Nel medio evo le condizioni della società erano grandemente diverse.

Rade volte e con molta difficoltà i torti fatti agli individui

pervenivano a cognizione del pubblico. Un uomo poteva illegalmente

essere confinato per molti mesi nel castello di Carlisle e di Norwich,

senza che nè anche un bisbiglio della cosa arrivasse in Londra. È molto

probabile che la tortura fosse stata in uso molti anni innanzi che la

gran maggioranza della nazione ne concepisse il minimo sospetto. Nè

i nostri antichi erano in nessun modo così gelosi, come siamo noi,

dell’importanza di osservare le grandi regole generali. L’esperienza

ci ha insegnato che non possiamo senza pericolo patire che passi

in silenzio la minima violazione dello Statuto. E perciò ormai

universalmente si pensa che un governo il quale senza necessità ecceda

i suoi poteri, debba essere colpito di severa censura parlamentare;

e che un governo, il quale, spinto da una grande urgenza e da

intenzioni pure, ecceda i suoi poteri, debba senza indugio rivolgersi

al Parlamento per un atto d’indennità. Ma non era tale il sentire

degl’Inglesi de’ secoli decimoquarto e decimoquinto. Essi erano poco

disposti a contendere per un principio semplicemente come principio, ed

a biasimare una irregolarità che non era reputata atto d’oppressione.

Finchè lo spirito generale del governo mantenevasi mite e popolare,

erano proni ad accordare qualche latitudine alle azioni del loro

sovrano. Se per uno scopo che si reputasse sommamente lodevole, egli

faceva uso di un vigore che travarcava i confini segnati dalla legge,

essi non solo gli perdonavano, ma lo applaudivano; e mentre godevano

sicurezza e prosperità sotto il suo imperio, erano solleciti a credere

che chiunque fosse incorso nella sua collera, ne era stato meritevole.

Ma siffatta indulgenza aveva anche un limite; nè era savio quel

principe che affidavasi sulla tolleranza del popolo inglese. Potevano

talvolta concedergli ch’ei trapassasse la linea costituzionale; ma dal

canto loro reclamavano il privilegio di trapassarla anch’essi tutte le

volte che le sue usurpazioni erano tali da svegliare sospetto negli

animi di tutti. Se, non contento di opprimere di quando in quando

qualche individuo, osava opprimere le popolazioni, i suoi sudditi

subitamente appellavansi alla legge; e riuscendo infruttuoso cotale

appello, ricorrevano, senza mettere tempo in mezzo, al Dio delle

battaglie.

XIX. Potevano, a dir vero, tollerare in un re pochi eccessi; perocchè

potevano sempre appigliarsi al partito di opporgli un ostacolo,

che tosto conducesse alla ragione il più fiero e superbo dei

principi,—l’ostacolo della forza fisica. Torna difficile ad un inglese

del secolo decimonono immaginare la facilità e prestezza con che,

quattrocento anni fa, tale specie d’ostacolo operasse. Oggigiorno i

popoli sono disavvezzi dall’uso delle armi; l’arte della guerra è stata

condotta ad una perfezione ignota ai nostri antenati, la conoscenza

della quale è circoscritta in una classe peculiare d’individui.

Centomila soldati, ben disciplinati e guidati da esperti capitani,

bastano a domare parecchi milioni d’artigiani e di contadini. Pochi

reggimenti di milizie cittadine servono ad impaurire ed attutire gli

spiriti di una vasta metropoli. Frattanto, lo effetto del continuo

progresso della ricchezza è stato quello di rendere la insurrezione

più temibile di quello che sia la cattiva amministrazione. Immense

somme sono state spese in opere che, nel caso di uno scoppio repentino

di ribellione, potrebbero tra poche ore reprimerla. La massa della

ricchezza mobile cumulata nelle botteghe e ne’ magazzini di Londra, da

sè sola sorpassa cinquecento volte quella che tutta l’isola conteneva

ne’ giorni dei Plantageneti; e se il governo venisse rovesciato dalla

forza materiale, tutta cotesta ricchezza mobile sarebbe esposta

all’imminente rischio di spoliazione e di distruzione. Sarebbe anche

maggiore il pericolo del credito pubblico, da cui direttamente dipende

la sussistenza di migliaia di famiglie, ed a cui inseparabilmente

va connesso il credito di tutto il mondo commerciale. Non sarebbe

esagerazione affermare, che una settimana di guerra civile in

Inghilterra oggidì produrrebbe tali disastri, che i suoi effetti,

facendosi sentire da Hoangho fino al Missouri, si riconoscerebbero

per il corso d’un secolo. In simili condizioni sociali, è d’uopo

considerare la resistenza come un sistema di cura più disperata di

qualunque infermità potesse affliggere lo Stato.

