ostilità, e non avevano ancora ponderato le proprie forze, allorchè
giunsero nuove tali che infiammarono le passioni e rinvigorirono
le opinioni di entrambi. I grandi capi di Ulster, i quali al tempo
in cui Giacomo salì al trono, eransi, dopo lunghissima lotta,
sottomessi all’autorità regia, non avevano potuto più lungamente
patire la umiliazione della dipendenza. Avevano congiurato contro
il Governo inglese, ed erano stati dichiarati rei di tradigione. I
loro immensi domini erano stati confiscati dalla Corona; ed erano
corse a popolarli torme di emigrati dalla Inghilterra e dalla Scozia.
Costoro per civiltà ed intelligenza erano assai superiori ai naturali
del paese, e spesso abbusavano di superiorità cosiffatta. I rancori,
generati dalla diversità di razza, si accrebbero per la diversità di
religione. Sotto il ferreo giogo di Wentworth, non fu udito nè anche
un bisbiglio; ma appena cessò quella forte pressura, appena la Scozia
dette lo esempio d’una vittoriosa resistenza, mentre la Inghilterra
era assorta negl’interni dissidi, la soffocata rabbia degl’Irlandesi
eruppe in atti di tremenda violenza. In un attimo, i popoli aborigeni
insorsero contro le colonie. Una guerra alla quale l’odio nazionale
e religioso dette un carattere di particolare ferocia, desolò Ulster
e si estese alle vicine provincie. Il castello di Dublino nè anche
reputavasi luogo di sicurezza. Ciascuna posta recava a Londra racconti
esagerati di fatti, che, anche scevri d’ogni esagerazione, bastavano
a empire l’animo di pietà e d’orrore. Questi sciagurati avvenimenti
svegliarono più che mai lo zelo de’ due grandi partiti che sedevano,
con vicendevole nimistanza, nella sala di Westminster. I realisti
sostenevano esser debito precipuo d’ogni buono inglese e d’ogni buon
protestante, in siffatte circostanze, rinvigorire il braccio del
sovrano. Alla opposizione pareva che allora più che mai vi fossero
fortissime ragioni di invigilarlo e infrenarlo. Il trovarsi la cosa
pubblica in pericolo, era senza dubbio buona ragione per conferire
maggiori poteri ad un magistrato degno di fiducia; ma era parimente
buona ragione per iscemarli o toglierli ad un magistrato che in suo
cuore era nemico pubblico. Era stato scopo precipuo del Re il formare
un grande esercito; ed ora bisognava formarlo. Si doveva, dunque,
temere che ove non si stabilissero nuove guarentigie, le forze
raccolte per risottomettere la Irlanda, venissero adoperate contro le
libertà della Inghilterra. Nè ciò era tutto. Un orribile sospetto,
ingiusto, a dir vero, ma non affatto fuori di natura, era nato in cuore
a molti. La Regina era cattolica romana; il Re non era considerato
dai Puritani, ch’egli aveva spietatamente perseguitati, come sincero
protestante; ed era sì nota a tutti la sua doppiezza, da non esservi
specie di tradimento di cui i suoi sudditi, con qualche apparenza di
ragione, non lo credessero capace. E però, corse subito sorda una voce
che affermava, la ribellione de’ Cattolici Romani di Ulster essere
parte d’una vasta opera di tenebre, immaginata e condotta in Whitehall.
XLIX. Dopo alcuni giorni di preludio, nel dì ventesimosecondo di
novembre 1641, scoppiò il conflitto tra i due grandi partiti, che si
sono poi sempre osteggiati ed osteggiansi tuttavia per recarsi in mano
il reggimento del paese. La opposizione propose, che la Camera de’
Comuni dovesse presentare al Re una rimostranza, enumerando i falli
della amministrazione fino dal tempo in cui egli ascese al trono, e
significando la diffidenza con che il popolo riguardava la politica
di lui. Quell’assemblea che pochi mesi avanti era stata unanime nel
chiedere la riforma degli abusi, si divise in due fiere ed ardenti
fazioni, di forza pressochè uguali. Dopo un violento discutere, che
durò molte ore, la rimostranza fu adottata con la maggiorità di soli
undici voti.
