria. Il Parlamento dimenticò di dovere

la propria esistenza allo esercito. Lo esercito era meno disposto che

mai a sottoporsi alla dittatura del Parlamento. Veramente, i pochi

membri i quali formarono ciò che poscia venne chiamato la coda o la

groppa (_Rump_) della Camera de’ Comuni, non avevano, più che i corpi

militari, diritto ad essere stimati i rappresentanti della nazione. La

contesa fu tosto condotta ad un esito decisivo. Cromwell empì la Camera

d’uomini armati. Ne cacciarono giù dal seggio il presidente, vuotarono

la sala, e ne chiusero le porte. La nazione che non amava nessuna delle

due parti avverse, ma che, suo malgrado, era costretta a rispettare la

capacità e la fermezza del generale, guardò quell’evento con pazienza,

se non con compiacenza.

Il Re, la Camera de’ Lordi, e quella de’ Comuni, erano stati vinti e

distrutti; e sembrava che Cromwell fosse rimasto unico erede di tutti e

tre. Nondimeno, v’erano certe limitazioni impostegli tuttavia da quella

stessa armata, cui egli andava debitore della sua immensa autorità.

Quel corpo singolare di uomini era quasi interamente composto di

repubblicani zelanti. Mentre rendevano schiava la patria, ingannavansi

credendo di emanciparla. Il libro che essi maggiormente veneravano,

forniva loro un esempio che ricorreva spesso sulle loro labbra. Era

pur troppo vero che la nazione ingrata e stolta mormorava contro i

propri liberatori. Similmente un’altra nazione eletta aveva mormorato

contro il capo che la trasse, per duri e perigliosi sentieri, dalla

schiavitù alla terra che era irrigata di latte e di miele. Nondimeno,

quel gran capitano aveva liberati i fratelli, loro malgrado; nè aveva

aborrito di dare terribili esempi di giustizia sopra coloro i quali

avversavano la offerta libertà, e lamentavano le vivande, i padroni

e le idolatrie dell’Egitto. Lo scopo de’ santocchi guerrieri i quali

circondavano Cromwell, era quello di stabilire una libera e pia

Repubblica. Per conseguire tale scopo, erano pronti ad appigliarsi,

senza veruno scrupolo, a qualunque mezzo, comecchè violento ed

illegittimo. E però non era impossibile stabilire col loro aiuto una

monarchia assoluta di fatto; ma era probabile che essi avrebbero

repentinamente tolto il loro sostegno a un uomo che, anche soggetto a

rigorose restrizioni costituzionali, avesse osato assumere il nome e la

dignità di Re.

I sentimenti di Cromwell erano molto diversi. Egli non era più ciò che

era stato; nè sarebbe giusto considerare il cangiamento che avevano

subito le sue idee, come il semplice effetto della sua ambizione

egoistica. Quando entrò nel Lungo Parlamento, vi portò dal suo ritiro

campestre poca conoscenza di libri, nessuna esperienza degli affari di

Stato, ed un temperamento esacerbato dalla lunga tirannide del Governo

e della gerarchia. Nei tredici anni susseguenti si era in modo non

ordinario educato alle cose politiche. Era stato attore principale in

una serie di rivoluzioni; era stato per lungo tempo l’anima, o almeno

il capo di un partito. Aveva comandato eserciti, riportate vittorie,

negoziato trattati, soggiogato, pacificato e riordinato Regni. Sarebbe

stata cosa strana, in verità, se le sue nozioni fossero rimaste nella

condizione in cui erano quando il suo spirito trovavasi principalmente

occupato de’ suoi campi e della sua religione, e quando i grandi

avvenimenti che variavano il corso della sua vita, erano una fiera di

bestiame o una ragunanza religiosa in Huntingdon. Si accorse che certi

disegni d’innovazione, per cui egli un tempo aveva mostrato zelo,

buoni o cattivi in sè stessi, erano avversi al sentimento generale del

paese; e che, se egli perseverava in tali disegni, non poteva altro

aspettarsi che perpetue turbolenze, da domarsi solo con la spada.

