XLIV. Frattanto, un atto d’insana bacchettoneria cangiò improvvisamente

lo aspetto delle pubbliche faccende. Se il Re fosse stato savio, si

sarebbe attenuto ad una politica cauta e blanda verso la Scozia fino

a che si fosse reso assoluto signore delle contrade meridionali.

Imperocchè fra tutti i suoi regni la Scozia era quello dove una

semplice favilla avrebbe potuto produrre un incendio generale. Non

poteva temere, egli è vero che sorgesse in Edimburgo una opposizione

costituzionale simile a quella ch’egli aveva incontrata in Westminster.

Il Parlamento del suo regno settentrionale era un corpo ben differente

da quello che portava il medesimo nome in Inghilterra. Era male

costituito, poco rispettato, e non aveva mai opposto nessun limite

di grave momento ad alcuno de’ predecessori di Carlo. I tre Stati

ragunavansi in una sola Camera. I commissari de’ borghi erano

considerati come dipendenti dai grandi nobili. Nessun atto poteva

proporsi se prima non fosse stato approvato dai Lordi degli Articoli;

comitato che in sostanza, benchè non formalmente, veniva nominato dalla

Corona. Ma, quantunque il Parlamento scozzese fosse ossequioso, il

popolo scozzese era sempre stato singolarmente torbido e irrefrenabile.

Aveva scannato Giacomo I nella camera da letto; erasi più volte armato

contro Giacomo II; aveva ucciso Giacomo III sul campo di battaglia;

con la sua disobbedienza fatto morire di crepacuore Giacomo V; deposta

dal trono ed imprigionata Maria; condotto in cattività il figlio

di lei: l’indole di quel popolo seguitava, come sempre, ad essere

intrattabile. I suoi costumi erano rozzi e marziali. Lungo tutto il

confine meridionale, e lungo la linea tra le contrade alte e le basse,

infuriava una guerra incessante di ladroneccio. In ogni parte del

paese gli abitanti erano assuefatti a vendicare con le mani proprie

i torti sofferti. Il sentimento di lealtà, che la nazione aveva in

antico mostrato verso la casa regale, erasi intiepidito nell’assenza

di due sovrani. Dividevansi la influenza sopra l’opinione pubblica due

classi di malcontenti; i signori del suolo e i predicatori: gli uni

erano animati dallo stesso spirito che aveva più volte spinti gli

antichi Douglass a resistere agli antichi Stuardi; gli altri avevano

ereditato le opinioni repubblicane e l’invincibile spirito di Knox.

La popolazione si sentiva oltraggiata ne’ sentimenti nazionali e

religiosi. Tutte le classi querelavansi che il loro paese, quel paese

che con tanta gloria aveva difesa la propria indipendenza contro i più

destri e valorosi Plantageneti, fosse, per opera di principi scozzesi,

diventato non già di nome, ma in sostanza, provincia dell’Inghilterra.

In nessuna parte d’Europa la dottrina e la disciplina calvinistiche

avevano messe così profonde radici ne’ cuori del popolo, il quale

odiava la Chiesa Romana d’un odio che potrebbe giustamente chiamarsi

feroce, e sentiva avversione quasi uguale a quell’odio contro la Chiesa

Anglicana, la quale sempre più andava riassumendo le sembianze di

quella di Roma.

Il Governo aveva da lungo tempo voluto estendere il sistema anglicano

sopra l’isola intera, e con tale scopo aveva fatte parecchie

modificazioni estremamente disgustevoli ad ogni presbiteriano.

Nondimeno, fra tutte le innovazioni, non aveva tentato di farne una

sola la quale, saltando direttamente all’occhio del popolo, era la

più rischiosa di tutte. Il culto divino veniva tuttavia praticato nel

modo accettabile alla nazione. Ciò non ostante, Carlo e Laud infine

determinaronsi d’imporre a forza agli Scozzesi la liturgia anglicana;

o, a dir meglio, una liturgia che nei punti in cui differiva da quella

dell’Inghilterra, differiva in peggio.