L’esito di tale conflitto giovò grandemente il partito conservatore.
Non era da dubitarsi che soltanto qualche grave indiscrezione potesse
impedirgli di ottenere la preponderanza nella Camera Bassa. La
Camera Alta era già tutta di quel partito. Nessuna cosa mancava per
assicurargli la vittoria, se non che il Re in tutta la sua condotta
mostrasse qualche rispetto per le leggi, ed una scrupolosa buona fede
verso i suoi sudditi.
I suoi primi provvedimenti promisero bene. E’ sembra che finalmente si
fosse indotto a pensare, come era necessario cangiare intieramente il
sistema, e si volesse adattare a ciò che non poteva più oltre evitarsi.
Dichiarò d’essere determinato a voler governare concordemente con la
Camera de’ Comuni, ed a tal fine chiamare ai suoi consigli uomini i
quali, per ingegno e carattere, godessero la fiducia della Camera.
Nè la scelta fu male fatta. Falkland, Hyde e Colepepper, tutti e tre
uomini cospicui per essersi adoperati efficacemente a riformare gli
abusi od a punire i malvagi ministri, vennero invitati ad essere fidi
consiglieri della Corona, ed ebbero da Carlo la solenne assicurazione,
che non avrebbe fatto il minimo passo intorno a ciò che concerneva la
Camera Bassa del Parlamento, senza averne chiesto il loro parere.
E’ non è dubbio che s’egli avesse mantenuta tale promessa, la reazione,
che già progrediva, sarebbe diventata tanto vigorosa, quanto la
potevano desiderare i realisti più rispettabili. Già i più irrequieti
membri dell’opposizione avevano cominciato a disperare delle sorti del
proprio partito, a tremare per la salvezza propria, e parlavano già di
vendere i loro beni ed emigrare in America. Se le belle speranze che
cominciavano a sorridere al Re, svanirono improvvise, se la sua vita
fu amareggiata dall’avversità ed in fine abbreviata dalla violenza, ne
chiami in colpa la propria perfidia e il dispregio delle leggi.
E’ pare certo ch’egli detestasse ambi i partiti in cui era divisa
la Camera de’ Comuni. Nè ciò è strano; perocchè in entrambi l’amore
della libertà e l’amore dell’ordine, comunque con diverse proporzioni,
erano commisti. I consiglieri che Carlo, stretto dalla necessità,
aveva chiamati presso di sè, non erano in nulla graditi al suo cuore.
Avevano partecipato a dannare la sua tirannia, a scemargli i poteri ed
a punire i suoi satelliti. Adesso erano, per vero dire, apparecchiati
a difendere con mezzi rigorosamente legali le legittime prerogative
di lui; ma avrebbero rifuggito dall’orribile pensiero di ritornare
ai tirannici disegni di Wentworth. Essi, dunque, secondo l’opinione
del Re, erano traditori, che differivano solo nel grado della loro
sediziosa malignità da Pym e da Hampden.
L. E quindi Carlo, pochi giorni dopo d’avere promesso ai capi de’
realisti costituzionali di non muovere mai un solo passo d’importanza
senza farneli consapevoli, formò un pensiero, il più serio e tremendo
in tutta la sua vita, lo nascose con gran cura, e lo mandò ad
esecuzione in un modo tale, che ne furono colpiti di terrore e
vergogna. Mandò il Procuratore Generale ad accusare di alto tradimento,
innanzi alla tribuna della Camera de’ Lordi, Pym, Hollis, Hampden ed
altri membri di quella de’ Comuni. Non satisfatto di questa flagrante
violazione della Magna Carta, e della usanza non interrotta di secoli,
andò egli stesso in persona, accompagnato da uomini armati, a porre
le mani addosso ai capi della opposizione dentro la stessa sala del
Parlamento.
