scandalo che accrebbesi grandemente allorchè la supremazia che Maria
aveva resa al papa, venne nuovamente da Elisabetta annessa alla corona.
Pareva cosa mostruosa che una donna fosse il vescovo supremo di una
chiesa, nella quale uno degli apostoli aveva inibito che si udisse
perfino la voce della donna. Per lo che, la regina reputò necessario
di rinunziare espressamente al carattere sacerdotale assunto già
da suo padre; il quale carattere, secondo l’opinione di Cranmer,
era stato, per divino comandamento, inseparabilmente congiunto alla
potestà regia. Allorquando, regnante lei, la professione della fede
anglicana venne modificata, il vocabolo supremazia fu interpretato in
modo alquanto diverso da quello onde intendevasi comunemente alla
corte di Enrico. Cranmer aveva dichiarato, con parole enfatiche, che
Dio aveva immediatamente commesso ai principi cristiani l’intera
cura di tutti i loro sudditi in ciò che spettava all’amministrazione
della parola divina per la cura delle anime, come in ciò che
spettava all’amministrazione delle faccende politiche.[5] L’articolo
trentesimosettimo di religione, fatto nel regno di Elisabetta, dichiara
con parole egualmente enfatiche, che il ministero della parola divina
non appartiene ai principi. La regina, nondimeno, esercitava tuttavia
sopra la Chiesa un potere visitatorio, vasto ed indefinito. Il
Parlamento le aveva affidato l’ufficio di infrenare e punire l’eresia
ed ogni specie di abuso ecclesiastico, e le aveva concesso di delegare
la sua autorità ai suoi commissari. I vescovi erano poco più che suoi
ministri. Più presto che concedere al magistrato civile l’assoluta
potestà di nominare i pastori spirituali, la Chiesa di Roma, nel
secolo undecimo, aveva posta tutta l’Europa in fiamme. Più presto che
concedere al magistrato civile l’assoluta potestà di nomare i pastori
spirituali, i ministri della Chiesa di Scozia, ai tempi nostri,
rinunciarono a migliaia le loro prebende. La Chiesa d’Inghilterra non
patì cosiffatti scrupoli. I suoi prelati erano nominati dalla sola
autorità regia; da lei sola i concilii venivano convocati, regolati,
prorogati e disciolti. Privi della regia sanzione, i suoi canoni erano
nulli. Uno degli articoli della sua fede prescriveva, che senza lo
assenso regio nessun concilio poteva legalmente adunarsi. Da tutte
le sue sentenze eravi un ultimo appello al sovrano, anche quando la
questione era di definire se una opinione dovesse giudicarsi ereticale,
o se l’amministrazione di un sacramento fosse stata valida. Nè la
chiesa invidiava ai nostri principi questo esteso potere. Da loro aveva
ricevuta la esistenza, era stata nudrita nella infanzia, difesa contro
le aggressioni dei papisti e dei puritani, protetta contro i parlamenti
che non la guardavano di buon occhio, e vendicata dagli assalti de’
dotti, ai quali le tornava duro rispondere. Così la gratitudine,
la speranza, il timore, i comuni affetti e le inimicizie comuni,
la collegavano al trono. Tutte le sue tradizioni e tendenze erano
monarchiche. La lealtà ovvero devozione verso il sovrano divenne un
punto d’onore annesso alla professione clericale, una nota speciale che
distingueva i preti anglicani dai calvinisti e dai papisti. Entrambi,
calvinisti e papisti, per quanto fosse ampia la distanza che nelle
altre cose li teneva disgiunti, guardavano con estrema gelosia tutte le
usurpazioni che il potere temporale faceva nel campo dello spirituale.
Calvinisti e papisti sostenevano che i sudditi potevano equamente
sguainare la spada contro i sovrani empi. In Francia, i calvinisti
si opposero a Carlo IX; i papisti ad Enrico IV; papisti e calvinisti
ad Enrico III. In Iscozia, i calvinisti fecero prigioniera Maria. A
settentrione del Trent i papisti presero le armi contro Elisabetta.
La Chiesa d’Inghilterra frattanto condannava calvinisti e papisti, ed
altamente vantavasi non esservi debito che ella inculcasse con maggiore
solennità e costanza, al pari di quello di sommissione ai principi.
