Come mai, di filosofo ch'egli fu, Michele si tramutò in profeta ed in
mago? Come nacque la leggenda che per secoli frondeggiò intorno al suo
nome, e che forse conserva ancora, mentr'io ne ragiono, alcun sarmento
vivo e alcuna foglia verde? Quel tramutamento seguì ne' modi consueti;
la leggenda nacque come molt'altre così fatte nacquero.
Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele non ve
n'ha nessuna che tratti di magia; ma notiam pure che non v'era punto
bisogno d'un tal documento per dar l'aire alle fantasie, sebbene poi
la leggenda sel produca da sè. Nel caso presente sono da distinguere
una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion generale è
questa, che in secoli di comune ignoranza la fama di dotto basta di
per se stessa a produr la fama di mago; onde noi vediamo dalle fantasie
degli uomini del medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli
antichi come de' nuovi tempi, e ciò con un procedimento uniforme e
sommario che mette tutti in un fascio filosofi e poeti e matematici
e pontefici e santi e persino uomini così poco _necromantici_ come
fu messer Giovanni Boccacci. Libri di magia furono attribuiti anche a
San Tommaso d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprezzanti,
come s'è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti con lui alla stessa
famiglia di maghi, ispirarono lo stesso rispetto pauroso, ebbero la
stessa celebrità. Sarebbe in tutto superfluo moltiplicar le prove e gli
esempii di cosa ormai molte volte discorsa e notissima: già ebbe a dire
Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospettavano di magia
tutti i filosofi.
Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le ragioni
particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari, le abbiamo
presumibilmente nella dimora che Michele fece in Toledo negli anni
della sua giovinezza, e, per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli
ebbe con Federico II.
Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette, in materia di
scienze occulte, grandissima riputazione: ivi fiorivano l'arti magiche;
ivi fioriva una scuola di magia celebre fra quante ne fossero in terra
di Saraceni o di cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu
detta per antonomasia talvolta _scientia toletana_. Virgilio v'aveva
studiato; persuaso dal diavolo, vi studiò Sant'Egidio prima della sua
conversione[449]; e così vi studiarono molti altri. Il monaco Elinando
afferma nella sua Cronica che i chierici andavano «a Parigi a studiare
le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in
nessun posto i buoni costumi»[450]. Nei romanzi di cavalleria Toledo e
la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi Pulci, ricordandosi
di quanto altri assai avevano detto prima di lui, scrisse nel Morgante
(XXV, 259):
Questa città di Tolleto solea
Tenere studio di negromanzia;
Quivi di magic'arte si leggea
Pubblicamente e di piromanzia;
E molti geomanti sempre avea,
E sperimenti assai d'idromanzia,
E d'altre false opinion di sciocchi,
Come è fatture o spesso batter gli occhi.
Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello studio come celebre
e detestabile. Michele _doveva_ essere stato condotto a Toledo dal
desiderio di apprendervi l'arte magica.
Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie tradizioni,
delle quali, l'una si diffuse più largamente e prevalse in Germania,
l'altra si diffuse più largamente e prevalse in Italia; la prima
ghibellina ed a lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole.
Di quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà notare che per
essa Federico II fu spogliato di ogni virtù, gravato di ogni nequizia,
dipinto quale uomo diabolico, identificato persino con l'Anticristo.
Del carattere che così la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra
s'aveva a stendere su tutto ciò che gli stava d'intorno; e ch'egli e
i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva parere
presunzione, più che ragionevole, necessaria. Strani uomini si
vedevano in quella corte; strane cose vi si facevano; di più miracoli
dell'arti occulte (così dicevasi) vi si dava saggio e spettacolo.
Quivi Saraceni in gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e
serventi del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti
recavano meraviglie non più vedute; quivi giocolieri d'ogni nazione e
maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi prodigi[451]. Federico II
traeva a sè gli uomini singolari come la calamita il ferro. Nell'anno
1231, essendo egli alla dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra
il cronista Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia
d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava per iscudiero di
Olivieri, del paladino morto da quattro secoli, e asseriva d'essere
stato altra volta in Ravenna insieme col suo signore, con Carlo Magno e
con Orlando. Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto
affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali da
gran tempo interrate, e scovare sul davanzale di una finestra altissima
certi sproni rugginosi, dimenticativi da un gigantesco cavaliere di
Carlo[452]. Dei miracoli d'arte che i suoi maestri sapevano oprare
diede un saggio Federico quando, volendo ricambiare il soldano di
certi ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mandò, oltre a cento
stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento palafreni da
sollazzo, «uno albero tutto pieno d'uccegli, e tutti erano d'argento;
e quando traeva alcuno vento, tutti cantavano e dirizzavansi e
chinavansi, ed erano a vedere una grande meraviglia: e questo albero si
commetteva tutto insieme[453].
Chi sa mai quant'altre così fatte novelle dovettero narrarsi di
Federico II, le quali non son venute sino a noi, ma che tutte dovevano
riuscire a questo effetto, di sollevare e di stendere intorno a lui e
alla sua corte come una caligine di meraviglioso, attissima a mutar
volto e colore alle persone che ci si movevan dentro, e che già per
altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento. Fra Salimbene
ebbe certo a udirne di molte, che a noi rincresce sieno state passate
da lui sotto silenzio, dicendo egli in due luoghi della sua Cronica:
Di Federico io so molt'altre superstizioni e curiosità e maledizioni e
perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra mia cronica,
e di cui taccio ora per amor di brevità, e perchè mi rincresce riferire
tante sue fatuità[454]. Sebbene di Michele Scotto non sia mai ricordo
nei Regesti di Federico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle
sue versioni; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fiorentino che
lo crea senz'altro maestro dell'imperatore[455]; pur nondimeno non è da
dubitare ch'ei non fosse uno de' familiari suoi, un frequentatore della
sua corte, e forse uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva
d'attorno. Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da quella
familiarità e da quella frequentazione doveva venire nuovo argomento e
nuovo stimolo alla leggenda magica che già, per altre ragioni, era per
formarsi intorno al suo nome.