III.

La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte le altre

leggende, non nacque certo già bella e formata, ma si venne formando

a poco a poco, in virtù di svolgimenti e di aggregazioni successive.

In essa si possono distinguere due parti principali: l'una, che narra

di lui come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra di

lui come mago; ma dire qual delle due preceda in ordine di tempo, o

se entrambe non sorgano congiuntamente, è cosa impossibile ora. Gli è

vero che Salimbene ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice

dell'arte magica più propriamente detta; ma ciò non significa punto che

l'altra parte della leggenda non fosse già nata, se non cresciuta; o

che Salimbene dovesse ignorarla; mentre vediamo che Pietro Alighieri,

fatto di questa consapevole, se non da altro, dai versi stessi

del poema paterno che commentava, dice dell'indovino, o, com'egli

latinamente lo chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago[456].

Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli indovini ed i

maghi; e un altro de' commentatori suoi, quello che chiaman l'Ottimo,

giunto ai versi ov'è fatta menzione di Michele Scotto, nota: «Qui

descrive l'autore d'un'altra specie d'indovini, li quali usano arte

magica»[457]. Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa

cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c'era, a rigor

di dottrina, opposizione e contrasto; dappoichè, se l'arte magica non

si poteva esercitare senza la cooperazion dei demonii, la divinazione

escludeva ogni loro concorso, essendo opinione universalmente

professata che i demonii non conoscessero il futuro. Di solito,

questi indovini andavano debitori di quella molta o poca cognizione

dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza astrologica;

ma tal cognizione poteva, alle volte, avere altra origine, essere di

natura divina, confondersi col dono di profezia; e tale essendo, poteva

(la qual cosa parrà, ed è forse, un po' strana) accompagnarsi con

l'esercizio dell'arte magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio,

quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c'è il profeta di

Cristo e c'è il mago; Merlino è profeta e mago ad un tempo; e profeta

e mago in uno dovette sembrare a molti Michele Scotto. Graziolo de'

Bambagioli, o come altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio

a scienza astrologica, là dove dice: «Jste Michael Scottus fuit valde

peritus in magicis artibus et scientia auguri, qui temporibus suis

potissime stetit in curia Federici Jmperatoris»[458]; ma Salimbene

parla propriamente di profezie, e così pure Fazio degli Uberti, nel cui

_Dittamondo_ si legge:

In questo tempo che m'odi contare,

Michele Scotto fu, che per sua arte

Sapeva Simon mago contraffare.

E se tu leggerai nelle sue carte,

Le profezie ch'ei fece troverai

Vere venire dove sono sparte[459].

Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma se Dante

non pose nella quarta bolgia, insieme con gli altri indovini, anche

Merlino, quel Merlino che assai più di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta,

di Manto, di Euripilo, era allora noto all'universale, la ragione del

non avervelo posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri

molti, credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle

quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da ultimo il

credito e la riputazione. Comunque sia, e' si vuole avvertire che noi

ci troviamo qui in presenza di cose, di concetti, di credenze, i cui

caratteri, la cui significazione, i cui confini, sono per le condizioni

stesse del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili,

con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni infinite, e

che in tanta mobilità e promiscuità non può esser luogo a definizioni

troppo rigorose, a distinzioni fisse e perspicue.

E la unione del profeta col mago in persona di Michele Scotto era

agevolata dalla qualità di mago buono ch'egli ebbe insieme con altri

parecchi. Qui ci si para dinanzi un fatto che nell'argomento nostro è

di capitale importanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima,

e serbata durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la magia

divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola magia un più

ristretto significato, tra la teurgia, che moveva da Dio, e la magia,

che moveva dal Diavolo[460]. Ma anche questa distinzione non è così

costante e sicura come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia

apparteneva ai santi; ma la magia non apparteneva di necessità ad

uomini malvagi e diabolici; giacchè c'erano maghi buoni e maghi

rei, e alcuna volta è assai difficile distinguere il santo dal

mago buono. E in vero, non solo operavano entrambi, su per giù, gli

stessi prodigi, ma gli operavano ancora con lo stesso animo e con gli

stessi intendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano[461], sarebbe

diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo pianse sulla sua

tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la prova ch'egli era salvo. Alberto

