Coteste alte pretese furono di scandalo ai protestanti ed ai cattolici;

scandalo che accrebbesi grandemente allorchè la supremazia che Maria

aveva resa al papa, venne nuovamente da Elisabetta annessa alla corona.

Pareva cosa mostruosa che una donna fosse il vescovo supremo di una

chiesa, nella quale uno degli apostoli aveva inibito che si udisse

perfino la voce della donna. Per lo che, la regina reputò necessario

di rinunziare espressamente al carattere sacerdotale assunto già

da suo padre; il quale carattere, secondo l’opinione di Cranmer,

era stato, per divino comandamento, inseparabilmente congiunto alla

potestà regia. Allorquando, regnante lei, la professione della fede

anglicana venne modificata, il vocabolo supremazia fu interpretato in

modo alquanto diverso da quello onde intendevasi comunemente alla

corte di Enrico. Cranmer aveva dichiarato, con parole enfatiche, che

Dio aveva immediatamente commesso ai principi cristiani l’intera

cura di tutti i loro sudditi in ciò che spettava all’amministrazione

della parola divina per la cura delle anime, come in ciò che

spettava all’amministrazione delle faccende politiche.[5] L’articolo

trentesimosettimo di religione, fatto nel regno di Elisabetta, dichiara

con parole egualmente enfatiche, che il ministero della parola divina

non appartiene ai principi. La regina, nondimeno, esercitava tuttavia

sopra la Chiesa un potere visitatorio, vasto ed indefinito. Il

Parlamento le aveva affidato l’ufficio di infrenare e punire l’eresia

ed ogni specie di abuso ecclesiastico, e le aveva concesso di delegare

la sua autorità ai suoi commissari. I vescovi erano poco più che suoi

ministri. Più presto che concedere al magistrato civile l’assoluta

potestà di nominare i pastori spirituali, la Chiesa di Roma, nel

secolo undecimo, aveva posta tutta l’Europa in fiamme. Più presto che

concedere al magistrato civile l’assoluta potestà di nomare i pastori

spirituali, i ministri della Chiesa di Scozia, ai tempi nostri,

rinunciarono a migliaia le loro prebende. La Chiesa d’Inghilterra non

patì cosiffatti scrupoli. I suoi prelati erano nominati dalla sola

autorità regia; da lei sola i concilii venivano convocati, regolati,

prorogati e disciolti. Privi della regia sanzione, i suoi canoni erano

nulli. Uno degli articoli della sua fede prescriveva, che senza lo

assenso regio nessun concilio poteva legalmente adunarsi. Da tutte

le sue sentenze eravi un ultimo appello al sovrano, anche quando la

questione era di definire se una opinione dovesse giudicarsi ereticale,

o se l’amministrazione di un sacramento fosse stata valida. Nè la

chiesa invidiava ai nostri principi questo esteso potere. Da loro aveva

ricevuta la esistenza, era stata nudrita nella infanzia, difesa contro

le aggressioni dei papisti e dei puritani, protetta contro i parlamenti

che non la guardavano di buon occhio, e vendicata dagli assalti de’

dotti, ai quali le tornava duro rispondere. Così la gratitudine,

la speranza, il timore, i comuni affetti e le inimicizie comuni,

la collegavano al trono. Tutte le sue tradizioni e tendenze erano

monarchiche. La lealtà ovvero devozione verso il sovrano divenne un

punto d’onore annesso alla professione clericale, una nota speciale che

distingueva i preti anglicani dai calvinisti e dai papisti. Entrambi,

calvinisti e papisti, per quanto fosse ampia la distanza che nelle

altre cose li teneva disgiunti, guardavano con estrema gelosia tutte le

usurpazioni che il potere temporale faceva nel campo dello spirituale.

Calvinisti e papisti sostenevano che i sudditi potevano equamente

sguainare la spada contro i sovrani empi. In Francia, i calvinisti

si opposero a Carlo IX; i papisti ad Enrico IV; papisti e calvinisti

ad Enrico III. In Iscozia, i calvinisti fecero prigioniera Maria. A

settentrione del Trent i papisti presero le armi contro Elisabetta.

La Chiesa d’Inghilterra frattanto condannava calvinisti e papisti, ed

altamente vantavasi non esservi debito che ella inculcasse con maggiore

solennità e costanza, al pari di quello di sommissione ai principi.