XXVIII. L’utile che ricavava la corona da cotesta stretta alleanza con
la Chiesa stabilita, era grande; ma non era scevro di danni. Il patto
ordinato da Cranmer era stato in prima considerato da un gran numero
di protestanti come un disegno inteso a servire due padroni, come un
tentativo di congiungere il culto del Signore col culto di Baal. Nei
giorni d’Eduardo VI gli scrupoli di questo partito avevano più volte
gettate gravi difficoltà nella via del governo. Come Elisabetta ascese
al trono, simiglianti difficoltà si accrebbero non poco. La violenza,
per legge di natura, genera la violenza. Lo spirito del protestantismo
diventò quindi, dopo le crudeltà di Maria, più audace e intollerante
che non lo fosse innanzi. Molti che professavano caldamente le nuove
opinioni, avevano in quegli infausti giorni cercato asilo nella
Svizzera e nella Germania. Erano stati accolti con ospitalità dai loro
fratelli nella fede; avevano ascoltati i discorsi dei grandi dottori
di Strasburgo, di Zurigo e di Ginevra; e per parecchi anni eransi
assuefatti ad un culto più semplice e ad una forma più democratica di
governo ecclesiastico, che non ancora s’era veduta in Inghilterra.
Costoro ritornarono alle patrie contrade, convinti che la riforma
compitasi sotto il re Eduardo, era stata meno indagatrice ed estesa
di quello che richiedevano gl’interessi della religione pura. Ma
sforzaronsi invano d’ottenere concessioni da Elisabetta. Vero è che il
sistema di lei, in ciò che differiva da quello di suo fratello, pareva
loro peggiorato. Erano poco inchinevoli a sottomettersi in materia di
fede a qual si fosse autorità umana. Di recente, fidenti nel loro modo
d’interpretare la Scrittura, erano insorti contro una Chiesa forte per
antichità immemorabile e per universale consenso. Avevano adoperati
sforzi non comuni d’energia intellettuale a scuotere il giogo di quella
splendida ed imperiale superstizione; ed era cosa vana sperare, che,
tosto dopo tale emancipazione, si volessero pazientemente sobbarcare ad
una nuova tirannia spirituale. Da lungo tempo avvezzi a prostrarsi con
la faccia a terra, mentre il sacerdote alzava l’ostia, siccome avanti
al cospetto di Dio, avevano imparato a considerare la messa come una
cerimonia idolatra. Da lungo tempo avvezzi a considerare il pontefice
come successore del principe degli apostoli, come custode delle chiavi
del cielo e della terra, avevano imparato a riguardarlo come la belva,
l’anticristo, l’uomo del peccato. Non era da sperarsi che s’inducessero
a tributare ad una autorità novellamente sorta quella riverenza che
avevano negata al Vaticano; che sottoponessero il loro giudicio privato
all’autorità d’una chiesa fondata sul giudicio privato soltanto; che
avessero timore di dissentire da maestri i quali dissentivano da quella
che già era stata la fede universale della cristianità in occidente. È
facile immaginare lo sdegno che dovevano provare gli spiriti audaci e
indagatori, gloriantisi della libertà novellamente acquistata, come si
accorsero che una istituzione giovanissima, la quale aveva sotto gli
stessi occhi loro ricevuta forma dalle passioni e dagli interessi d’una
corte, cominciava a scimmiottare lo altero contegno di Roma.
XXIX. Dacchè non era modo a convincere uomini siffatti, e’ fu stabilito
di perseguitarli. Tale persecuzione produsse in essi i suoi naturali
effetti. Erano una setta, e diventarono una fazione. All’odio che
sentivano contro la Chiesa, aggiunsero l’odio contro la corona. Questi
due sentimenti erano commisti, e invelenivansi vicendevolmente. Le
opinioni del puritano intorno alla relazione fra principe e suddito,
differivano grandemente da quelle che venivano inculcate nelle omilie.
I suoi teologi prediletti lo avevano, e col precetto e con lo esempio,
incoraggiato ad opporre resistenza ai tiranni ed ai persecutori. I
suoi fratelli calvinisti in Francia, in Olanda, in Iscozia, erano in
armi contro principi crudeli e idolatri. Le sue nozioni concernenti
il governo dello stato assunsero una tinta consentanea alle sue
nozioni concernenti il governo della Chiesa. Parecchi dei sarcasmi
che il popolo scagliava contro lo episcopato, potevano, senza molta
difficoltà, adattarsi al principato; e molti degli argomenti che
adoperavansi a provare che il potere spirituale era meglio collocato
in un Sinodo, sembravano condurre alla conclusione, che il potere
temporale sarebbe meglio collocato in un Parlamento.
