VII.

De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, non pochi,

come abbiam veduto, si narrano di altri maghi; e in generale può dirsi

che le numerose leggende di maghi pervenute, in tutto o in parte,

sino a noi, presentano, insieme con alcune picciole parti divariate

e proprie, una parte, di molto maggiore, uniforme e comune. Di questa

uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, che i temi principali

della finzione sono naturalmente di numero assai ristretto, e, in

condizioni simili di coltura e di vita, rinascono e si ripetono simili;

la seconda, che i temi passano d'una in altra leggenda, di modo che

i maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arricchiscono

a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso speciale di quel generale

procedimento di attrazione e di accumulazione per cui tutte le leggende

crescono, e di cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e

mirabili degli eroi epici, dei santi, ecc. Così fu che la leggenda di

Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende di altri

maghi; così fu che crebbe la leggenda di Fausto.

Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d'Ascoli, Fausto,

diedero materia a storie popolari, nelle quali si pensò d'avere

raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano,

narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare,

non più la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a

termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una

cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in

Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e

ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicità,

da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui

veduta[510].

Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto

cominciò a trovar molti increduli, e fu risolutamente negata, dopo che

la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il

Pits, il Dempster, il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda,

esaltano, come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu

mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo

Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per difendere Michele

Scotto dalla imputazione di veneficio[511]. Per veneficio l'autore

intese probabilmente, come dai Latini molte volte s'intese, maleficio,

sortilegio: a me non fu dato di veder quest'opuscolo.

In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d'Ascoli son

vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosità popolare; ma

quella di Michele Scotto è spenta già da gran tempo[512]. In Iscozia,

la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell'autore d'_Ivanhoe_,

è forse viva anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, ed

altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi

tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal

libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno

ricetto e riposo.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 49 / 75 题