Europei avesse dovuto da quell’epoca in poi accrescersi grandemente.
Il territorio governato dal nuovo re, era per estensione doppio di
quello che ad Elisabetta era toccato in retaggio. Il suo impero
era in sè stesso il più compiuto e il più sicuro da ogni possibile
aggressione. Ai Plantageneti e ai Tudors era stato mestieri più volte
difendersi contro la Scozia, mentre erano implicati nelle guerre
continentali. Il lungo conflitto in Irlanda aveva consunti tutti i loro
mezzi. Nulladimeno, anche sotto tali svantaggi, que’ sovrani eransi
acquistata alta riputazione per tutta la cristianità. Era, dunque,
bene ragionevole lo sperare che la Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda,
congiunte, avrebbero formato uno stato a nessuno secondo fra quei che
allora esistevano.
XXXIII. Tutte coteste speranze divennero stranamente illusorie. Nel
giorno in cui Giacomo I ascese al trono, la patria nostra discese
giù dal grado ch’essa fino allora aveva tenuto, e cominciò ad essere
considerata come potenza appena di secondo ordine. Per molti anni la
gran monarchia inglese, sotto quattro principi successivi della casa
degli Stuardi, fu nel sistema europeo membro appena più importante di
quello che per innanzi era stato il piccolo regno di Scozia. Il che,
nondimeno, deve essere cagione di poca doglianza. Può dirsi di Giacomo
I, come di Giovanni, che se la sua amministrazione fosse stata savia
e splendida, sarebbe riuscita probabilmente fatale al nostro paese,
e che noi dobbiamo più alla sua indole debole e meschina che alla
sapienza e al coraggio di assai migliori sovrani. Egli ascese al trono
in un momento critico. Avvicinavasi rapido il tempo in cui o il re
doveva diventare assoluto, o il parlamento doveva infrenare il potere
esecutivo. Se egli fosse stato come Enrico IV, come Maurizio di Nassau
o come Gustavo Adolfo, un principe strenuo, politico, operoso; se egli
si fosse posto a capo de’ protestanti dell’Europa, se avesse riportate
grandi vittorie contro Tilly e Spinola, se avesse adornato Westminster
con le spoglie de’ monasteri bavari e delle cattedrali fiamminghe, se
egli avesse appeso alle mura di San Paolo i vinti vessilli d’Austria e
di Castiglia, s’egli si fosse trovato, dopo memorande gesta, a capo di
cinquanta mila soldati valorosi, bene disciplinati e devoti alla sua
persona; il Parlamento inglese altro non sarebbe diventato che un nome
vano. Avventuratamente, egli non era uomo da sostenere tanta parte.
Iniziò la sua amministrazione ponendo fine alla guerra che da anni
molti ardeva tra la Spagna e l’Inghilterra; e sino da quel tempo schivò
le ostilità con tale cautela, da sostenere pazientemente gl’insulti
de’ suoi vicini e i clamori de’ suoi sudditi. Fino all’ultimo anno
della sua vita, la influenza del suo figlio, del suo favorito, del suo
parlamento e del suo popolo, non valse ad indurlo a menare un debole
colpo in difesa della sua famiglia e della sua religione. E’ fu bene
per i suoi sudditi, ch’egli in siffatto modo non compiesse i loro
desiderii. Lo effetto della sua politica di pace, fu che in un tempo
in cui bisogno non v’era di milizie regolari, e mentre la Francia,
la Spagna, la Italia, il Belgio e la Germania brulicavano di soldati
mercenari, la difesa dell’isola nostra venisse tuttavia affidata alla
guardia cittadina.
XXXIV. Dacchè il Re non aveva esercito stanziale, e nè anche si
provava di formarne, sarebbe stato prudente consiglio lo scansare ogni
conflitto col suo popolo. Ma fu tale la sua stoltezza, che mentre
trascurava affatto i soli mezzi che lo potessero rendere assoluto,
produceva di continuo, nella forma più offensiva, pretese, nessuna
delle quali i suoi predecessori avevano mai sognato di produrre.
