XXIV. E’ sembra certo però, che se non avesse operato alcun’altra

cagione diversa dallo cagioni politiche, il secolo decimosettimo non

sarebbe trascorso senza un feroce conflitto tra i nostri principi e

i loro parlamenti. Ma bene altre cause assai più potenti cooperavano

a produrre il medesimo effetto. Mentre il governo de’ Tudors era nel

suo maggior vigore, seguì un fatto che ha modificate le sorti di tutte

le nazioni cristiane, ed in modo peculiare quelle della Inghilterra.

Nel medio evo, due volte lo spirito dell’Europa erasi innalzato

contro il dominio di Roma.[3] La prima insurrezione eruppe dalla

Francia Meridionale. La energia d’Innocenzo III, lo zelo degli Ordini,

pur allora istituiti, da Francesco e da Domenico, e la ferocia de’

Crociati, che il clero aveva lanciati addosso a un popolo pacifico,

distrusse le chiese Albigesi. La seconda Riforma ebbe origine in

Inghilterra, e si estese alla Boemia. Il Concilio di Costanza, ponendo

freno a parecchi disordini ecclesiastici, che erano di scandalo alla

Cristianità, e i principi europei, adoperando senza misericordia il

ferro e il fuoco contro gli eretici, poterono fermare e rinculare

quel movimento. Nè ciò è da reputarsi un gran male. Le simpatíe di un

protestante, egli è vero, saranno naturalmente a favore degli Albigesi

e dei Lollardi. Nondimeno, un protestante illuminato e temperante

inclinerà forse a dubitare che la vittoria degli Albigesi o dei

Lollardi avrebbe, nello insieme, promosso la felicità e la virtù del

genere umano. Per quanto corrotta fosse la Chiesa di Roma, abbiamo

ragione di credere, che se ella fosse stata rovesciata nel duodecimo o

anche nel quattordicesimo secolo, il suo posto sarebbe stato occupato

da qualche altro sistema anco più corrotto. A quei tempi, nella

maggior parte d’Europa era pochissima istruzione, la quale inoltre

era ristretta dentro i limiti del solo clero. Un solo in cinquecento

uomini laici sapeva intendere un salmo. I libri erano pochi e costavano

molto. L’arte della stampa non era per anche inventata. Esemplari della

Bibbia, per beltà e chiarezza inferiori a quelli che oggi possono

trovarsi in ogni capanna, vendevansi a prezzi che molti de’ preti non

potevano pagare. Era impossibile che i laici studiassero da sè le

Scritture. È quindi probabile che appena essi avessero scosso un giogo

spirituale, se ne sarebbero recato un altro sul collo, e che il potere

già esercitato dal clero e dalla Chiesa di Roma sarebbe passato nelle

mani d’insegnatori molto più tristi. Il secolo decimosesto, in paragone

degli antecedenti, era un’età di luce. Nonostante, anche in quel

secolo stesso un numero considerevole di quelli uomini i quali avevano

abbandonata la vecchia religione, si traevano dietro al primo che,

ispirando loro fiducia, ponevasi a guida, e li trascinava in errori

molto più gravi di quelli cui essi avevano rinunciato. Così a Matthias

e Kniperdoling, apostoli di lussuria, di ladroneccio e d’assassinio,

venne fatto di padroneggiare per qualche tempo parecchie grandi città.

In una età più buia tali falsi profeti avrebbero potuto fondare imperi;

e la Cristianità avrebbe potuto essere traviata in una crudele e

licenziosa superstizione, più nociva non solo del papato, ma dello

stesso islamismo.

Circa cento anni dopo il Concilio di Costanza, s’iniziò quel gran

fatto che, enfaticamente, chiamarono la Riforma. La pienezza dei tempi

era giunta. Il clero non era più oltre il solo e precipuo custode

del sapere. La invenzione della stampa aveva armato il braccio degli

avversanti la Chiesa d’un’arma di cui difettavano i loro predecessori.

Lo studio degli antichi scrittori, il rapido sviluppo delle lingue

moderne, l’operosità insolita con che gli intelletti agitavansi in

ogni ramo di letteratura, le condizioni politiche dell’Europa, i vizi

della Corte Romana, l’esazioni della romana cancelleria, la gelosia con

che i laici naturalmente miravano l’opulenza e i privilegi del clero,

la gelosia con che gli abitatori d’oltr’Alpe naturalmente guardavano

la supremazia dell’Italia; tutte queste cose dettero ai dottori della

nuova teologia un vantaggio, ed essi trovarono e intesero perfettamente

il modo d’usarne.

