V.

Se celebre come profeta, assai più celebre fu Michele Scotto come mago.

Abbiam già udito il Landino affermare essere stata opinione universale

che Michele «fusse ottimo astrologo et gran mago;» e l'Anonimo

Fiorentino ch'ei «fu grande nigromante». Il Boccaccio lo fa dire

da Bruno «gran maestro in nigromanzia», e Guiniforto delli Bargigi

lo vanta «grande incantatore nella corte di Federico II»[479]. Nel

_Paradiso degli Alberti_, Maestro Luigi Marsilii, facendosi a narrare

una novella che vedremo or ora, dice di voler narrare «uno caso assai

famoso e noto e pubblicamente fatto da tale, che, secondo che certo

si crede, non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso

mago». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare che Michele seppe

_veramente_ quel gioco, e Fazio degli Uberti ch'ei seppe contraffare

Simon Mago, maestro e principe di tutti i maghi. In sul finire del

secolo XV e in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele

Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella maccheronea

XVIII ce ne fa testimonianza.

La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere per certo,

così copiosa e compaginata come fu quella di Virgilio; ma certo

fu più compaginata e copiosa di quanto ora appaja a noi, che non

siam più in grado di conoscerla tutta. Di ciò le prove non mancano.

Benvenuto da Imola ricorda avere udito narrar di Michele, _de quo jam

toties dictum est et dicetur_, assai cose, che pajono a lui piuttosto

immaginate che vere[480]; e l'Anonimo Fiorentino: «Dicesi di lui

molte cose meravigliose in quell'arte». Più secoli dopo il Dempster

nota che ancora a' suoi tempi si narravan di lui innumerevoli fiabe,

_innumerabiles_... aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica

di Michele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo in cui

cominciava ad appalesarsi in modo più risentito il triste vaneggiamento

superstizioso che tante sciagure procacciò di poi; quando contro gli

stregoni e le streghe s'instruivano i primi processi e s'accendevano i

primi roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi date al

filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro l'arte dannata e contro

i rei che osavan di professarla. Nasceva la leggenda e prendeva vigore

in un tempo assai favorevole al suo nascere ed al suo crescere.

I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si possono spartire

in due gruppi: l'uno, di quelli nati in Italia, o, per lo meno,

riferiti da autori italiani; l'altro, di quelli nati fuori d'Italia, e

più propriamente nella patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due

gruppi non è diversità quanto al concetto che li informa e sorregge; ma

non è nemmeno continuità: li tiene congiunti insieme il nome di colui

che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci primamente al primo.

Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino, Cristoforo

Landino, Alessandro Vellutello, narrano, quale più in breve, quale più

in disteso, e con particolarità che variano dall'uno all'altro, come,

essendo in Bologna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini

della città, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco accendere il

fuoco in cucina, e come, essendo i convitati seduti intorno alle mense,

cominciassero a venir per l'aria serviti di molte vivande, e Michele

dicesse loro: questo viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro

dalla cucina del re d'Inghilterra, e così di séguito; e il tutto

avveniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele[481].

Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'essere stato

al mondo solo operatore di tanto prodigio, chè altri l'operarono

prima, e altri dopo di lui. Di Pasete, _il quale superò tutti

gli uomini nell'arte magica_, ricorda Suida come facesse apparire

sontuosi banchetti, e donzelli che li servivano, e il tutto novamente

sparire[482]; e miracoli simili narra Origene dei maghi d'Egitto[483].

Numa Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei Bramani,

Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Fausto, un rabbino

per nome Löw, conobbero tutti quest'arte, e la praticarono con ottimo

successo[484]. Il diavolo Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto

un banchetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato

onde l'oste abbia avute

Queste vivande che son lor venute;

Rispose il diavol: Questa colezione,

E le vivande che mangiato avete,

Apparecchiava il re Marsilione;

E giunti in Roncisvalle lo saprete,

Che i servi insieme ne fecion quistione;

E se del vostro imperador volete

Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto,

Comanda pur, chè ci sarà tantosto[485].