Il colpo fallì. I membri incriminati erano partiti dalla sala poco
tempo avanti che vi entrasse Carlo. Ne seguì subitanea e violenta
commozione nel Parlamento, non che nel paese. Lo aspetto più favorevole
onde i più parziali difensori del Re si sono studiati di presentare
la condotta di lui in questa occasione, consiste nello affermare
ch’egli, spinto dai pessimi consigli della consorte e de’ cortigiani,
commettesse un atto gravissimo d’indiscrezione. Ma la voce generale lo
accusava altamente di colpa assai più grave. Nel momento stesso in che
i suoi sudditi, dopo d’essersi lungo tempo tenuti lontani da lui per
la sua cattiva amministrazione, ritornavano a lui con sentimenti di
fiducia e d’affetto, egli meditò di menare un colpo mortale contro i
loro più cari diritti; i privilegi, cioè, del Parlamento, e lo stesso
principio di processare l’individuo innanzi ai giurati. Aveva mostrato
di considerare l’opposizione ai suoi disegni arbitrari come delitto che
doveva espiarsi col sangue. Aveva rotta la fede non solo al suo Gran
Consiglio ed al suo popolo, ma ai suoi stessi aderenti. Aveva fatto
ciò, che, se stato non fosse un caso impreveduto, avrebbe probabilmente
suscitato un sanguinoso conflitto attorno il seggio presidenziale.
Coloro i quali predominavano nella Camera Bassa, compresero allora
che non solamente la potenza e popolarità, ma i beni e le vite loro,
dipendevano dall’esito della lotta in cui trovavansi involti. Lo zelo,
che già veniva meno, del partito avverso alla Corte, in uno istante si
riaccese. La notte che seguì all’oltraggio tentato, tutta la città di
Londra fu in armi. In poche ore, le vie che conducevano alla metropoli
erano popolate da torme di borghesi, irrompenti verso Westminster, coi
segni della causa parlamentare fitti ai loro cappelli. Nella Camera
de’ Comuni la opposizione a un tratto divenne irresistibile, e adottò,
con una grandissima maggioranza di voti, provvedimenti di violenza
senza esempio precedente. Forti legioni di milizie, che regolarmente
davansi la muta, facevano la guardia attorno il palazzo di Westminster.
Le porte della reggia erano tuttodì assediate dalla furibonda
moltitudine, le cui minacce ed esecrazioni pervenivano fino alla sala
d’udienza, e che i gentiluomini della Corte appena potevano impedire
che irrompesse negli appartamenti reali. Se Carlo fosse rimasto più a
lungo nella sua tempestosa metropoli, è probabile che la Camera de’
Comuni avrebbe trovata una scusa per farlo, sotto forme esteriori di
rispetto, prigioniero di stato.
LI. Egli si allontanò da Londra, per non ritornarvi mai fino al giorno
d’un terribile e miserando giudicio. Iniziaronsi negoziati, che
durarono molti mesi. I partiti contendenti scagliavansi vicendevolmente
recriminazioni ed accuse: ogni via d’accomodamento era impossibile.
La pena che colpisce la perfidia abituale, finalmente colse quel
tristo principe. Nulla gli valsero gli sforzi onde egli impegnò la sua
regia parola, ed invocò il Cielo a testimonio della sincerità delle
sue promesse. Giuramenti e trattati più non bastavano a vincere la
diffidenza de’ suoi avversari, i quali pensavano di non avere sicurtà
se non quando il Re fosse ridotto ad assoluta impotenza. Chiedevano,
quindi, ch’egli rendesse non solo quelle prerogative che aveva
usurpate violando le antiche leggi e le sue proprie recenti promesse,
ma anco altre prerogative che i re inglesi avevano fruito da tempo
immemorabile, e seguitano a fruire anco ai dì nostri. Gli volevano
togliere la potestà di nominare i Ministri, di creare i Pari, senza il
consenso delle Camere. Soprattutto, volevano privare il Governo della
suprema autorità militare, che, fino da tempi cui non giungono umani
ricordi, era sempre appartenuta alla dignità regia.
