Di spirito profetico dotato,
a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia[466]; e quasichè
i nostrani non bastassero, furono tratti a questa volta e forzati a
immischiarsi nelle cose nostre anche i forastieri. Di ciò nessun altro
esempio più calzante per noi, e che più faccia al caso, di quello di
Merlino, profeta e mago.
Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione latina
che ne fece Goffredo di Monmouth, si diffusero rapidamente e largamente
per l'Europa, acquistando fra disparatissime genti meravigliosa e
durevole celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume
atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio; furono
commentate e interpretate da uomini di grande dottrina ed autorità,
qual fu uno Alano de Insulis, che consacrò loro un'opera divisa in
sette libri. Esse ebbero ad influire più d'una volta sugli avvenimenti,
e si serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare,
finchè non sopraggiunse, come s'è notato, il Concilio di Trento, che
le dichiarò false e le proibì[467]. In grazia di quella tanta sua
riputazione, Merlino non fu più soltanto il profeta dei Brettoni, ma
diventò un profeta universale, a cui si attribuirono a mano a mano
altri vaticinii, risguardanti, quando le sorti di una particolare
nazione, quando eventi di carattere più generale. Così fu ch'ei divenne
profeta anche per l'Italia, dove, già nella prima metà del secolo
XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose in francese, a
richiesta di Federico II (si noti questo particolare), e spacciandola
per autentica, una nuova raccolta di profezie di Merlino, tutte molto
favorevoli all'imperatore e altrettanto avverse alla curia romana[468].
Non so se ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del già
citato _Fioretto di croniche degli imperadori_, in un luogo dove,
parlando appunto di Federico II, l'autore, che gli si addimostra
assai favorevole, nota: «E se Merlino o vero la savia Sibilla dicono
veritade, in questo Imperadore Federigo finì la dignitade»[469].
Col titolo di _Versus Merlini_ il Muratori pubblicò in calce al
_Memoriale potestatum Regiensium_ sessanta versi leonini, assai rozzi,
nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città e province
d'Italia[470].
Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, come profeta,
Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle recate potranno bastare.
Certo, Michele Scotto non ebbe, nè poteva avere, per questa parte,
fama eguale a quella di Merlino, il cui nome era cognito a quanti (ed
erano innumerevoli) avessero qualche dimestichezza con le leggende
vaghissime, _ambages pulcherrimae_, come Dante le chiama, del ciclo
arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un romanzo
famoso, il _Merlin_ di Roberto di Borron, notissimo, come gli altri
del ciclo, in Italia, e tradotto nel volgare nostro l'anno 1375. Nè
pure ebb'egli la celebrità meravigliosa onde fruì più tardi Michele
Nostradamus; ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non picciolo nome.
Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie di
Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello Scotto, in versi,
contenente _Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et
aliarum partium_, e nota in proposito: Quanto sieno state vere queste
predizioni, fu da molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo
intesi; e la mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui
ammaestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono vere[471].
Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale fiorì nella prima
metà del secolo XIV, ricorda che lo Scotto diede fuori certi versi
(probabilmente quegli stessi che Salimbene riporta) ov'era predetta
la rovina di parecchie città d'Italia, con altri avvenimenti[472]; e
Benvenuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro filosofo
si avverarono[473].
Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera di Michele
Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite per acquistar loro il
credito e la celebrità onde quegli godeva, così come s'era fatto già,
o tuttavia si veniva facendo, con Merlino? Che Michele s'arrogasse
l'officio di profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico
d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui attribuite
sieno proprio di lui non si può provare, e che quella riferita da
Salimbene non sia si può affermare sicuramente, quando si consideri che
essa è, in sostanza, non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque
sia, ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza e dalla
leggenda ei fu tenuto profeta.
E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba Malaspina
(sec. XIII), avvertito come Federico II desse molta fede ad astrologi
e negromanti, e si governasse con loro parole, soggiunge che essendogli
stato predetto da certi _aruspici_ che morrebbe _sub flore_, desideroso
di vivere immortale, evitò con ogni studio d'entrare così in Firenze,
come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter fuggire alla
sorte che l'aspettava[474]. Chi quegli aruspici fossero Saba non
dice. Giovanni Villani narra: «Lo Imperadore venuto in Toscana non
volle entrare in Firenze, nè mai non v'era intrato, però che se ne
guardava, trovando per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio,
ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte ne temea;»
e alquanto più oltre, narrando come Federico morisse in Firenzuola,
soggiunge: «ma male seppe interpretare le parole mendaci, che 'l
demonio li avea dette»[475]. Giovanni non sa donde propriamente
venisse, di che natura fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a
crederlo avvertimento ingannevole di demonio. Altri, e sono il maggior
numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele Scotto. Benvenuto da
Imola, notato come Michele mescolasse la negromanzia con l'astrologia,
e come delle predizioni ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice
che male per altro s'appose quando annunziò a Federico che morrebbe
in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola di Puglia (_sic_). L'autore
del _Fioretto delle croniche_ degli imperadori nomina Michele Scotto,
ma non accenna a errore o equivocazion di nome: «E andando per lo
cammino (_lo imperadore_) giunse in Campania a una terra che si chiama
Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di sua morte Maestro
Michele Scotto negli anni domini MCCL:» e avverte poi che Merlino
parlò di Federico II, e profetò che vivrebbe settantasette anni.
Sant'Antonino ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto
non parla[476]; mentre alcuni fra i commentatori meno antichi di Dante,
come il Landino, il Vellutello, il Daniello, ne fanno espresso ricordo.
Taluno d'essi parla, non di Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com'è noto,
Federico morì veramente in Fiorentino di Puglia.
Non ispenderò parole intorno all'indole di questa profezia la quale
arieggia certi responsi ambigui degli oracoli antichi: mi basterà
notare ch'essa ha numerosi riscontri[477].
A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, furono, come a
Michele Scotto, attribuite parecchie profezie, ricordate da Giovanni
Villani e da altri[478].