Coloro i quali sostengono che la influenza della Chiesa di Roma ne’

tempi barbari fosse, parlando generalmente, benefica alla specie

umana, potrebbero, senza taccia della minima incoerenza, considerare

la Riforma come una inestimabile ventura. Il freno che sostiene e

guida il bambino, riuscirebbe d’impedimento all’uomo già fatto. In

simil guisa i mezzi medesimi dai quali la mente umana, in uno stadio

del suo progresso, riceve sostegno e movimento, potrebbero, in altro

stadio, diventare pretti impedimenti. È un punto nella vita dell’uomo

come in quella della società, nel quale la sommissione e la fede, tali

che in un periodo posteriore si chiamerebbero con ragione credulità

e servaggio, sono qualità benefiche. Il fanciullo che, senza avere

la tenera mente turbata dal dubbio, ascolti gli ammonimenti de’ suoi

maggiori, verosimilmente farà celeri progressi. Ma l’uomo che ricevesse

con fanciullesca docilità ogni asserzione ed ogni domma profferito

da un altro uomo che non abbia maggiore sapienza, diventerebbe

contennendo. Lo stesso accade della società. La fanciullezza

delle nazioni europee era trascorsa sotto la tutela del clero. La

preponderanza dell’ordine sacerdotale fu per lunga stagione quella

stessa preponderanza che naturalmente e convenevolmente appartiene alla

superiorità intellettuale. I preti, malgrado i loro difetti, erano la

parte più saggia della società. Egli era, dunque, un bene che venissero

rispettati ed obbediti. Le usurpazioni che il potere ecclesiastico

fece nel campo del potere civile, produssero più felicità che miseria;

mentre il potere ecclesiastico era nelle mani della sola classe che

aveva studiata la storia, la filosofia e il diritto pubblico; e mentre

il potere civile era nelle mani di capi selvaggi, i quali non sapevano

leggere le concessioni e gli editti che essi facevano. Ma succedeva

un mutamento. Il sapere gradualmente si venne spandendo fra’ laici.

In sul principio del secolo decimosesto, molti di loro in ogni studio

intellettuale erano pari ai più illuminati dei loro pastori spirituali.

D’allora in poi, quella dominazione che nelle età buie era stata, in

onta ai molti abusi, una tutela legittima e salutare, divenne una

ingiusta e malefica tirannia.