E’ fu in quel tempo che primamente apparvero quelle strane dottrine
che Filmer poscia ordinava a sistema, e che divennero la insegna
della più violenta classe dei Tory e dell’alto clero. Sostenevano
solennemente, che l’Essere Supremo impartiva alla monarchia ereditaria,
come opposta ad ogni altra forma di governo, peculiare favore; che la
regola di successione in ordine di primogenitura era una istituzione
divina, anteriore a Cristo ed anche a Moisè; che nessuna potestà
umana, nè anche quella della intera legislatura, nessuna lunga durata
di possesso, fosse anco di dieci secoli, poteva privare de’ suoi
diritti il principe legittimo; che la sua autorità era necessariamente
dispotica; che le leggi le quali in Inghilterra ed altrove limitavano
la regia prerogativa, dovevano considerarsi come semplici concessioni
fatte liberamente dal sovrano, che ei poteva ad arbitrio ritogliere;
e che ogni trattato che facesse il sovrano col suo popolo era una
pretta dichiarazione delle sue intenzioni presentì, non un contratto
che l’obbligasse a mantenerle. È cosa evidente, che questa teorica,
comecchè intesa a rafforzare le fondamenta del governo, le indebolisce
affatto. La divina ed immutabile legge della primogenitura, ammetteva
ella o escludeva le femmine? In ambedue le ipotesi, era mestieri che i
sovrani d’Europa fossero usurpatori, regnanti in onta ai comandamenti
del Cielo, e potessero venire giustamente spossessati dagli eredi
legittimi. Tali assurde dottrine non erano afforzate dall’autorità
del Testamento Vecchio, perocchè in esso leggiamo il popolo eletto
avere ricevuto biasimo e pena per aver desiderato un re, e essergli
poi stato ingiunto di non obbedire a quel re. Tutta la storia di
quello, lungi dal convalidare la idea che la primogenitura fosse
d’istituzione divina, parrebbe più presto indicare che i fratelli
minori sono sotto la speciale protezione del Cielo. Isacco non era
il primogenito d’Abramo, nè Giacobbe lo era d’Isacco, nè Giuda di
Giacobbe, nè David di lesse, nè Salomone di David. Vero è che l’ordine
d’anzianità tra i figliuoli è rade volte osservato strettamente nei
paesi dove costumasi la poligamia. Il sistema di Filmer non poteva
nè anche appoggiarsi a que’ luoghi del Nuovo Testamento, ne’ quali
il governo è rappresentato come ordinanza di Dio; perocchè il
governo sotto il quale vivevano gli scrittori del Nuovo Testamento,
non era monarchia ereditaria. Gl’imperatori romani erano magistrati
repubblicani, eletti dal senato. Nessuno di loro pretendeva d’imperare
per diritto di nascita; e difatti Tiberio, al quale Cristo ordinò
doversi pagare il tributo, e Nerone al quale Paolo comandò che
obbedissero i Romani, erano, secondo la teorica patriarcale di
governo, usurpatori. Nel medio evo, la dottrina del diritto ereditario
imprescrittibile sarebbe stata considerata eretica, come quella che
era incompatibile con le alte pretese della Chiesa di Roma. Era
parimente dottrina sconosciuta ai fondatori della Chiesa anglicana.
La omilia intorno alla ribellione premeditata, aveva fortemente e,
per vero dire, troppo fortemente inculcata la sottomissione alla
autorità costituita; ma non aveva fatta nessuna distinzione tra
monarchia elettiva ed ereditaria, o tra monarchia e repubblica.