XXVIII. L’utile che ricavava la corona da cotesta stretta alleanza con

la Chiesa stabilita, era grande; ma non era scevro di danni. Il patto

ordinato da Cranmer era stato in prima considerato da un gran numero

di protestanti come un disegno inteso a servire due padroni, come un

tentativo di congiungere il culto del Signore col culto di Baal. Nei

giorni d’Eduardo VI gli scrupoli di questo partito avevano più volte

gettate gravi difficoltà nella via del governo. Come Elisabetta ascese

al trono, simiglianti difficoltà si accrebbero non poco. La violenza,

per legge di natura, genera la violenza. Lo spirito del protestantismo

diventò quindi, dopo le crudeltà di Maria, più audace e intollerante

che non lo fosse innanzi. Molti che professavano caldamente le nuove

opinioni, avevano in quegli infausti giorni cercato asilo nella

Svizzera e nella Germania. Erano stati accolti con ospitalità dai loro

fratelli nella fede; avevano ascoltati i discorsi dei grandi dottori

di Strasburgo, di Zurigo e di Ginevra; e per parecchi anni eransi

assuefatti ad un culto più semplice e ad una forma più democratica di

governo ecclesiastico, che non ancora s’era veduta in Inghilterra.

Costoro ritornarono alle patrie contrade, convinti che la riforma

compitasi sotto il re Eduardo, era stata meno indagatrice ed estesa

di quello che richiedevano gl’interessi della religione pura. Ma

sforzaronsi invano d’ottenere concessioni da Elisabetta. Vero è che il

sistema di lei, in ciò che differiva da quello di suo fratello, pareva

loro peggiorato. Erano poco inchinevoli a sottomettersi in materia di

fede a qual si fosse autorità umana. Di recente, fidenti nel loro modo

d’interpretare la Scrittura, erano insorti contro una Chiesa forte per

antichità immemorabile e per universale consenso. Avevano adoperati

sforzi non comuni d’energia intellettuale a scuotere il giogo di quella

splendida ed imperiale superstizione; ed era cosa vana sperare, che,

tosto dopo tale emancipazione, si volessero pazientemente sobbarcare ad

una nuova tirannia spirituale. Da lungo tempo avvezzi a prostrarsi con

la faccia a terra, mentre il sacerdote alzava l’ostia, siccome avanti

al cospetto di Dio, avevano imparato a considerare la messa come una

cerimonia idolatra. Da lungo tempo avvezzi a considerare il pontefice

come successore del principe degli apostoli, come custode delle chiavi

del cielo e della terra, avevano imparato a riguardarlo come la belva,

l’anticristo, l’uomo del peccato. Non era da sperarsi che s’inducessero

a tributare ad una autorità novellamente sorta quella riverenza che

avevano negata al Vaticano; che sottoponessero il loro giudicio privato

all’autorità d’una chiesa fondata sul giudicio privato soltanto; che

avessero timore di dissentire da maestri i quali dissentivano da quella

che già era stata la fede universale della cristianità in occidente. È

facile immaginare lo sdegno che dovevano provare gli spiriti audaci e

indagatori, gloriantisi della libertà novellamente acquistata, come si

accorsero che una istituzione giovanissima, la quale aveva sotto gli

stessi occhi loro ricevuta forma dalle passioni e dagli interessi d’una

corte, cominciava a scimmiottare lo altero contegno di Roma.

XXIX. Dacchè non era modo a convincere uomini siffatti, e’ fu stabilito

di perseguitarli. Tale persecuzione produsse in essi i suoi naturali

effetti. Erano una setta, e diventarono una fazione. All’odio che

sentivano contro la Chiesa, aggiunsero l’odio contro la corona. Questi

due sentimenti erano commisti, e invelenivansi vicendevolmente. Le

opinioni del puritano intorno alla relazione fra principe e suddito,

differivano grandemente da quelle che venivano inculcate nelle omilie.