A codesta misura, presa per ebbrezza di tirannide e per colpevole

ignoranza e più colpevole dispregio del pubblico sentire, la nostra

patria va debitrice della propria libertà. Il primo esperimento delle

cerimonie straniere produsse una sommossa, la quale rapidamente divenne

rivoluzione. L’ambizione, il patriottismo, il fanatismo, svegliaronsi

e si confusero in un solo torrente. La intera nazione insorse, e corse

alle armi. La potenza dell’Inghilterra veramente era, secondo che

parve manifesto alcuni anni dopo, bastevole a costringere la Scozia;

ma gran parte del popolo inglese partecipava ai sentimenti religiosi

degl’insorgenti; e molti Inglesi che non avevano nessuno scrupolo

intorno ad antifone e genuflessioni, ad altari ed abiti clericali,

vedevano con satisfazione il progredire d’una ribellione che pareva

volesse sconcertare i disegni arbitrari della corte, e rendere

necessaria la convocazione del Parlamento.

XLV. Wentworth non ebbe colpa nella stolta smargiassata che aveva

prodotti i riferiti effetti.[12] Essa veramente aveva capovolti e

confusi tutti i disegni di lui. Nonostante, l’indole sua non comportava

di consigliare il governo a sottomettersi. Tentossi di spegnere la

insurrezione adoperando le armi. Ma le forze militari e lo ingegno del

re non erano pari alla gravità dell’opera. Imporre nuove tasse sopra

la Inghilterra, a dispetto della legge, in quelle circostanze sarebbe

stata insania. Altro partito, adunque, non rimaneva cui appigliarsi,

se non se quello di ragunare un Parlamento; il quale, difatti, venne

convocato nella primavera del 1640.

La nazione gioiva sperando di veder risorgere il governo

costituzionale, e riaversi de’ mali ch’ella sosteneva. La nuova

Camera de’ Comuni fu più temperante e più ossequiosa verso il trono

di qualunque altra ch’erasi adunata dalla morte di Elisabetta in poi.

La moderazione di questa assemblea è stata altamente lodata dai più

cospicui realisti, e pare che avesse cagionato non lieve disturbo e

scoraggiamento ai capi dell’opposizione; ma Carlo, per insana politica

e poco generosa abitudine, ricusava sempre di appagare i desiderii

del suo popolo fino a che tali desiderii non fossero espressi in tono

minaccioso. Appena la Camera de’ Comuni mostrossi inchinevole a fare

ragione alle oppressioni che da undici anni pesavano sulla nazione, il

Re con manifesti segni di malumore sciolse il Parlamento.

Dallo scioglimento di questa assemblea di corta durata alla

convocazione di quel sempre memorabile consesso conosciuto sotto il

nome di Lungo Parlamento, corsero pochi mesi, durante i quali il

giogo venne con severità maggiore aggravato sulla nazione, mentre lo

spirito di questa svegliavasi più irato che mai a scuotere quel giogo.

Il Consiglio privato interrogò alcuni membri della Camera de’ Comuni

intorno alla loro condotta parlamentare, e non ne ricevendo risposta

nessuna, gli gettò in carcere. Le esazioni della imposta concernente

il mantenimento della flotta, furono fatte con più grande rigore. Il

lord gonfaloniere e gli sceriffi di Londra vennero minacciati del

carcere per la loro moderazione nel riscuoterla. Si fecero conscrizioni

forzate. A mantenere le milizie, si smunse pecunia dalle contee.

La tortura, che era sempre stata illegale ed era stata di recente

dichiarata tale anche dai servili giudici di quella età, venne inflitta

per l’ultima volta in Inghilterra nel mese di maggio 1640.

Adesso, tutto dipendeva dalle operazioni militari che il Re aveva

intraprese contro gli Scozzesi. Fra le sue truppe esisteva pochissimo

quel sentimento che divide i soldati di professione dalla massa della

nazione, e gli attacca ai loro condottieri. Il suo esercito era

composto in massima parte di reclute, che desideravano lo aratro da

cui erano state violentemente strappate, e che essendo animate de’

sentimenti religiosi e politici allora prevalenti nel paese, erano

più formidabili ai loro capi che all’inimico. Gli Scozzesi, ai quali

facevano animo i capi della opposizione inglese e debole resistenza le

truppe inglesi, valicarono il Tweed e il Tyne, ed accamparonsi lungo

i confini della contea di York. Allora il mormorare de’ malcontenti

diventò un frastuono, che impaurì, tranne un solo, i cuori di tutti.

Ma Strafford ambiva tuttavia a raggiungere il suo scopo, ed in questi

frangenti mostrò indole così crudele e dispotica, che i suoi stessi

soldati erano pronti a farlo in pezzi.

Rimaneva ancora un ultimo espediente, il quale, secondo che il Re

illudevasi, l’avrebbe potuto salvare dalla ignominia di affrontare

un’altra Camera de’ Comuni. A quella dei Lordi egli era meno avverso.