Egli quindi voleva ristaurare, in tutte le sue parti essenziali,

quell’antica Costituzione, che il popolo aveva sempre amata, e che

poi amaramente desiderava. La via calcata poscia da Monk, non era per

anche aperta a Cromwell. La memoria di un solo terribile giorno divise

per sempre il gran regicida dalla famiglia degli Stuardi. Il partito

cui egli poteva appigliarsi, era soltanto quello di ascendere al trono

d’Inghilterra, e regnare secondo l’antica politica inglese. Se gli

fosse riuscito di far ciò, avrebbe potuto sperare che le ferite della

lacerata patria si sarebbero presto rimarginate. Gran numero d’uomini

onesti e tranquilli si sarebbero stretti intorno al suo seggio. Quei

realisti che amavano più le istituzioni che la dinastia, l’ufficio di

Re più che Carlo I e Carlo II, avrebbero tosto baciato la mano del re

Oliviero. I Pari, che allora rimanevano cupi e solitari nel ritiro

de’ loro castelli, e ricusavano di prender parte alla cosa pubblica,

convocati al Parlamento dall’editto di un re assiso sul trono,

avrebbero lietamente riassunte le loro antiche funzioni. Northumberland

e Bedford, Manchester e Pembroke, sarebbero stati orgogliosi di portare

la corona e gli sproni, lo scettro e il globo, innanzi al ristauratore

dell’aristocrazia. Un sentimento di lealtà avrebbe gradatamente

affezionato il popolo alla nuova dinastia; ed alla morte del fondatore

di tal dinastia, la dignità regia sarebbe discesa con universale

acquiescenza ai suoi posteri.

I più destri realisti pensavano che siffatte mire erano savie, e che

se a Cromwell fosse stato concesso di seguire il proprio giudicio,

l’esule dinastia non sarebbe mai più risalita sul trono d’Inghilterra.

Ma il suo disegno era direttamente opposto al sentire della sola classe

ch’egli non osava offendere. Il nome di re era odioso ai soldati.

Parecchi di loro mal volentieri pativano che l’amministrazione dello

Stato fosse nelle mani di un solo. La gran maggioranza, non pertanto,

era disposta a sostenere il suo generale, come primo magistrato

elettivo della Repubblica, contro tutte le fazioni che potessero per

avventura avversare l’autorità di lui; ma non avrebbe consentito

ch’egli assumesse il titolo regio, o che quella dignità, ch’era

equo compenso del suo merito personale, fosse dichiarata ereditaria

nella sua famiglia. Ciò che gli rimaneva a fare, era di dare alla

nuova Repubblica una Costituzione, che somigliasse a quella della

vecchia monarchia tanto quanto piacesse all’armata. Perchè non si

dicesse ch’egli si fosse da sè elevato al nuovo potere, convocò un

Consiglio, composto in parte d’individui sul sostegno de’ quali ei

poteva riposare, in parte di altri de’ quali poteva di leggieri sfidare

l’opposizione. Tale Assemblea, ch’egli chiamò Parlamento, e cui il

popolaccio appose il nome di uno de’ suoi più cospicui membri, cioè

Parlamento di Barebone, dopo di essersi per breve tempo fatta segno al

pubblico scherno, depose nelle mani del generale i poteri ricevuti da

lui, e gli lasciò piena libertà di foggiare a suo talento un sistema di

governo.