Veramente, la maggior parte dei predecessori di Giacomo avrebbero, per
ragioni personali, considerata con avversione la teoria patriarcale
di governo. Guglielmo Rufo, Enrico I, Stefano, Giovanni, Enrico IV,
Enrico V, Enrico VI, Riccardo III, Enrico VII avevano tutti regnato in
onta alla stretta regola di discendenza. Un dubbio gravissimo pesava
sopra la legittimità di Maria e d’Elisabetta. Era impossibile che
Caterina d’Aragona ed Anna Bolena fossero ambedue legalmente maritate
ad Enrico VIII; e la più alta autorità del reame aveva sentenziato
che nessuna di esse lo era. I Tudors, lungi dal considerare la legge
di successione come istituzione divina ed immutabile, la modificarono
spesso. Enrico VIII ottenne dal Parlamento un atto con che acquistava
la potestà di disporre della corona per testamento, e difatti testò
in pregiudicio della famiglia reale di Scozia. Eduardo VI, senza lo
assenso del parlamento, arrogossi una somigliante potestà: di che lo
approvarono i più illustri riformisti. Elisabetta, convinta che i
propri diritti soggiacevano a gravi obiezioni, e non volendo ammettere
nè anche un diritto di riversibilità nella regina degli Scozzesi sua
rivale e nemica, indusse il Parlamento a fare una legge, nella quale
ordinavasi che chiunque negasse la competenza del sovrano regnante,
col consentimento degli Stati del regno, a variare la successione,
verrebbe punito di morte come traditore. Ma le condizioni in cui
Giacomo trovavasi, erano assai diverse da quelle in cui era stata
Elisabetta. Molto inferiore ad essa e per ingegno e per popolarità,
considerato dagli Inglesi come straniero, ed escluso dal trono per
virtù del testamento di Enrico VIII, il re degli Scozzesi era nondimeno
lo erede indubitabile di Guglielmo il Conquistatore e di Egberto. Aveva
quindi manifesto interesse ad inculcare la dottrina superstiziosa, che
la nascita conferisce diritti superiori alla legge e inalterabili dalla
legge. Oltredichè, era dottrina consona alla tempra dello intelletto
e all’indole di lui: però trovò tosto molti difensori fra coloro che
ambivano il favore del principe, e fece rapidi progressi fra il clero
della Chiesa stabilita.
Così, nel momento medesimo in cui cominciava a manifestarsi vigoroso
nel Parlamento e nel paese lo spirito repubblicano, le pretese del
monarca assunsero una forma mostruosa, che avrebbe disgustato il più
superbo ed arbitrario de’ principi che lo avevano preceduto sul trono.
Giacomo vantavasi sempre della sua perizia in quella ch’egli chiamava
arte di regno; e nondimeno, riesce quasi impossibile immaginare una
condotta che al pari della sua fosse direttamente opposta a tutte le
regole dell’arte di regnare. È stata sempre politica de’ principi
savi il travestire gli atti vigorosi con forme popolari. In questa
guisa Augusto e Napoleone stabilirono le loro monarchie assolute,
mentre il popolo li considerava come semplici cittadini rivestiti di
magistrature temporanee. La politica di Giacomo procedeva tutta al
rovescio. Provocava la rabbia e la paura del suo Parlamento, dicendogli
sempre che i rappresentanti della nazione potevano esercitare i
propri privilegi finchè egli volesse, e che non ispettava loro di
discutere intorno a ciò ch’egli potesse legalmente fare, come non
avevano diritto alcuno di discutere sulla legalità delle azioni di
Dio. Nulladimeno, egli piegavasi innanzi al Parlamento, abbandonava i
suoi ministri, l’uno dopo l’altro, alla vendetta di quello, e pativa
d’essere trascinato ad atti direttamente ripugnanti alle sue più forti
tendenze. Così crebbero insieme lo sdegno eccitato dalle sue pretese,
e lo scherno provocato dalle sue concessioni. L’affetto che egli
portava a indegni favoriti, e la sanzione ch’ei dava alla tirannia e
rapacità loro, tenevano perpetuamente vivi i malumori. La codardia,
la pedanteria, la fanciullaggine sue, la sgarbatezza della persona
e de’ modi suoi, il suo accento provinciale, lo facevano segno al
pubblico dileggio. Anco nelle sue virtù e nelle sue doti era alcun
che di affatto sconvenevole ad un re. Così, in tutto il corso del suo
regno, venne sempre più scemando la riverenza tradizionale che il trono
ispirava al popolo. Per duecento anni, tutti i sovrani che avevano
governata la Inghilterra, tranne lo sventurato Enrico VI, erano stati
uomini d’animo forte, di spirito altero e di contegno principesco.
