cagione diversa dallo cagioni politiche, il secolo decimosettimo non
sarebbe trascorso senza un feroce conflitto tra i nostri principi e
i loro parlamenti. Ma bene altre cause assai più potenti cooperavano
a produrre il medesimo effetto. Mentre il governo de’ Tudors era nel
suo maggior vigore, seguì un fatto che ha modificate le sorti di tutte
le nazioni cristiane, ed in modo peculiare quelle della Inghilterra.
Nel medio evo, due volte lo spirito dell’Europa erasi innalzato
contro il dominio di Roma.[3] La prima insurrezione eruppe dalla
Francia Meridionale. La energia d’Innocenzo III, lo zelo degli Ordini,
pur allora istituiti, da Francesco e da Domenico, e la ferocia de’
Crociati, che il clero aveva lanciati addosso a un popolo pacifico,
distrusse le chiese Albigesi. La seconda Riforma ebbe origine in
Inghilterra, e si estese alla Boemia. Il Concilio di Costanza, ponendo
freno a parecchi disordini ecclesiastici, che erano di scandalo alla
Cristianità, e i principi europei, adoperando senza misericordia il
ferro e il fuoco contro gli eretici, poterono fermare e rinculare
quel movimento. Nè ciò è da reputarsi un gran male. Le simpatíe di un
protestante, egli è vero, saranno naturalmente a favore degli Albigesi
e dei Lollardi. Nondimeno, un protestante illuminato e temperante
inclinerà forse a dubitare che la vittoria degli Albigesi o dei
Lollardi avrebbe, nello insieme, promosso la felicità e la virtù del
genere umano. Per quanto corrotta fosse la Chiesa di Roma, abbiamo
ragione di credere, che se ella fosse stata rovesciata nel duodecimo o
anche nel quattordicesimo secolo, il suo posto sarebbe stato occupato
da qualche altro sistema anco più corrotto. A quei tempi, nella
maggior parte d’Europa era pochissima istruzione, la quale inoltre
era ristretta dentro i limiti del solo clero. Un solo in cinquecento
uomini laici sapeva intendere un salmo. I libri erano pochi e costavano
molto. L’arte della stampa non era per anche inventata. Esemplari della
Bibbia, per beltà e chiarezza inferiori a quelli che oggi possono
trovarsi in ogni capanna, vendevansi a prezzi che molti de’ preti non
potevano pagare. Era impossibile che i laici studiassero da sè le
Scritture. È quindi probabile che appena essi avessero scosso un giogo
spirituale, se ne sarebbero recato un altro sul collo, e che il potere
già esercitato dal clero e dalla Chiesa di Roma sarebbe passato nelle
mani d’insegnatori molto più tristi. Il secolo decimosesto, in paragone
degli antecedenti, era un’età di luce. Nonostante, anche in quel
secolo stesso un numero considerevole di quelli uomini i quali avevano
abbandonata la vecchia religione, si traevano dietro al primo che,
ispirando loro fiducia, ponevasi a guida, e li trascinava in errori
molto più gravi di quelli cui essi avevano rinunciato. Così a Matthias
e Kniperdoling, apostoli di lussuria, di ladroneccio e d’assassinio,
venne fatto di padroneggiare per qualche tempo parecchie grandi città.
In una età più buia tali falsi profeti avrebbero potuto fondare imperi;
e la Cristianità avrebbe potuto essere traviata in una crudele e
licenziosa superstizione, più nociva non solo del papato, ma dello
stesso islamismo.
Circa cento anni dopo il Concilio di Costanza, s’iniziò quel gran
fatto che, enfaticamente, chiamarono la Riforma. La pienezza dei tempi
era giunta. Il clero non era più oltre il solo e precipuo custode
del sapere. La invenzione della stampa aveva armato il braccio degli
avversanti la Chiesa d’un’arma di cui difettavano i loro predecessori.
Lo studio degli antichi scrittori, il rapido sviluppo delle lingue
moderne, l’operosità insolita con che gli intelletti agitavansi in
ogni ramo di letteratura, le condizioni politiche dell’Europa, i vizi
della Corte Romana, l’esazioni della romana cancelleria, la gelosia con
che i laici naturalmente miravano l’opulenza e i privilegi del clero,
la gelosia con che gli abitatori d’oltr’Alpe naturalmente guardavano
la supremazia dell’Italia; tutte queste cose dettero ai dottori della
nuova teologia un vantaggio, ed essi trovarono e intesero perfettamente
il modo d’usarne.
