nuova specie di gravi sintomi. Erano, fin da principio, nella parte
parlamentare taluni uomini che volgevano in mente pensieri dai quali
i più rifuggivano inorriditi. Questi uomini nelle cose di religione
erano indipendenti. Pensavano che ogni congregazione cristiana aveva,
sotto Cristo, suprema giurisdizione nelle faccende spirituali; che gli
appelli ai sinodi provinciali e nazionali ripugnavano quasi tanto alle
Scritture, quanto gli appelli alla corte dell’arcivescovo di Canterbury
o al Vaticano; e che il papismo, il prelatismo e il presbiterianismo,
erano semplicemente tre diverse forme d’una medesima grande apostasia.
In politica essi erano, servendoci della frase di quel tempo, uomini
da ramo e da radice; frase che risponde al vocabolo in uso ai giorni
nostri, voglio dire radicali. Non paghi di limitare il potere del
monarca, bramavano di erigere una repubblica sopra le ruine del vecchio
ordinamento politico. Dapprima erano poco notevoli e per numero e
per importanza; ma non ancora erano trascorsi due anni di guerra, e
formavano, se non la più numerosa, di certo la più potente fazione del
paese. Alcuni de’ più vecchi capi parlamentari erano mancati per morte,
altri avevano perduta la pubblica fiducia. Pym era stato sepolto con
onori principeschi fra le tombe de’ Plantageneti. Hampden era caduto
mentre studiavasi, con eroico esempio, d’inanimire i suoi concittadini
a far fronte alla feroce cavalleria di Rupert. Bedford era stato
infido alla causa nazionale. Northumberland, come era noto a ciascuno,
aveva animo tiepido. Essex e i suoi luogotenenti avevano mostrato poco
vigore e destrezza nel condurre le faccende della guerra. In cosiffatta
condizione di cose, il partito degli Indipendenti, ardente, risoluto
ed esperto, cominciò ad innalzare audace la fronte nel campo e nel
Parlamento.
LV. L’anima di questo partito era Oliviero Cromwell. Educato alle
occupazioni pacifiche, a quaranta e più anni d’età, aveva accettata
una commissione nell’armata parlamentare. Appena divenne soldato,
conobbe coll’acuto occhio del genio ciò che Essex, e gli uomini simili
ad Essex, con tutta l’esperienza loro, non sapevano intendere. Vide
precisamente dove stava la forza dei realisti, e i soli mezzi con cui
tale forza poteva vincersi. S’accorse che era mestieri riordinare
l’armata del Parlamento. S’accorse parimente, che v’erano copiosi
materiali ed ottimi a tale scopo; materiali meno appariscenti, a dir
vero, ma più solidi di quelli onde erano composte le valorose legioni
del Re. Era mestieri arrolare reclute che non fossero mercenarie, ma di
posizione decente e di carattere grave, animate dal timore di Dio, e
zelanti della libertà patria. D’uomini di tal sorta compose il proprio
reggimento, e mentre gli assoggettava ad una disciplina più rigida di
quale altra si fosse mai veduta innanzi in Inghilterra, porgeva agli
animi loro stimoli di potentissima efficacia.
Gli eventi del 1644 provarono appieno la superiorità della sua mente.
Nelle contrade meridionali, dove Essex comandava, le forze parlamentari
subirono una serie di vergognosi disastri; ma nelle settentrionali, la
vittoria di Marston Moor fu di pieno compenso a tutte le perdite che
s’erano altrove, sostenute. Quella vittoria non recò un colpo più serio
ai realisti, di quello che recasse al partito fin allora dominante in
Westminster; poichè era cosa notoria, che la giornata sciaguratamente
perduta dai Presbiteriani, era stata ricuperata dalla energia di
Cromwell, e dalla valorosa fermezza de’ guerrieri che lo seguivano.
LVI. Cotesti eventi produssero l’Ordinanza d’abnegazione, e il nuovo
modello dell’armata. Con pretesti decorosi, e con ogni testimonianza di
rispetto, Essex e la maggior parte di coloro i quali avevano occupato
posti eminenti sotto il comando di lui, vennero rimossi, e la direzione
della guerra fu posta in mani dalle sue differentissime. Fairfax,
soldato intrepido, ma di basso intendimento e di carattere irresoluto,
fu fatto generale delle armi; ma lo era di solo nome, poichè il vero
capo di quelle era Cromwell.