I suoi teologi prediletti lo avevano, e col precetto e con lo esempio,

incoraggiato ad opporre resistenza ai tiranni ed ai persecutori. I

suoi fratelli calvinisti in Francia, in Olanda, in Iscozia, erano in

armi contro principi crudeli e idolatri. Le sue nozioni concernenti

il governo dello stato assunsero una tinta consentanea alle sue

nozioni concernenti il governo della Chiesa. Parecchi dei sarcasmi

che il popolo scagliava contro lo episcopato, potevano, senza molta

difficoltà, adattarsi al principato; e molti degli argomenti che

adoperavansi a provare che il potere spirituale era meglio collocato

in un Sinodo, sembravano condurre alla conclusione, che il potere

temporale sarebbe meglio collocato in un Parlamento.

XXX. Così, come il sacerdote della Chiesa stabilita, per interesse,

per principio e per passione, era zelante delle regie prerogative,

il puritano per passione, per principio e per interesse, era ostile

a quelle. Grande era la potenza de’ settarii malcontenti. Trovavansi

in ogni ceto, ma erano più numerosi fra il ceto mercantile delle

città, e fra i piccoli possidenti delle campagne. Regnante Elisabetta,

cominciarono a mandare il maggior numero de’ deputati alla Camera

de’ Comuni. E non è dubbio, che se i nostri antenati fossero stati

allora liberi di porre tutta la loro attenzione sopra le questioni

interne, il conflitto tra la corona e il Parlamento sarebbe subito

scoppiato. Ma non era quella la stagione atta ai domestici dissidi.

Veramente, potrebbe dubitarsi se la fermissima colleganza di tutti gli

ordini dello stato fosse la cagione di frustrare il pericolo che li

minacciava tutti. L’Europa cattolica e la Europa riformata pugnavano

per la vita o la morte. La Francia, dilacerata dalle lotte intestine,

da qualche tempo non contava più nulla nella Cristianità. Il governo

inglese era a capo degl’interessi protestanti; e mentre in casa propria

perseguitava i presbiteriani, concedeva valida protezione alle chiese

presbiteriane negli stati stranieri. Capo del partito opposto era

il più potente principe di quell’epoca, il quale imperava sopra la

Spagna, il Portogallo, la Italia, i Paesi Bassi, le Indie orientali ed

occidentali; le cui armi più volte si spinsero fino a Parigi, e le cui

flotte tenevano in paura le coste di Devonshire e di Sussex. E’ parve

per lungo tempo cosa probabile che gl’Inglesi avessero a combattere

disperatamente sopra il suolo inglese, a difendere la religione e

indipendenza loro. Nè si tennero un istante mai liberi dalla paura di

qualche gran tradimento in casa; perocchè in quei giorni era diventato

punto di coscienza e d’onore per molti uomini d’indole generosa il

sacrificare la patria alla religione. Una serie di congiure di continuo

ordite dai cattolici romani contro la vita della regina e la esistenza

della nazione, teneva la società in perenne trepidazione. Qualunque si

fossero gli errori di Elisabetta, era pur manifesto che le sorti del

regno e di tutte le chiese riformate pendevano dalla sicurtà della sua

persona e dal prospero successo della sua amministrazione. Era, dunque,

precipuo dovere d’ogni cittadino e d’ogni protestante rinvigorirle il

braccio: dovere che fu bene osservato. I puritani, anche dal fondo

delle prigioni dove essa gli aveva sepolti, pregavano con fervore

non finto, perchè la ribellione le cadesse doma ai piedi, e le sue

armi fossero vittoriose per mare e per terra. Uno de’ più testardi

della testarda setta, appena il carnefice gli aveva mozza una mano

a punirlo d’un delitto al quale era stato spinto dal suo stemperato

zelo, scuotendo con l’altra mano il cappello, esclamò: «Dio salvi la

regina!» Il sentimento che cotesta genia di uomini provavano per lei

passò ai loro posteri. I non–conformisti, per quanto rigorosamente li

avesse trattati, hanno, come corporazione, sempre venerata la memoria

di lei.[6]

Quindi, per tutto quasi il tempo che ella regnò, i puritani nella

Camera de’ Comuni, quantunque s’ammutinassero talvolta, non erano

inchinevoli ad ordinarsi in opposizione sistematica contro il governo.

Ma allorchè la sconfitta dell’Armada, la vittoriosa resistenza delle

Province Unite alla dominazione spagnuola, il consolidamento di Enrico

IV sopra il trono di Francia, e la morte di Filippo II ebbero resi

sicuri lo Stato e la Chiesa contro ogni pericolo esterno, scoppiò

subito nello interno un ostinato conflitto, che durò per parecchie

generazioni.