XXX. Così, come il sacerdote della Chiesa stabilita, per interesse,
per principio e per passione, era zelante delle regie prerogative,
il puritano per passione, per principio e per interesse, era ostile
a quelle. Grande era la potenza de’ settarii malcontenti. Trovavansi
in ogni ceto, ma erano più numerosi fra il ceto mercantile delle
città, e fra i piccoli possidenti delle campagne. Regnante Elisabetta,
cominciarono a mandare il maggior numero de’ deputati alla Camera
de’ Comuni. E non è dubbio, che se i nostri antenati fossero stati
allora liberi di porre tutta la loro attenzione sopra le questioni
interne, il conflitto tra la corona e il Parlamento sarebbe subito
scoppiato. Ma non era quella la stagione atta ai domestici dissidi.
Veramente, potrebbe dubitarsi se la fermissima colleganza di tutti gli
ordini dello stato fosse la cagione di frustrare il pericolo che li
minacciava tutti. L’Europa cattolica e la Europa riformata pugnavano
per la vita o la morte. La Francia, dilacerata dalle lotte intestine,
da qualche tempo non contava più nulla nella Cristianità. Il governo
inglese era a capo degl’interessi protestanti; e mentre in casa propria
perseguitava i presbiteriani, concedeva valida protezione alle chiese
presbiteriane negli stati stranieri. Capo del partito opposto era
il più potente principe di quell’epoca, il quale imperava sopra la
Spagna, il Portogallo, la Italia, i Paesi Bassi, le Indie orientali ed
occidentali; le cui armi più volte si spinsero fino a Parigi, e le cui
flotte tenevano in paura le coste di Devonshire e di Sussex. E’ parve
per lungo tempo cosa probabile che gl’Inglesi avessero a combattere
disperatamente sopra il suolo inglese, a difendere la religione e
indipendenza loro. Nè si tennero un istante mai liberi dalla paura di
qualche gran tradimento in casa; perocchè in quei giorni era diventato
punto di coscienza e d’onore per molti uomini d’indole generosa il
sacrificare la patria alla religione. Una serie di congiure di continuo
ordite dai cattolici romani contro la vita della regina e la esistenza
della nazione, teneva la società in perenne trepidazione. Qualunque si
fossero gli errori di Elisabetta, era pur manifesto che le sorti del
regno e di tutte le chiese riformate pendevano dalla sicurtà della sua
persona e dal prospero successo della sua amministrazione. Era, dunque,
precipuo dovere d’ogni cittadino e d’ogni protestante rinvigorirle il
braccio: dovere che fu bene osservato. I puritani, anche dal fondo
delle prigioni dove essa gli aveva sepolti, pregavano con fervore
non finto, perchè la ribellione le cadesse doma ai piedi, e le sue
armi fossero vittoriose per mare e per terra. Uno de’ più testardi
della testarda setta, appena il carnefice gli aveva mozza una mano
a punirlo d’un delitto al quale era stato spinto dal suo stemperato
zelo, scuotendo con l’altra mano il cappello, esclamò: «Dio salvi la
regina!» Il sentimento che cotesta genia di uomini provavano per lei
passò ai loro posteri. I non–conformisti, per quanto rigorosamente li
avesse trattati, hanno, come corporazione, sempre venerata la memoria
di lei.[6]
Quindi, per tutto quasi il tempo che ella regnò, i puritani nella
Camera de’ Comuni, quantunque s’ammutinassero talvolta, non erano
inchinevoli ad ordinarsi in opposizione sistematica contro il governo.
Ma allorchè la sconfitta dell’Armada, la vittoriosa resistenza delle
Province Unite alla dominazione spagnuola, il consolidamento di Enrico
IV sopra il trono di Francia, e la morte di Filippo II ebbero resi
sicuri lo Stato e la Chiesa contro ogni pericolo esterno, scoppiò
subito nello interno un ostinato conflitto, che durò per parecchie
generazioni.