LVII. Cromwell affrettossi ad organizzare tutta l’armata secondo
gli stessi principii, giusta i quali aveva organizzato il proprio
reggimento. Com’egli ebbe fornita l’opera, l’esito della guerra fu
deciso. I Cavalieri dovevano adesso far fronte ad un coraggio pari al
loro, ad un entusiasmo più forte di quello onde erano animati, ad una
disciplina che loro mancava affatto. Passò tosto in proverbio il detto,
che i soldati di Fairfax e di Cromwell erano uomini differentissimi
da quelli di Essex. In Naseby seguì il primo scontro tra i realisti
e le rifatte schiere del Parlamento. La vittoria delle Teste–Rotonde
fu piena e decisiva. Essa fu seguita da altri trionfi succedentisi
rapidamente. In pochi mesi l’autorità del Parlamento venne pienamente
stabilita in tutto il reame. Carlo si rifugiò presso gli Scozzesi,
e, con modo che non fa molto onore al carattere loro, fu consegnato
agl’Inglesi.
Mentre l’esito della guerra era tuttavia dubbio, le Camere avevano
fatto morire il Primate; avevano interdetto, nella sfera della
loro autorità, l’uso della liturgia; ed avevano imposto che tutti
sottoscrivessero quel famoso documento conosciuto col nome di Lega
o Convenzione Solenne. Come la lotta ebbe fine, le innovazioni e
le vendette con grandissimo ardore furono spinte agli estremi. La
politica ecclesiastica del Regno fu rimodellata. Moltissimi individui
dell’alto clero vennero spogliati de’ loro beneficii. Multe, spesso
di somme rovinose, vennero inflitte ai realisti, già impoveriti per i
larghi sussidi donati al Re. I beni di molti vennero confiscati; molti
Cavalieri proscritti trovarono utile comprare, con enormi sacrifizi,
la protezione de’ personaggi principali del partito vittorioso.
Grandi dominii, appartenenti alla Corona, ai Vescovi ed ai Capitoli,
furono confiscati, e o dati in concessione, o venduti all’incanto. In
seguito di tali spoliazioni, gran parte del suolo d’Inghilterra fu a
un tratto messo in vendita. Poichè il danaro era scarso, il traffico
paralizzato, il titolo di proprietà mal sicuro; e poichè la paura che
ispiravano gli offerenti che avevano in mano il potere, impediva la
libera concorrenza; i prezzi spesso erano prettamente nominali. In tal
guisa molte antiche ed onorate famiglie scomparvero, e non se ne seppe
più nulla; e molti uomini nuovi mostraronsi sulla scena, con repentino
innalzamento.
Ma mentre le Camere adopravano la propria autorità in quel modo, essa
fuggì rapidamente dalle loro mani. L’avevano ottenuta arrogandosi un
potere senza limite o freno. Nell’estate del 1647, circa un anno dopo
che l’ultima fortezza dei Cavalieri erasi sottomessa al Parlamento, il
Parlamento fu costretto a sottomettersi ai soldati suoi propri.
LVIII. Corsero tredici anni, durante i quali l’Inghilterra fu, sotto
vari nomi e varie forme, governata dalla spada. Giammai, prima o dopo
di quell’epoca, il potere civile della nostra patria non fu soggetto
alla dittatura militare.
L’armata che si recò in mano il supremo potere dello Stato, era
un’armata molto diversa da qualunque altra che se n’è poi veduta nel
nostro paese. Oggimai la paga del soldato comune non è tale da svolgere
altri individui fuorchè quelli delle classi basse degli operai, dalla
loro vocazione. Una barriera quasi insormontabile lo divide dal grado
d’ufficiale. La maggior parte di coloro che vi pervengono, lo comprano.
Sono così numerose e vaste le dipendenze remote dell’Inghilterra,
che chiunque si arruola alla truppa di linea, deve attendersi di
passare molti anni della propria vita in esilio, e parecchi anni in
climi non favorevoli alla salute ed al vigore della razza europea.