Quasi tutti avevano mostrata non ordinaria destrezza. Però non fu
cosa di lieve momento, che nella vigilia della lotta decisiva tra i
nostri re e i loro parlamenti, la sovranità si mostrasse balbettante,
spargendo lacrime imbelli, e tremando innanzi ad una spada sguainata, e
parlando or la favella del buffone, ora quella del pedagogo.
XXXV. Frattanto le dissensioni religiose, che fino dai giorni di
Eduardo VI avevano affaccendate le fazioni protestanti, erano divenute
quanto mai formidabili. Lo intervallo che aveva divisa la prima
generazione de’ protestanti da Cranmer e Jewel, era ben corto in
paragone di quello che separò la terza generazione dei puritani da
Laud ed Hammond. Mentre la rimembranza delle crudeltà di Maria era
ancor fresca; mentre la forza del partito cattolico tuttavia ispirava
timore; mentre Spagna, serbando ancora la sua preponderanza, aspirava
alla dominazione universale; tutte le sètte riformate conoscevano
d’avere un interesse comune, ed un comune e mortale nemico. Lo
aborrimento vicendevole che sentivano, era lieve in agguaglio di
quello che provavano contro Roma. Conformisti e non–conformisti eransi
cordialmente congiunti nel fare severissime leggi penali contro i
papisti. Ma poichè cinquanta e più anni di indisturbato possesso ebbero
resa alla Chiesa stabilita la fiducia in sè; poichè nove decimi della
nazione erano divenuti protestanti sinceri; poichè la Inghilterra
essendo in pace con tutto il mondo, non eravi più pericolo che il
papismo venisse imposto alla nazione dalle armi straniere; ed erano
spenti gli ultimi confessori i quali stettero intrepidi innanzi a
Bonner; i sentimenti del clero anglicano cangiaronsi. Mitigavasi
considerevolmente la loro ostilità contro la dottrina e disciplina
cattolica romana, mentre dall’altro canto si accresceva quotidianamente
la loro avversione contro i puritani. Le controversie che avevano fin
da principio scisso il partito protestante, presero una forma tale,
da togliere ogni speranza di riconciliazione; e nuove controversie
di assai maggiore importanza si aggiunsero alle vecchie cagioni di
dissenso.