Dal tempo in cui i barbari rovesciarono lo impero d’occidente, fino

al tempo del risorgimento delle lettere, la influenza della Chiesa di

Roma era stata generalmente favorevole al sapere, allo incivilimento

e al buon governo. Ma negli ultimi tre secoli, suo scopo precipuo era

stato quello di impedire il muoversi della mente umana. Per tutta la

Cristianità, qualunque progresso nello scibile, nella libertà, nella

opulenza, nelle arti della vita, era seguito repugnante la Chiesa,

ed in ogni dove è stato sempre in proporzione inversa del potere di

quella. Le più leggiadre e fertili provincia d’Europa, sotto il suo

giogo, sono cadute nella miseria, nella servitù politica, nel torpore

intellettuale; mentre i paesi protestanti, la sterilità e barbarie dei

quali un tempo passavano in proverbio, sono stati trasmutati dall’arte

e dalla industria in giardini, e possono gloriarsi d’una lunga schiera

di eroi, d’uomini di stato, di filosofi e di poeti. Chiunque, sapendo

ciò che per natura sono la Italia e la Scozia, e ciò che erano quattro

secoli fa, paragonasse la contrada che circonda Roma con quella che

circonda Edimburgo, potrebbe formarsi qualche idea intorno alla

tendenza della dominazione papale. Il cadere della Spagna, già prima

tra tutte le monarchie, nel più turpe abisso della abiezione, e lo

inalzarsi della Olanda, a dispetto di molti naturali impedimenti, ad

un grado cui non giunse mai una repubblica così piccola, insegnano

la medesima verità. Chiunque in Germania passi da un principato

cattolico ad uno protestante, in Isvizzera da un cantone cattolico

ad un protestante, ed in Irlanda da una contea cattolica ad una

protestante, si accorge di essere trapassato da un più basso ad un più

alto grado di civiltà. La medesima legge governa i paesi posti oltre

l’Atlantico. I protestanti degli Stati Uniti si sono lasciati molto

addietro i cattolici romani del Messico, del Perù e del Brasile. I

cattolici romani del Basso Canadà rimangono inerti, laddove in tutto il

continente che li circonda ferve l’operosità protestante. I Francesi,

senza verun dubbio, hanno mostrato tale energia ed intelligenza, che

anche allorquando è stata male diretta, ha loro giustamente procacciato

il nome di gran popolo. Ma questa eccezione apparente, qualora si

consideri bene, varrà a confermare la regola; poichè in nessun paese

che si chiami cattolico romano, la Chiesa cattolica ha, pel corso di

non poche generazioni, posseduto autorità così poca come in Francia.

Egli è difficile il dire se l’Inghilterra debba più alla religione

cattolica romana, che alla riforma. Dell’armonia delle razze e

dell’abolizione del villanaggio, va principalmente debitrice alla

influenza che il clero nel medio evo esercitava sui laici. Della

libertà politica e intellettuale, e di tutti i beni che ne sono

derivati, va debitrice alla grande insurrezione de’ laici contro la

potestà clericale.

La lotta tra la vecchia e la nuova teologia nella patria nostra fu

lunga, e talvolta ne parve dubbioso l’esito. V’erano due estremi

partiti, apparecchiati ad operare con violenza o a soffrire con

indomita volontà. Framezzavasi ad essi, per un tratto considerevole

di tempo, un partito medio; il quale mescolava, molto illogicamente

ma naturalmente, le cose apprese dalla balia co’ sermoni de’ moderni

evangelisti, e mentre attenevasi con affetto alle vecchie osservanze,

detestava gli abusi che ad esse andavano strettamente congiunti. Uomini

di tale tempra di mente volentieri obbedivano, e quasi con gratitudine,

ai cenni di un esperto capo, che gli esentasse dallo incomodo di

giudicare da sè, e dominando con la sua ferma e imperiosa voce il

frastuono della controversia, insegnasse loro come dovessero adorare e

che credere. E però non è strano che i Tudors riuscissero ad esercitare

grande influenza sulle faccende ecclesiastiche; nè è strano che

esercitassero quasi sempre la loro influenza, coordinandola ai propri

interessi.