Non era da sperarsi che Carlo, finchè gli rimanessero mezzi di
resistenza, assentirebbe le predette dimande. Nondimeno sarebbe
difficile mostrare che le Camere avrebbero, per la propria salvezza,
potuto contentarsi di meno. Veramente ondeggiavano in una tempesta di
opposti pensieri. La gran maggioranza della nazione aderiva fermamente
alla monarchia ereditaria. Coloro che nutrivano sentimenti repubblicani
erano ancora pochi, e non rischiavansi a parlare alto. Era quindi
impossibile abolire il principato. Nulladimeno, facevasi a tutti
manifesto come il Re non fosse degno di nessuna fiducia. Sarebbe stato
assurdo in coloro i quali per proprio esperimento conoscevano ch’egli
bramava distruggerli, il contentarsi di presentargli un’altra petizione
di diritti, ed ottenere nuove promesse, simiglianti a quelle ch’egli
aveva più volte fatte e violate. Nessuna cosa, fuorchè il difetto di
un esercito, gli aveva impedito di abbattere l’antica Costituzione del
reame. Ed essendo allora necessario formare un grande esercito regolare
per riconquistare l’Irlanda, sarebbe stata vera demenza lasciare il
Re nella pienezza di quella autorità militare, che i suoi antecessori
avevano esercitata.
Ogni qualvolta uno Stato si trova nelle condizioni in cui a que’ tempi
trovavasi l’Inghilterra, e il regio ufficio è riguardato con amore e
venerazione, e l’uomo che occupa quell’ufficio ha l’odio e la sfiducia
de’ popoli, la via da tenersi sembra evidente. Conservisi la dignità
dell’ufficio; si mandi via la persona che indegnamente lo esercita.
Così i nostri antenati operarono nel 1399 e nel 1689. Se nel 1642 vi
fosse stato un uomo locato in un posto simile a quello che Enrico di
Lancaster occupava allorchè Riccardo II venne deposto dal trono, e che
il Principe d’Orange occupava nel tempo della deposizione di Giacomo
II, le Camere probabilmente avrebbero cangiata la dinastia, e non
avrebbero fatto nessun mutamento formale nella Costituzione. Il nuovo
re, chiamato al trono dai loro voti, e dipendente dal loro sostegno,
sarebbe stato costretto a condurre il governo dello Stato a seconda
delle voglie ed opinioni loro. Ma nel partito parlamentare non v’era
principe di sangue reale; e quantunque quel partito avesse nel proprio
seno molti uomini d’altissimo grado e molti altri di inclita mente, non
eravi nessuno che splendidamente giganteggiasse su tutti, in modo da
essere proposto come candidato per la Corona. Dovendoci essere un re, e
non essendoci modo a trovarne un altro, era necessario lasciare a Carlo
il titolo regio. Altra via, dunque, non rimaneva che questa; separare
il titolo dalle regie prerogative.
I mutamenti che le Camere proposero da farsi alle nostre istituzioni,
tuttochè sembrino esorbitanti, ove vengano, ordinandoli ad articoli
di capitolazione, maturamente considerati, equivalgono a un dipresso
ai mutamenti prodotti dalla Rivoluzione che avvenne nella generazione
susseguente. Egli è vero che, a tempo della Rivoluzione, al sovrano la
legge non toglieva la potestà di nominare i suoi Ministri; ma è anche
vero che, dopo la Rivoluzione, nessun Ministro si è potuto mantenere
sei soli mesi in ufficio a dispetto della Camera de’ Comuni. È vero che
il sovrano tuttavia ha la potestà di creare i Pari, e la potestà più
importante della spada; ma è anche vero che nello esercizio di tali
poteri al sovrano, dalla Rivoluzione in poi, sono sempre stati guida
e consiglieri che godono la fiducia de’ Rappresentanti della nazione.
Difatti, i capi del partito delle Teste–Rotonde nel 1642, e gli uomini
di Stato che, circa cinquanta anni appresso, compirono la Rivoluzione,
miravano al medesimo scopo. Il quale era quello di porre fine alla
contesa tra la Corona e il Parlamento, rivendicando al Parlamento
il sindacato supremo sopra il potere esecutivo. Gli uomini di Stato
della Rivoluzione conseguirono cotesto fine cangiando la dinastia.
Le Teste–Rotonde del 1642, non potendo cangiare la dinastia, furono
costretti a prendere una via diretta onde conseguire lo scopo.
