Mentre parte del clero anglicano abbandonava il posto che esso in

origine aveva occupato, parte della setta de’ puritani scostavansi,

in un cammino diametralmente opposto, dai principii e dalle usanze

de’ loro padri. La persecuzione che i separatisti avevano sostenuta,

era stata severa tanto da irritare, ma non da distruggere. Non erano

stati domi o sottomessi, ma resi inselvatichiti e caparbi. Secondo

il costume delle sètte oppresse, scambiando i loro sentimenti

vendicativi per emozioni religiose, fomentavano ne’ loro cuori,

leggendo e meditando, l’inchinevolezza a non iscordare le ingiurie

sofferte; e dopo che si furono assuefatti a odiare i loro nemici,

immaginarono di odiare solamente gl’inimici di Dio. Certo il Nuovo

Testamento, anche interpretato con aperta mala fede, non indulgeva

alle passioni malefiche. Ma il Testamento Vecchio conteneva la storia

di un popolo eletto da Dio ad essere testimonio della sua unità e

ministro della sua vendetta, ed in ispecie comandato a operare tali

cose, che se fossero state fatte senza espresso comando divino, si

sarebbero reputate atroci delitti. Agli spiriti cupi e feroci non

tornava difficile trovare in quella storia molti fatti che potessero

agevolmente stiracchiarsi a significati convenevoli ai loro desiderii.

I più rigidi puritani, adunque, cominciarono a sentire per il

Vecchio Testamento una predilezione, che essi forse non confessavano

chiaramente, ma che traluceva in tutti i pensieri e i costumi loro.

Tributavano al linguaggio ebraico quel rispetto che ricusavano alla

lingua nella quale sono a noi pervenuti i discorsi di Cristo e le

epistole di Paolo. Battezzando i loro figliuoli, adoperavano non i nomi

de’ santi cristiani, ma quelli de’ patriarchi e de’ guerrieri ebrei.

Sfidando le espresse e ripetute dichiarazioni di Lutero e di Calvino,

trasmutarono in un sabato giudaico il giorno festivo settimanale,

con cui la Chiesa aveva, fino da’ tempi primitivi, commemorata la

risurrezione del suo Signore. Nella legge mosaica cercavano i principii

della giurisprudenza, e nei libri dei Giudici e dei Re indaga vano

le norme del vivere. I pensieri e discorsi loro versavano sopra

azioni che certamente non vengono ricordate come esempi da imitarsi.

Il profeta che tagliò a pezzi un re prigioniero, il capitano ribelle

che dette a bere ai cani il sangue d’una regina, la matrona che,

violando la fede data e le leggi dell’ospitalità orientale, confisse

il chiodo nel cranio dell’alleato fuggiasco che aveva pur allora

mangiato al desco e dormito sotto la tenda di lei, venivano proposti

come esempi da imitarsi ai Cristiani che pativano la tirannia dei

principi e dei prelati. La morale e i costumi furono sottoposti ad un

codice che somigliava quello della sinagoga, quando essa era nelle

sue peggiori condizioni. Il vestire, il contegno, il linguaggio, gli

studi, i sollazzi di quella rigida setta, furono regolati secondo

principii simili a quelli de’ Farisei, i quali orgogliosi delle loro

mani lavate e de’ loro grandi filatterii, insultavano il Redentore

come violatore del sabato e bevitore di vino. Era peccato lo appendere

ghirlande al maggio, il bere alla salute d’un amico, il lanciare in

aria uno sparviero, il dar la caccia ad un cervo, il giocare a scacchi,

arricciarsi i capelli, portare trine inamidate, suonare la spinetta,

leggere il Fairy Queen. Simiglianti precetti, i quali sarebbero

sembrati insopportabili allo spirito libero e brioso di Lutero, e

spregevoli al tranquillo e filosofico intelletto di Zuinglio, gettarono

sopra la vita il peso di una regola più che monastica. La dottrina e la

eloquenza in cui i grandi riformatori eransi resi illustri, ed a cui

andavano non poco debitori dei loro successi, venivano da questa nuova

scuola di protestanti considerate con sospetto, se non con avversione.