Enrico VIII tentò di costituire una Chiesa anglicana, che differisse

dalla Chiesa cattolica romana nel solo principio della supremazia. Il

suo tentativo ebbe straordinaria fortuna. La vigoria della sua indole,

la situazione singolarmente favorevole in cui egli trovavasi rispetto

ai potentati stranieri, le immense ricchezze che la spoliazione delle

abbadie avevagli poste nelle mani, e il sostegno di quella classe

che tuttavia ondeggiava fra due opinioni, lo posero in condizione di

sfidare i due partiti estremi, di bruciare come eretici coloro che

seguivano le dottrine di Lutero e d’impiccare come traditori coloro

che rimanevano fidi all’autorità del papa. Se la sua vita fosse stata

più lunga, avrebbe trovato difficile il mantenere un posto assalito

con pari furore da tutti coloro che erano zelanti delle nuove opinioni

o delle vecchie. I ministri ai quali furono affidate, a nome del suo

figlio fanciullo, le regie prerogative, non poterono provarsi di

perseverare in una politica cotanto rischiosa; nè Elisabetta potè

arrisicarsi a ritornarvi. Era mestieri eleggere fra il risottomettersi

alla Chiesa di Roma, o procacciarsi lo aiuto de’ protestanti. Al

governo e ai protestanti, una cosa era comune; l’odio della potenza

papale. I riformisti inglesi erano ansiosi di spingersi tanto oltre,

quanto i loro fratelli sul Continente. Unanimemente dannarono come

anticristiani un gran numero di dommi e di cerimonie, cui Enrico

erasi ostinatamente attenuto, e che Elisabetta aveva con ripugnanza

abbandonati. Molti sentivano una forte avversione anche a cose

indifferenti, le quali già formavano parte della politica e del rituale

della mistica Babilonia. Il vescovo Hooper, a cagione d’esempio, il

quale morì animosamente a Gloucester per la sua religione, ricusò

lungo tempo d’indossare le vesti episcopali. Il vescovo Ridley,

martire di maggiore rinomanza, distrusse gli antichi altari della sua

diocesi, ed ordinò che la Eucaristia venisse ministrata in mezzo alle

chiese sopra mense, che i papisti con irreverenza chiamavano mense da

ostriche. Il vescovo Jewel disse che il modo di vestirsi del clero

era abito da commedia, manto da stolti, reliquia degli Amoriti, e

promise di non perdonare a fatica alcuna onde estirpare assurdità così

disonorevoli. L’arcivescovo Grindal esitò lungo tempo ad accettare

una mitra, a cagione del disgusto con che riguardava quella ch’egli

chiamava burattinata della consecrazione. Il vescovo Parkhurst pregava

fervidamente perchè la Chiesa d’Inghilterra si proponesse quella di

Zurigo come assoluto modello di una comunità cristiana. Il vescovo

Ponet opinava che il vocabolo vescovo fosse da lasciarsi ai papisti, e

che gli alti ufficiali della Chiesa purificata si dovessero chiamare

soprintendenti. Quantunque volte ci facciamo a considerare che nessuno

di cotesti prelati apparteneva alla estrema sezione della parte

protestante, non può dubitarsi che se l’opinione generale di quella

fosse stata seguita, l’opera della riforma sarebbe stata condotta

innanzi senza riguardi in Inghilterra, come essa fu in Iscozia.

XXV. Ma, come al governo era mestieri il sostegno de’ protestanti, così

ai protestanti faceva d’uopo la protezione del governo. E però entrambi

rinunziarono a molte delle loro pretese; si accordarono; e da tale

concordia nacque la Chiesa d’Inghilterra.

Alle peculiarità di questa grande istituzione, ed alle forti passioni

che ha suscitate negli animi degli amici e de’ nemici suoi, debbono

attribuirsi molti de’ più solenni eventi che dopo la riforma seguirono

nel nostro paese; nè la storia civile dell’Inghilterra potrebbe oggimai

intendersi senza studiarla congiuntamente con la storia della sua

politica ecclesiastica.

L’uomo che si pose a capo onde stabilire i patti dell’alleanza che

produsse la Chiesa Anglicana, fu Tommaso Cranmer. Egli rappresentava

anche le parti le quali in quel tempo avevano mestieri di vicendevole

soccorso. Era teologo e insieme uomo di stato. Nel suo carattere di

teologo, era pronto a spingersi nella via d’innovare, al pari di

ogni riformatore svizzero o scozzese. Nel suo carattere d’uomo di

stato, bramava di conservare l’ordinamento che per tante generazioni

aveva mirabilmente giovato gl’intenti dei vescovi di Roma, e che

poteva sperarsi gioverebbe adesso egualmente i re d’Inghilterra e i

loro ministri. Per indole ed intelligenza era mirabilmente temprato

ad operare come mediatore. Onestissimo nelle sue professioni, senza

scrupoli ne’ negozi, zelante anche per le cose da poco, audace nello

speculare, tardo o accomodato ai tempi nell’agire, nemico placabile e

tepido amico, era per ogni ragione qualificato ad ordinare i patti di

coalizione fra i nemici spirituali e temporali del papismo.

XXVI. Fino ai dì nostri la costituzione, le dottrine e i riti della

Chiesa serbano i segni visibili del patto d’onde essa originava. Tiene

un punto medio fra la Chiesa di Roma e quella di Ginevra. Le sue

confessioni e i suoi discorsi dottrinali, composti dai protestanti,

contengono principii di teologia nei quali Calvino e Knox avrebbero

appena trovato un solo vocabolo da disapprovare. Le sue preghiere,

i suoi rendimenti di grazie, derivati dalle vecchie liturgie, sono

quasi tutti tali, che il vescovo Fisher o il cardinal Polo gli avrebbe

cordialmente adottati. Un controversista che attribuisse un senso

arminiano agli articoli e alle omelie della Chiesa Anglicana, verrebbe

dagli uomini sinceri giudicato irragionevole, come un controversista

che negasse non esservi nella liturgia di quella la dottrina della

rigenerazione battesimale.