Nel medio evo, all’incontro, la resistenza era un rimedio ordinario ai

mali politici; rimedio che era sempre pronto, e comunque di certo fosse

amaro in sul momento, non produceva profonde e durevoli conseguenze

sinistre. Se un capopopolo alzava il proprio vessillo per la causa del

popolo, in un solo giorno poteva raccogliere una armata irregolare;

dacchè di regolari non ve n’era nessuna. Ciascun uomo aveva una certa

conoscenza della professione del soldato, ma null’altro più che una

leggiera conoscenza. La ricchezza nazionale consisteva principalmente

in greggi ed armenti, nelle ricolte dell’anno, e nelle semplici

abitazioni dentro le quali s’annidavano le genti. Tutte le masserizie,

gli arnesi delle botteghe, le macchine reperibili nel reame, erano di

minor valore di quello che sia ciò che qualche parrocchia dei giorni

nostri contiene. Le manifatture erano rozze, il credito quasi nullo.

La società quindi si riaveva dal colpo, subito appena cessato il

conflitto. Le calamità della guerra civile limitavansi alle stragi

che seguivano nel campo di battaglia, ed a poche punizioni capitali o

confische. In meno d’una settimana dopo, il contadino ripigliava il suo

aratro, e il gentiluomo sollazzavasi a mandare in aria il falcone ne’

campi di Towton, o di Bosworth, come se nessun evento straordinario

fosse sopraggiunto ad interrompere il corso regolare della vita umana.

Oramai sono trascorsi centosessanta anni, dacchè il popolo inglese

rovesciò con forza il governo del paese. Ne’ cento e sessanta anni che

precessero la unione delle due Rose, regnarono in Inghilterra nove

re, sei dei quali vennero cacciati dal trono, cinque vi perderono la

corona e la vita. Per la quale cosa, egli è evidente che il paragonare

la nostra politica antica alla moderna deve inevitabilmente condurre

alle più erronee conclusioni, qualora non si conti per molto l’effetto

di quelle restrizioni che la resistenza, o la paura della resistenza,

imponeva sempre ai Plantageneti. E poichè i nostri antichi avevano

contro la tirannide una importantissima guarentigia che a noi manca,

potevano porre in non cale quelle tali guarentigie che noi stimiamo

di grandissimo momento. Non potendo noi, senza il pericolo di danni

da’ quali rifugge la nostra immaginazione, adoperare la forza fisica

come un ostacolo contro il mal governo, è per noi cosa evidentemente

saggia essere gelosissimi di tutti i poteri costituzionali raffrenanti

il mal governo; spiare scrupolosamente ogni principio d’usurpazione;

e non patire mai che nessuna irregolarità, quand’anche fosse d’indole

innocua, passi senza essere combattuta, ove non possa allegare a

favor suo l’esempio di atti precedenti. Quattrocento anni indietro

questa minuta vigilanza poteva non essere necessaria. Una nazione

d’intrepidi arcieri e lancieri poteva, con poco periglio delle sue

libertà, mostrarsi connivente a qualche atto illegale nella persona di

un principe, del quale l’amministrazione fosse generalmente buona, e il

trono non difeso nè anche da una compagnia di soldati regolari.