Coloro i quali sostengono che la influenza della Chiesa di Roma ne’
tempi barbari fosse, parlando generalmente, benefica alla specie
umana, potrebbero, senza taccia della minima incoerenza, considerare
la Riforma come una inestimabile ventura. Il freno che sostiene e
guida il bambino, riuscirebbe d’impedimento all’uomo già fatto. In
simil guisa i mezzi medesimi dai quali la mente umana, in uno stadio
del suo progresso, riceve sostegno e movimento, potrebbero, in altro
stadio, diventare pretti impedimenti. È un punto nella vita dell’uomo
come in quella della società, nel quale la sommissione e la fede, tali
che in un periodo posteriore si chiamerebbero con ragione credulità
e servaggio, sono qualità benefiche. Il fanciullo che, senza avere
la tenera mente turbata dal dubbio, ascolti gli ammonimenti de’ suoi
maggiori, verosimilmente farà celeri progressi. Ma l’uomo che ricevesse
con fanciullesca docilità ogni asserzione ed ogni domma profferito
da un altro uomo che non abbia maggiore sapienza, diventerebbe
contennendo. Lo stesso accade della società. La fanciullezza
delle nazioni europee era trascorsa sotto la tutela del clero. La
preponderanza dell’ordine sacerdotale fu per lunga stagione quella
stessa preponderanza che naturalmente e convenevolmente appartiene alla
superiorità intellettuale. I preti, malgrado i loro difetti, erano la
parte più saggia della società. Egli era, dunque, un bene che venissero
rispettati ed obbediti. Le usurpazioni che il potere ecclesiastico
fece nel campo del potere civile, produssero più felicità che miseria;
mentre il potere ecclesiastico era nelle mani della sola classe che
aveva studiata la storia, la filosofia e il diritto pubblico; e mentre
il potere civile era nelle mani di capi selvaggi, i quali non sapevano
leggere le concessioni e gli editti che essi facevano. Ma succedeva
un mutamento. Il sapere gradualmente si venne spandendo fra’ laici.
In sul principio del secolo decimosesto, molti di loro in ogni studio
intellettuale erano pari ai più illuminati dei loro pastori spirituali.
D’allora in poi, quella dominazione che nelle età buie era stata, in
onta ai molti abusi, una tutela legittima e salutare, divenne una
ingiusta e malefica tirannia.
Dal tempo in cui i barbari rovesciarono lo impero d’occidente, fino
al tempo del risorgimento delle lettere, la influenza della Chiesa di
Roma era stata generalmente favorevole al sapere, allo incivilimento
e al buon governo. Ma negli ultimi tre secoli, suo scopo precipuo era
stato quello di impedire il muoversi della mente umana. Per tutta la
Cristianità, qualunque progresso nello scibile, nella libertà, nella
opulenza, nelle arti della vita, era seguito repugnante la Chiesa,
ed in ogni dove è stato sempre in proporzione inversa del potere di
quella. Le più leggiadre e fertili provincia d’Europa, sotto il suo
giogo, sono cadute nella miseria, nella servitù politica, nel torpore
intellettuale; mentre i paesi protestanti, la sterilità e barbarie dei
quali un tempo passavano in proverbio, sono stati trasmutati dall’arte
e dalla industria in giardini, e possono gloriarsi d’una lunga schiera
di eroi, d’uomini di stato, di filosofi e di poeti. Chiunque, sapendo
ciò che per natura sono la Italia e la Scozia, e ciò che erano quattro
secoli fa, paragonasse la contrada che circonda Roma con quella che
circonda Edimburgo, potrebbe formarsi qualche idea intorno alla
tendenza della dominazione papale. Il cadere della Spagna, già prima
tra tutte le monarchie, nel più turpe abisso della abiezione, e lo
inalzarsi della Olanda, a dispetto di molti naturali impedimenti, ad
un grado cui non giunse mai una repubblica così piccola, insegnano
la medesima verità. Chiunque in Germania passi da un principato
cattolico ad uno protestante, in Isvizzera da un cantone cattolico
ad un protestante, ed in Irlanda da una contea cattolica ad una
protestante, si accorge di essere trapassato da un più basso ad un più
alto grado di civiltà. La medesima legge governa i paesi posti oltre
l’Atlantico. I protestanti degli Stati Uniti si sono lasciati molto
addietro i cattolici romani del Messico, del Perù e del Brasile. I
cattolici romani del Basso Canadà rimangono inerti, laddove in tutto il
continente che li circonda ferve l’operosità protestante. I Francesi,
senza verun dubbio, hanno mostrato tale energia ed intelligenza, che
anche allorquando è stata male diretta, ha loro giustamente procacciato
il nome di gran popolo. Ma questa eccezione apparente, qualora si
consideri bene, varrà a confermare la regola; poichè in nessun paese
che si chiami cattolico romano, la Chiesa cattolica ha, pel corso di
non poche generazioni, posseduto autorità così poca come in Francia.