XXXI. Nel parlamento del 1601, quella opposizione la quale per quaranta
anni erasi sordamente raccolta e afforzata, combattè la sua prima
grande battaglia, e riportò la sua prima vittoria. Il campo era bene
scelto. La suprema direzione della politica commerciale era stata
sempre affidata ai sovrani inglesi. Era loro prerogativa indisputata
quella di regolare la moneta, i pesi e le misure, e di stabilire le
fiere, i mercati e i porti. La linea che limitava la loro autorità
in fatto di commercio, era stata, secondo il costume, descritta
confusamente. Essi quindi, secondo il costume, facevano usurpazioni
nel terreno che per diritto apparteneva al corpo legislativo. Le
usurpazioni furono, secondo il costume, tollerate con pazienza fino
a tanto che divennero gravissime. Finalmente, la regina arbitrò di
concedere a centinaia patenti di monopolio. Non eravi quasi famiglia in
tutto il regno, la quale non sentisse il peso dell’oppressione e delle
estorsioni che originavano naturalmente da cosiffatto abuso. Ferro,
olio, aceto, carbone, salnitro, piombo, amido, lana filata, pelli,
cuoi, vetri, bisognava comperarli a prezzi esorbitanti. La Camera de’
Comuni ragunandosi, si mostrò in collera e determinata ad operare.
Invano una minoranza cortigiana biasimò il presidente di tollerare che
gli atti della Regina venissero posti in discussione. Il linguaggio de’
malcontenti era alto e minaccioso, e vi faceva eco la voce della intera
nazione. Il cocchio del primo ministro della corona venne circondato
dal popolaccio sdegnato, il quale malediceva a’ monopolii, e gridava
non doversi patire che le regie prerogative violassero le libertà
della Inghilterra. E’ parve per un istante temersi che il lungo e
glorioso regno di Elisabetta avrebbe una fine vergognosa e sciagurata.
Ella, nondimeno, con giudizio e contegno mirabili, evitò la contesa,
si pose a capo del partito riformista, riparò agli aggravi, rese
grazie ai Comuni con dignitose e commoventi parole per la loro tenera
sollecitudine verso il bene pubblico, riguadagnò il cuore del popolo,
e lasciò a’ suoi successori un memorabile esempio del come un sovrano
debba governarsi nelle pubbliche commozioni qualvolta gli manchino i
mezzi di vincerle.
XXXII. La grande Regina moriva nel 1603. Quest’anno, per molte ragioni,
forma una delle più importanti epoche nella nostra storia. E’ fu
allora che la Irlanda e la Scozia divennero parti del medesimo impero
insieme con la Inghilterra. Entrambe, Scozia ed Irlanda, a dir vero,
erano state soggiogate dai Plantageneti, ma nè l’una nè l’altra erasi
sobbarcata con pazienza al giogo. La Scozia aveva con eroico valore
rivendicata la propria indipendenza; era stata, fino dal tempo di
Roberto Bruce, un regno separato; ed ora veniva congiunta alla parte
meridionale dell’isola con un modo che gratificava, anzi che ferire, il
suo orgoglio nazionale.
La Irlanda, dai tempi d’Enrico II in poi, non aveva potuto espellere
gl’invasori stranieri; ma aveva lungamente e strenuamente lottato
contro essi. Nel corso de’ secoli decimoquarto e decimoquinto, la
potenza inglese in quell’isola era venuta sempre decadendo, e nei
giorni di Enrico VII era caduta in fondo. I dominii inglesi di quel
principe erano solo le contee di Dublino e di Louth, qualche parte
di Meath e di Kildare, e pochi porti di mare lungo la costiera. Un
vasto tratto di Leinster non era per anche diviso in contee. Munster,
Ulster e Connaught, erano governate da principotti o celti, o degeneri
normanni che avevano dimenticata la origine propria, e adottato lo
idioma e i costumi celtici. Ma nel secolo decimosesto, la potenza
inglese vi aveva fatto grandi progressi. I semi–selvaggi capi che
reggevano le contrade non sottoposte, avevano ceduto, l’uno dopo
l’altro, ai luogotenenti de’ Tudors. Alla perfine, pochi giorni avanti
la morte d’Elisabetta, la conquista, che era stata quattrocento e più
anni prima iniziata da Strongbow, fu compita da Mountjoy. Di poco
Giacomo I era asceso al trono, allorchè O’Donnell ed O’Neil, ultimi fra
quelli che avevano tenuto il grado di principi indipendenti, condotti
a Whitehall, gli baciarono la mano. D’allora in poi, i suoi decreti
valevano, e i suoi giudici tenevano corti in ogni parte d’Irlanda, e
le leggi inglesi prevalsero alle consuetudini con che reggevansi le
tribù aborigene.