L’armata del Lungo Parlamento venne raccolta pel servizio interno. La
paga del soldato comune era maggiore del guadagno che l’individuo del
popolo poteva sperare dal proprio lavoro; e qualora si fosse distinto
per intelligenza e per coraggio, poteva sperare di levarsi a posti
eminenti. Le file, quindi, erano composte di uomini, per educazione e
posizione, superiori alla moltitudine. Questi uomini, sobrii, morali,
diligenti ed assuefatti alla riflessione, erano stati indotti ad
abbracciare il mestiere delle armi, non già dagli incitamenti del
bisogno, non dal desio di novità o di licenza, non dagli artificii
degli ufficiali reclutatori, ma dallo zelo religioso e politico, misto
alla brama di acquistarsi onore e spingersi in alto. Essi vantavansi,
siccome ne troviamo ricordo nelle loro solenni risoluzioni, di non
essere stati costretti alla milizia, nè d’averla abbracciata per
desiderio di lucro; di non essere giannizzeri, ma liberi cittadini
inglesi, i quali, di loro propria voglia, avevano poste le loro vite
in pericolo per la libertà e la religione dell’Inghilterra; perocchè
consideravano come loro debito espresso vegliare sul bene della nazione
che avevano salvata.
In una milizia siffattamente composta, potevano senza pregiudizio
della sua utilità, tollerarsi quelle tali licenze, che, concesse a
qualunque altra soldatesca, avrebbero sovvertita ogni disciplina.
Generalmente parlando, i soldati, i quali si costituissero in circoli
politici, eleggessero i loro delegati e prendessero risoluzioni
intorno ad alte questioni di Stato, scoterebbero tosto ogni freno,
non sarebbero più un’armata, e diverrebbero la massa peggiore e più
pericolosa del popolo. Nè sarebbe sicuro, ai tempi nostri, permettere
ne’ reggimenti adunanze religiose, nelle quali un caporale versato
nella lettura della Bibbia infiammasse la divozione del suo colonnello
meno istruito, e desse avvertimenti al suo maggiore recidivo. Ma tali
erano la intelligenza, la gravità, la padronanza di sè, nei guerrieri
di Cromwell, che nel loro campo una organizzazione religiosa e politica
potè esistere senza recar nocumento alla organizzazione militare. Gli
uomini stessi i quali facevansi notare come demagoghi e predicatori del
campo, godevano bella reputazione di fermezza, di spirito d’ordine,
e di pronta obbedienza nelle guardie, negli esercizi e nel campo di
battaglia.
In guerra, nulla valeva a resistere a questa straordinaria milizia.
Il ferreo coraggio, che forma l’indole del popolo inglese, ricevette
subitamente, mercè del sistema di Cromwell, regola e stimolo. Altri
comandanti hanno mantenuto un ordine egualmente rigoroso; altri
comandanti hanno ispirato nei petti dei loro seguaci uno zelo
egualmente fervido: ma nel solo campo di Cromwell trovavasi la più
rigida disciplina congiunta al più ardente entusiasmo. Le sue truppe
correvano alla vittoria con la precisione delle macchine, mentre erano
infiammate del più selvaggio fanatismo de’ crociati. Da quando l’armata
venne riordinata fino a quando si sbandò, non trovò mai o nelle
Isole Britanniche o nel Continente un nemico che potesse sostenerne
gl’impeti. In Inghilterra, Scozia, Irlanda, Fiandra, i guerrieri
puritani, spesso circuiti da difficoltà, talvolta lottanti contro
nemici tre volte più numerosi, non solamente non mancarono di vincere,
ma non mancarono mai di distruggere e tagliare in pezzi qualunque
esercito si fosse loro presentato. Finalmente, giunsero a considerare
il di della battaglia come un giorno di sicuro trionfo, e movevano con
fiducia sprezzante contro i più rinomati battaglioni d’Europa. Turenna
rimase attonito alla severa esaltazione con cui i suoi alleati inglesi
correvano al combattimento, ed espresse la gioia di un vero soldato,
allorquando gli fu detto che era costume de’ lancieri di Cromwell
d’allegrarsi grandemente quando guardavano in faccia il nemico; e
i Cavalieri banditi provarono l’emozione dell’orgoglio nazionale,
allorquando videro una brigata de’ loro concittadini, inferiori di
numero ai nemici ed abbandonati dagli alleati, porre in rotta la più
bella fanteria spagnuola, ed aprirsi il passo in una controscarpa,
che era stata pur allora giudicata inespugnabile dai più sperimentati
marescialli di Francia.