LXIV. Il suo disegno, fin da principio, somigliava considerevolmente

alla vecchia Costituzione inglese; ma in pochi anni egli credè

opportuno spingersi più oltre, e ristaurare quasi ogni parte

dell’antico sistema sotto nuovi nomi e nuove forme. Il titolo di re non

fu ristabilito, ma le prerogative regie vennero affidate ad un alto

protettore. Il sovrano fu chiamato non Sua Maestà, ma Sua Altezza;

non fu coronato ed unto nell’Abbadia di Westminster, ma solamente

intronizzato, decorato della spada dello Stato, vestito d’un manto

purpureo, e gli fu fatto presente d’una ricca Bibbia nella Sala di

Westminster. Il suo ufficio non fu dichiarato ereditario, ma gli fu

concesso di nominare il suo successore; e nessuno dubitava ch’egli

avrebbe nominato il proprio figlio.

Una Camera de’ Comuni era parte necessaria del nuovo sistema politico.

Nel costituirla, il Protettore fece mostra d’una saviezza e d’uno

spirito pubblico, che non furono pienamente apprezzati da’ suoi

contemporanei. I vizi del vecchio sistema rappresentativo, comunque

non fossero cotanto gravi come in appresso divennero, erano già stati

notati dagli uomini di senno. Cromwell riformò quel sistema secondo

gli stessi principii a norma de’ quali Pitt, centotrenta anni dopo,

tentò di riformarlo, e a norma de’ quali è stato finalmente riformato

ai tempi nostri. I piccoli borghi vennero privati della franchigia

elettorale, anche molto più di quello che furono nel 1832: e il numero

dei deputati delle contee fu grandemente accresciuto. Poche città che

non erano rappresentate, avevano acquistata importanza. Di tali città,

le più considerevoli erano Manchester, Leeds ed Halifax: a tutte e

tre fu concessa la rappresentanza. I rappresentanti della capitale

furono aumentati di numero. La franchigia elettiva fu riformata in

guisa, che ogni uomo d’una certa considerazione, possidente o non

possidente di terre libere, votava nella contea di sua residenza.

Pochi scozzesi e pochi coloni inglesi stabiliti in Irlanda, furono

chiamati all’Assemblea, che doveva esercitare le funzioni legislative

in Westminster per tutto il reame.

Creare una Camera de’ Lordi era impresa meno facile. La democrazia

non ha mestieri di prescrizione. La monarchia spesso è esistita senza

siffatto sostegno. Ma l’ordine patrizio è l’opera del tempo. Oliviero

trovò già esistente una nobiltà ricca, rispettata e popolare agli

occhi de’ cittadini, quanto lo sia mai stata qualunque altra nobiltà.

Se egli, come Re d’Inghilterra, avesse comandato ai Pari di accorrere

al Parlamento, secondo le antiche costumanze del Regno, molti di

loro avrebbero senza dubbio obbedito allo appello. Ciò non potè egli

fare, ed invano offrì ai capi delle più illustri famiglie un posto

nel suo nuovo Senato. Essi pensavano non potere accettare la nomina

ad un’Assemblea improvvisata, senza rinunciare agli aviti diritti e

tradire l’ordine loro. Il Protettore, quindi, si trovò nella necessità

di riempire la Camera Alta di uomini nuovi, i quali, nelle ultime

vicissitudini, s’erano resi cospicui. Fu questo il meno felice dei suoi

disegni, e spiacque a tutti. La moltitudine, che sentiva venerazione ed

affetto pei grandi nomi storici del paese, schernì una Camera di Lordi

ove sedevano alcuni fortunati birrai e calzolai, alla quale pochi degli

antichi Nobili furono invitati, e da cui tutti quei vecchi Nobili che

vi furono invitati, volgevano sdegnosi le spalle.

Il modo in che furono costituiti i Parlamenti di Cromwell, nondimeno,

era cosa di poco momento, poichè egli possedeva i mezzi di condurre

l’amministrazione senza il loro sostegno, e a dispetto della loro

opposizione. Pare che volesse governare costituzionalmente, e

sostituire l’impero delle leggi a quello della spada. Ma si accorse

tosto, ch’egli, odiato com’era dai realisti e dai presbiteriani,

poteva trovare salvezza soltanto nell’assolutismo. La prima Camera de’

Comuni che il popolo elesse per comando di lui, ne mise in questione

l’autorità, e fu disciolta senza avere compito un solo atto. La sua

seconda Camera de’ Comuni, tuttochè lo riconoscesse come Protettore, e

volentieri lo avrebbe fatto Re, si ostinò a non volere riconoscere i

Lordi novellamente creati. Non rimanevagli altro da fare che sciogliere

di nuovo il Parlamento. «Dio,» esclamò egli partendo, «sia giudice tra

voi e me!»