Per estensione, la Scozia e la Irlanda erano pressochè uguali, e,
congiunte, pareggiavano quasi l’Inghilterra; ma meno di essa popolate,
le rimanevano lungo tratto inferiori per civiltà ed opulenza. La Scozia
era stata impedita di raggiungerla dalla natia sterilità del suolo; e
la Irlanda, fra mezzo alla luce della Europa risorta, giaceva tuttavia
sotto la tenebra del medio evo.
La popolazione della Scozia, tranne le tribù celtiche che erano sparse
nelle Ebridi e su per le regioni montuose delle contee settentrionali,
aveva comune il sangue con la popolazione dell’Inghilterra, e parlava
una lingua che non differiva dalla purissima favella inglese più che i
dialetti delle contee di Somerset e di Lancaster non differiscono l’uno
dall’altro. In Irlanda, all’incontro, la popolazione, salvo la piccola
colonia inglese presso la costa, era celtica, e serbava tuttavia
l’idioma e i costumi celtici.
Per naturale coraggio ed intelligenza, ambedue le nazioni che
incorporavansi all’Inghilterra, erano degne di considerazione. Per
perseveranza, impero di sè, preveggenza, e per tutti i pregii necessari
a bene condurre la vita, gli Scozzesi non sono mai stati vinti da
nessun altro popolo. Gl’Irlandesi, dall’altro canto, erano predistinti
da quelle qualità che tendono a rendere gli uomini interessanti, più
presto che avventurati. Erano razza ardente ed impetuosa, facile a
trascorrere alle lacrime o al riso, al furore o allo affetto. Sola tra
tutte le nazioni della Europa settentrionale, aveva la irritabilità,
la vivacità, il pendio naturale per la mimica e la rettorica;
qualità ingenite nei popoli de’ lidi del mediterraneo. Per cultura
intellettuale, la Scozia era incontrastabilmente superiore. Tuttochè
quel regno fosse il più povero in tutta la cristianità, gareggiava,
nonostante, in ogni ramo di scibile con le più fortunate regioni. Gli
Scozzesi, de’ quali le abitazioni e i cibi erano meschini al pari
di quelli degl’Irlandesi de’ giorni nostri, scrivevano versi latini
con maggiore squisitezza che non ne mostra il Vida, e nelle scienze
facevano scoperte che avrebbero accresciuta la rinomanza di Galileo. La
Irlanda non poteva gloriarsi di un Bucanano o d’un Napier. Il genio,
di che i loro abitanti aborigeni erano largamente dotati, mostravasi,
come fa tuttavia, nelle ballate; le quali, comunque selvagge e rozze,
parvero all’occhio giudizioso di Spenser contenere vene di puro oro
poetico.
La Scozia, diventando parte della monarchia britannica, serbò tutta
la sua dignità. Dopo d’avere per molte generazioni coraggiosamente
sostenuto lo scontro delle armi inglesi, veniva adesso congiunta alla
sua più forte vicina con patti onorevolissimi. Ella dava un re in vece
di riceverlo. Serbava intatte la costituzione e le leggi proprie. I
tribunali e i parlamenti rimanevano affatto indipendenti dai tribunali
o dai parlamenti che sedevano in Westminster. L’amministrazione della
Scozia era affidata a mani scozzesi; perocchè nessuno inglese aveva
cagione di emigrare verso settentrione, e contendere alla più astuta
e pertinace di tutte le razze quel poco che vi era da raspare nel più
povero de’ tesori. Frattanto, gli avventurieri scozzesi calavano giù
verso le regioni meridionali, ed ottenevano in tutte le vie della vita
una prosperità che eccitava la invidia, comunque, per lo più, altro non
fosse che giusto rimerito alla prudenza e alla industria. Nulladimeno,
la Scozia non potè in guisa nessuna sottrarsi al destino inevitabile ad
ogni stato che si annette ma non s’incorpora con un altro stato ricco
di maggiori mezzi. Quantunque fosse regno indipendente di nome, essa
venne, per cento e più anni, veramente trattata per molti rispetti come
provincia soggetta.
