VI.

I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere in Iscozia,

e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam veduto il Dempster

accennare a _favole innumerevoli_: Gualtiero Scott, alla cui diligenza

dobbiamo le poche di cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune

delle molte che a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che

seguono[497].

Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di certi sudditi del

re di Scozia, commesso non so che atti di pirateria. Il re di Scozia

pregò Michele d'andarne a chiedere soddisfazione e risarcimento,

e Michele accettò l'ufficio; ma, anzichè provvedersi di sontuoso

equipaggio, come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si

ritrasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò un demonio

in figura di un gran cavallo nero, gli montò addosso, e lo forzò a

volare per l'aria alla volta di Francia. Mentre così volavano sopra

il mare, il demonio chiese insidiosamente al suo cavaliere che cosa

mai borbottassero le vecchie donnicciuole di Scozia in sul punto di

mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe risposto: Il

_Pater noster_; e subito il nemico se lo sarebbe scosso dal dorso e

l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Michele severamente rispose: Di

ciò che t'importa? Sali, diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il

cavallo alla porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente

il suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore

che si mostrava in così povero arnese, e stava per rispondergli con un

superbo rifiuto, quando Michele il pregò di voler soprassedere ad ogni

risoluzione fino a che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra.

Alla prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, sonarono

tutte le campane; alla seconda tre torri del palazzo rovinarono; e

l'infernal palafreno stava per picchiare la terza, quando il re, prima

di vederne gli effetti, concesse a Michele tutto quanto gli aveva

domandato.

Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto di un diavolo,

in brevissimo tempo, è tema di racconto assai comune[498]; e comune

la finzione del cavallo diabolico[499], e l'accorgimento o il precetto

di non far atto, o profferir parola, che abbia carattere religioso. Le

streghe, che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone, si

recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano precipitate a terra

se facevano il segno della croce, se invocavano Dio o i santi.

Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di Oakwood,

sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, udì parlare di

una strega, detta la strega di Falsehope, la quale aveva sua stanza

sull'altra sponda del fiume. Una mattina egli si recò da lei, per

metterla alla prova; ma fu deluso, poichè quella negò d'avere qualsiasi

cognizione dell'arte magica. Discorrendo, Michele posò sbadatamente la

verga sopra una tavola, e la strega, datole subitamente di piglio, lo

percosse con quella e lo trasformò in lepre. Egli, così mutato, sguizzò

fuori; ma si imbattè nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi

cani, i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero serrato

così da vicino, che egli, per avere un momento di respiro e poter

disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo faticosissima fuga, in una

cloaca. Desideroso di vendicarsi, Michele, una bella mattina, nel tempo

del raccolto, andò, co' suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo

dalla strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruendolo di

quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto. La strega ricusò

con parole ingiuriose, e il servo attaccò all'uscio un breve, datogli

dal padrone, ove, insieme con più parole cabalistiche, si potevan

leggere questi due versi:

Il servitore di Michele Scotto

Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto[500].

Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion sua,

ch'era di cuocere il pane pei mietitori, prese a ballare intorno al

fuoco, ripetendo que' versi. Giunta l'ora del desinare, il marito di

lei, non vedendo venire le provvigioni, mandò l'uno dopo l'altro i suoi

uomini a vedere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono

colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tornarsene

indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si mosse anche il marito,

ma veduto Michele sul colle, sapendo del brutto scherzo fattogli dalla

donna, fu più cauto degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla

finestra, e vide i suoi mietitori, i quali, trescando senza volere,

trascinavano la moglie sua, oramai più morta che viva, quando intorno,

e quando attraverso il fuoco, che, secondo l'uso, ardeva nel bel mezzo

della stanza. Non cercò altro, ma sellato un cavallo, corse sul colle,

si umiliò dinanzi a Michele, e lo pregò di far cessare l'incanto,

grazia che il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare in

casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il breve dall'uscio.

Così fece il buon uomo e l'incanto cessò.

Ci sono due cose in questo racconto che richiamano più particolarmente

la nostra attenzione: la metamorfosi del mago in lepre; la danza magica

forzata.

È credenza antichissima, e comune a tutte le razze umane, che, per

virtù di magia, l'uomo possa mutarsi, o essere mutato in bruto, e che

una simile mutazione possa anche operare il volere di un nume[501]. La

mitologia classica abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a

cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno riscontro

molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il medio evo conservò sì

fatta credenza, se pur non l'accrebbe, e per secoli nessuno dubitò

della realtà della licantropia[502], nessuno negò che gli stregoni e

le streghe potessero prendere la forma di quell'animale che più fosse

loro piaciuto, o farla prendere altrui[503]. La trasformazione era del

corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel corpo mutato, serbavasi

inalterata; ma anche in questa, come in tante altre opinioni del tempo,

è difetto di precisione e di certezza. Più e più cronisti narrano il

caso del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di un topo,

fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, passare un ruscello,

entrare nel cavo di un monte, scoprirvi un tesoro, e rientrar poi

d'ond'era uscita; e molte e molte leggende ascetiche narran di anime

vaganti in forma d'uno o d'altro animale, il più sovente di uccelli.

Gli è assai difficile dire dove, secondo le idee medievali, cessi

il bruto e l'uomo incominci, tanto quello è fatto prossimo a questo.