Ciò non ostante, siffatte dissensioni non infiacchirono

l’amministrazione del Protettore. Quei soldati che non gli avrebbero

concesso di assumere il titolo di Re, lo sostenevano tutte le volte

ch’egli tentava atti di potere, vigorosi quanto non ne tentò mai

nessun altro re inglese. E però il Governo, quantunque in forma di

Repubblica, era un vero dispotismo, temperato soltanto dalla saviezza,

dalla sobrietà e dalla magnanimità del despota. Il paese fu partito in

distretti militari, i quali vennero posti sotto il comando di Maggiori

Generali. Qualunque tentativo d’insurrezione veniva prontamente

represso e punito. La paura che ispirava il potere della spada

impugnata da una mano così vigorosa, ferma ed esperta, domò lo spirito

dei Cavalieri e de’ Livellatori. I leali gentiluomini dichiararono

essere tuttavia pronti, come sempre, a rischiare le loro vite per

l’antico Governo e l’antica dinastia, qualora vi fosse la più lieve

speranza di riuscita; ma porsi alla testa de’ loro servi ed affittuarii

e farsi incontro alle picche di legioni vincitrici in cento battaglie

ed assedi, sarebbe stato lo stesso che fare lo inutile sacrificio di un

sangue onorevole ed innocente. Realisti e repubblicani, non avendo più

speranza nell’aperta resistenza, cominciarono a maturare neri disegni

di assassinio; ma il Protettore vigilava, ed uscendo dalle mura del

suo palazzo, le spade sguainate e le corazze delle sue fide guardie

facevangli siepe per ogni lato.

S’egli fosse stato un principe crudele, licenzioso e rapace, la nazione

avrebbe fatto un estremo sforzo per liberarsi dalla dominazione

militare. Ma gli aggravi che pativa il paese, tuttochè eccitassero lo

scontento, non erano tali da spingere grandi masse di popolo a porre

a repentaglio le vite, le sostanze e la tranquillità delle proprie

famiglie. Le tasse, quantunque fossero più gravose che non erano sotto

gli Stuardi, non parevano di gran peso quando paragonavansi a quelle

degli Stati vicini, e si ragguagliavano ai mezzi dell’Inghilterra. Le

proprietà erano sicure. Perfino i Cavalieri, i quali astenevansi di

turbare il nuovo Governo, godevano in pace di ciò che era loro rimasto

fra il trambusto delle guerre civili. Le leggi erano violate solo

ne’ casi che riguardavano la salvezza e il Governo del Protettore.

La giustizia tra uomo e uomo era amministrata con esattezza ed

onestà non conosciute per lo innanzi. In Inghilterra non v’era stato

Governo, dalla Riforma in poi, meno persecutore di quello di Cromwell

nelle questioni religiose. Gli sventurati Cattolici Romani, a dir

vero, appena venivano considerati come cristiani; ma al clero della

caduta Chiesa Anglicana era permesso di praticare il proprio culto, a

condizione di astenersi dal predicare intorno a cose politiche. Anche

agli Ebrei, ai quali il pubblico culto fino dal secolo decimoterzo era

stato inibito, fu permesso, a dispetto della forte opposizione de’

mercanti gelosi e de’ teologi fanatici, di edificare una sinagoga in

Londra.

