Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: _Del meo voler dir l'ombra_)

La mia fede è più casta

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

E più lealtà serva

Ch'en suo dir non conserva

Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta.

Dante da Majano (sonetto: _Rosa e giglio e fiore aloroso_)[559]:

Nulla bellezza in voi è mancata;

Isotta ne passate e Blanzifiore.

Canzone anonima: (_Piacente viso adorno angelicato_)[560]:

per te patisco doloroso affano

più che non fe' per Isotta Tristano.

Bonaggiunta Urbiciani (canzone: Donna vostre bellezze)[561]:

Innamorato son di voi assai

Più che non fu giammai Tristan d'Isolda.

Garbino Ghiberti (canzone: _Disioso cantare_):

Credo lo buon Tristano

Tanto amor non portàra.

Jacopo da Lentino (?) (sonetto: _Fino amor di fin cor ven di valenza_):

E di ciò porta la testamonanza

Tristano ed Isaotta co' ragione.

Che non partir giamai di lor amanza.

Domenico da Prato (canzonetta a ballo):

Cantando un giorno d'Isotta la bionda

Mi ricordai di mia donna gioconda[562].

Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone: _Mal

d'amor parla chi d'amor non sente_)[563]:

sicchè la mano fu sanza magagnia,

qual si legge d'Isotta di Brettagnia.

L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza senso,

ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli, fabbricata da

Virgilio, secondo la leggenda, e la _reina Isotta_[564]; e Frate

Tommasuccio, ricorda nella sua nota _Profezia_, non so con quale

intenzione, Tristano[565].

Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con altri

personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (_Tesoretto_, cap.

I):

Lancielotto e Tristano

Non valse me' di voe.

Bonaggiunta Urbiciani (discordo: _Oi amadori intendete l'affanno_):

E messere Ivano

E 'l dolze Tristano,

Ciascuno fue sotano

Inver me di languire.

Saviozzo da Siena (canzone: _Donne leggiadre e pellegrini amanti_)[566]:

Io non so se giammai gli uomini erranti,

I' dico di Tristano o Lancilotto,

O quel che fu più dotto

Da' colpi suoi sapesse or dichiararmi.

Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: _Se la fortuna e 'l modo_)[567]:

Tristano e Lancialotto,

Ancor nel mondo la lor fama vale?

Li altri di Cammellotto

Per la fortuna fecer l'altrettale.

. . . . . . . . . . . . .

Dov'è la gran bellezza

Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansalone?

In una delle canzonette a ballo inserite nel _Pecorone_, Ser Giovanni

Fiorentino fa memoria dei molti che _per amor fûr di vita privati_; ma

non nomina se non due, Tristano ed Achille:

Lo specchio abbiam de' famosi passati,

Del bon Tristan, del valoroso Achille[568].

Gli altri personaggi sono ricordati assai più di rado. Guittone

d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: _Ben aggia ormai la fede, e

l'amor meo_)[569]:

Siccome a Lancillotto uomo simiglia Un prode cavalier.....

Lo ricorda anche Folgore da San Gemignano (sonetto: _Alla brigata

nobile e cortese_)[570]:

Prodi e cortesi più che Lancilotto;

Se bisognasse con le lance in mano

Fariano torneamenti a Camelotto.

Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone: _La mia

gran pena e lo gravoso afanno_):

Chè se Morgana — fosse infra la giente,

In ver Madonna non paria neiente.

Canzone anonima: (_Quando la primavera_):

Tu c'avanzi Morgana.

Chiaro Davanzati (canzone: _Madonna, lungiamente agio portato_):

E ave più valere — e 'nsengnamento

Che non ebe Morgana ne Tisbia.

(E canzone: _Di lontana riviera_):

Che non credo Tisbia,

Alèna nè Morgana

Avesson di bieltà tanto valore.

Incerto (sonetto: _Lo gran valor di voi, donna sovrana_):

Più mi rilucie che stella diana

A voi sotana — è tutto valimento,

Ne Blanziflor, ne Isaotta [o] Morgana

Non eber quanto voi di piacimento.