I vescovi gli erano affezionati; e quantunque i Pari secolari fossero

generalmente malcontenti della sua amministrazione, avevano, come

classe, cotanto interesse a mantenere l’ordine e la stabilità delle

antiche istituzioni, che non era verosimile richiedessero vaste

riforme. Contro la non interrotta costumanza di secoli, ei convocò

un gran consiglio composto di soli Pari. Ma costoro furono così

prudenti da non assumere le funzioni incostituzionali di cui egli

voleva rivestirli. Senza pecunia, senza credito, senza autorità nè

anche nello stesso suo campo, gli fu forza cedere alla pressura della

necessità. Le Camere furono convocate; e le nuove elezioni provarono

che, dalla primavera in poi, la sfiducia e l’odio contro il governo

eransi spaventevolmente accresciuti.

XLVI. Nel novembre del 1640 adunossi quel famoso Parlamento, il quale,

malgrado i suoi molti errori e disastri, è degno della riverenza e

gratitudine di tutti coloro che in qualsivoglia parte del mondo godono

i beni del governo costituzionale.

Nel corso dell’anno che seguì, nessuna grave scissura d’opinioni

mostrossi in ambedue le Camere. Per lo spazio di quasi dodici anni,

l’amministrazione civile ed ecclesiastica era stata cotanto oppressiva

ed incostituzionale, che perfino quelle classi le quali generalmente

inchinano all’ordine ed alla autorità, erano pronte a promuovere

riforme popolari, e tradurre i satelliti della tirannide innanzi alla

giustizia. Fu fatta una legge che prescriveva che fra parlamento e

parlamento non potesse esservi un intervallo maggiore di tre anni,

e che se in tempo debito non venissero spedite ordinanze munite del

Gran Sigillo, gli ufficiali potevano senza esse convocare i collegi

elettorali per la elezione de’ rappresentanti. La Camera Stellata,

l’Alta Commissione, il Consiglio di York furono aboliti. Coloro che,

dopo d’avere patito inumane mutilazioni, marcivano in fondo alle

prigioni, riacquistarono la libertà. La vendetta della nazione piombò

inesorabilmente sopra i principali ministri della corona. Il lord

cancelliere, il primate, il lord luogotenente vennero accusati. Finch

si salvò fuggendo. Laud fu gettato in fondo alla Torre. Strafford,

processato, fu fatto morire per virtù dell’Atto di Morte. Nel giorno

stesso in cui passò questa legge, il Re dette il suo assenso ad

un’altra legge, per la quale obbligavasi a non aggiornare, prorogare o

sciogliere il Parlamento esistente senza averne ottenuto il consenso

dagli stessi rappresentanti.

Dopo dieci mesi di continuo travaglio, le Camere nel settembre del 1641

si aggiornarono per poco tempo, e il Re visitò la Scozia. Potè con

grave difficoltà pacificare quel regno, dopo di avere consentito non

solo ad abbandonare i suoi disegni di riforma ecclesiastica, ma anco a

firmare, con manifesti segni di repugnanza, un atto dove dichiaravasi

lo episcopato essere contrario alla parola di Dio.

XLVII. Le vacanze del Parlamento inglese durarono un mese e mezzo.

Il giorno in cui le Camere riaprirono le adunanze, forma una delle

epoche più memorabili nella nostra storia. Da esso data la vera

esistenza, come corpi distinti, de’ due grandi partiti che hanno poi

sempre governato con alterna vicenda il paese. In un certo senso,

a dir vero, la distinzione, che allora divenne più manifesta, era

sempre stata e sarà sempre, come quella che nasce dalle diversità

d’indole, d’intendimento e d’interesse, che trovansi in tutte le

società, e vi si troveranno finchè la mente umana non cesserà

d’essere trascinata per opposti sentieri dalla forza dell’abitudine

e da quella della novità. Non solo nella politica, ma nelle lettere,

nelle arti, nelle scienze, nella chirurgia e nella meccanica, nella

navigazione e nell’agricoltura, anzi nelle stesse matematiche,

trovasi distinzione siffatta. In ogni dove è una classe d’uomini che

tenacemente si appigliano a ciò che è antico, e quando anche da ragioni

incontrastabili sieno convinti che la innovazione sarebbe benefica,

vi assentano pavidi e sospettosi. Avvi egualmente un’altra classe

di uomini, ardenti a sperare, audaci a speculare, proni a spingere

sempre innanzi, corrivi a scoprire imperfezioni in tutto ciò che

esiste, spensierati intorno ai perigli ed alle inconvenevolezze che

accompagnano le riforme, ed inclinevoli a laudare ogni mutazione come

un miglioramento. In entrambe queste generazioni di uomini è qualche

cosa degna d’essere commendata; massime in quelli che scostandosi dagli

estremi opposti, ravvicinansi così che paiono starsi in un confine

comune. La sezione estrema dell’una classe è composta di bacchettoni

frenetici; la estrema sezione dell’altra si compone di empirici frivoli

e licenziosi.