Sotto tale sistema, comunque possa sembrare rozzo in paragone di quelle

elaborate Costituzioni che sono sorte negli ultimi settant’anni,

gl’Inglesi godevano ampia misura di libertà e felicità. Tuttochè

sotto il debole regno di Enrico VI lo Stato fosse lacerato prima

dalle fazioni e poscia dalla guerra civile; tuttochè Eduardo IV fosse

principe d’indole dissoluta e superba; tuttochè Riccardo III venga

generalmente rappresentato come mostro di scelleraggine; tuttochè

le esazioni di Enrico VII gettassero il paese nella miseria;—egli è

certo che gli avi nostri, sotto tali re, erano governati meglio de’

Belgi sotto Filippo soprannominato il Buono, e de’ Francesi sotto quel

Luigi che veniva chiamato padre del popolo. Anche mentre le guerre

delle Rose infuriavano, e’ pare che il nostro paese sia stato in

condizioni migliori che non erano i reami a noi vicini negli anni di

pace profonda. Comino era uno dei più illuminati uomini di Stato de’

tempi suoi. Aveva veduto le più ricche ed altamente civili regioni del

continente; era vissuto nelle città opulente delle Fiandre, che possono

chiamarsi le Manchester e le Liverpool del secolo decimoquinto; avea

visitato Firenze, di fresco abbellita dalla magnificenza di Lorenzo

de’ Medici, e Venezia non ancora umiliata dalla Lega di Cambray.

Questo uomo egregio scrisse deliberatamente, l’Inghilterra essere il

paese meglio governato fra tutti quelli di cui egli avesse conoscenza;

mostrò enfaticamente la Costituzione inglese come una cosa giusta e

santa, la quale mentre proteggeva il popolo, rinvigoriva il braccio del

principe che la rispettava. In nessun altro Stato, egli diceva, gli

uomini erano tanto efficacemente guarentiti d’ogni torto. Le calamità

originate dalle nostre guerre intestine gli sembravano toccare solo i

nobili e i combattenti, e non lasciare vestigia simili a quelle che

egli era avvezzo ad osservare altrove; non rovine di edifizi, non città

spopolate.

XX. E’ non fu solo per la efficacia delle predette restrizioni, imposte

alla prerogativa regia, che le sorti dell’Inghilterra procedessero

più prospere di quelle degli Stati vicini. Una peculiarità di pari

importanza, comunque meno avvertita, consisteva nella relazione tra i

nobili e il popolo. Vi era una forte aristocrazia ereditaria, ma di

tutte le aristocrazie ereditarie era la meno insolente ed esclusiva.

Non aveva affatto l’invido carattere d’una casta. Riceveva nel proprio

seno individui dell’ordine popolare; mandava individui dell’ordine

proprio in seno de’ popolani. Ogni gentiluomo poteva diventar Pari; il

figlio più giovane di un Pari non era se non un semplice gentiluomo.

I nipoti de’ Pari lasciavano la precedenza a’ cavalieri novellamente

creati. La dignità di cavaliere non era inaccessibile a qualunque uomo

il quale potesse per la diligenza e i guadagni formarsi uno stato, o

farsi ammirare pel suo valore in una battaglia o in un assedio. La

figlia di un duca, anche di un duca di sangue reale, non reputavasi

degradata maritandosi a un distinto popolano. Difatti, sir Giovanni

Howard sposò la figliuola di Tommaso Mowbray duca di Norfolk; sir

Riccardo Pole sposò la contessa di Salisbury, figlia di Giorgio, duca

di Clarence. Il sangue puro in verità era tenuto in pregio; ma tra il

sangue puro e i privilegii della paría non eravi, a grande ventura

della patria nostra, necessaria connessione. Le antiche genealogie,

non meno che i vecchi blasoni, potevano trovarsi fuori e dentro della

camera de’ lordi. Eranvi uomini nuovi che discendevano da cavalieri che

portavano i più alti titoli; v’erano uomini senza titoli, che avevano

vinte le armi sassoni alla battaglia di Hastings, e scalate le mura di

Gerusalemme. Vi erano Bohuns, Mowbrays, De Veres; eranvi parenti della

famiglia dei Plantageneti, senza altro titolo che quello di scudiere

(_esquire_), e senza altri privilegii che quelli che godeva ogni colono

o padrone di bottega. Non v’era, dunque, tra noi limite simile a quello

che in taluni paesi divideva l’uomo patrizio dal plebeo. Il popolano

non aveva ragione di mormorare d’una dignità alla quale i suoi figli

potevano elevarsi. Il signore non era tentato d’insultare una classe

alla quale i suoi figli dovevano discendere.