Ma ciò che principalmente distingueva l’armata di Cromwell dalle altre
armate, era l’austera moralità e il timore di Dio, che prevalevano
in tutte le file. I più zelanti realisti confessano, che in quel
campo singolare non s’udiva una bestemmia, non si vedevano ubriachi
o giuocatori, e che, per tutto il tempo che durò la dominazione
soldatesca, gli averi de’ pacifici cittadini e l’onore delle donne
furono reputati sacri. Se si commisero oltraggi, furono oltraggi di
specie molto diversa da quelli cui di leggieri si abbandona un’armata
vittoriosa. Non vi fu nè anche una fantesca che muovesse lamento
delle galanti aggressioni de’ soldati. Una sola dramma d’argento non
fu rapita nelle botteghe degli orefici. Ma un sermone pelagiano, o
uno sportello sul quale fosse dipinta la Madonna col divino Infante,
produceva nelle file dei Puritani tale un eccitamento, che richiedeva
gli estremi sforzi degli ufficiali per essere dominato. Una delle
principali difficoltà di Cromwell fu quella d’impedire che i suoi
lancieri e dragoni si gettassero sopra i pergami de’ sacerdoti, i
cui discorsi (per servirmi dell’espressione di que’ tempi) non erano
gustosi; e moltissime delle nostre cattedrali serbano tuttavia i segni
dell’odio onde quegli spiriti austeri abbonivano ogni vestigio di
papismo.
LIX. Affrenare il popolo inglese non fu lieve impresa per quell’armata.
Non appena fu sentito il peso della tirannide militare, che la nazione,
non assuefatta a tanto servaggio, cominciò ad agitarsi ferocemente.
Scoppiarono insurrezioni in quelle contee che, mentre ardeva la
guerra, avevano mostrata cieca sommissione al Parlamento. A dir vero,
lo stesso Parlamento aborriva i suoi vecchi difensori più che i suoi
vecchi nemici, e bramava di venire a patti di accomodamento con
Carlo a danno dell’armata. Nel tempo medesimo, in Iscozia formossi
una coalizione tra i realisti e un grosso corpo di presbiteriani,
che detestavano le dottrine degl’indipendenti. Finalmente scoppiò
la procella. I popoli si sollevarono in Norfolk, in Suffolk, in
Essex, in Kent, in Galles. La flotta nel Tamigi subitamente innalzò
i regi colori, si spinse in mare, e minacciava la costa meridionale
dell’isola. Grossa mano di armati scozzesi valicò i confini, e giunse
fino alla contea di Lancaster. Potrebbe ben sospettarsi che siffatti
movimenti venissero riguardati con segreta compiacenza dalla maggior
parte dei membri della Camera de’ Lordi, e di quella de’ Comuni.
Ma il giogo dell’armata non poteva scuotersi in quella guisa. Mentre
Fairfax spegneva le insurrezioni nelle vicinanze della metropoli,
Oliviero domava gli insorgenti Gallesi, e riducendo i loro castelli
in rovine, moveva contro gli Scozzesi. Le sue truppe erano poche in
paragone degl’invasori; ma egli non aveva costume di contare il numero
de’ suoi nemici. L’armata scozzese fu onninamente distrutta. Susseguì
un cangiamento nel governo della Scozia. Un’amministrazione ostile al
Re formossi in Edimburgo; e Cromwell, diventato più che mai l’idolo de’
suoi soldati, ritornò trionfante a Londra.