La Chiesa di Roma ammetteva che lo episcopato era d’istituzione

divina, e che certe grazie soprannaturali d’alto ordine erano state

trasmesse, per mezzo della imposizione delle mani, pel corso di

cinquanta generazioni, da que’ dodici uomini che ricevettero il loro

mandato sopra il monte di Galilea, fino ai vescovi che ragunaronsi in

Trento. Grande numero di protestanti, per altra parte, consideravano

la prelatura come positivamente illegale, ed erano persuasi trovarsi

prescritta nelle pagine della Scrittura una forma differentissima di

governo ecclesiastico. I fondatori della Chiesa Anglicana presero

una via di mezzo. Ritennero lo episcopato, ma non lo dichiararono

istituzione essenziale al bene della società cristiana, o alla

efficacia de’ sacramenti. Granmer, a vero dire, confessò chiaramente

d’esser convinto che nei tempi primitivi non eravi distinzione tra

vescovi e preti, e che la imposizione delle mani non era minimamente

necessaria.

Fra i presbiteriani, lo andamento del culto pubblico è in gran parte

lasciato all’arbitrio del ministro. Le loro preghiere, però, non sono

esattamente identiche in due diverse assemblee di fedeli nel giorno

medesimo, o in due diversi giorni nella medesima assemblea. In una

parrocchia sono fervide, eloquenti e piene di significanza; in un’altra

saranno forse languide o assurde. I sacerdoti della Chiesa cattolica

Romana, dall’altra parte, hanno per molte generazioni cantato le

medesime confessioni e preghiere antiche, e le medesime nell’India e

nella Lituania, nella Irlanda e nel Perù. Gli uffici divini, facendosi

in una lingua morta, riescono intelligibili ai soli dotti; e la maggior

parte de’ fedeli ragunati vi assistono più presto da spettatori che da

uditori. In ciò parimente la Chiesa d’Inghilterra appigliossi ad una

via di mezzo. Copiò le formule di preghiera del rito cattolico romano,

ma le tradusse in idioma volgare, e invitò la indotta moltitudine a

congiungere la sua voce con quella del ministro.

La medesima politica potrebbe osservarsi in ciascuna parte del suo

sistema. Ricusando affatto la dottrina della transustanziazione,

e dannando come idolatria l’adorazione del pane e del vino

sacramentale, volle, con grande disgusto de’ puritani, che i suoi

figli ricevessero i ricordi del divino amore, piegando mansueti le

loro ginocchia. Smettendo molti ricchi ornamenti che circondavano

gli altari dell’antica fede, ritenne tuttavia, con ribrezzo degli

spiriti deboli, la veste di candido lino, la quale era simbolo della

purità convenevole alla Chiesa, come quella che è la mistica sposa

di Cristo. Smettendo mille atti di pantomima che nel culto cattolico

romano fanno l’ufficio di parole intelligibili, con grave scandalo di

molti rigidi protestanti, segnava del segno della croce il bambino al

fonte battesimale. Il cattolico romano mandava le proprie preci ad una

schiera di santi, fra’ quali annoveravansi molti uomini di carattere

dubbio, e parecchi di carattere odioso. Il puritano ricusava il nome

di santo perfino allo apostolo delle genti, e al discepolo amato

tanto da Cristo. La Chiesa d’Inghilterra, quantunque non invocasse la

intercessione di nessun essere creato, nondimeno predistinse. certi

giorni per la commemorazione di alcuni, che avevano fatto e sofferto

molto per la fede. Ritenne la confermazione e la ordinazione quali riti

edificanti, ma li cancellò dal numero de’ sacramenti. La confessione

non fu parte del suo sistema. Non ostante, invitò con gentilezza il

moribondo penitente a confessare le proprie colpe ad un teologo, e

dette facoltà al ministro di confortare l’anima al gran viaggio,

per mezzo d’un’assoluzione, che sembra dettata dallo spirito della

vecchia religione. In generale, potrebbe dirsi ch’essa si dirige più

all’intelletto, e meno ai sensi ed alla immaginazione, di quello che

faccia la Chiesa di Roma; e meno allo intelletto, e più ai sensi ed

alla immaginazione, di quello che facciano le Chiese protestanti di

Scozia, di Francia e di Svizzera.