Non possiamo, ad ogni modo, maravigliarci che le richieste
dell’opposizione, le quali importavano un trapasso pieno e formale
al Parlamento dei poteri che sempre erano appartenuti alla Corona,
scotessero quel gran partito che ha per principii il rispetto per
l’autorità costituita, e la paura delle innovazioni violente. Aveva
di recente nutrita la speranza di ottenere con mezzi pacifici il
predominio nella Camera de’ Comuni; ma tale speranza era svanita. La
doppiezza di Carlo aveva resi irreconciliabili i suoi vecchi nemici,
aveva fatti entrare nelle schiere de’ malcontenti moltissimi uomini
moderati già pronti ad accostarsi a lui, ed aveva così crudelmente
mortificati i suoi migliori amici, che per alcun tempo si erano tirati
da parte a rodersi in silenzio di vergogna e dispetto. Adesso,
nondimeno, ai realisti costituzionali fu forza di eleggere fra due
pericoli; onde reputarono debito loro stringersi intorno a un principe
di cui condannavano la condotta e nella cui parola non potevano avere
fiducia, più presto che patire che la regia dignità venisse degradata,
e l’ordinamento politico del Regno interamente rifatto. Con tali
sentimenti, molti uomini che per virtù e ingegno avrebbero onorato
qualsivoglia causa, si posero dalla parte del principe.
LII. Nell’agosto del 1642, le spade alla perfine sguainaronsi; e
quasi in ogni contea del regno, tosto comparvero in armi due fazioni
ostili, l’una di fronte all’altra. Non è agevole affermare quale de’
due lottanti partiti fosse il più formidabile. Le Camere comandavano
Londra e le contee di Londra, la flotta, la navigazione del Tamigi, e
la maggior parte delle grandi città e de’ porti marittimi. Potevano
disporre di quasi tutte le provvigioni militari del regno, e potevano
imporre dazi e sulle mercanzie importate dall’estero, e sopra alcuni
prodotti della industria nazionale. Il Re difettava d’artiglieria
e di munizioni. Le tasse ch’egli impose sopra i distretti rurali
occupati dalle sue truppe, producevano, come sembra probabile, una
somma minore di quella che il Parlamento ricavava dalla sola città di
Londra. Sperava, a dir vero, per aiuti pecuniari nella munificenza
de’ suoi ricchi aderenti. Molti di costoro ipotecarono le loro terre,
impegnarono le loro gioie, e fusero le loro argenterie per soccorrerlo.
Ma l’esperienza ha pienamente provato che la volontaria liberalità
degl’individui, anche in tempi di grande concitamento, è una scarsa
fonte finanziaria, agguagliata alla tassazione severa e metodica che
grava ad un tempo sopra i volenti e i non volenti.
Carlo, nonostante, aveva un vantaggio, il quale, ove egli ne avesse
fatto buon uso, lo avrebbe più che compensato del difetto di provigioni
e di pecunia, e che, malgrado la sua poca destrezza a giovarsene, lo
rese, per alcuni mesi, superiore nella guerra ai suoi avversari. Le
sue truppe dapprima pugnavano assai meglio di quelle del Parlamento.
Ambedue gli eserciti, egli è vero, erano quasi interamente composti
di uomini che non avevano veduto mai un campo di battaglia. Ad ogni
modo, la differenza era molta. Le falangi parlamentari erano ripiene
di genti venderecce, che s’erano arruolate per bisogno o per ozio. Il
reggimento di Hampden era considerato come uno de’ migliori; eppure
Cromwell soleva chiamarlo una marmaglia di paltonieri e di servitori
a spasso. L’esercito regio, dall’altro canto, era composto in gran
parte di gentiluomini, alteri, ardenti, avvezzi a considerare il
disonore come cosa più terribile della morte, assuefatti alla scherma,
al maneggio delle armi da fuoco, a cavalcare arditamente, ed alle
cacce difficili e pericolose, che bene chiamavansi immagini della
guerra. Questi gentiluomini, montati sui loro generosi cavalli, a
capo di piccole bande composte de’ fratelli minori, dei domestici,
dei cacciatori, de’ boscaiuoli loro, dal primo giorno che entrarono
in campo, sapevano sostenere la parte loro in una battaglia. Questi
valorosi volontari non arrivarono mai a conseguire la fermezza,
la pronta obbedienza, la precisione meccanica dei movimenti, che
predistinguono il soldato regolare; ma in sulle prime avevano di fronte
nemici indisciplinati quanto loro, e meno operosi, forti ed arditi.