Non è dubbio che ne’ nostri Parlamenti primitivi si potrebbe scoprire

una parte di membri vogliosa di conservare, ed un’altra pronta a

riformare. Ma mentre le sessioni della legislatura erano brevi, quei

tali corpi non assumevano forme permanenti e definite, non ordinavansi

sotto capi riconosciuti, non prendevano nomi, segnali o gridi di guerra

distinti. Nei primi mesi del Lungo Parlamento, lo sdegno nato da molti

anni d’illegittima oppressione fu tale, che la Camera de’ Comuni operò

come un solo uomo. Gli abusi, l’un dopo l’altro, disparvero senza

conflitto. Se pochi rappresentanti mostraronsi bramosi di conservare la

Camera Stellata e l’Alta Commissione, impauriti dall’entusiasmo e dalla

superiorità numerica de’ riformisti, contentaronsi di compiangere la

caduta di quelle istituzioni, che non potevano apertamente difendersi

con la più lieve speranza di buon esito. In un’epoca posteriore,

i realisti reputarono cosa utile riportare ad una data più remota

la divisione fra essi e i loro avversarii, e attribuire l’atto che

raffrenava il Re dal disciogliere o prorogare il Parlamento, l’atto

triennale, l’accusa dei ministri e la condanna di Strafford, alla

fazione che poscia mosse guerra al Re. Ma fu artificio poco destro.

Ciascuna di quelle vigorose misure venne attivamente promossa da coloro

che dipoi furono principali fra’ cavalieri. Nessuno de’ repubblicani

parlò del lungo, pessimo governo di Carlo con maggior severità di

Colepepper. Il discorso più notevole in favore dell’atto triennale fu

fatto da Digby. L’accusa del lord cancelliere fu condotta da Falkland.

La dimanda che il lord luogotenente fosse tenuto in istretta prigionia,

fu fatta alla tribuna della Camera de’ Lordi da Hyde. Nessun segno

di disunione si fece scorgere fino a che fu proposta la legge che

colpì Strafford. Anche contro cotesta legge, che non poteva essere

giustificata se non se dallo estremo bisogno, soli sessanta membri

della Camera de’ Comuni votarono. Egli è certo che Hyde non fu con la

minoranza, e che Falkland non solo votò con la maggioranza, ma parlò

vigorosamente a favore della legge. Anche i pochi che scrupoleggiavano

in quanto ad infliggere la pena di morte in virtù d’una legge

retrospettiva, riputarono necessario esprimere grandissimo abborrimento

per il carattere e l’amministrazione di Strafford.

Ma sotto tale concordia apparente ascondevasi un gravissimo scisma; ed

allorquando, nell’ottobre del 1641, il Parlamento, dopo breve riposo,

riaprì le sue sessioni, due partiti opposti, essenzialmente identici a

quelli che sotto nomi diversi lottarono poi sempre, e lottano tuttavia,

onde recarsi in mano il governo della cosa pubblica, comparvero l’uno

di fronte all’altro. Chiamaronsi poscia Tory e Whig; nè sembra che

tali nomi abbiano presto a cadere in disuso.

Non sarebbe difficile comporre una satira o un elogio intorno a

ciascuna di codeste celebri fazioni; imperocchè niuno che non sia scemo

di giudizio e di schiettezza, vorrà sostenere che la fama del suo

proprio partito sia scevra di macchia, o quella del partito avverso

non possa vantare molti nomi illustri, molte azioni eroiche e molti

grandi servigi resi allo stato. Vero è che, quantunque ambidue i

partiti abbiano spesso gravemente fallato, la Inghilterra non avrebbe

potuto far senza nè dell’uno nè dell’altro. Se nelle istituzioni, nella

libertà e nell’ordine che essa gode, i beni che nascono dallo innovare

e quelli che derivano dal conservare, sono stati combinati in modo

sconosciuto a qualsivoglia popolo, possiamo attribuire questa fortunata

specialità ai valorosi conflitti ed alle vicendevoli vittorie delle due

rivali federazioni di uomini di stato, zelantissime entrambe, l’una

dell’autorità ed antichità, l’altra della libertà e del progresso.