Egli è difficile il dire se l’Inghilterra debba più alla religione
cattolica romana, che alla riforma. Dell’armonia delle razze e
dell’abolizione del villanaggio, va principalmente debitrice alla
influenza che il clero nel medio evo esercitava sui laici. Della
libertà politica e intellettuale, e di tutti i beni che ne sono
derivati, va debitrice alla grande insurrezione de’ laici contro la
potestà clericale.
La lotta tra la vecchia e la nuova teologia nella patria nostra fu
lunga, e talvolta ne parve dubbioso l’esito. V’erano due estremi
partiti, apparecchiati ad operare con violenza o a soffrire con
indomita volontà. Framezzavasi ad essi, per un tratto considerevole
di tempo, un partito medio; il quale mescolava, molto illogicamente
ma naturalmente, le cose apprese dalla balia co’ sermoni de’ moderni
evangelisti, e mentre attenevasi con affetto alle vecchie osservanze,
detestava gli abusi che ad esse andavano strettamente congiunti. Uomini
di tale tempra di mente volentieri obbedivano, e quasi con gratitudine,
ai cenni di un esperto capo, che gli esentasse dallo incomodo di
giudicare da sè, e dominando con la sua ferma e imperiosa voce il
frastuono della controversia, insegnasse loro come dovessero adorare e
che credere. E però non è strano che i Tudors riuscissero ad esercitare
grande influenza sulle faccende ecclesiastiche; nè è strano che
esercitassero quasi sempre la loro influenza, coordinandola ai propri
interessi.
Enrico VIII tentò di costituire una Chiesa anglicana, che differisse
dalla Chiesa cattolica romana nel solo principio della supremazia. Il
suo tentativo ebbe straordinaria fortuna. La vigoria della sua indole,
la situazione singolarmente favorevole in cui egli trovavasi rispetto
ai potentati stranieri, le immense ricchezze che la spoliazione delle
abbadie avevagli poste nelle mani, e il sostegno di quella classe
che tuttavia ondeggiava fra due opinioni, lo posero in condizione di
sfidare i due partiti estremi, di bruciare come eretici coloro che
seguivano le dottrine di Lutero e d’impiccare come traditori coloro
che rimanevano fidi all’autorità del papa. Se la sua vita fosse stata
più lunga, avrebbe trovato difficile il mantenere un posto assalito
con pari furore da tutti coloro che erano zelanti delle nuove opinioni
o delle vecchie. I ministri ai quali furono affidate, a nome del suo
figlio fanciullo, le regie prerogative, non poterono provarsi di
perseverare in una politica cotanto rischiosa; nè Elisabetta potè
arrisicarsi a ritornarvi. Era mestieri eleggere fra il risottomettersi
alla Chiesa di Roma, o procacciarsi lo aiuto de’ protestanti. Al
governo e ai protestanti, una cosa era comune; l’odio della potenza
papale. I riformisti inglesi erano ansiosi di spingersi tanto oltre,
quanto i loro fratelli sul Continente. Unanimemente dannarono come
anticristiani un gran numero di dommi e di cerimonie, cui Enrico
erasi ostinatamente attenuto, e che Elisabetta aveva con ripugnanza
abbandonati. Molti sentivano una forte avversione anche a cose
indifferenti, le quali già formavano parte della politica e del rituale
della mistica Babilonia. Il vescovo Hooper, a cagione d’esempio, il
quale morì animosamente a Gloucester per la sua religione, ricusò
lungo tempo d’indossare le vesti episcopali. Il vescovo Ridley,
martire di maggiore rinomanza, distrusse gli antichi altari della sua
diocesi, ed ordinò che la Eucaristia venisse ministrata in mezzo alle
chiese sopra mense, che i papisti con irreverenza chiamavano mense da