I fondatori della Chiesa anglicana avevano ritenuto l’episcopato
come un ordinamento di politica ecclesiastica antica, venerabile e
convenevole; ma non avevano dichiarato che quella dignità nel governo
della Chiesa fosse d’istituzione divina. Abbiamo già veduto quanta poca
stima Cranmer facesse dell’ufficio di vescovo. Regnante Elisabetta,
Jewel, Cooper, Whitgift ed altri incliti dottori, difesero la prelatura
come innocua ed utile, come cosa che poteva essere legittimamente
istituita dallo Stato, come cosa che, una volta istituita, doveva
essere rispettata da ogni cittadino. Ma non negarono mai che una
comunità cristiana priva di vescovo, potesse essere una chiesa pura;
che anzi credevansi congiunti ai protestanti del continente in una
medesima fede. Gl’Inglesi in Inghilterra, a dir vero, erano tenuti
a riconoscere l’autorità del vescovo, nel modo medesimo che erano
tenuti a riconoscere l’autorità dello sceriffo o d’altro ufficiale
pubblico; ma l’obbligo era soltanto locale. Un ecclesiastico inglese,
anzi un prelato inglese, se andava in Olanda, conformavasi senza
scrupolo alla religione stabilita dell’Olanda. Ne’ paesi stranieri,
gli ambasciatori di Elisabetta e di Giacomo assistevano officialmente
a quegli stessi riti che Elisabetta e Giacomo avevano proscritti negli
Stati brittannici, e con gran cura astenevansi dal decorare le loro
cappelle private secondo il costume anglicano, onde non essere di
scandalo ai loro traviati fratelli. Sostenevasi perfino che i ministri
presbiteriani avevano diritto di sedere e di votare ne’ concilii
ecumenici. Quando gli Stati generali delle Provincie Unite convocarono
a Dorf un sinodo di dottori non ordinati dai vescovi, un decano ed
un vescovo inglesi v’intervennero, parteciparono alle discussioni, e
votarono con essi intorno alle più gravi questioni teologiche.[7]
Anzi, molti beneficii in Inghilterra erano occupati da ecclesiastici
che erano stati ammessi al ministero secondo la cerimonia calvinistica
che usavasi nel continente; nè era creduto necessario, o anche legale,
che un vescovo in simiglianti casi conferisse una nuova ordinazione.
Ma sorgeva già nella Chiesa d’Inghilterra una nuova genia di teologi.
Secondo loro, l’ufficio episcopale era essenziale al bene d’una
società cristiana, ed alla efficacia delle più solenni ordinanze della
religione. A quell’ufficio spettavano certi sacri ed alti privilegi,
che non potevano essere conferiti nè ritolti da nessuna potestà umana.
Una Chiesa poteva esistere senza la dottrina della Trinità o della
Incarnazione, come senza gli ordini apostolici; e la Chiesa di Roma,
la quale, fra tutti i suoi traviamenti, aveva serbati gli ordini
apostolici, era più presso alla primigenia purità, di quel che lo
fossero quelle società riformate che avevano arditamente innalzato un
sistema inventato da esse, in opposizione al modello divino.
Nei tempi di Eduardo VI e di Elisabetta, i difensori del rituale
anglicano eransi contentati di dire che esso poteva usarsi senza
peccato, e che quindi niuno, fuorchè un suddito perverso e sconoscente
i propri doveri, ricuserebbe di usarlo sempre che gli fosse ordinato
dai magistrati. Intanto, quel nascente partito che pretendeva per
l’ordinamento politico della Chiesa ad un’origine celeste, cominciò
ad attribuire alle sacre cerimonie nuova dignità ed importanza.
Concludevano, che se nel culto stabilito vi fosse qualche errore,
siffatto errore era la sua estrema semplicità; e che i riformatori, nel
calore delle loro dissensioni con Roma, avevano abolite molte antiche
cerimonie che si sarebbero utilmente potute serbare. I giorni e i
luoghi furono di nuovo osservati con misteriosa venerazione. Talune
cerimonie che da lungo tempo erano cadute in disuso, e che comunemente
giudicavansi come fantocciate superstiziose, furono richiamate a
vita. Le pitture e le sculture che erano rimaste illese dal furore
della prima generazione de’ protestanti, divennero obietti di tale
venerazione, che a molti sembrava idolatria.
Nessuna parte del sistema della vecchia Chiesa era stata tanto
detestata dai riformatori, quanto il rispetto e la onoranza che
tributavasi al celibato. Sostenevano che la dottrina di Roma intorno a
ciò, era stata profeticamente condannata come diabolica dall’apostolo
Paolo; e convalidavano la loro asserzione enumerando i delitti e gli
scandali che originavano dalla osservanza di quella dottrina. Lutero
aveva manifestata nel modo più chiaro la propria opinione sposando una
monaca. Taluni de’ vescovi e de’ preti più illustri i quali, regnante
Maria, erano stati arsi vivi, avevano lasciato moglie e figliuoli.
