Come in Oriente, così in Occidente, il Monte della Calamita non doveva
figurare soltanto nelle relazioni più e men veridiche dei viaggiatori
e nei trattati dei geografi e dei naturalisti, ma, come quello che
poteva dare argomento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione
a strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche in racconti
d'indole romanzesca, e, più particolarmente in quelli che narravano di
lontane peregrinazioni, di favolose imprese. Non era quasi possibile
ch'esso non trovasse luogo in quelli che, con nome appropriato, si
potrebbero dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narrò i
lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi, ne avesse
avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe apparso probabilmente
nell'Odissea, fuori dall'onde di alcun remoto ed incognito mare.
Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto del terzo
calendero nelle _Mille e una Notte_ gli è impossibile ora; ma si può,
per contro, indicare, se non altro con sufficiente approssimazione, il
tempo in cui fu composto il più antico racconto romanzesco occidentale
dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto è quello
tedesco, ricordato pur ora, del _Duca Ernesto_, _Herzog Ernst_. La
primitiva redazione latina di questa storia cavalleresca non s'è potuta
rintracciare sinora; ma, da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un
poema basso renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza
passò nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo) dal quale
io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si riferisce al Monte
della Calamita; in un altro poema, a torto attribuito a Enrico di
Weldecke (composto tra il 1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone
(prima del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto
prosastico tedesco e popolare.
Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede
nel modo che segue[651]. Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca
Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle
cui falde spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei
nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s'alza
fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli
altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non
è possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate;
la morte per fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il
duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar
l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso, a prepararsi ad
entrare, con la divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano
alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso,
s'approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre
navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con ispaventevole
fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza
alla rupe. Le ricchezze perdute che s'offron quivi agli sguardi dei
naufraghi son tali e tante che non si posson descrivere. Ma a che
giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna
banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno le vettovaglie;
l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di fame; soppraggiungono
i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo
rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste più
non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da
una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue
e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra
speranza di scampo. Il consiglio è accolto con applauso e con giubilo.
Vestiti di tutte l'armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca
ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li
portan di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con
le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si
salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti
ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo
dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi,
sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui
letto è tutto sparso di preziosissime gemme.
Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli
stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e tra il racconto che
narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa
parte, se non picciole differenze e di poco rilievo[652]. Ugone
sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che
si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e
il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce una
fonte e maturan pomi che hanno virtù di ridare la giovinezza, e d'onde
l'eroe non può altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume
sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca
Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due
cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido
il periglio e la morte, incuora e sorregge i suoi: Ugone piange,
si dispera, sviene, è confortato dai suoi, scambia i grifoni per
diavoli. Egli è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati
e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d'Alvernia e
Guerino il Meschino.
Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi
racconti occidentali, oltrechè col racconto del terzo calendero,
hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si
legge pur esso nelle _Mille e una Notte_. Anche la nave di Sindbad è
tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre
di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze; anche Sindbad,
solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi
trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che
scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non
una prova, un indizio, che il racconto orientale è, in certo punto,
difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrità
e sincerità primitiva. Sindbad non dice che il monte ov'ei naufragò sia
il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi
si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione, e
dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni
medesime credo s'abbia ad identificare col Monte della Calamita la
montagna smisurata, e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso
la quale è trascinata la nave di Abulfauaris nei _Mille ed un Giorno_.
A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella storia
prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita
sorgeva tutto corrusco dall'onde, come se fosse di fiamma viva[653].
Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero
questa memorabile e gloriosa avventura. Ho già accennato a racconti
intessuti nella _Gudruna_, nel _Reinfrit von Braunschweig_, nel
_Jüngere Titurel_, in una tarda redazione dell'_Ogier_, ecc.: ricorderò
ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure
tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli
del mare doveva rimanere occulto[654]. La molteplicità e varietà di
sì fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa
l'antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava
d'avere udito narrare quand'era ancora fanciullo.