ostriche. Il vescovo Jewel disse che il modo di vestirsi del clero
era abito da commedia, manto da stolti, reliquia degli Amoriti, e
promise di non perdonare a fatica alcuna onde estirpare assurdità così
disonorevoli. L’arcivescovo Grindal esitò lungo tempo ad accettare
una mitra, a cagione del disgusto con che riguardava quella ch’egli
chiamava burattinata della consecrazione. Il vescovo Parkhurst pregava
fervidamente perchè la Chiesa d’Inghilterra si proponesse quella di
Zurigo come assoluto modello di una comunità cristiana. Il vescovo
Ponet opinava che il vocabolo vescovo fosse da lasciarsi ai papisti, e
che gli alti ufficiali della Chiesa purificata si dovessero chiamare
soprintendenti. Quantunque volte ci facciamo a considerare che nessuno
di cotesti prelati apparteneva alla estrema sezione della parte
protestante, non può dubitarsi che se l’opinione generale di quella
fosse stata seguita, l’opera della riforma sarebbe stata condotta
innanzi senza riguardi in Inghilterra, come essa fu in Iscozia.
XXV. Ma, come al governo era mestieri il sostegno de’ protestanti, così
ai protestanti faceva d’uopo la protezione del governo. E però entrambi
rinunziarono a molte delle loro pretese; si accordarono; e da tale
concordia nacque la Chiesa d’Inghilterra.
Alle peculiarità di questa grande istituzione, ed alle forti passioni
che ha suscitate negli animi degli amici e de’ nemici suoi, debbono
attribuirsi molti de’ più solenni eventi che dopo la riforma seguirono
nel nostro paese; nè la storia civile dell’Inghilterra potrebbe oggimai
intendersi senza studiarla congiuntamente con la storia della sua
politica ecclesiastica.
L’uomo che si pose a capo onde stabilire i patti dell’alleanza che
produsse la Chiesa Anglicana, fu Tommaso Cranmer. Egli rappresentava
anche le parti le quali in quel tempo avevano mestieri di vicendevole
soccorso. Era teologo e insieme uomo di stato. Nel suo carattere di
teologo, era pronto a spingersi nella via d’innovare, al pari di
ogni riformatore svizzero o scozzese. Nel suo carattere d’uomo di
stato, bramava di conservare l’ordinamento che per tante generazioni
aveva mirabilmente giovato gl’intenti dei vescovi di Roma, e che
poteva sperarsi gioverebbe adesso egualmente i re d’Inghilterra e i
loro ministri. Per indole ed intelligenza era mirabilmente temprato
ad operare come mediatore. Onestissimo nelle sue professioni, senza
scrupoli ne’ negozi, zelante anche per le cose da poco, audace nello
speculare, tardo o accomodato ai tempi nell’agire, nemico placabile e
tepido amico, era per ogni ragione qualificato ad ordinare i patti di
coalizione fra i nemici spirituali e temporali del papismo.
XXVI. Fino ai dì nostri la costituzione, le dottrine e i riti della
Chiesa serbano i segni visibili del patto d’onde essa originava. Tiene
un punto medio fra la Chiesa di Roma e quella di Ginevra. Le sue
confessioni e i suoi discorsi dottrinali, composti dai protestanti,
contengono principii di teologia nei quali Calvino e Knox avrebbero
appena trovato un solo vocabolo da disapprovare. Le sue preghiere,
i suoi rendimenti di grazie, derivati dalle vecchie liturgie, sono
quasi tutti tali, che il vescovo Fisher o il cardinal Polo gli avrebbe
cordialmente adottati. Un controversista che attribuisse un senso
arminiano agli articoli e alle omelie della Chiesa Anglicana, verrebbe
dagli uomini sinceri giudicato irragionevole, come un controversista
che negasse non esservi nella liturgia di quella la dottrina della
rigenerazione battesimale.