XXVII. Nessuna cosa, ad ogni modo, distingueva così manifestamente

la Chiesa d’Inghilterra dalle altre chiese, come la relazione che

passava fra essa e la monarchia. Il re ne era capo. I confini della

autorità di lui, come tale, non erano stabiliti, e veramente non sono

stati finora segnati con precisione. Le leggi che dichiaravano la sua

supremazia nelle cose ecclesiastiche, erano state dettate rozzamente ed

in termini generali. Se, con lo scopo di indagare il vero intendimento

di siffatte leggi, ci facciamo ad esaminare gli scritti e le vite

di coloro che fondarono la Chiesa inglese, si accresce la nostra

perplessità. Imperocchè i fondatori della Chiesa anglicana scrissero

ed operarono in tempi d’impetuoso fermento intellettuale, e di azione

e reazione perenne. Quindi spesso contradicevansi vicendevolmente,

e talvolta contradicevano sè stessi. Che il re fosse, sotto Cristo,

solo capo della Chiesa, era dottrina da essi unanimemente professata;

ma le loro parole avevano vario significato sulle labbra di vari,

e sulle medesime labbra in varie circostanze. Ora attribuivano al

sovrano un’autorità che avrebbe satisfatto lo stesso Ildebrando; ora

la riducevano a quella che s’erano arrogata molti antichi principi

inglesi, che avevano sempre aderito alla Chiesa di Roma. Ciò che Enrico

e i suoi fedeli consiglieri intendevano nel vocabolo supremazia, era

niente meno che l’assoluta e piena potestà delle chiavi. Il re doveva

essere papa del suo regno, vicario di Dio, espositore della verità

cattolica, veicolo delle grazie sacramentali. Arrogavasi il diritto di

decidere dommaticamente ciò che era dottrina ortodossa e ciò che era

eresia, di comporre ed imporre professioni di fede, e di dispensare

al popolo la istruzione religiosa. Asseriva, ogni giurisdizione

spirituale e temporale derivare da lui solo, ed avere egli solo potestà

di conferire il carattere episcopale e ritoglierlo. Ordinò che si

apponesse il suo sigillo alle commissioni che nominavano i vescovi, le

quali commissioni dovevano esercitare l’ufficio loro finchè piacesse

al sovrano. Secondo tale sistema, nel modo con che lo espone Cranmer,

il re era il capo spirituale e temporale della nazione, e come tale

aveva i suoi luogotenenti. In quella guisa che nominava gli ufficiali

civili a tenere i suoi sigilli, a raccogliere le sue entrate e a

ministrare la giustizia in nome suo, nominava medesimamente teologi

di vari gradi a predicare il vangelo e a conferire i sacramenti.

Non era necessaria la imposizione delle mani. Il re—era questa la

opinione di Cranmer, esposta con chiarissimi vocaboli—poteva, per

virtù dell’autorità derivante da Dio, fare un sacerdote; e il prete

così creato non aveva mestieri di nessuna altra ordinazione. Da tali

opinioni Cranmer si condusse alle loro legittime conseguenze. Credeva

che le sue attribuzioni spirituali, siccome le attribuzioni secolari

del cancelliere o del tesoriere, cessassero col cessare dell’autorità

nel principe che gliele aveva concedute. E però, allorquando Enrico

finì di vivere, lo arcivescovo e i suoi suffraganei formarono nuove

commissioni, con potestà di stabilire ed esercitare altre funzioni

spirituali fino a che fosse piaciuto al nuovo sovrano ordinare

altrimenti. A chi obiettava che la potestà di legare e di sciogliere,

affatto distinta dalla potestà temporale, era stata data da Nostro

Signore a’ suoi apostoli, i teologi di cotesta scuola risposero, che

la potestà di legare e di sciogliere era discesa non al solo clero, ma

a tutta la famiglia degli uomini cristiani, e doveva essere esercitata

dal supremo magistrato, come rappresentante della società. A chi

obiettava, san Paolo avere parlato di certi determinati individui che

lo Spirito Santo aveva istituiti sorvegliatori e pastori de’ fedeli,

risposero che il re Enrico era quel sorvegliatore e quel pastore il

quale era stato eletto dallo Spirito Santo, ed al quale applicavansi le

parole di san Paolo.[4]

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 4 / 58 段