lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si
sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino
a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali.
Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una
semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non
poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione
costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster.
Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente
da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male
costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite
di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati
ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano
considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva
proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli;
comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla
Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il
popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile.
Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato
contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia;
con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta
dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio
di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere
intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il
confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse,
infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del
paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie
i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in
antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza
di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due
classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni
erano animati dallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli
antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano
ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox.
La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e
religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese
che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più
destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi,
diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra.
In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche
avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale
odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi
feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa
Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di
quella di Roma.
Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano
sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie
modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano.
Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una
sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la
più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel
modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine
determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana;
o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella
dell’Inghilterra, differiva in peggio.
A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole
ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra
patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle
cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne
rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi
e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse
alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che
parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia;
ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi
degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo
intorno ad antifone e genuflessioni, ad altari ed abiti clericali,
vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva
volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere
necessaria la convocazione del Parlamento.
XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva
prodotti i riferiti effetti.[12] Essa veramente aveva capovolti e
confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava
di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la
insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del
re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra
la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe
stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi,
se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne
convocato nella primavera del 1640.
La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo
costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova
Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono
di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi.
La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più
cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e
scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica
e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii
del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono
minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare
ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il
Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.
Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla
convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il
nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il
giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo
spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo.
Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni
intorno alla loro condotta parlamentare, e non ne ricevendo risposta
nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente
il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il
lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del
carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni
forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee.
La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente
dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta
per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.
Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva
intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo
quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della
nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era
composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da
cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’
sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano
più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali
facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le
truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo
i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti
diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti.
Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi
frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi
soldati erano pronti a farlo in pezzi.
Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re
illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare
un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso.
I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero
generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come
classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle
antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste
riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò
un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così
prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli
voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nè
anche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della
necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono
che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo
eransi spaventevolmente accresciuti.
XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale,
malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e
gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono
i beni del governo costituzionale.
Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni
mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni,
l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva
ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente
inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere
riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla
giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e
parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni,
e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del
Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi
elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata,
l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che,
dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle
prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò
inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord
cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch
si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford,
processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno
stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad
un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o
sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso
dagli stessi rappresentanti.
Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641
si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con
grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non
solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a
firmare, con manifesti segni di repugnanza, un atto dove dichiaravasi
lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.
XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo.
Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle
epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera
esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi
sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso,
a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era
sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità
d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le
società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà
d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine
e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere,
nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella
navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche,
trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che
tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni
incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica,
vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe
di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere
sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che
esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che
accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come
un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche
cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli
estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine
comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni
frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli
e licenziosi.
Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire
una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a
riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei
tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi
sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra
distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti
anni d’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò
come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza
conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la
Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla
superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la
caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi
con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore,
i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota
la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che
raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto
triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla
fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro.
Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro
che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani
parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di
Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu
fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland.
La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia,
fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno
di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che
colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere
giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri
della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la
minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò
vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano
in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge
retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento
per il carattere e l’amministrazione di Strafford.
Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed
allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo,
riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a
quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia,
onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno
di fronte all’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che
tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.
Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a
ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo
di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo
proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso
non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti
grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i
partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe
potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella
libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare
e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo
sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata
specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due
rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una
dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.
Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’
politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio.
V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte
venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a
porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi
entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite
perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma
la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal
dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari,
abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due
partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro
per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia
ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.
È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata
la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno
mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre
stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che
talvolta si è mostrata inerte e neutrale, e tal’altra ha ondeggiato
ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi
anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato
partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini,
talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo
concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè
ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa
impossibile ogni resistenza.
Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve
che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo
stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai
quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro,
insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre,
non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il
numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che
fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano.
Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi
alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia
fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria,
splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro
que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando
dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano;
perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo
lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo
dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani.
La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede.
Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il
quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione,
non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e
avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che
amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era
probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il
regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci.
I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a
sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in modo
da essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che
a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro
proprio.
La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti
delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano
capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali
noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford
ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime
file trovavasi la intera classe de’ protestanti non–conformisti,
e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori
delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state
generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni
municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera
de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.
A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le
provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati
realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono
stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti
più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati
con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad
ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero
sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che
tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre
anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York,
ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non
esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo
militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate
corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro
la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere
sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione
della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a
cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno
espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la
ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose, sarebbe
insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e
necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il
parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un
ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la
nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia.
Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa
affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire
le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute,
dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari
è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio
nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo
sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico,
ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni
aggressione.»
Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può
considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore
destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle
libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i
disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’
Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano
Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma
se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi
sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua
amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità
maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti.
Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro
secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione
e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci
a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della
paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte
le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola
cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara
esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.