Per qualche tempo, quindi, i Cavalieri quasi in ogni scontro rimasero
vittoriosi.
Le Camere anche non avevano avuta la fortuna di scegliere un buon
generale. Il grado e la opulenza rendevano il conte d’Essex uno
degli uomini più cospicui del partito parlamentare. Aveva con lode
guerreggiato sul Continente, ed allorquando le ostilità scoppiarono,
godeva sopra ogni altro nel paese alta riputazione militare. Ma tosto
si conobbe che egli era inetto al supremo comando. Aveva poca energia
e nessun ingegno inventivo. La tattica metodica ch’egli aveva imparata
nella guerra del Palatinato, non lo salvò dalla sciagura di essere
soprappreso e sconfitto da un capitano come Rupert, il quale non poteva
pretendere ad altra rinomanza che a quella di ardimentoso uomo di parte.
Nè i maggiori ufficiali ad Essex sottoposti, erano in condizioni di
supplire ai difetti di lui: il che scusa o libera le Camere da ogni
biasimo. In un paese nel quale nessuno de’ viventi aveva mai vista una
gran guerra, non potevano trovarsi generali di sperimentata perizia e
valentia. Era perciò necessario in sulle prime di servirsi d’uomini
inesperti: e naturalmente vennero preferiti coloro che erano cospicui
per condizione o per le doti di cui avevano fatta mostra in Parlamento.
Siffatta scelta appena in un solo esempio fu felice; dacchè nè i
magnati nè gli oratori fecero prova di buoni soldati. Il conte di
Stamford, ch’era uno de’ principali nobili d’Inghilterra, fu rotto a
Stratton dai realisti. Nataniele Fiennes, per sapienza civile a nessuno
secondo fra’ suoi contemporanei, si disonorò per la pusillanime resa di
Bristol. Veramente, di tutti gli uomini di Stato che allora accettarono
alti comandi militari, il solo Hampden, a quanto sembra, portò nel
campo la capacità e la vigoria di mente onde era pervenuto a tanta
altezza nelle cose politiche.
LIII. Nel primo anno della guerra, le armi de’ realisti rimasero
apertamente vincitrici nelle contee occidentali e settentrionali del
paese. Avevano tolta al Parlamento Bristol, seconda città del Regno.
Avevano riportate parecchie vittorie, senza nè anche una perdita
ignominiosa o di grave momento. Fra le Teste–Rotonde l’avversità aveva
incominciato a produrre dissensioni e malcontento. Ora le congiure,
ora i tumulti, tenevano il Parlamento in diuturna trepidazione.
Pensarono fosse necessario fortificare Londra contro le milizie del
Re, ed impiccare in su gli usci delle proprie case alcuni cittadini
turbolenti. Taluni de’ più cospicui Pari, che fino allora erano rimasti
in Westminster, fuggirono alla Corte in Oxford; e non v’ha dubbio, che
se a quel tempo le operazioni de’ Cavalieri fossero state dirette da
una mente forte e sagace, Carlo sarebbe tosto ritornato trionfante a
Whitehall.
Ma il Re lasciò fuggirsi di mano quel bene augurato momento, che non
ritornò mai più. Nell’agosto del 1643 accampò di faccia alla città di
Gloucester, la quale venne difesa dagli abitanti e dal presidio con
una perseveranza che, in tutto il corso della guerra, non avevano mai
mostrata i partigiani del Parlamento. Londra ne sentì emulazione. La
milizia cittadina si offerse di correre dove i suoi servigi potessero
essere utili. In breve tempo si raccolsero numerose forze militari,
che cominciarono a muoversi verso occidente. Gloucester fu liberata
dall’assedio. I realisti in ogni angolo del reame rimasero scorati; si
rinfrancò lo spirito della parte parlamentare; e i Lordi apostati, i
quali di recente da Westminster erano fuggiti ad Oxford, affrettaronsi
a ritornare da Oxford a Westminster.