Parecchi rigoristi avevano scrupolo d’insegnare la grammatica latina,

perchè vi s’incontravano i nomi di Marte, di Bacco, di Apollo. Le

belle arti vennero quasi proscritte. Il solenne suono dell’organo era

superstizioso; ed era dissoluta la musica allegra delle maschere di

Ben Johnson. Mezze le più belle pitture d’Inghilterra erano idolatre,

e le altre mezze indecenti. Il rigido puritano a colpo d’occhio

distinguevasi dagli altri uomini per il mondo di vestirsi e di andare,

i capelli cascanti, l’aspra solennità del viso, gli occhi rivolti

in su, il tono nasale della parlatura, e sopra tutto per il gergo

peculiare. Servivasi sempre delle immagini e dello stile della Bibbia.

Ebraismi intrusi a forza nella lingua inglese, e metafore attinte alla

lirica audace dei più remoti secoli e paesi, e applicate agli usi

comuni della vita in Inghilterra, formavano il carattere particolare

di quel gergo, che provocava, non senza cagione, il dileggio e de’

prelatisti e de’ liberali.

In tal guisa, lo scisma politico e religioso, nato nel secolo

decimosesto, si venne, ne’ primi venti anni del susseguente, sempre

estendendo. In Whitehall diventarono di voga certe dottrine tendenti

al dispotismo turco; mentre certe altre tendenti al repubblicanismo

manifestavansi dalla maggior parte de’ membri nella Camera de’ Comuni.

I prelatisti violenti, che erano zelanti della prerogativa, e i

violenti puritani, che erano zelanti de’ privilegi del parlamento,

s’osteggiavano con animosità più forte di quella che, nella precedente

generazione, erasi mostrata fra cattolici e protestanti.

Mentre le menti degli uomini trovavansi in cosiffatte condizioni, il

paese, dopo una pace di molti anni, alla perfine impegnossi in una

guerra che richiedeva grandissimi sforzi. Questa guerra affrettò lo

appropinquarsi della gran crisi costituzionale. Era mestieri che il

Re avesse numerose forze militari, le quali non potevano ottenersi

senza pecunia. Egli non poteva legalmente far danari senza lo assenso

del Parlamento. Ne seguiva quindi, o che egli dovesse amministrare il

governo secondo il sentire della Camera de’ Comuni, o dovesse correre

il rischio di violare le leggi fondamentali del regno in modo, di cui

per parecchi secoli non s’era visto esempio. I Plantageneti e i Tudors,

egli è vero, avevano provveduto al difetto delle loro entrate per mezzo

di un donativo o d’un prestito forzato; ma tali espedienti erano sempre

d’indole temporanea. Il far fronte al peso continuo d’una lunga guerra

con una tassa regolare, imposta senza il consentimento degli Stati

del reame, era tale un passo che lo stesso Enrico VIII non avrebbe

osato fare. L’ora decisiva, adunque, sembrava approssimarsi, in cui al

Parlamento inglese sarebbe toccata la sorte dei senati del continente,

o l’acquisto della preponderanza nel governo dello Stato.

XXXVI. Ma in quel mentre il re Giacomo morì. Carlo I ascese al trono.

Natura lo aveva dotato di molto migliore intendimento, di volontà più

vigorosa, di temperamento più ardente e più fermo, che suo padre non

era. Da costui aveva egli ereditati i principii politici, ed era più

di lui disposto a metterli in opera. Era al pari del padre uno zelante

episcopale; ed era inoltre ciò che il padre non era mai stato, voglio

dire zelante arminiano; e quantunque non fosse papista, amava meglio

i papisti che i puritani. Sarebbe cosa ingiusta negare a Carlo alcune

delle doti convenevoli ad un principe buono e anche grande. Parlava e

scriveva, non, come il padre suo, con la esattezza di un professore,

ma secondo lo stile di un gentiluomo intelligente e bene educato.

Aveva gusto squisito nelle lettere e nelle arti gentili, e modi,

comunque privi di grazia, dignitosi: la sua vita domestica era senza

menda. La perfidia fu la cagione massima de’ suoi disastri, ed è la

macchia precipua che gli deturpa la fama. Veramente, era una incurabile

tendenza quella che lo trascinava per le vie torte e tenebrose. E’

sembrerebbe strano che la sua coscienza, la quale in occasioni di lieve

momento era bastevolmente sensibile, non gli avesse mai rimproverato

cotesto gran vizio. Ma abbiamo ragione di credere ch’egli fosse

perfido non solo per indole e per costume, bensì per principio. Pare

che avesse imparato dai teologi, da lui singolarmente stimati, non

potere tra lui e i suoi sudditi esistere nulla che avesse natura di

mutuo contratto; lui non avere potestà, qualvolta lo avesse voluto,

di deporre la sua autorità dispotica; ed in ogni promessa che egli

facesse, sottointendersi la riserva di romperla in caso di necessità,

della quale necessità era egli stesso il solo giudice.