Sono senza numero le pie leggende in cui si vedono i leoni e le tigri

rispettare i martiri; i santi anacoreti vivere familiarmente con le

fiere del deserto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar

miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi del cielo,

ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se non altro, osservare le

feste[504]. Perciò, come non è a meravigliare dell'uso che il medio evo

fece degli animali in servigio della esemplificazione e del simbolo,

così non è da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze,

delle maledizioni e delle scomuniche cui, più d'una volta, essi porsero

occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva ragione di predicare

agli animali e di farli assistere alla santa messa; aveva ragione di

chiamarli fratelli; e non ebbe torto il giorno in cui maledisse una

troja che aveva ammazzato un agnello, e che per la forza di quella

maledizione morì in capo di tre giorni[505]. Dopo la morte, l'uomo

ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno, secondo la

popolare credenza, in paradiso.

Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii, in croniche,

in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di burla maligna o di

castigo, e chi le promuove può essere così un mago come un sant'uomo.

Ruggero Bacone forzò tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti sono

i racconti ove si vedono colte successivamente alla stessa malia molte

persone, delle quali quelle che giungon dopo vengono col proposito di

vedere che cosa sia occorso alle altre, giunte prima, o con quello di

liberarle. Il caso di Michele e della strega porge inoltre esempio di

quelle gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare da

quello celebre di Mosè e dei maghi d'Egitto.

Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì della Scozia,

ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva opera del _vecchio

Michele_, o di Sir Guglielmo Wallace, o del diavolo. Ben s'intende che

il vecchio Michele, come ogni altro mago, s'era in ciò giovato della

forza e della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno di

questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, e non voleva mai

starsi con le mani in mano, ma lo importunava senza fine perchè volesse

dargli faccenda. Michele gli ordinò di costruire una diga attraverso

il fiume Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele

gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e in un'altra notte

il colle fu spartito. Finalmente Michele gl'impose d'intrecciar corde

d'arena, e a questa disperata bisogna il buon diavolo attende tuttora.

Notisi che evocare i diavoli, e non occuparli subito in qualche

cosa, poteva portar pericolo. Il _famulus_ di Virgilio, avendone

evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi,

ordinò che lastricassero la strada da Roma a Napoli, e così fecero. I

ponti, i muri, gli acquedotti, i palazzi fabbricati dai diavoli sono

innumerevoli: tra le opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più

di un convento.

La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto diversi dalla

tradizione italiana e dalla tradizione scozzese.

Francesco Pipino, già ricordato, racconta: Dicesi che Michele Scotto,

avendo trovato d'avere a morire della percossa di un sassolino di peso

determinato, immaginò una nuova armatura del capo, detta cervelliera,

e di quella andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa,

nel momento della ostensione o elevazione del corpo di Cristo, egli,

per consueta reverenza, si nudò il capo, e in quella appunto il fatal

sassolino, cadendo dall'alto, il percosse, e lievemente il piagò.

Postolo in una bilancia, e trovatolo del peso che avea preveduto,

intese esser giunta la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella

ferita indi a poco morì[506].

Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da Benvenuto

da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo, dal Daniello,

dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi, senza dubbio, ad essa,

parecchi cronisti dicono, come il Pipino, Michele inventore della

cervelliera[507]. Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di

Virgilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il capo,

morì d'insolazione.

Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per la malvagità

di una donna, sua moglie, o concubina. Costei riuscì a farsi palesare

da lui ciò che, insino allora, egli aveva tenuto a tutti celato; cioè

che con l'arte sua egli poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo

che dalla velenosa virtù di un brodo fatto con la carne di una troja

furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, e il povero

mago se ne andò all'altro mondo; non così presto tuttavia, che non gli

rimanesse tempo di punir con la morte la traditrice.

Per questo racconto Michele entra a far parte della numerosa famiglia

degli ingannati dalle donne, famiglia così spesso ricordata da poeti

e romanzatoti del medio evo, e nella quale figurano Adamo, Salomone,

Sansone, Aristotele, Virgilio, Merlino, Artù e parecchi altri.

Dei libri magici di Michele Scotto durò lungo il ricordo in Iscozia.

A' tempi del Dempster si credeva che essi esistessero ancora, ma non

si potessero aprire senza spavento, a cagione de' prestigi diabolici

che tosto si offerivano a chi li aprisse[508]. Del pericolo che

gl'inesperti potevan correre in aprire i libri magici son molti

esempii: due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri

di Michele, dicevasi, erano stati sepolti con lui, o si conservavano

nel convento ov'egli era morto, o in un castello, appesi ad arpioni

di ferro. Del libro magico di Cecco d'Ascoli si disse in Italia che

fosse conservato nella Laurenziana, o sopra le volte di San Lorenzo,

assicurato con catene. Nel canto II del suo _Lay of the last Minstrel_,

Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome Guglielmo

Debraine, il quale con l'ajuto di un vecchio monaco, che già aveva

conosciuto Michele Scotto, apre la tomba del mago e ne toglie il libro

magico. In mezzo a una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago

appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto, col libro del

comando nella mano sinistra, una croce d'argento nella destra, e quasi

co' segni della eterna salute nel volto[509]. Tutto ciò è invenzion del

poeta.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 48 / 75 题