LX. Allora un disegno a cui sul principio della guerra civile nessuno
avrebbe osato alludere, e che non era meno incompatibile con la Solenne
Convenzione, di quello che fosse con le vecchie leggi d’Inghilterra,
cominciò ad assumere una forma distinta. Gli austeri guerrieri che
governavano la nazione, avevano per lo spazio di parecchi mesi
meditata una tremenda vendetta contro il Re prigioniero. Quando e come
originasse tale disegno; se movesse dai comandanti e si diffondesse
nelle file, o dalle file si appigliasse ai comandanti; se si debba
ascrivere ad una politica che si serviva del fanatismo come di
strumento, o al fanatismo che trascinava la politica con irresistibile
impulso; sono questioni che fino ai dì nostri non si sono potute
sciogliere perfettamente. Se non che, sembra probabile, considerando
generalmente le cose, che colui che pareva menare gli altri, fosse
forzato a seguirli; e che in questa occasione, come avvenne pochi
anni dopo in una occasione simigliante, egli sacrificasse il proprio
giudicio e le proprie inclinazioni ai voleri dell’armata. Poichè
il potere ch’egli aveva stabilito, era un potere che neanche egli
stesso valeva a raffrenare; e onde potesse sempre comandare, era
necessario ch’ei talvolta obbedisse. Protestò pubblicamente, che ei
non era stato l’iniziatore della cosa, che i primi passi erano stati
fatti senza esserne stato reso partecipe, che non potè consigliare
il Parlamento a dare il colpo, ma sottopose i propri sentimenti alla
forza delle circostanze, che sembravano manifestare gli alti disegni
della Provvidenza. Siffatte proteste si sogliono sempre considerare
come esempio della ipocrisia di che comunemente ei viene tacciato. Ma
anche coloro che lo chiamano ipocrita, non oserebbero di chiamarlo
uno stolto. È loro debito mostrare ch’egli voleva conseguire un alto
scopo, incitando l’armata a commettere un atto ch’egli non rischiossi
mai di ordinare. Parrebbe cosa assurda supporre che egli, il quale
da’ suoi nemici degni di rispetto non venne mai rappresentato come
follemente crudele ed implacabilmente vendicativo, avesse fatto il
passo più importante di tutta la sua vita, mosso solo da spirito
malevolo. Era tanto savio da conoscere, quando consentì a versare quel
sangue augusto, ch’egli compiva un fatto inespiabile, che sveglierebbe
dolore ed orrore non solo negli animi de’ realisti, ma negli animi
di nove decimi di coloro i quali avevano parteggiato a favore del
Parlamento. Siano quali si vogliano le visioni che turbavano i
cervelli degli altri, ei di certo non sognava di repubblica, secondo
la forma degli antichi, nè del regno millenario dei Santi. S’egli
già aspirava a farsi fondatore d’una nuova dinastia, era chiaro che
Carlo I era un rivale meno formidabile di quello che sarebbe stato
Carlo II. Nell’istante della morte di Carlo I, ciascuno de’ Cavalieri
avrebbe conservata la propria lealtà in tutta la sua purezza a Carlo
II. Carlo I era prigioniero; Carlo II sarebbe stato libero. Carlo
I era obietto di sospizione e disgusto a gran parte di coloro che
tuttavia rabbrividivano al pensiero di ucciderlo; Carlo II avrebbe
svegliato tutto l’interesse che accompagna la giovinezza e la innocenza
sventurata. È impossibile credere che considerazioni così ovvie ed
importanti fuggissero alla mente del più grande uomo politico di
quell’età. Vero è che Cromwell, un tempo, intese a farsi mediatore fra
il trono ed il Parlamento; o a riordinare lo Stato in isfacelo, per
mezzo del potere della spada, sotto la sanzione del nome regio. In
siffatto disegno egli perseverò finchè non fu costretto ad abbandonarlo
per la insubordinazione dei soldati e per la incurabile doppiezza del
Re. Sorse un partito nel campo, che vociferando chiedeva la testa del
traditore, il quale trattava con Agag. Si formarono cospirazioni;
levaronsi romorose minacce d’accusa. Scoppiò un ammutinamento, a
comprimere il quale bastarono appena il vigore e la risolutezza di
Cromwell. E quantunque, per mezzo d’una giudiciosa mistura di severità
e di dolcezza, gli fosse riuscito di ristabilire l’ordine, s’accorse
che sarebbe stato estremamente difficile e pericoloso contendere contro
la rabbia de’ guerrieri, i quali consideravano il caduto tiranno qual
proprio nemico, e quale nemico del loro Dio.