Bisogna tenere a mente che la differenza tra le due grandi sezioni de’

politici inglesi è sempre stata più presto di grado, che di principio.

V’erano, e da diritta e da sinistra, certi confini, che rarissime volte

venivano travarcati. Pochi entusiasti, da una parte, erano pronti a

porre tutte le nostre leggi e franchigie ai piedi dei nostri re. Pochi

entusiasti, dall’altra, inclinavano a conseguire frammezzo ad infinite

perturbazioni civili il loro vagheggiato fantasma di repubblica. Ma

la maggior parte di coloro che difendevano la corona, abborriva dal

dispotismo; come i più fra coloro che propugnavano i diritti popolari,

abborrivano dalla anarchia. Nel corso del secolo decimosettimo, i due

partiti due volte sospesero ogni dissenso, e congiunsero le forze loro

per una causa comune. La loro prima coalizione restaurò la monarchia

ereditaria; la seconda rivendicò la libertà costituzionale.

È anche da notarsi, che i due partiti sopradetti non hanno mai formata

la intera nazione; anzi entrambi, insieme considerati, non hanno

mai fatta la maggioranza di quella. Fra l’uno e l’altro vi è sempre

stata una gran massa, che non ha stabilmente aderito a nessuno, che

talvolta si è mostrata inerte e neutrale, e tal’altra ha ondeggiato

ora verso questo or verso quel lato. Tale massa è più volte in pochi

anni passata da uno estremo all’altro, e viceversa. Talora ha cangiato

partito soltanto perchè era stanca di sostenere gli stessi uomini,

talora perchè s’era impaurita dei propri eccessi, talora perchè, avendo

concepite speranze di cose impossibili, erasi disillusa. Ma, semprechè

ha piegato con tutto il suo peso verso uno de’ due lati, ha resa

impossibile ogni resistenza.

Allorchè i partiti rivali mostraronsi con forme distinte, e’ parve

che fossero pressochè egualmente ordinati. Dalla parte del Governo

stavano moltissimi nobili, ed opulenti e assennati gentiluomini, ai

quali nulla mancava, tranne il solo nome, per dirsi nobili. Costoro,

insieme coi loro dipendenti, dello aiuto de’ quali potevano disporre,

non erano piccola potenza nello Stato. Dalla medesima parte stava il

numeroso ceto del clero, entrambe le università, e tutti que’ laici che

fortemente aderivano al governo episcopale ed al rituale anglicano.

Queste classi rispettabili trovavansi in compagnia di meno decorosi

alleati. L’austerità dei Puritani costrinse ad ingrossare la regia

fazione tutti coloro che amavano i piaceri, e affettavano galanteria,

splendore nel vestire, o gusto nelle arti leggiadre. Erano con costoro

que’ tali che campano la vita pascendo gli ozi altrui, cominciando

dal pittore e dal poeta comico fino al funambolo e al ciarlatano;

perocchè bene conoscevano, che, potendo arricchirsi sotto un dispotismo

lussurioso e superbo, sarebbero morti di fame sotto lo austero governo

dei rigoristi. Gli stessi interessi movevano tutti i cattolici romani.

La regina, principessa francese, professava la loro stessa fede.

Sapevasi ch’era grandemente amata e temuta non poco dal marito. Il

quale, benchè fosse indubitevolmente protestante per convinzione,

non guardava di mal occhio gli aderenti alla vecchia religione, e

avrebbe volentieri concessa loro maggior tolleranza di quella che

amava accordare ai presbiteriani. Se la opposizione vinceva, egli era

probabile che le leggi sanguinarie emanate contro i papisti sotto il

regno di Elisabetta, sarebbero state rese più severamente efficaci.

I cattolici romani, quindi, vennero indotti da’ più forti motivi a

sposare la causa della corte. Generalmente, procedettero cauti in modo

da essere tacciati di tiepidezza e codardia; ma è cosa probabile che

a così fare fossero persuasi dallo interesse del re, non che dal loro

proprio.