Dopo le guerre tra la casa di York e quella di Lancaster, gli anelli

della catena che univa i nobili ai popolani, divennero più numerosi che

mai. Fino a che punto la distruzione colpisse la vecchia aristocrazia,

può dedursi da una sola circostanza. Nel 1451, Enrico VI chiamò al

parlamento cinquantatre lordi secolari. I lordi secolari convocati

da Enrico VII al parlamento del 1485, furono soltanto ventinove, de’

quali ventinove parecchi erano stati di recente elevati alla paría. Nel

corso del secolo susseguente, i pari vennero in gran numero scelti fra

mezzo ai gentiluomini. La costituzione della Camera de’ Comuni tendeva

grandemente a promuovere la salutare mistura delle classi. Il cavaliere

della contea era l’anello intermedio fra il barone e il trafficante.

Sul medesimo banco su cui sedevano gli orefici e i droghieri, i quali

erano stati mandati al Parlamento dalle città commerciali, sedevano

parimente i membri che in qualunque altro paese sarebbero stati

chiamati nobili, e lordi ereditarj, che avevano il diritto di tenere

corti e portare arme, e potevano far risalire la loro discendenza a

molte generazioni anteriori. Parecchi di loro erano figli cadetti e

fratelli di grandi lordi; altri potevano perfino gloriarsi d’essere

discendenti di sangue regale. Finalmente, il figlio maggiore di un

conte di Bedford, insignito, per grazia, del secondo titolo del proprio

genitore, si offerse come candidato nella Camera de’ Comuni, e il suo

esempio venne seguito da altri. Sedenti in quella Camera, gli eredi de’

grandi del regno naturalmente divennero gelosi dei suoi privilegii, al

pari del più umile borghese che sedeva loro accanto. In tal modo la

nostra democrazia fu, sino da’ primi tempi della costituzione, la più

aristocratica, e la nostra aristocrazia la più democratica del mondo:

peculiarità caratteristica che si è mantenuta fino ai dì nostri, e che

si è fatta cagione d’importantissime conseguenze morali e politiche.

XXI. Il governo di Enrico VII, di suo figlio e de’ suoi nipoti, fu,

generalmente considerandolo, più arbitrario di quello de’ Plantageneti.