Nel tempo stesso si vide più che mai manifesto come nel Re non fosse
da fidarsi. I vizi di Carlo erano cresciuti; e, a dir vero, erano di
quella specie di vizi, che le difficoltà e le perplessità generalmente
fanno risaltare in tutta la loro luce. L’astuzia è lo scudo naturale
de’ deboli. E però un principe il quale è abituato ad ingannare mentre
si trova nell’altezza della possanza, non è verosimile che impari
ad esser franco in mezzo agl’impacci ed alle sciagure. Carlo era un
dissimulatore non solo privo di scrupoli, ma sventurato. Non vi fu
mai uomo politico al quale siano state attribuite con innegabile
evidenza tante fraudi e tante falsità. Egli pubblicamente riconobbe le
Camere di Westminster come Parlamento legittimo, e nel medesimo tempo
scrisse nel suo Consiglio un atto privato, in che dichiarava di non
riconoscerle. Protestò pubblicamente di non essersi mai rivolto ad
armi straniere per domare i suoi popoli, mentre privatamente implorava
aiuto dalla Francia, dalla Danimarca o dalla Lorena. Negò pubblicamente
di avere impiegati i papisti, e nel medesimo tempo mandava ordini ai
suoi generali per impiegare ogni papista che volesse servire. Prestò
pubblicamente in Oxford il giuramento, promettendo di non esser mai
connivente al papismo; mentre privatamente assicurava la propria
moglie, che egli intendeva tollerarlo in Inghilterra; e dette facoltà
a lord Glamorgan di promettere che il papismo verrebbe ristabilito
in Irlanda. Finalmente, tentò d’uscire d’impaccio a danno del suo
ministro. Glamorgan ricevè, tutte scritte di mano del Re, riprensioni
che dovevano esser lette da altri, o lodi che dovevano esser vedute da
lui solo. Fino a tal segno allora erasi spinta la indole falsa del Re,
che i suoi più devoti amici non si poterono frenare dal querelarsi fra
loro, con amaro dolore e vergogna della torta politica di lui. I suoi
difetti, dicevano essi, davano loro meno molestia de’ suoi intrighi.
Dall’istante in cui fu fatto prigioniero, non v’era individuo del
partito vittorioso che egli non cercasse avvolgere fra le sue lusinghe
e fra le sue macchinazioni; ma non gli toccò peggiore ventura di quella
ch’egli ebbe allorquando si studiò di blandire Cromwell, nel tempo
stesso che voleva minargli il terreno; e Cromwell era uomo da non
lasciarsi vincere nè dalle blandizie nè dalle macchinazioni.
LXI. Cromwell doveva risolvere se mai fosse cosa prudente porre
a rischio l’affetto che gli portava il suo partito, lo affetto
dell’armata, la propria grandezza, anzi la sua propria vita, per un
tentativo che probabilmente sarebbe riuscito vano; pel tentativo,
cioè, di salvare un principe che non si sarebbe potuto mai vincolare
con nessun giuramento. La determinazione fu presa dopo molte lotte e
molti sospetti, e forse non senza molte preghiere. Carlo fu abbandonato
al proprio destino. I così detti Santi militari, sfidando le antiche
leggi del Regno, non che il sentimento quasi universale della nazione,
decisero che il Re dovesse espiare col proprio sangue i delitti onde
era reo. Egli per qualche tempo aspettassi una morte simile a quella
de’ suoi infelici predecessori, Eduardo II e Riccardo II. Ma non
v’era pericolo d’un tale tradimento. Coloro i quali lo tenevano fra
gli artigli, non erano coltellatori notturni. Ciò ch’essi fecero, lo
fecero perchè servisse di spettacolo al cielo ed alla terra, e perchè
ne rimanesse eterna ricordanza. Godevano a malincuore dello scandalo
che davano. L’essere l’antica Costituzione e l’opinione pubblica
dell’Inghilterra direttamente opposte al regicidio, circondava il
regicidio di un fascino straordinario agli occhi di un partito intento
a produrre una completa rivoluzione politica e sociale. Onde conseguire
pienamente il loro scopo, era mestieri che innanzi tutto facessero in
pezzi ogni parte della macchina del Governo; ed era una necessità più
presto gradevole che penosa agli animi loro. La Camera de’ Comuni votò
per un accomodamento col Re. I soldati con la forza si opposero alla
maggioranza. I Lordi unanimemente rigettarono la proposta di porre
il Re sotto processo; e la loro sala venne immediatamente chiusa.
Nessun tribunale legittimo voleva assumersi la responsabilità di
giudicare colui dal quale emanava la giustizia. Creossi un tribunale
rivoluzionario, il quale dichiarò Carlo essere tiranno, traditore,
assassino e nemico pubblico; e la testa gli venne mozza dal busto
innanzi a migliaia di spettatori, di faccia alla sala del banchetto,
nel suo proprio palazzo.