XXXI. Nel parlamento del 1601, quella opposizione la quale per quaranta

anni erasi sordamente raccolta e afforzata, combattè la sua prima

grande battaglia, e riportò la sua prima vittoria. Il campo era bene

scelto. La suprema direzione della politica commerciale era stata

sempre affidata ai sovrani inglesi. Era loro prerogativa indisputata

quella di regolare la moneta, i pesi e le misure, e di stabilire le

fiere, i mercati e i porti. La linea che limitava la loro autorità

in fatto di commercio, era stata, secondo il costume, descritta

confusamente. Essi quindi, secondo il costume, facevano usurpazioni

nel terreno che per diritto apparteneva al corpo legislativo. Le

usurpazioni furono, secondo il costume, tollerate con pazienza fino

a tanto che divennero gravissime. Finalmente, la regina arbitrò di

concedere a centinaia patenti di monopolio. Non eravi quasi famiglia in

tutto il regno, la quale non sentisse il peso dell’oppressione e delle

estorsioni che originavano naturalmente da cosiffatto abuso. Ferro,

olio, aceto, carbone, salnitro, piombo, amido, lana filata, pelli,

cuoi, vetri, bisognava comperarli a prezzi esorbitanti. La Camera de’

Comuni ragunandosi, si mostrò in collera e determinata ad operare.

Invano una minoranza cortigiana biasimò il presidente di tollerare che

gli atti della Regina venissero posti in discussione. Il linguaggio de’

malcontenti era alto e minaccioso, e vi faceva eco la voce della intera

nazione. Il cocchio del primo ministro della corona venne circondato

dal popolaccio sdegnato, il quale malediceva a’ monopolii, e gridava

non doversi patire che le regie prerogative violassero le libertà

della Inghilterra. E’ parve per un istante temersi che il lungo e

glorioso regno di Elisabetta avrebbe una fine vergognosa e sciagurata.

Ella, nondimeno, con giudizio e contegno mirabili, evitò la contesa,

si pose a capo del partito riformista, riparò agli aggravi, rese

grazie ai Comuni con dignitose e commoventi parole per la loro tenera

sollecitudine verso il bene pubblico, riguadagnò il cuore del popolo,

e lasciò a’ suoi successori un memorabile esempio del come un sovrano

debba governarsi nelle pubbliche commozioni qualvolta gli manchino i

mezzi di vincerle.

XXXII. La grande Regina moriva nel 1603. Quest’anno, per molte ragioni,

forma una delle più importanti epoche nella nostra storia. E’ fu

allora che la Irlanda e la Scozia divennero parti del medesimo impero

insieme con la Inghilterra. Entrambe, Scozia ed Irlanda, a dir vero,

erano state soggiogate dai Plantageneti, ma nè l’una nè l’altra erasi

sobbarcata con pazienza al giogo. La Scozia aveva con eroico valore

rivendicata la propria indipendenza; era stata, fino dal tempo di

Roberto Bruce, un regno separato; ed ora veniva congiunta alla parte

meridionale dell’isola con un modo che gratificava, anzi che ferire, il

suo orgoglio nazionale.

La Irlanda, dai tempi d’Enrico II in poi, non aveva potuto espellere

gl’invasori stranieri; ma aveva lungamente e strenuamente lottato

contro essi. Nel corso de’ secoli decimoquarto e decimoquinto, la

potenza inglese in quell’isola era venuta sempre decadendo, e nei

giorni di Enrico VII era caduta in fondo. I dominii inglesi di quel

principe erano solo le contee di Dublino e di Louth, qualche parte

di Meath e di Kildare, e pochi porti di mare lungo la costiera. Un

vasto tratto di Leinster non era per anche diviso in contee. Munster,

Ulster e Connaught, erano governate da principotti o celti, o degeneri

normanni che avevano dimenticata la origine propria, e adottato lo

idioma e i costumi celtici. Ma nel secolo decimosesto, la potenza

inglese vi aveva fatto grandi progressi. I semi–selvaggi capi che

reggevano le contrade non sottoposte, avevano ceduto, l’uno dopo

l’altro, ai luogotenenti de’ Tudors. Alla perfine, pochi giorni avanti

la morte d’Elisabetta, la conquista, che era stata quattrocento e più

anni prima iniziata da Strongbow, fu compita da Mountjoy. Di poco

Giacomo I era asceso al trono, allorchè O’Donnell ed O’Neil, ultimi fra

quelli che avevano tenuto il grado di principi indipendenti, condotti

a Whitehall, gli baciarono la mano. D’allora in poi, i suoi decreti

valevano, e i suoi giudici tenevano corti in ogni parte d’Irlanda, e

le leggi inglesi prevalsero alle consuetudini con che reggevansi le

tribù aborigene.