XXXVII. Allora ebbe principio quel giuoco rischioso dal quale dipesero

le sorti del popolo inglese. La Camera de’ Comuni giuocò ostinatamente;

ma con destrezza, calma e perseveranza mirabili. Erano di guida

all’assemblea alcuni uomini di Stato, che sapevano portare l’occhio

molto più addietro e spingerlo molto più avanti che i rappresentanti

della nazione non facevano. Quegli alti intelletti determinaronsi

di porre il Re in tali condizioni da dovere condurre il governo

dello Stato secondo i desiderii del Parlamento, o indursi a violare

i più sacri principii dello Statuto. Però, brontolando sempre nel

concedergli scarsi sussidi, lo posero nel bisogno di governare o

d’accordo con la Camera de’ Comuni, o sfidando ogni legge. Non mise

tempo fra mezzo, ed elesse. Sciolse il suo primo Parlamento di propria

autorità, e impose tasse. Convocò un secondo Parlamento, e lo trovò più

riottoso del primo. Adottò di nuovo lo espediente di discioglierlo,

impose nuove tasse senza la minima apparenza di legalità, e gettò in

carcere i capi dell’opposizione. Nel tempo stesso, eccitò universale

scontento e timore un nuovo aggravio, che riusciva insopportabilmente

penoso al sentire ed ai costumi della nazione inglese, e che a tutti

gli uomini previdenti sembrava di sinistro augurio. Le compagnie de’

soldati vennero distribuite fra i cittadini onde provvedere agli

alloggi, ed in taluni luoghi la legge marziale fu sostituita all’antica

giurisprudenza del regno.

XXXVIII. Il Re, convocato un terzo Parlamento, tosto si accorse che

la Opposizione erasi fatta più vigorosa e fiera che mai. Divisò

quindi di mutar tattica. Invece di opporre inflessibile resistenza

alle richieste della Camera de’ Comuni, egli, dopo molti alterchi e

molte evasioni, s’indusse ad un patto il quale, ove fosse stato da

lui fedelmente mantenuto, avrebbe stornata una lunga serie di gravi

sciagure. Il Parlamento concesse larghi sussidii. Il re ratificò, nel

modo più solenne, quella legge famosa che è conosciuta sotto il nome di

Petizione dei Diritti, e che forma la seconda Magna Carta delle libertà

dell’Inghilterra. Nel ratificare cotesta legge, egli obbligossi a non

levare danaro senza il consenso di ambedue le Camere, non imprigionare

mai nessuno, tranne nelle debite forme della legge, e non sottoporre

mai più il popolo alla giurisdizione delle corti marziali.

Il giorno in cui, dopo molto indugiare, Carlo dette solennemente la sua

regia sanzione a questo grande atto, fu giorno di gioia e di speranza.

I membri della Camera de’ Comuni, che circondavano la tribuna di quella

de’ Lordi, mandarono alte acclamazioni, appena furono proferite,

secondo l’antica formula, le parole con le quali i nostri principi,

per tanti secoli, hanno significato il loro assenso ai desiderii degli

Stati del regno. A tali acclamazioni fece eco la voce della metropoli e

della intera nazione; ma dopo pochi giorni, divenne a tutti manifesto

che Carlo non intendeva mantenere il patto giurato. Furono raccolti i

sussidii concessi da’ rappresentanti della nazione; ma la promessa,

in grazia della quale erano stati ottenuti, fu rotta. Ne seguì una

violenta contesa. Il Parlamento venne disciolto, con tutti i segni del

regio malumore. Alcuni de’ più cospicui membri furono incarcerati; ed

uno di loro, sir Giovanni Eliot, dopo anni di pene, vi perdè la vita.

Carlo, nondimeno, non potè rischiarsi d’imporre di propria autorità

tasse bastevoli a tirare innanzi la guerra. Affrettossi, dunque, a far

pace coi propri vicini, e rivolse la mente tutta alla politica interna.

