LIV. Cominciò allora a manifestarsi nello infermo corpo politico una

nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte

parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali

i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione

erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva,

sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli

appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle

Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury

o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo,

erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia.

In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini

da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni

nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del

monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio

ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e

per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e

formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del

paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte,

altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con

onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto

mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini

a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato

infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno,

aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco

vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta

condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto

ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel

Parlamento.

LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle

occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata

una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato,

conobbe coll’acuto occhio del genio ciò che Essex, e gli uomini simili

ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide

precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui

tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare

l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi

materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir

vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni

del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di

posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e

zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio

reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di

quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli

animi loro stimoli di potentissima efficacia.

Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente.

Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari

subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la

vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che

s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio

ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in

Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente

perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di

Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.

LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo

modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di

rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato

posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione

della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax,

soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto,

fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero

capo di quelle era Cromwell.

LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo

gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio

reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu

deciso. I Cavalieri dovevano adesso far fronte ad un coraggio pari al

loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una

disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto,

che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi

da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti

e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste–Rotonde

fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi

rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente

stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi,

e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato

agl’Inglesi.

Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano

fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della

loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti

sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega

o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e

le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La

politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui

dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso

di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i

larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti

Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi,

la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso.

Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli,

furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In

seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a

un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico

paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che

ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la

libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal

guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe

più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino

innalzamento.

Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa

fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un

potere senza limite o freno. Nell’estate del 1647, circa un anno dopo

che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il

Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.

LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto

vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo

di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto

alla dittatura militare.

L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era

un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel

nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere

altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla

loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado

d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano.

Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra,

che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di

passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in

climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea.

L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La

paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del

popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto

per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti

eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e

posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali,

diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad

abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del

bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii

degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto

alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi,

siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non

essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per

desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini

inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite

in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè

consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione

che avevano salvata.

In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio

della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a

qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina.

Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli

politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni

intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno,

non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più

pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere

ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato

nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello

meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali

erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri

di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica

potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli

uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del

campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine,

e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di

battaglia.

In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia.

Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette

subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri

comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri

comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo

egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più

rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe

correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano

infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata

venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle

Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne

gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri

puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro

nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere,

ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque

esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare

il di della battaglia come un giorno di sicuro trionfo, e movevano con

fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna

rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi

correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato,

allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell

d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e

i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale,

allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di

numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più

bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa,

che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati

marescialli di Francia.

Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre

armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano

in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel

campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi

o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione

soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne

furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di

specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata

vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento

delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non

fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o

uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante,

produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva

gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle

principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi

lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i

cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano

gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni

dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di

papismo.

LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata.

Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione,

non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente.

Scoppiarono insurrezioni in quelle contee che, mentre ardeva la

guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero,

lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi

vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con

Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi

una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani,

che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò

la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in

Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò

i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale

dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse

fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti

movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior

parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.

Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre

Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli,

Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli

in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in

paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero

de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì

un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al

Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’

suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.

LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno

avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne

Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra,

cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che

governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi

meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come

originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse

nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba

ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di

strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile

impulso; sono questioni che fino ai dì nostri non si sono potute

sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando

generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse

forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi

anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio

giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè

il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli

stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era

necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei

non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati

fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare

il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla

forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni

della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare

come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma

anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo

uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto

scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi

mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale

da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come

follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il

passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito

malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel

sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe

dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi

di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del

Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i

cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo

la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli

già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che

Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato

Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri

avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo

II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo

I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che

tuttavia rabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe

svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza

sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed

importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di

quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra

il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per

mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In

siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo

per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del

Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del

traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni;

levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a

comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di

Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità

e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse

che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro

la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual

proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.

Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse

da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di

quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente

fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale

de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre

si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari

ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un

dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu

mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile

evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le

Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo

scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non

riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad

armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava

aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente

di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordini ai

suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò

pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai

connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria

moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà

a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito

in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo

ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni

che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da

lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re,

che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra

loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi

difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi.

Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del

partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe

e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella

ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo

stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non

lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.

LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre

a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto

dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un

tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo,

cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare

con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e

molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato

al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche

leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione,

decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde

era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella

de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non

v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra

gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo

fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè

ne rimanesse eterna ricordanza. Godevano a malincuore dello scandalo

che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica

dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il

regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento

a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire

pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in

pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più

presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò

per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla

maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre

il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa.

Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di

giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale

rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore,

assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto

innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto,

nel suo proprio palazzo.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 10 / 58 段