Nè potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il solo che

sapesse operare il miracolo, riferito dall'Anonimo Fiorentino, di far

comparire «essendo di gennaio, viti piene di pampani et con molte uve

mature», le quali sparvero subito che i presenti si furono accinti a

tagliare i grappoli co' coltelli; perchè un miracolo in tutto simile a

questo seppe operare anche Fausto[486], e altri incantatori seppero,

di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi e fioriti. Così

l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel _Paradiso degli Alberti_, che

l'anno 876 fece sorgere, in presenza dell'imperator Lodovico, uno

stupendo giardino, tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto

d'infiniti uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miracoloso

imbandì un miracoloso banchetto; così Cecco d'Ascoli, di cui si

racconta che «in un convito di dame, a tempo d'inverno, fece apparir

pergolati, e fiori e frutta, come di primavera e autunno»[487]. Ma

il prodigio più pomposo e mirabile fu quello operato dal secondo. Nel

cuor del verno, Alberto Magno pregò una volta l'imperatore Guglielmo

di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V'andò

l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col séguito, in un

giardino, dove, tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al

ghiaccio che coprivano intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il

convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno

strano scherzo quello dell'ospite che li aveva condotti a intirizzir

di freddo; ma come l'imperatore si fu seduto a mensa, e gli altri

similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo

un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la

terra e gli alberi germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar

tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto

soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che

i convitati cominciarono a togliersi i panni di dosso, e, mezzo ignudi,

ripararono all'ombra degli alberi. Fornito il mangiare, i numerosi e

leggiadri valletti che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito

il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo

ravvolse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti,

tremando, corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco[488].

Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era un barletto

portentoso, che mai non si votava. Si racconta nelle chiose sopra

Dante alle quali si dà il titolo di Falso Boccaccio, che nel campo e

nel padiglione dell'imperator Federico, il giorno in cui questi fu

sconfitto da' Parmigiani assediati, un povero ciabattino, andatovi

con altri infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino

squisitissimo, e sel portò a casa. Egli e la donna sua ogni dì ne

spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano vederne la fine:

onde il pover uomo, meravigliato, volle vedere che mai ci fosse dentro,

e ruppe il barletto, e vi trovò una piccola figurina di un angelo

d'argento, il quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva,

similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo vino.

Così appagò egli la sua curiosità; ma tosto se n'ebbe a pentire, perchè

dal barletto non uscì più nemmeno un gocciolo; e il barletto «era

fatto per arte magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo

Michele Scotto, per la sua scienzia e virtù»[489]. L'autore di queste

chiose è il solo che affibbii a Michele il nome di Tales (Talete?),

nè so dire perchè sel faccia. Di un altro botticino che non si votava

mai, ma che avrebbe perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse

voluto guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente

Aliprando[490].

Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il carattere.

Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la fantasia vagheggiò

nell'arte magica un mezzo sbrigativo e sicuro di sovvenire alla fame

e al bisogno. Di qui sì fatte ed altre simili finzioni, le quali

perpetuamente rinascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile

di Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i denari spesi

facevano ritorno da sè, fedelmente; l'antico Pasete, già ricordato,

aveva un mezzo obolo che sempre gli rivolava in tasca, e che diede

argomento a un proverbio.

Di tutt'altro carattere, e più romanzesco, e men comune, è un altro

prodigio che del nostro mago si narra.

Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, la

elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa maggiore, essendo

chiarissimo il cielo, e già seduti intorno alle mense i convitati,

e cominciato a dar l'acqua alle mani, si presentò all'imperatore

Michele Scotto, insieme con un suo compagno, entrambi in abito di

Caldei, e ricordato come da un mese circa non fosse più stato in

corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo pregò

di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, l'aria,

ch'era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannuvolatosi il cielo,

imperversò una furiosa procella, la quale si chetò prontamente,

come appena l'imperatore n'ebbe espresso il desiderio. Ammirato e

lieto di tal meraviglia, l'imperatore invitò i savii a chiedergli

quale grazia più loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla, e

Michele il pregò di voler dar loro uno de' suoi baroni, perchè fosse

loro campione, e li aiutasse ad aver ragione di certi nemici, co'

quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li invitò a scegliere

tra' cavalieri presenti quello che loro fosse più in grado, ed

essi scelsero un cavaliere tedesco, per nome Ulfo, e subito, con

esso lui (così parve al cavaliere) si posero in viaggio, sopra due

grandi e magnifiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia.

Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale d'Italia,

ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna, valicarono lo stretto

di Gibilterra, e giunsero «a liti assai domestichi e piacevoli», dove

si fe' loro incontro molto popolo festante, ed ebbero, come signori di

quel paese, meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo,

ov'era accampato un grandissimo esercito, pronto a muovere contro il

nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato capitano. Comincia allora una

micidialissima guerra. Si combattono due grandi battaglie campali, a

cui tien dietro la espugnazione d'una città. Ulfo uccide di sua mano il

re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e riman, d'ogni

cosa, per volontà di Michele, solo ed assoluto signore. Michele e il

compagno chiedono allora licenza e si partono, e Ulfo vive lietissimo

in compagnia della moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così

maschi come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il compagno

tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con loro in Sicilia,

alla corte dell'imperatore. Ulfo, benchè di mala voglia si parta

dalla famiglia e dal regno, cede alla loro preghiera, si pone con

essi in viaggio, giunge con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua

stupefazione grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in

quella condizione medesima in cui le aveva lasciate, chè dai donzelli

non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli che ad Ulfo

erano, per illusion di magia, sembrati molt'anni, non erano stati se

non pochi istanti; e la novella soggiunge che il povero cavaliere non

potè racconsolarsi mai più della felicità che credeva di aver goduta e

perduta. In quel punto medesimo Michele e il compagno sparirono, e per

quanto Federico, doglioso della tristezza del suo cavaliere, li facesse

cercare, non fu più possibile di trovarli.

La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata molto per disteso

nel _Paradiso degli Alberti_[491]; ma, assai prima che in questo

romanzo, fu introdotta nel _Novellino_, salvo che qui è narrata,

come le altre del libro, in forma assai compendiosa, e che il luogo

di Michele Scotto e del suo compagno vi è tenuto da «tre maestri di

nigromanzia», di nessun de' quali si dice il nome, e un conte di San

Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo[492]. L'avventura, o, a meglio

dire, l'incantesimo che le porge argomento, riappare, variato più o

meno, in numerosi racconti[493].

Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e dei prodigi

operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. Nella maccheronea

XVIII del _Baldo_, Teofilo Folengo, enumerando le varie figure di

maghi ond'era adorno il libro di Muselina, non dimentica Michele, e

fa cenno de' suoi incantamenti: immagini diaboliche; filtri amatorii;

un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il portava dovunque gli

piacesse d'andare; certa nave disegnata sulla riva, che si mutò in vera

e propria nave trasvolante pei mari; una cappa che faceva invisibile

chi la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se quegli,

incauto, si fosse esposto al sole[494]. Non so se altri, prima del

Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti prodigi, che dagli autori

più antichi non si vedono ricordati; ma quanto ai prodigi stessi,

l'invenzione non è del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da

lui descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo della nave si

racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro Barliario, di altri[495]:

delle immagini, dei filtri, della cappa che rende l'uomo invisibile,

nulla è da dire, tanto sono comuni. In principio del secolo XVII,

Antonio Maria Spelta ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti

magici di Michele Scotto[496].

Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la tradizione

italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche una tradizione

scozzese, dirò di entrambe congiuntamente più oltre.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 47 / 75 题