La Chiesa di Roma ammetteva che lo episcopato era d’istituzione
divina, e che certe grazie soprannaturali d’alto ordine erano state
trasmesse, per mezzo della imposizione delle mani, pel corso di
cinquanta generazioni, da que’ dodici uomini che ricevettero il loro
mandato sopra il monte di Galilea, fino ai vescovi che ragunaronsi in
Trento. Grande numero di protestanti, per altra parte, consideravano
la prelatura come positivamente illegale, ed erano persuasi trovarsi
prescritta nelle pagine della Scrittura una forma differentissima di
governo ecclesiastico. I fondatori della Chiesa Anglicana presero
una via di mezzo. Ritennero lo episcopato, ma non lo dichiararono
istituzione essenziale al bene della società cristiana, o alla
efficacia de’ sacramenti. Granmer, a vero dire, confessò chiaramente
d’esser convinto che nei tempi primitivi non eravi distinzione tra
vescovi e preti, e che la imposizione delle mani non era minimamente
necessaria.
Fra i presbiteriani, lo andamento del culto pubblico è in gran parte
lasciato all’arbitrio del ministro. Le loro preghiere, però, non sono
esattamente identiche in due diverse assemblee di fedeli nel giorno
medesimo, o in due diversi giorni nella medesima assemblea. In una
parrocchia sono fervide, eloquenti e piene di significanza; in un’altra
saranno forse languide o assurde. I sacerdoti della Chiesa cattolica
Romana, dall’altra parte, hanno per molte generazioni cantato le
medesime confessioni e preghiere antiche, e le medesime nell’India e
nella Lituania, nella Irlanda e nel Perù. Gli uffici divini, facendosi
in una lingua morta, riescono intelligibili ai soli dotti; e la maggior
parte de’ fedeli ragunati vi assistono più presto da spettatori che da
uditori. In ciò parimente la Chiesa d’Inghilterra appigliossi ad una
via di mezzo. Copiò le formule di preghiera del rito cattolico romano,
ma le tradusse in idioma volgare, e invitò la indotta moltitudine a
congiungere la sua voce con quella del ministro.
La medesima politica potrebbe osservarsi in ciascuna parte del suo
sistema. Ricusando affatto la dottrina della transustanziazione,
e dannando come idolatria l’adorazione del pane e del vino
sacramentale, volle, con grande disgusto de’ puritani, che i suoi
figli ricevessero i ricordi del divino amore, piegando mansueti le
loro ginocchia. Smettendo molti ricchi ornamenti che circondavano
gli altari dell’antica fede, ritenne tuttavia, con ribrezzo degli
spiriti deboli, la veste di candido lino, la quale era simbolo della
purità convenevole alla Chiesa, come quella che è la mistica sposa
di Cristo. Smettendo mille atti di pantomima che nel culto cattolico
romano fanno l’ufficio di parole intelligibili, con grave scandalo di
molti rigidi protestanti, segnava del segno della croce il bambino al
fonte battesimale. Il cattolico romano mandava le proprie preci ad una
schiera di santi, fra’ quali annoveravansi molti uomini di carattere
dubbio, e parecchi di carattere odioso. Il puritano ricusava il nome
di santo perfino allo apostolo delle genti, e al discepolo amato
tanto da Cristo. La Chiesa d’Inghilterra, quantunque non invocasse la
intercessione di nessun essere creato, nondimeno predistinse. certi
giorni per la commemorazione di alcuni, che avevano fatto e sofferto
molto per la fede. Ritenne la confermazione e la ordinazione quali riti
edificanti, ma li cancellò dal numero de’ sacramenti. La confessione
non fu parte del suo sistema. Non ostante, invitò con gentilezza il
moribondo penitente a confessare le proprie colpe ad un teologo, e
dette facoltà al ministro di confortare l’anima al gran viaggio,
per mezzo d’un’assoluzione, che sembra dettata dallo spirito della
vecchia religione. In generale, potrebbe dirsi ch’essa si dirige più
all’intelletto, e meno ai sensi ed alla immaginazione, di quello che
faccia la Chiesa di Roma; e meno allo intelletto, e più ai sensi ed
alla immaginazione, di quello che facciano le Chiese protestanti di
Scozia, di Francia e di Svizzera.