Adesso s’apre un’era nuova. Molti re inglesi avevano, in varie

occasioni, commessi atti incostituzionali; ma nessuno aveva mai

sistematicamente tentato di rendersi despota, e di annientare il

Parlamento. Fu questo lo scopo che Carlo si propose. Dal marzo del

1629 all’aprile del 1640 le Camere non furono convocate. Non v’era mai

stato nella nostra storia un intervallo di undici anni tra parlamento

e parlamento. Solo una volta eravi stato un intervallo, lungo la

metà. Basti tal fatto a confutare coloro che affermano, Carlo avere

semplicemente calcate le orme de’ Plantageneti e de’ Tudors.

XXXIX. È indubitabile, secondo la testimonianza de’ più validi

sostenitori del re, che, durante cotesto periodo del suo regno, i

provvedimenti della Petizione dei Diritti furono da lui violati non

secondo le occasioni, ma sempre e sistematicamente; che gran parte

dell’entrate fu riscossa senza nessuna autorità legale; e che gli

individui invisi al governo languirono per anni interi in carcere,

senza essere mai stati tradotti innanzi a nessun tribunale.

Di tali atti è mestieri che la storia chiami responsabile

principalmente il sovrano. Dopo che fu disciolto il terzo parlamento,

egli non ebbe altro primo ministro che sè stesso, comecchè parecchi

uomini ch’erano temprati a secondarlo ne’ suoi fini, dirigessero

diversi dipartimenti dell’amministrazione.

XL. Tommaso Wentworth, creato poscia lord Wentworth e poi conte di

Strafford, uomo grandemente destro, eloquente, animoso, ma d’indole

crudele ed imperiosa, era il consigliere più fido nelle faccende

militari e politiche. Era stato uno de’ più illustri membri della

opposizione, e sentiva verso coloro dai quali erasi diviso, quella

tale malignità, che in tutti i tempi è stata la caratteristica degli

apostati. Conosceva mirabilmente i sentimenti, i mezzi e la politica

del partito al quale un tempo apparteneva, ed aveva formato un disegno

vasto e profondamente meditato, che quasi pervenne a sconcertare la

tattica efficace degli uomini di Stato che dirigevano la Camera dei

Comuni. A tale disegno, nel suo carteggio confidenziale, egli dava il

nome espressivo di completo (_Thorough_). Era suo scopo di fare in

Inghilterra tutto—e più che tutto—ciò che Richelieu andava facendo in

Francia; di rendere Carlo monarca assoluto quanto ogni altro principe

nel continente; di porre gli Stati e la libertà personale dell’intero

popolo a disposizione della corona; di privare le corti di giustizia

d’ogni autorità indipendente anche nelle ordinarie questioni di diritto

civile tra uomo e uomo, e di punire con inesorabile rigore tutti coloro

i quali mormorassero contro gli atti del governo, o anco in modo

decente e regolare ricorressero a qualunque tribunale per ottenere

giustizia contro quegli atti.[9]

Tale scopo s’era egli proposto, e scerneva distintamente le sole vie

per le quali vi poteva giungere. Vero è che in tutte le sue idee

rifulgono chiarezza, coerenza e precisione tali, che s’egli non avesse

aspirato ad un fine pernicioso alla patria ed alla umanità, si sarebbe

reso meritevole della più alta ammirazione. Ben vide non esservi se non

se un solo strumento per mandare ad esecuzione i suoi arditi disegni.

Tale strumento era un esercito stanziale. A formare quindi lo esercito

rivolse tutta l’operosità della sua mente vigorosa. In Irlanda, dove

era vicerè, gli era venuto fatto di stabilire un dispotismo militare,

non solo sopra le popolazioni aborigene, ma anche sopra le colonie

inglesi, e potè gloriarsi che in quell’isola il Re regnava assoluto

quanto potesse esserlo ogni altro principe della terra.[10]

XLI. In questo mentre, l’amministrazione ecclesiastica era

principalmente diretta da Guglielmo Laud, arcivescovo di Canterbury.