La forza maggiore dell’opposizione stava nei piccoli liberi possidenti

delle campagne, e ne’ mercanti e bottegai delle città. Costoro erano

capitanati da parecchi aristocratici di gran nome e potenza, fra’ quali

noveravansi i conti di Northumberland, Bedford, Warwick, Stamford

ed Essex, e alcuni altri lordi ricchi e rispettati. Nelle medesime

file trovavasi la intera classe de’ protestanti non–conformisti,

e la maggior parte de’ membri della Chiesa stabilita, sostenitori

delle opinioni calviniste, le quali quarant’anni prima erano state

generalmente abbracciate da’ prelati e dal clero. Le corporazioni

municipali, salvo poche, seguivano il medesimo partito. Nella Camera

de’ Comuni l’opposizione prevaleva, ma non decisamente.

A nessuno de’ partiti mancavano saldi argomenti a sostenere le

provvisioni che voleva adottare. I ragionamenti de’ più illuminati

realisti possono riassumersi nel modo seguente: «È vero che vi sono

stati grandi abusi; ma vi si è posto rimedio. È vero che i diritti

più preziosi sono stati violati; ma sono stati rivendicati e tutelati

con nuove guarentigie. Le sessioni degli Stati del regno, in onta ad

ogni esempio precedente e allo spirito della Costituzione, vennero

sospese per lo spazio di undici anni; ma adesso si è provveduto, che

tra parlamento e parlamento non sia un intervallo maggiore di tre

anni. La Camera Stellata, l’Alta Commissione, il Consiglio di York,

ci opprimevano e spogliavano; ma quelle corti abborrite ormai più non

esistono. Il Lord Luogotenente si studiò di stabilire il dispotismo

militare; ma egli ha pagato col capo il proprio tradimento. Il Primate

corruppe il nostro culto co’ riti papali; ma egli, rinchiuso dentro

la torre, aspetta il giudizio de’ suoi pari. Il Lord Cancelliere

sanzionò un sistema che poneva gli averi d’ogni Inglese a discrezione

della Corona; ma è caduto in disgrazia, è stato rovinato e costretto a

cercare rifugio in terra straniera. I ministri della tirannide hanno

espiati i loro delitti; le vittime della tirannide hanno ricevuta la

ricompensa di quanto hanno sofferto. Stanti così le cose, sarebbe

insania perseverare in quella condotta che era giustificabile e

necessaria allorquando, dopo un lungo intervallo riapertosi il

parlamento, trovammo l’amministrazione altro non essere che un

ammasso di abusi. Ed è oggimai tempo di badare a non ispingere la

nostra vittoria sul dispotismo tanto oltre, da urtar nell’anarchia.

Non abbiamo potuto estirpare le pessime istituzioni che poco fa

affliggevano la patria nostra, senza produrre tali scosse da indebolire

le fondamenta del Governo. Adesso che siffatte istituzioni sono cadute,

dobbiamo affrettarci a rafforzare quello edificio, che non ha guari

è stato nostro debito abbattere. Da ora in poi, porremo ogni studio

nello esaminare ogni innovazione innanzi d’accettarla, e veglieremo

sì che tutte le prerogative di che la legge, per il bene pubblico,

ha rivestito il sovrano, siano rigorosamente difese contro ogni

aggressione.»

Tali erano i sensi di coloro de’ quali l’egregio Falkland può

considerarsi come capo. Dall’altra parte, uomini di non minore

destrezza e virtù sostenevano con pari vigore, che la sicurezza delle

libertà del popolo inglese era più presto apparente che vera, e che i

disegni arbitrari della Corte sarebbero ricomparsi appena la Camera de’

Comuni avesse rallentata la propria vigilanza. Era pur vero—ragionavano

Pym, Hollis e Hampden—che s’erano promulgate molte buone leggi; ma

se quelle fossero bastate a por freno alle voglie del Re, i suoi

sudditi avrebbero avuta poca ragione di muovere lamento della sua

amministrazione. I recenti statuti certamente non avevano autorità

maggiore di quella della Magna Carta e della Petizione dei Diritti.

Nondimeno, nè la Magna Carta santificata dalla venerazione di quattro

secoli, nè la Petizione de’ Diritti sanzionata dopo matura riflessione

e per grave considerazione dallo stesso Carlo, erano riuscite efficaci

a proteggere il popolo. Se una volta fosse tolto il freno della

paura, e lo spirito dell’opposizione venisse a sonnecchiare, tutte

le guarentigie della libertà inglese si risolverebbero in una sola

cosa, cioè nella parola reale; ed era stato provato con lunga ed amara

esperienza, che la parola del re non meritava punto la pubblica fiducia.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 8 / 58 段