XXVII. Nessuna cosa, ad ogni modo, distingueva così manifestamente
la Chiesa d’Inghilterra dalle altre chiese, come la relazione che
passava fra essa e la monarchia. Il re ne era capo. I confini della
autorità di lui, come tale, non erano stabiliti, e veramente non sono
stati finora segnati con precisione. Le leggi che dichiaravano la sua
supremazia nelle cose ecclesiastiche, erano state dettate rozzamente ed
in termini generali. Se, con lo scopo di indagare il vero intendimento
di siffatte leggi, ci facciamo ad esaminare gli scritti e le vite
di coloro che fondarono la Chiesa inglese, si accresce la nostra
perplessità. Imperocchè i fondatori della Chiesa anglicana scrissero
ed operarono in tempi d’impetuoso fermento intellettuale, e di azione
e reazione perenne. Quindi spesso contradicevansi vicendevolmente,
e talvolta contradicevano sè stessi. Che il re fosse, sotto Cristo,
solo capo della Chiesa, era dottrina da essi unanimemente professata;
ma le loro parole avevano vario significato sulle labbra di vari,
e sulle medesime labbra in varie circostanze. Ora attribuivano al
sovrano un’autorità che avrebbe satisfatto lo stesso Ildebrando; ora
la riducevano a quella che s’erano arrogata molti antichi principi
inglesi, che avevano sempre aderito alla Chiesa di Roma. Ciò che Enrico
e i suoi fedeli consiglieri intendevano nel vocabolo supremazia, era
niente meno che l’assoluta e piena potestà delle chiavi. Il re doveva
essere papa del suo regno, vicario di Dio, espositore della verità
cattolica, veicolo delle grazie sacramentali. Arrogavasi il diritto di
decidere dommaticamente ciò che era dottrina ortodossa e ciò che era
eresia, di comporre ed imporre professioni di fede, e di dispensare
al popolo la istruzione religiosa. Asseriva, ogni giurisdizione
spirituale e temporale derivare da lui solo, ed avere egli solo potestà
di conferire il carattere episcopale e ritoglierlo. Ordinò che si
apponesse il suo sigillo alle commissioni che nominavano i vescovi, le
quali commissioni dovevano esercitare l’ufficio loro finchè piacesse
al sovrano. Secondo tale sistema, nel modo con che lo espone Cranmer,
il re era il capo spirituale e temporale della nazione, e come tale
aveva i suoi luogotenenti. In quella guisa che nominava gli ufficiali
civili a tenere i suoi sigilli, a raccogliere le sue entrate e a
ministrare la giustizia in nome suo, nominava medesimamente teologi
di vari gradi a predicare il vangelo e a conferire i sacramenti.
Non era necessaria la imposizione delle mani. Il re—era questa la
opinione di Cranmer, esposta con chiarissimi vocaboli—poteva, per
virtù dell’autorità derivante da Dio, fare un sacerdote; e il prete
così creato non aveva mestieri di nessuna altra ordinazione. Da tali
opinioni Cranmer si condusse alle loro legittime conseguenze. Credeva
che le sue attribuzioni spirituali, siccome le attribuzioni secolari
del cancelliere o del tesoriere, cessassero col cessare dell’autorità
nel principe che gliele aveva concedute. E però, allorquando Enrico
finì di vivere, lo arcivescovo e i suoi suffraganei formarono nuove
commissioni, con potestà di stabilire ed esercitare altre funzioni
spirituali fino a che fosse piaciuto al nuovo sovrano ordinare
altrimenti. A chi obiettava che la potestà di legare e di sciogliere,
affatto distinta dalla potestà temporale, era stata data da Nostro
Signore a’ suoi apostoli, i teologi di cotesta scuola risposero, che
la potestà di legare e di sciogliere era discesa non al solo clero, ma
a tutta la famiglia degli uomini cristiani, e doveva essere esercitata
dal supremo magistrato, come rappresentante della società. A chi
obiettava, san Paolo avere parlato di certi determinati individui che
lo Spirito Santo aveva istituiti sorvegliatori e pastori de’ fedeli,
risposero che il re Enrico era quel sorvegliatore e quel pastore il
quale era stato eletto dallo Spirito Santo, ed al quale applicavansi le
parole di san Paolo.[4]