Sopra tutti i prelati della Chiesa anglicana, Laud si era dilungato

maggiormente dai principii della Riforma e ravvicinato a Roma. La

sua teologia scostavasi da quella de’ calvinisti anche più di quello

che facesse la teologia degli arminiani d’Olanda. La passione che

egli sentiva per le ceremonie, la riverenza per i giorni festivi,

le vigilie, i luoghi sacri, il suo mal dissimulato disgusto per il

matrimonio degli ecclesiastici, lo ardente e non affatto disinteressato

zelo con cui egli manifestava le pretese del clero al rispetto dei

laici, lo avrebbero reso obietto d’avversione ai puritani anche se

avesse usati mezzi miti e legali per conseguire i suoi fini. Ma

aveva corta intelligenza e poco uso di mondo. Era per indole brusco,

irritabile, veloce a sentire ciò che considerava come dignità propria,

tardo a compatire le altrui sofferenze, e prono allo errore, comune

a tutti gli uomini superstiziosi, di prendere i suoi modi burberi e

maligni per emozioni di zelo religioso. Lui dirigente, ogni angolo del

regno venne sottoposto a diuturna e minuta inquisizione. Ogni piccola

congregazione di separatisti fu spiata e dispersa. Gli stessi atti

di divozione delle famiglie private non valevano a sottrarsi alla

vigilanza de’ suoi esploratori. Tanta era la paura che il suo rigore

ispirava, che l’odio mortale contro la Chiesa, il quale covava in cuore

di moltissimi, veniva generalmente travestito sotto le apparenze di

conformismo. Nella stessa vigilia delle perturbazioni che furono fatali

a lui ed al suo ordine, i vescovi di varie grandi diocesi poterono

riferirgli come nel cerchio delle loro giurisdizioni non si trovasse nè

anche un dissenziente.[11]

XLII. I tribunali non prestavano protezione ai sudditi contro la

tirannia civile e clericale di quel tempo. I giudici del diritto

comune, che occupavano l’ufficio a volontà del re, mostravansi

scandalosamente ossequiosi. Nondimeno, comunque ossequiosi, erano

strumenti meno pronti ed efficaci del potere arbitrario, di quel che

lo fosse un’altra specie di corti, la cui memoria tuttavia, dopo

dugento e più anni, è profondamente abborrita dalla nazione. Precipue

fra esse per potenza ed infamia erano la Camera Stellata e l’Alta

Commissione; politica inquisizione la prima, inquisizione religiosa

la seconda; nessuna delle quali era parte della vecchia costituzione

dell’Inghilterra. La Camera Stellata era stata rifatta e l’Alta

Commissione creata dai Tudors. La potestà di cui erano investite

innanzi lo avvenimento di Carlo al trono, era vasta e formidabile;

ma piccola, in agguaglio di quanta ne avevano poscia usurpata.

Guidate massimamente dallo spirito violento del primate, e libere dal

sindacato del Parlamento, facevano mostra di rapacità, violenza e

malefica energia, non mai vista in nessuna epoca precedente. Per mezzo

di esse, il governo poteva multare, incarcerare, porre alla gogna e

mutilare gl’individui senza alcun freno. Un Consiglio segreto residente

in York sotto la presidenza di Wentworth, con un semplice atto di

prerogativa che violava la legge, fu rivestito di quasi illimitato

potere sopra le contee settentrionali. Tutti i predetti tribunali

insultavano e sfidavano l’autorità di Westminster Hall, e commettevano

quotidianamente eccessi tali, che sono stati condannati dai più

eminenti realisti. Scrive Clarendon, non esservi nel regno quasi

uomo notevole che non avesse da sè fatto esperimento della durezza e

cupidità della Camera Stellata; l’alta Commissione essersi condotta

in guisa da non rimanerle in tutto il reame nè anche un amico; e la

tirannia del Consiglio di York avere resa la Magna Carta una lettera

morta per le contrade giacenti a settentrione del Trent.

XLIII. Il governo d’Inghilterra in que’ giorni era dispotico, salvo

un solo punto, al pari di quello di Francia. Ma in quel punto era

la cosa di maggiore importanza. Non essendovi esercito stanziale,

poteva il governo essere sicuro che lo edificio della tirannide non

venisse distrutto fino dalle fondamenta in un solo giorno? E se

fossero imposte dalla regia autorità nuove tasse per mantenere lo

esercito, non era egli probabile che ne seguisse una repentina ed

irresistibile esplosione? Qui dunque stava la difficoltà, la quale,

più che ogni altra, rendeva Wentworth perplesso. Il lord cancelliere

Finch, d’accordo con tutti gli altri giureconsulti ufficiali del

governo, propose un espediente, che venne tosto abbracciato. Gli

antichi principi d’Inghilterra, come avevano fatto appello agli

abitanti delle contee più vicine alla Scozia di armarsi ed ordinarsi

a difesa dei confini, così avevano talvolta fatto appello alle contee

marittime ad apprestare navigli per la difesa del littorale. Talvolta,

invece di navi, avevano accettato danaro. Fu dunque stabilito non

solo di richiamare a vita, dopo tanto tempo, ma di estendere siffatta

consuetudine. Gli antecedenti principi avevano levato il sopradetto

danaro soltanto in tempo di guerra, adesso venne riscosso in tempo

di profonda pace. Gli antecedenti principi, anche nelle guerre più

perigliose, lo avevano raccolto soltanto nelle contrade lungo il

littorale; adesso Carlo lo riscosse nelle contee interne. I principi

precedenti lo avevano raccolto soltanto per la difesa de’ patrii lidi;

