ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI NEI POETI ITALIANI DELLE
ORIGINI.
Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al presunto
ritorno di Artù[556] allude pure alle storie ultime venute nel ciclo,
alle storie cioè di Tristano, in un luogo ove dice:
Quis ille
Tristanus, qui me tristia plura tulit?[557]
Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al perduto
poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in verso o in prosa,
è dubbio che certamente non tenterem di risolvere, tanto più che egli
può bene aver preso quegli accenni, passati ormai in uso proverbiale,
dai trovatori, senza avere cognizione diretta dei romanzi francesi.
E questo stesso dubbio può esser mosso per ciascuno degli accenni
particolari che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli,
dove essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti
dell'antichità classica, a proprietà di animali ecc., che formavano
anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'amore. Ciò
nondimeno non si può non credere che a quegli accenni, presi in
generale, non corrispondesse una cognizione diretta dei romanzi
francesi della Tavola Rotonda, che, com'è noto, passarono ancor essi
agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia. Gli accenni in parola,
del resto, non sono assai numerosi, ed io non credo di far cosa inutile
riportando qui quelli che m'è avvenuto di raccogliere, e a cui altri
più se ne potrebbero aggiungere facilmente.
Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che pajono
avere destata in più particolar modo l'attenzione e la sollecitudine
dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferiscono ancora gli
accenni più antichi. La meravigliosa storia dei loro amori spiega una
tal preferenza, della quale porge esempio del resto, anche la poesia
dei trovatori. Messer lo re Giovanni che sarebbe, secondo la opinione
universalmente ammessa, Giovanni di Brienne (n. nel 1158) suocero di
Federigo II, nella canzone che comincia _Donna, audite como_, dà a
dirittura nei versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano[558]:
Quella c'amo più 'n cielato
Che Tristano non facia
Isotta, com'è cantato,
Ancor che le fosse zia;
Lo re Marco era 'ngannato.
Perchè ['n] lui si confidia.
Ello n'era smisurato,
E Tristan se ne godia
Delo bel viso rosato
Ch'Isaotta blonda avia.
Quelle parole _com'è cantato_ (se pur non s'ha a leggere _com'è
contato_: vedi MONACI, _Crestomazia italiana dei primi secoli_, fasc.
I, Città di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un
racconto in verso. Altri accenni sono più compendiosi. Notar Giacomo
(discordo: _Dal core mi vene_):
Tristano ed Isalda
Non amâr sì forte.
Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: _La dolcie ciera
piagiente):_
E non credo che Tristano
Isotta tanto amasse.