La politica estera del Protettore, nel tempo stesso, otteneva

l’approvazione di coloro che più lo detestavano. I Cavalieri potevano

appena frenarsi dal desiderare che colui che aveva fatto tanto per

innalzare la fama del paese, fosse un Re legittimo; e i repubblicani

erano costretti a confessare che il tiranno non perdonava ad altri,

fuori che a sè stesso di far torto al paese, e che se egli l’aveva

spogliato della libertà, lo aveva in ricambio coperto di gloria. Dopo

mezzo secolo in cui l’Inghilterra nella politica d’Europa pesava poco

più di Venezia o della Sassonia, essa divenne subitamente la Potenza

più formidabile del mondo; dettava condizioni di pace alle Provincie

Unite, vendicava gl’insulti comuni fatti alla Cristianità da’ pirati di

Barberia, vinceva gli Spagnuoli per terra e per mare, s’impossessava

d’una delle più considerevoli isole d’America, e conquistava sul

littorale fiammingo una fortezza, che consolò l’orgoglio nazionale

della perdita di Calais. Ella aveva la supremazia dell’Oceano. Era a

capo degl’interessi protestanti. Tutte le Chiese riformate sparse nei

Regni cattolici riconoscevano Cromwell come loro tutore. Gli Ugonotti

della Linguadoca, i pastori che nelle capanne delle Alpi professavano

un protestantismo più antico di quello di Augusta, vivevano sicuri

dall’oppressione per il solo terrore di quel gran nome. Lo stesso Papa

era costretto a predicare umanità e moderazione ai Principi papisti;

poichè una voce che rade volte minacciava invano, aveva dichiarato

che se il popolo di Dio venisse tormentato, i cannoni inglesi si

sarebbero fatti sentire in Castel Sant’Angelo. A dir vero, non vi

era cosa che Cromwell, per utile di sè e della sua famiglia, potesse

tanto desiderare quanto una guerra religiosa in Europa. In tal guerra

egli sarebbe stato il capitano degli eserciti protestanti. Il cuore

dell’Inghilterra sarebbe stato con lui. Le sue vittorie sarebbero

state salutate con unanime entusiasmo, non più visto nel paese dopo la

disfatta dell’Armada, ed avrebbero cancellata la macchia che uno solo

atto, condannato dalla voce generale della nazione, ha lasciata nella

sua splendida fama. Sventuratamente, egli non ebbe occasione di far

mostra delle sue ammirevoli virtù militari, tranne contro gli abitanti

delle Isole Britanniche.

Finchè egli visse, il suo potere si mantenne fermo, e fu per i suoi

sudditi obietto di avversione mista ad ammirazione e a paura. Pochi,

veramente, amavano il suo Governo; ma coloro che più l’odiavano,

l’odiavano meno di quel che lo temessero. Se fosse stato un Governo

peggiore, sarebbe stato forse abbattuto, malgrado il suo vigore. Se

fosse stato un Governo più debole, sarebbe stato certamente distrutto,

malgrado tutti i suoi meriti. Ma egli aveva moderazione tanta, da

astenersi da quelle oppressioni che rendono gli uomini insani; ed

aveva una forza ed energia cui nessuno, fuorchè gli uomini resi insani

dall’oppressione, si sarebbero rischiati di aggredire.

LXV. Si è detto spesse volte, ma apparentemente con poca ragione,

che Oliviero morì a tempo per la sua rinomanza, e che la sua vita,

se si fosse prolungata, si sarebbe forse chiusa fra le sciagure e i

disastri. Vero è che fino all’ultimo dì egli venne onorato da’ suoi

soldati, obbedito da tutta la popolazione delle Isole Britanniche, e

temuto da tutti i potentati stranieri; ch’egli fu tumulato in mezzo

ai sovrani d’Inghilterra, con pompa funebre tale, quale non s’era mai

per lo innanzi veduta in Inghilterra; e che il suo figlio Riccardo gli

succedè al potere con tanta quiete, con quanta un Principe di Galles

succederebbe ad un Re legittimo.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 11 / 58 段