Ora, nondimeno, principiava a correre la voce, che il vecchio spirito
monastico fosse riapparso nella Chiesa anglicana; che nelle alte classi
esistesse un pregiudicio contro i preti ammogliati; che anche i laici
ohe si chiamavano protestanti, si fossero prefissi di osservare il
celibato con promesse equivalenti quasi a voti solenni; anzi, che un
ministro della religione stabilita avesse fondato un monastero, dentro
il quale una congrega di vergini dedicate a Dio cantava i salmi a
mezzanotte.[8]
Nè ciò era tutto. Una specie di questioni intorno alle quali i
fondatori della Chiesa anglicana e la prima generazione dei puritani
differivano poco o nulla, cominciò ad apprestare materia alle più
virulente dispute. Le controversie che avevano scissa la setta
protestante nella sua infanzia, riferivansi pressochè tutte al
governo ecclesiastico ed alle cerimonie. Intorno ai punti di teologia
metafisica non era stato serio litigio fra le parti contendenti.
Le dottrine sostenute dai capi della gerarchia rispetto al peccato
originale, alla fede, alla grazia, alla predestinazione, alla elezione,
erano quelle che comunemente si chiamano calvinistiche. Verso la
fine del regno d’Elisabetta, lo arcivescovo Whilgift, suo prelato
prediletto, compose, d’accordo col vescovo di Londra e con altri
teologi, il celebre documento intitolato—gli Articoli di Lambeth. In
esso le più notevoli fra le dottrine calvinistiche vengono affermate
con tale distinzione, che disgusterebbe molti che, nell’età nostra,
vengono reputati calvinisti. Un chierico il quale fu di contrario
parere, e parlò duramente di Calvino, fu espulso, in pena della sua
presunzione, dalla università di Cambridge, e si sottrasse al castigo
soltanto confessando di credere fermamente ne’ dogmi della riprovazione
e della perseveranza finale, e dolendosi d’avere offeso, con le sue
idee intorno al riformatore francese, gli uomini pii. La scuola
teologica della quale Hooker era capo, occupava un posto di mezzo tra
la scuola di Cranmer e quella di Laud; e nei tempi moderni Hooker è
stato considerato dagli arminiani come loro alleato. Ciò non ostante,
Hooker affermò Calvino essere stato superiore per sapienza ad ogni
altro teologo che fosse mai stato in Francia; essere stato uomo al
quale migliaia andavano debitori della cognizione della verità divina,
cognizione che egli doveva alla sola grazia peculiare di Dio. Allorchè
nacque in Olanda la controversia arminiana, il Governo e la Chiesa
d’Inghilterra prestarono vigoroso sostegno al partito calvinista; ed il
Governo inglese non è affatto scevro della macchia che la prigionia di
Grozio e lo assassinio giuridico di Barneveldt hanno lasciata su quel
partito.
Ma anco innanzi la convocazione del sinodo olandese, coloro fra il
clero anglicano che erano ostili al governo ecclesiastico ed al culto
calvinista, avevano preso a considerare con disgusto la metafisica di
Calvino; e siffatto sentimento venne naturalmente a rinvigorirsi per la
grossolana ingiustizia, insolenza e crudeltà del partito che prevaleva
in Dort. La dottrina arminiana, dottrina meno austeramente logica che
non fosse quella de’ più antichi riformatori, ma più consona alle
nozioni popolari intorno alla giustizia ed alla benevolenza divina, si
estese molto e rapidamente, e giunse alla corte. Quelle opinioni le
quali, nel tempo in che Giacomo ascese al trono, nessun ecclesiastico
avrebbe osato di emettere senza imminente pericolo di essere privato
del sacerdozio, erano ora diventale argomento di merito. Un teologo
di quell’età, richiesto da un semplice gentiluomo di campagna cosa
tenessero—vale a dire credessero—gli arminiani, rispose, con pari
arguzia e verità, che essi tenevano i migliori vescovati e le migliori
prebende dell’Inghilterra.