Per estensione, la Scozia e la Irlanda erano pressochè uguali, e,

congiunte, pareggiavano quasi l’Inghilterra; ma meno di essa popolate,

le rimanevano lungo tratto inferiori per civiltà ed opulenza. La Scozia

era stata impedita di raggiungerla dalla natia sterilità del suolo; e

la Irlanda, fra mezzo alla luce della Europa risorta, giaceva tuttavia

sotto la tenebra del medio evo.

La popolazione della Scozia, tranne le tribù celtiche che erano sparse

nelle Ebridi e su per le regioni montuose delle contee settentrionali,

aveva comune il sangue con la popolazione dell’Inghilterra, e parlava

una lingua che non differiva dalla purissima favella inglese più che i

dialetti delle contee di Somerset e di Lancaster non differiscono l’uno

dall’altro. In Irlanda, all’incontro, la popolazione, salvo la piccola

colonia inglese presso la costa, era celtica, e serbava tuttavia

l’idioma e i costumi celtici.

Per naturale coraggio ed intelligenza, ambedue le nazioni che

incorporavansi all’Inghilterra, erano degne di considerazione. Per

perseveranza, impero di sè, preveggenza, e per tutti i pregii necessari

a bene condurre la vita, gli Scozzesi non sono mai stati vinti da

nessun altro popolo. Gl’Irlandesi, dall’altro canto, erano predistinti

da quelle qualità che tendono a rendere gli uomini interessanti, più

presto che avventurati. Erano razza ardente ed impetuosa, facile a

trascorrere alle lacrime o al riso, al furore o allo affetto. Sola tra

tutte le nazioni della Europa settentrionale, aveva la irritabilità,

la vivacità, il pendio naturale per la mimica e la rettorica;

qualità ingenite nei popoli de’ lidi del mediterraneo. Per cultura

intellettuale, la Scozia era incontrastabilmente superiore. Tuttochè

quel regno fosse il più povero in tutta la cristianità, gareggiava,

nonostante, in ogni ramo di scibile con le più fortunate regioni. Gli

Scozzesi, de’ quali le abitazioni e i cibi erano meschini al pari

di quelli degl’Irlandesi de’ giorni nostri, scrivevano versi latini

con maggiore squisitezza che non ne mostra il Vida, e nelle scienze

facevano scoperte che avrebbero accresciuta la rinomanza di Galileo. La

Irlanda non poteva gloriarsi di un Bucanano o d’un Napier. Il genio,

di che i loro abitanti aborigeni erano largamente dotati, mostravasi,

come fa tuttavia, nelle ballate; le quali, comunque selvagge e rozze,

parvero all’occhio giudizioso di Spenser contenere vene di puro oro

poetico.

La Scozia, diventando parte della monarchia britannica, serbò tutta

la sua dignità. Dopo d’avere per molte generazioni coraggiosamente

sostenuto lo scontro delle armi inglesi, veniva adesso congiunta alla

sua più forte vicina con patti onorevolissimi. Ella dava un re in vece

di riceverlo. Serbava intatte la costituzione e le leggi proprie. I

tribunali e i parlamenti rimanevano affatto indipendenti dai tribunali

o dai parlamenti che sedevano in Westminster. L’amministrazione della

Scozia era affidata a mani scozzesi; perocchè nessuno inglese aveva

cagione di emigrare verso settentrione, e contendere alla più astuta

e pertinace di tutte le razze quel poco che vi era da raspare nel più

povero de’ tesori. Frattanto, gli avventurieri scozzesi calavano giù

verso le regioni meridionali, ed ottenevano in tutte le vie della vita

una prosperità che eccitava la invidia, comunque, per lo più, altro non

fosse che giusto rimerito alla prudenza e alla industria. Nulladimeno,

la Scozia non potè in guisa nessuna sottrarsi al destino inevitabile ad

ogni stato che si annette ma non s’incorpora con un altro stato ricco

di maggiori mezzi. Quantunque fosse regno indipendente di nome, essa

venne, per cento e più anni, veramente trattata per molti rispetti come

provincia soggetta.