L’Irlanda fu governata come terra conquistata con le armi. Le sue rozze
istituzioni nazionali erano spente. I coloni inglesi, sottostando alla
dittatura della madre patria, senza lo aiuto della quale non potevano
esistere, si rifacevano calpestando le popolazioni fra le quali
vivevano. Il parlamento che ragunavasi in Dublino, non poteva adottare
una legge senza che fosse stata innanzi approvata dal consiglio privato
di Londra. L’autorità del corpo legislativo inglese estendevasi sopra
la Irlanda. L’amministrazione esecutiva era affidata ad uomini inglesi,
che venivano considerati come stranieri, ed anche come nemici, dalla
popolazione celtica.
Ci rimane a notare la cagione che più d’ogni altra ha rese le sorti
dell’Irlanda cotanto diverse da quelle della Scozia. La Scozia era
protestante. In nessuna contrada d’Europa il moto popolare contro la
Chiesa romana era stato così rapido e violento. I riformatori avevano
vinta, deposta dal trono e imprigionata la loro sovrana idolatra. Non
vollero nè anche accettare una concordia simile a quella ch’era seguita
in Inghilterra. Avevano stabilito la dottrina, la disciplina e il culto
di Calvino; e facevano poca distinzione tra il papato e la prelatura,
fra la messa e il libro della preghiera comune. Sventuratamente per
la Scozia, il principe che essa mandò per governare un’eredità più
bella, era stato tanto molestato dalla pertinacia con che i teologi
avevano predicato contro lui i privilegi del sinodo e del pulpito,
ch’egli detestava la politica ecclesiastica alla quale la nazione era
affezionata, odiavala di quanto odio poteva essere capace la sua indole
effeminata; ed appena asceso sul trono inglese, cominciò a mostrare
intollerantissimo zelo per il governo e il rituale della Chiesa
anglicana.
Gl’Irlandesi erano il solo popolo nella Europa settentrionale che
fosse rimasto fido alla vecchia religione. Lo che è da attribuirsi
in parte a ciò, che essi in cultura rimanevano addietro di parecchi
secoli ai loro vicini. Ma altre cagioni vi avevano cooperato. La
riforma era stata una rivoluzione politica e morale. Non erano solo
insorti i laici contro il clero, ma tutte le schiatte della gran razza
germanica contro la dominazione straniera. È fatto significantissimo,
che nessuna gran massa di popolo la lingua del quale non sia teutonica,
s’è giammai volta al protestantismo; e che dove si parla un idioma
derivato da quello dell’antica Roma, la religione della Roma moderna
fin oggi prevale. Il patriottismo degl’Irlandesi aveva preso un cammino
peculiare. Lo scopo de’ loro rancori non era Roma, ma l’Inghilterra; ed
avevano ragioni speciali per abborrire quei sovrani inglesi che erano
stati capi di quel grande scisma, Enrico VIII ed Elisabetta. Mentre
ferveva la lotta che due generazioni di principi Milesii tennero viva
contro i Tudors, lo entusiasmo religioso e l’entusiasmo nazionale si
confusero inseparabilmente negli animi della razza vinta. La nuova
contesa fra protestanti e papisti riaccese la vecchia contesa tra
Sassoni e Celti. Gl’Inglesi vincitori, frattanto, trascuravano ogni
mezzo legittimo di conversione. Non si davano pensiero di provvedere la
vinta nazione d’istitutori capaci di farsi intendere. Non fu fatta una
versione della Bibbia in lingua ersa. Il governo fu pago di stabilire
una vasta gerarchia di arcivescovi, vescovi e rettori protestanti,
i quali non facevano nulla, e per non far nulla erano pagati con le
spoglie d’una Chiesa amata e riverita dalla più parte del popolo.
Le condizioni della Scozia e della Irlanda erano tali da svegliare
il timore nel petto d’un preveggente uomo di stato. Nondimeno,
eravi apparenza di tranquillità. Per la prima volta tutte le isole
britanniche trovavansi unite pacificamente sotto un solo scettro.