Magno, di cui si disse che esercitasse la magia in beneficio della

fede e con licenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione

la vita, fu canonizzato davvero[462]. Ruggero Bacone fu così buon

cristiano che una volta punì certo suo servitore perchè non digiunava

quand'era prescritto; un'altra volta riscattò un gentiluomo che per

quattrini s'era obbligato al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli,

bruciò tutti i suoi libri di magia, e si rinserrò in una cella,

donde più non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti

consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago buono tra i

musulmani. Mago buono è il Malagigi dei romanzi cavallereschi; ottimo

il Prospero della _Tempesta_ dello Shakespeare. Di questi e di altri

simili maghi, storici o immaginarii, si può dire ciò che di Cipriano

dice uno de' famuli suoi nel dramma del Calderon:

Yo solamente resuelvo

Que, si el es mágico, ha sido

El mágico de los cielos[463].

Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell'uomo, così immaginò

la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli tali anche quando

ricorressero ad arti prave ed illecite. La massima che il fine

giustifica i mezzi è massima, in secreto o in palese, professata

universalmente; non sempre così malvagia come molti la dicono; e non

tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori ed osservatori

i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol farsene colpa. Oltre di ciò,

la opinione che col cielo si possa tergiversare, venire a patti ed

a transazioni, è ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi

la vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura, come

principio regolativo della vita, in più di una religione pratica, ciò

non vuol dir altro se non che le religioni, _in pratica_, prendono

sempre forma dalla coscienza comune.

C'è, del resto, un criterio, per cui si può abbastanza sicuramente

conoscere il mago buono dal mago reo. Il reo stringe col diavolo un

patto, in forza del quale ei si impegna di dargli l'anima in pagamento

dell'ajuto che da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno,

ma riman libero, ed esercita l'arte, bensì con la cooperazione del

diavolo, ma in virtù di un alto potere ch'egli s'è procacciato. Il

primo esercita l'arte da mercante, e, in realtà, serve al diavolo,

cui par che comandi: il secondo esercita l'arte da gran signore, e

comanda al diavolo, cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così

è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti; e dicono

i maomettani che chi avesse l'anello di Salomone potrebbe comandare ai

diavoli ogni cosa che gli fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere

nei libri magici poteva fare altrettanto[464]. Certo, questi commerci e

queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano senza peccato;

ma il pericolo non era poi troppo terribile, e il peccato, a giudizio

almeno di chi non fosse teologo di professione, non era grandissimo.

Il Talmud permette d'interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio

ed ajuto: i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni

del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva comodo, se le

prendevan da sè.

Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale comandò ai diavoli per

iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi loro nè in vita nè in morte.

Non fu, da quanto mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli

uomini come l'unico Virgilio, ma non abusò dell'arte sua, e dovette

essere servizievole uomo e liberale, se a due suoi discepoli, che

lasciò in Firenze, impose (come attesta il Boccaccio) fossero sempre

presti ad ogni piacere di certi gentili uomini che l'avevano onorato,

e se quelli, obbedienti al precetto, «servivano i predetti gentili

uomini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente». Di

sua bontà vedremo qualche altra prova più innanzi. Anche fu dabbene

cristiano, tuttochè si lasciasse vincere in questa parte da altri,

e Alberto Magno accusi in certo qual modo di empietà un suo libro

intitolato _Quaestiones Nicolai Peripatetici_, e parecchi notino

ch'egli non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di

devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte.

E ora, senza più oltre indugiarci, prendiamo in esame le predizioni

dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta, e i prodigi del mago: e

cominciam dalle predizioni.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 44 / 75 题