Chiaro Davanzati (sonetto):

Ringrazio Amore de l'aventurosa

Gioja et allegreza che m'à data,

Che mi donò a servir la più amorosa

Che nom fu Tisbia o Morgana la fata.

Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in quella

degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (serventese: _Siccome

il pescie a nasso_):

Se lo scritto non mente

Da femina treciera

Sì fue Merlin diriso.

E Sanson malamente

Tradilo una leciera.

Sonetto anonimo: (_Qual uom di donna fusse chanoscente_)[571]:

Merlino e Salamon e lo s[accen]te

e Aristotile ne fu inghannato.

Monte (canzone: _Donna di voi si rancura_):

Chè Troja andò im perdizione

Mirllino e Salamone.

Lapo Saltarello (sonetto: _Considerando ingegno e pregio fino_)[572]:

Che Salomon, Sanson e 'l buon Merlino,

David divino hai vinto per sentenza.

Paolo Zoppo da Castello (sonetto: _Maestro Pietro lo vostro

sermone_)[573]:

Davit, Merlin o ver lo buon Sansone.

In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (_O pellegrina

Italia_) Merlino è nominato dopo Giovanni, Matteo, Daniele, Gioele,

Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino[574].

Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone: _Amor tant'altamente_):

Se 'n atendendo alasso

Poi m'avenisse, lasso!

Che mi trovasse in fallo

Sicome Prezevallo — nom cherere.

Al ritorno di Artù allude Fazio degli Uberti (sonetto: _Non so chi sia,

ma non fa ben colui_)[575]:

Nè Re Artù, nè altro tempo aspetto.

E poichè siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam così

subito. Fazio allude al ritorno di Artù anche nel _Dittamondo_[576]:

ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Artù succedesse al padre,

soggiunge:

Tanto da' suoi fu temuto ed amato,

Che lungamente dopo la sua morte

Ch'ei dovesse tornar fu aspettato.

Nè gli accenni finiscon qui. Nel cap. 23 egli ricorda la torre in cui

Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lancilotto,

L'anno secondo che a prodezza intese,

Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel cap. 22

ricorda i casi della donzella Dorens, e come Artù uccidesse Flores, e

come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Elia di Sassogna, e si sofferma

con particolar compiacenza sulla storia dell'ellera che usciva dalla

tomba di Tristano e penetrava in quella d'Isotta, storia allora famosa.

Questi passi meriterebbero d'essere riportati per intero e assoggettati

a più minuto esame; ma per far ciò bisognerebbe restituirne il testo,

corrotto come tutto il poema[577].

Lo stesso Fazio accenna alla leggendaria morte di Mordret nella sua

Invettiva contro Carlo IV[578]:

come a Mordret il sol ti passi il casso.

Nella poesia dialettale dell'Italia del settentrione non trovo

accenni a personaggi o leggende brettoni, il che non vuol punto dire

che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti. Il poeta

anonimo (probabilmente Giacomino da Verona) che in un componimento

sopra l'amore di Gesù ricorda Rolando, Oliviero, Carlo Magno e Uggeri

il Danese[579] conosceva anche, senza dubbio, Artù e Lancilotto e

Tristano; e tra le _fable e ditti de buffoni_, di cui parlano con tanto

disprezzo lo stesso frate Giacomino e Uguccione da Lodi e l'ignoto

autore di un poemetto sulla passione di Cristo, dovevano essere

comprese certamente anche le favole di Brettagna[580]. Tali favole

dovevano avere a mente e recitare quell'Osmondo da Verona, ricordato in

una poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il

poeta accusa di _gran folia e gran mençogna_ quando ardiscono chiamar

giglio e fiore altra donna che non sia la Vergine[581], e quelli

similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi pubblicate dal

Lagomaggiore[582]. Una prova notabile della lor diffusione si ha nel

poema tedesco di un autore italiano, il _Wälsche Gast_ di Tommasino

de' Cerchiali friulano (Thomasin von Zerclar, Zerclaere, Zirklere,

ecc.)[583]. Questo poema fu composto circa il 1216, come si rileva

dalle parole stesse dell'autore che dice di averlo scritto 28 anni

dopo che il Saladino ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i

luoghi di esso in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea

brettone[584]; ma il più importante è un lungo passo del primo libro,

passo che comprende non meno di 38 versi[585]. In esso il poeta parla

della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato nei

versi che immediatamente precedono di quella che si conviene alle

fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le storie di

Andromaca, di Enida[586], di Penelope, di Enone, di Galiana[587],

di Biancofiore, di Sordamor[588]. I giovani poi debbono a dirittura

formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cavalieri della Tavola

Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto del valore educativo di quei

romanzi, o, com'egli li chiama alla tedesca, avventure (_âventiure_).