L’Irlanda fu governata come terra conquistata con le armi. Le sue rozze

istituzioni nazionali erano spente. I coloni inglesi, sottostando alla

dittatura della madre patria, senza lo aiuto della quale non potevano

esistere, si rifacevano calpestando le popolazioni fra le quali

vivevano. Il parlamento che ragunavasi in Dublino, non poteva adottare

una legge senza che fosse stata innanzi approvata dal consiglio privato

di Londra. L’autorità del corpo legislativo inglese estendevasi sopra

la Irlanda. L’amministrazione esecutiva era affidata ad uomini inglesi,

che venivano considerati come stranieri, ed anche come nemici, dalla

popolazione celtica.

Ci rimane a notare la cagione che più d’ogni altra ha rese le sorti

dell’Irlanda cotanto diverse da quelle della Scozia. La Scozia era

protestante. In nessuna contrada d’Europa il moto popolare contro la

Chiesa romana era stato così rapido e violento. I riformatori avevano

vinta, deposta dal trono e imprigionata la loro sovrana idolatra. Non

vollero nè anche accettare una concordia simile a quella ch’era seguita

in Inghilterra. Avevano stabilito la dottrina, la disciplina e il culto

di Calvino; e facevano poca distinzione tra il papato e la prelatura,

fra la messa e il libro della preghiera comune. Sventuratamente per

la Scozia, il principe che essa mandò per governare un’eredità più

bella, era stato tanto molestato dalla pertinacia con che i teologi

avevano predicato contro lui i privilegi del sinodo e del pulpito,

ch’egli detestava la politica ecclesiastica alla quale la nazione era

affezionata, odiavala di quanto odio poteva essere capace la sua indole

effeminata; ed appena asceso sul trono inglese, cominciò a mostrare

intollerantissimo zelo per il governo e il rituale della Chiesa

anglicana.

Gl’Irlandesi erano il solo popolo nella Europa settentrionale che

fosse rimasto fido alla vecchia religione. Lo che è da attribuirsi

in parte a ciò, che essi in cultura rimanevano addietro di parecchi

secoli ai loro vicini. Ma altre cagioni vi avevano cooperato. La

riforma era stata una rivoluzione politica e morale. Non erano solo

insorti i laici contro il clero, ma tutte le schiatte della gran razza

germanica contro la dominazione straniera. È fatto significantissimo,

che nessuna gran massa di popolo la lingua del quale non sia teutonica,

s’è giammai volta al protestantismo; e che dove si parla un idioma

derivato da quello dell’antica Roma, la religione della Roma moderna

fin oggi prevale. Il patriottismo degl’Irlandesi aveva preso un cammino

peculiare. Lo scopo de’ loro rancori non era Roma, ma l’Inghilterra; ed

avevano ragioni speciali per abborrire quei sovrani inglesi che erano

stati capi di quel grande scisma, Enrico VIII ed Elisabetta. Mentre

ferveva la lotta che due generazioni di principi Milesii tennero viva

contro i Tudors, lo entusiasmo religioso e l’entusiasmo nazionale si

confusero inseparabilmente negli animi della razza vinta. La nuova

contesa fra protestanti e papisti riaccese la vecchia contesa tra

Sassoni e Celti. Gl’Inglesi vincitori, frattanto, trascuravano ogni

mezzo legittimo di conversione. Non si davano pensiero di provvedere la

vinta nazione d’istitutori capaci di farsi intendere. Non fu fatta una

versione della Bibbia in lingua ersa. Il governo fu pago di stabilire

una vasta gerarchia di arcivescovi, vescovi e rettori protestanti,

i quali non facevano nulla, e per non far nulla erano pagati con le

spoglie d’una Chiesa amata e riverita dalla più parte del popolo.

Le condizioni della Scozia e della Irlanda erano tali da svegliare

il timore nel petto d’un preveggente uomo di stato. Nondimeno,

eravi apparenza di tranquillità. Per la prima volta tutte le isole

britanniche trovavansi unite pacificamente sotto un solo scettro.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 5 / 58 段