adesso venne riscosso, conforme gli stessi realisti confessano, col

disegno non di mantenere una flotta, ma di procurare al re i sussidii

che egli poteva a sua discrezione elevare a qualunque somma, e spendere

a sua discrezione in qualsivoglia impresa.

Tutta la nazione si commosse di paura e di sdegno. Giovanni Hampden,

ricco e bennato gentiluomo della contea di Buckingham, tenuto in alta

venerazione da’ suoi vicini, ma generalmente poco noto al regno,

ebbe animo di spingersi innanzi, di far fronte ai poteri tutti del

governo, e di addossarsi le spese e il pericolo di contrastare al

Re la nuova prerogativa. Il caso fu discusso avanti i giudici nella

Camera dello Scacchiere. E furono talmente vigorosi gli argomenti

contro le pretese della Corona, che, per quanto dipendenti e servili

fossero quei magistrati, la maggioranza de’ voti contro Hampden fu

estremamente piccola. Gl’interpreti della legge avevano dichiarato, la

regia autorità aver diritto d’imporre una tassa grande e produttiva.

Wentworth fece assennatamente osservare, come fosse impossibile

sostenere il loro giudizio, fuorchè con ragioni conducenti direttamente

ad una conclusione che essi non avevano osato dedurre. Se era permesso

di levare pecunia legalmente senza il consenso del Parlamento per

mantenere una flotta, non era facile negare che potevasi legalmente,

senza il consenso del Parlamento, levare pecunia per mantenere un

esercito.

La sentenza de’ giudici accrebbe la irritazione del popolo. Un secolo

innanzi, un concitamento meno grave avrebbe fatto scoppiare una

insurrezione generale. Ma il malcontento adesso non assumeva, come

nelle età trascorse, la forma d’una rivolta. La nazione da lungo tempo

progrediva nella civiltà e nella ricchezza. Settanta anni erano scorsi

da che i grandi signori delle contrade settentrionali avevano prese le

armi contro Elisabetta; e nel corso di que’ settanta anni non eravi

stata guerra civile. In tutta la esistenza della nazione inglese non

era mai stato un periodo sì lungo senza lotte intestine. Gli uomini

eransi assuefatti alle occupazioni della pacifica industria; e per

quanto fossero esasperati, esitavano lungamente innanzi di snudare la

spada.

Fu questo il momento in cui le libertà della patria nostra corsero

il più grande pericolo. Gli oppositori del Governo cominciarono a

disperare delle sorti della patria; e molti volgevano gli sguardi ai

deserti americani, come al solo asilo in cui potessero fruire de’ beni

della libertà civile e religiosa. Ivi pochi fermi puritani, i quali per

la loro religione non ebbero timore nè dei furori dell’oceano, nè delle

durezze della vita rozza, nè delle zanne delle bestie feroci, nè delle

scuri d’uomini più feroci, edificarono fra mezzo ad annose foreste

quei villaggi, che oggimai sono diventati città grandi ed opulente,

ma che, a traverso tutte le variazioni subite, serbano i segni

dell’indole de’ loro fondatori. Il governo considerava con avversione

queste nascenti colonie, e si provò di fermare violentemente l’onda

della emigrazione; ma non potè fare che la popolazione della nuova

Inghilterra non venisse da uomini forti di cuore e timorosi di Dio

reclutata in ogni angolo della vecchia Inghilterra. Wentworth esultava

vedendosi presso a compiere il proprio disegno, per la piena esecuzione

del quale sarebbero forse bastati pochi anni. Se il governo avesse

serbata stretta economia, se avesse con ogni studio schivata ogni

collisione coi potentati stranieri, avrebbe estinti i debiti della

Corona, avrebbe ragunata la pecunia bisognevole a mantenere un poderoso

esercito, ed avrebbe con esso potuto infrenare il recalcitrante spirito

della nazione.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 7 / 58 段