Le avventure, egli dice, contengono sotto velo di menzogna, buone

verità e utili insegnamenti[589]. I giovani debbono conoscere le

istorie di Galvano, di Cligés, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii

del buon Galvano conformare la vita loro; debbono seguitare Artù, Carlo

Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il maligno Keu,

il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto è diverso dall'ottimo

Perceval. Tommasino ricorda come sì fatti ammaestramenti avesse già

dati in un suo libro _Della Cortesia_[590]; e a far maggiormente

intendere quanto avesse in pregio le storie di Brettagna, ringrazia

coloro che le avevan recate in tedesco [591]. Ma certamente egli era in

grado d'intendere anche gli originali francesi e li conobbe[592].

Un'altra prova, e molto importante, del favore onde godevano nel secolo

XIII in Italia, tra le persone colte, le storie brettoni, l'abbiamo

nel fatto che un poeta latino celebre di quei tempi, il Padovano

Lovato[593], di cui fa tante lodi il Petrarca, compose un poema sugli

amori di Tristano e d'Isotta. Di questo poema, probabilmente latino,

non si fa ricordo da nessuno storico della nostra letteratura; ma il

prof. Novati mi avverte che un'allusione ad esso si trova nell'_Ecloga_

che al Mussato indirizzò Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la

contengono[594]:

Ipse..... Lycidas cantaverat Isidis ignes

Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis,

Non minus eluso quam sit zelata marito,

Per silvas totiens, per pascua sola reperta,

Qua simul heroes decertavere Britanni

Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes.

Le glosse spiegano: _Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod

dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum suum et

Palamedem_. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni confondesse

le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in quel _nescio_ si

fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole romanze.

Quando avrò detto che nel poema dell'_Intelligenza_ tutta la materia

della _Tavola Ritonda_ è accennata in pochi versi[595], e ricordate

le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, avrò, non

esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia senza prima

richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore, il quale ci

porge uno dei più antichi documenti che della diffusione delle leggende

brettoni si riscontrino nella nostra letteratura. È questi Gotofredo da

Viterbo, nel cui _Pantheon_, alla particola XVIII, si narrano le storie

di Uter e di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino,

della duchessa Jema (Ingerna), sino al concepimento di Artù[596].

Per tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza

con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi differenze

particolari, le quali si possono spiegare, o con dire ch'egli alterò

così di suo arbitrio il racconto dello storico inglese, o con supporre

ch'egli abbia avuto dinanzi un libro molto affine a quello di costui,

quale, secondo l'opinione dello Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per

Alberico delle Tre Fontane [597]. Asserire senz'altro ch'egli attinse

da Goffredo di Monmouth, come fanno l'Ulmann[598], il Wattenbach[599],

e il Waitz[600], non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo

fu assai probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in

Italia parte della leggenda brettone. Egli non finì di lavorare intorno

al _Pantheon_ se non nel 1191; ma già nel 1186 aveva dedicato una prima

redazione del libro al papa Urbano III. Con questa data si risale ai

tempi della venuta dei primi trovatori fra noi. Ma non solamente il

Pantheon fu composto in Italia; Gotofredo fu egli stesso italiano;

e questa sua qualità accresce per noi l'importanza di quella parte

della sua storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa

innanzi in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta con

tutta risolutezza dal Ficker[601], e ad essa tuttavia si attiene il

Wattenbach[602]; ma l'opinione contraria, professata dagli istoriografi

più antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato essere la vera[603].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 59 / 75 题