Fino a un certo segno, la ragione di siffatta differenza si potrebbe

trovare nel carattere personale di que’ principi; poichè gli uomini

egualmente che le donne della casa de’ Tudors furono coraggiosissimi

e forti. Esercitarono il potere per lo spazio di centoventi anni,

sempre con vigore, spesso con violenza, talvolta con crudeltà. Imitando

la dinastia che li aveva preceduti, di quando in quando invasero i

diritti degli individui, riscossero tasse sotto nome di prestiti e

di donativi, dispensarono le pene inflitte dalle leggi; e quantunque

non presumessero mai di promulgare di propria autorità nessun decreto

permanente, secondo l’occasione si arrogarono il diritto, quando il

Parlamento non era in sessione, di far fronte con editti temporanei

a’ temporanei bisogni. Egli era, nondimeno, impossibile ai Tudors di

opprimere il popolo al di là di certi limiti; poichè non avevano

forza armata, ed erano circondati da un popolo armato. La reggia era

guardata da pochi famigliari, che potevano essere agevolmente sconfitti

dalla popolazione di una sola contea, o d’un solo quartiere della

città di Londra. Cotesti principi alteri erano, dunque, soggetti ad

un freno più forte d’ogni qualunque altro potesse essere loro imposto

dalle semplici leggi; ad un freno che, a dir vero, non li impediva

dal trattare arbitrariamente e perfino barbaramente un individuo, ma

che efficacemente guarentiva il paese contro una generale e perpetua

oppressione. Potevano impunemente essere tiranni dentro la propria

corte, ma era loro necessario sorvegliare con perpetua ansietà il

sentire della nazione. Enrico VIII, a modo d’esempio, non trovò

ostacolo allorquando gli piacque di mandare Buckingham e Surrey,

Anna Bolena e Lady Salisbury, al patibolo. Ma allorquando, senza

l’assenso del Parlamento, chiese ai suoi sudditi una contribuzione

che equivaleva a un sesto de’ loro averi, gli fu forza ritirare la

domanda. Il grido di migliaia e migliaia fu, che essi erano Inglesi e

non Francesi, uomini liberi e non schiavi. In Kent i commissari regi

fuggirono per salvare la vita; in Suffolk quattro mila uomini presero

le armi e mostraronsi. In quella contea i luogotenenti del re invano si

sforzarono di formare un esercito. Coloro che non parteciparono alla

insurrezione, dichiararono di non volere, in quel litigio, combattere

contro i loro fratelli. Enrico, superbo e caparbio com’egli era, si

astenne, non senza ragione, d’impegnarsi in un conflitto con lo spirito

desto della nazione. Gli stava dinanzi lo sguardo il fato de’ suoi

predecessori, che avevano perduta la vita in Berckeley e Pomfret.

Non solo soppresse le sue illegali commissioni; non solo concesse un

perdono generale a tutti i malcontenti; ma pubblicamente e solennemente

fece una apologia, a giustificarsi d’avere infrante le leggi.

La sua condotta, in tal occasione, sparge piena luce su tutta la

politica della sua dinastia. Il carattere de’ principi di quella casa

era violento, il loro spirito altiero; ma essi intendevano l’indole

della nazione sulla quale regnavano, e neanche una volta, a simiglianza

de’ loro predecessori e di taluni de’ loro successori, condussero

l’ostinatezza fino a un punto fatale. La discrezione de’ Tudors era

tale, che il loro potere, tuttochè venisse spesse volte avversato,

non fu distrutto giammai. Il regno di ciascuno di loro fu disturbato

da formidabili malumori; ma il governo riuscì sempre o a calmare

gli ammutinati, o a soggiogarli e punirli. Talvolta, per mezzo di

concessioni fatte in tempo debito, gli riuscì di schivare le ostilità

interne; ma, generalmente parlando, stette fermo, e invocò l’aiuto

della nazione. La nazione ubbidì alla chiamata, si affollò attorno al

sovrano, e gli prestò man forte ad infrenare la minoranza malcontenta.

In tal guisa, dall’epoca d’Enrico III fino a quella d’Elisabetta,

l’Inghilterra crebbe e fiorì sotto una politica che conteneva il germe

delle nostre istituzioni presenti, e la quale, benchè non fosse molto

esattamente definita o molto esattamente osservata, fu nondimeno

efficacemente impedita di degenerare in dispotismo, pel rispettoso

timore che lo spirito e la forza de’ governati incuteva, ai governanti.

Ma tale politica conviene solamente ad uno stadio peculiare nel

progresso della società. Le stesse cagioni che producono la divisione

del lavoro nelle arti pacifiche, è mestieri che in fine facciano

della guerra una scienza ed un traffico a parte. Arriva il tempo in

cui l’uso delle armi comincia ad occupare intieramente l’attenzione

d’una classe di uomini. Subito dopo, chiaro si mostra che, i contadini

e i borghesi, tuttochè valorosi, non valgono a resistere ai vecchi

soldati, i quali spendono tutta la loro vita ad apparecchiarsi pel dì

della battaglia, diventano, pel lungo uso, impavidi ai perigli delle

armi, e si muovono con la precisione di una macchina. S’intende allora

che la difesa delle nazioni non può più essere sanamente affidata a

guerrieri tratti dall’aratro per una campagna di quaranta giorni. Se

uno stato forma un grande esercito regolare, gli stati limitrofi è

forza che ne imitino lo esempio, o si sottomettano al giogo straniero.

Ma dove esiste un grande esercito regolare, la monarchia limitata,

quale era nel medio evo, non può più esistere. Il sovrano si è già

emancipato dal freno che restringeva il suo potere; ed inevitabilmente

diventa assoluto, qualvolta non sia soggetto a limitazioni forti, che

sarebbero superflue in una società in cui tutti sieno soldati secondo

l’occasione, e nessuno permanentemente.

XXII. Con siffatto pericolo vennero anche i mezzi di evitarlo.

Nelle monarchie del medio evo, il potere della spada apparteneva al

principe, ma il potere della borsa apparteneva alla nazione; e il

progresso dell’incivilimento, come rese la spada del principe sempre

più formidabile alla nazione, così rese la borsa della nazione sempre

più necessaria al principe. Le sue rendite ereditarie non sarebbero

più bastate nè anche per le spese del governo civile. Fu all’atto

impossibile che, senza un regolare e vasto sistema di tassazione, egli

tenesse in continua efficienza un gran corpo di milizie disciplinate.

La politica che le assemblee parlamentari di Europa avrebbero dovuto

adottare, era quella di afforzarsi fermamente sul loro diritto

costituzionale di concedere o rifiutare le imposte, e risolutamente

negare la pecunia per mantenere le armate, finchè non si fossero

stabilite ampie garanzie contro il dispotismo.

Cotesta saggia politica fu adottata solamente nel nostro paese. Negli

stati vicini formaronsi de’ grandi stabilimenti militari, senza creare

nuove difese a pro’ della pubblica libertà; e la conseguenza fu questa,

che le antiche istituzioni parlamentari si spensero dappertutto. In

Francia, dove sempre erano state fiacche, languirono, e finalmente

perirono di semplice debolezza. In Ispagna, dove erano state forti

quanto in qualunque altro stato d’Europa, combatterono fieramente per

la vita e per la morte, ma combatterono troppo tardi. Gli artigiani

di Toledo e di Valladolid invano difesero i privilegi delle cortes

castigliane contro le legioni de’ veterani di Carlo V. Invano, nella

susseguente generazione, i cittadini di Saragozza resistettero a

Filippo II, onde difendere la vecchia costituzione d’Aragona. Uno dopo

l’altro, i consigli nazionali delle monarchie continentali, consigli

che un tempo erano quasi egualmente alteri e potenti che quelli di

Westminster, caddero in maggiore impotenza. Se si adunavano, adunavansi

unicamente come oggidì si aduna la nostra Convocazione Ecclesiastica,

voglio dire per osservanza di alcune forme venerande.

XXIII. In Inghilterra gli eventi ebbero un corso ben differente.

Innanzi la fine del secolo decimoquinto, i grandi stabilimenti militari

erano indispensabili alla dignità, ed anche alla salvezza delle

monarchie Francese e Spagnuola. Se alcuna di queste due potenze si

fosse disarmata, sarebbe stata subito dopo costretta a sottomettersi

alla dittatura dell’altra. Ma l’Inghilterra, protetta dal mare

contro la invasione, e rade volte implicata in imprese guerresche

sul continente, non aveva peranche il bisogno di mantenere truppe

regolari. I secoli decimosesto e decimosettimo la trovarono ancora

priva d’un esercito stanziale. Sul principio del decimosettimo, la

scienza politica aveva fatti considerevoli progressi. Le sorti delle

cortes spagnuole e degli stati generali di Francia avevano dato un

solenne ammonimento ai parlamenti nostri, i quali, comprendendo

appieno la natura e la gravità del pericolo, adottarono in tempo

opportuno un sistema di tattica, che, dopo una lotta continuata per tre

generazioni, finalmente ottenne compiuto successo. Quasi ogni scrittore

che ha trattato di quella lotta, si è studiato di mostrare che il

suo proprio partito era quello che sforzavasi di serbare inalterata

l’antica costituzione. Una legge superiore ad ogni umano sindacato,

aveva dichiarato che non vi sarebbero stati mai più governi di quella

classe peculiare, che ne’ secoli decimoquarto e decimoquinto erano

stati comuni a tutta l’Europa. La questione però non era di vedere se

la nostra politica subirebbe un mutamento, ma di trovare di che natura

dovesse essere siffatto mutamento. L’introduzione di una forza nuova

e potente aveva turbato il vecchio equilibrio, ed aveva trasmutato,

l’una dopo l’altra, le monarchie limitate in assolute. Ciò che è

seguito negli altri Stati sarebbe senza dubbio seguito nel nostro, se

la bilancia non fosse stata rimessa in equilibrio dal gran passaggio

che fece il potere dalla Corona al Parlamento. I nostri principi erano

pressochè giunti ad avere a’ loro comandi quei mezzi di coercizione

che non ebbero mai in poter loro i Plantageneti e i Tudors. Sarebbero

inevitabilmente diventati despoti, se nel tempo medesimo non fossero

stati posti sotto restrizioni, alle quali nessuno de’ Plantageneti o

dei Tudors fu mai sottomesso.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 3 / 58 段